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le basiliche patriarcali s. croce in gerusalemme

 

In questa pagina:
S. CRoce in Gerusalemme
La storia medioevale
La facciata e la loggia
L'interno
Mosaici della navata
Mosaici dell'arco triofale
Abside
Navata destra
Navata sinistra e transetto
Cappella del Presepe
L'esterno e il campanile


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titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
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Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

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aggiornata il 03.10.2007

La storia medioevale
L'area su cui sorge l'attuale chiesa di S. Croce in Gerusalemme è costituita da un pianoro isolato da una serie di avvallamenti; ma i lavori intrapresi da Benedetto XIV (1740-1758) e le recenti trasformazioni urbanistiche hanno completamente cancellato le variazioni altimetriche. In antico quest’area fu occupata da un complesso imperiale (Sessorium), iniziato da Settimio Severo (193-211) e compiuto da Elagabalo (218-222); esso era costituito principalmente da una grande aula rettangolare (in cui verrà ricavata la chiesa di S. Croce), da un piccolo anfiteatro (detto Castrense),  da un circo (di cui restano oggi pochissime tracce, corrispondente alla zona dell'attuale piazza Lodi), da una seconda aula absidata (i cui resti sono oggi visibili nel Museo della Fanteria) e da un impianto termale. La costruzione delle Mura di Aureliano tagliò drasticamente il complesso, lasciando all'esterno il circo. La porzione interna passò invece in proprietà, dopo varie vicende, alla famiglia di Costantino, la cui madre Elena portò qui, secondo la tradizione, un pezzo della Croce di Cristo insieme a una certa quantità della terra del Calvario.
La grande aula a pianta rettangolare (c. m 36.50 x 22), che contiene la basilica, è conservata sostanzialmente nella sua struttura originaria. Essa in origine aperta su ogni lato da un doppio ordine di archi su pilastri; sul fianco settentrionale della chiesa, a piano terra, sono visibili le arcate tamponate di tre aperture originarie, mentre la parte superiore presenta cinque grandi finestre coperte con piattabande e archi di scarico. Fra i due livelli corre tuttora una cornice sostenuta da modiglioni di travertino. L’aula originariamente non aveva divisione in navate, mentre sembra che fosse tagliata, nel senso della larghezza, da diaframmi in muratura con arcate poggianti su colonne binate, forse con lo scopo di semplificare il problema della copertura.
Benché il Liber pontificalis (535) riferisca che fu proprio Costantino a realizzare la chiesa in palatio Sessoriano, è stato dimostrato che il culto per la reliquia nacque, però, dopo il 340; questo fa supporre che la realizzazione della chiesa vada attribuita a qualcuno dei discendenti, attorno al 350; il culto per questa chiesa da parte dei discendenti di Costantino è peraltro confermato dal mosaico che rivestiva la volta della cappella di S. Elena, rifatto agli inizi del Cinquecento, offerto alla sancta ecclesia Hierusalem dall'imperatore Valentiniano III (425-55), per voto della madre Galla Placidia e della sorella Honoria. Questo ambiente semisotterraneo, posto a destra dell'abside, è particolarmente importante nella storia della chiesa per il suo carattere sacro datole dalle reliquie in esso riposte (la Croce e la terra del Calvario). Il vano, probabilmente, faceva già parte dell’edificio imperiale del III secolo; nel corso dei lavori di trasformazione, esso fu collegato al resto della chiesa con due corridoi, uno per i fedeli in entrata ed uno per quelli in uscita, secondo uno schema analogo a quello della basilica costantiniana del Santo Sepolcro a Gerusalemme, il cui assetto originario è noto attraverso descrizioni del VI secolo.
La basilica di S. Croce mantenne sempre un carattere di santuario appartato, adatto più a esigenze cerimoniali, che alla liturgia corrente. Lo stesso culto della Croce non fu sempre stabile ed esclusivo, se papa Ilario (461-468) costruì nel Laterano un oratorio apposito per la reliquia, dal quale veniva portata in processione alla sancta ecclesia Hierusalem nel Venerdì Santo. Pare comunque che fin dall’epoca di papa Gregorio Magno (590-604) la basilica vantasse il titolo cardinalizio.
Il Liber Pontificalis registra inoltre due interventi cospicui nell'VIII secolo: Gregorio II (715-731) riparò le coperture al tetto e ai portici circostanti e fece un ambone marmoreo (dice il Liber Pontificalis: Hic Hierusalem Ecclesiam Sanctam quae multo fuerat detecta tempore et circumquaque porticus vetustate quassatus, trabibus deductis cooperuit, ac reparavit); a distanza di pochi decenni, un intervento analogo è attribuito ad Adriano I (772-795), a conferma forse di ricorrenti problemi di manutenzione.
La fondazione del monastero pare si debba invece a papa Benedetto VII (974-983), stando a quanto si desume da una lapide funebre presso l'altare di S. Gregorio, poi posta a lato dell'ingresso centrale: + Hoc Benedicti pp. quiescunt membra sepulchro septimus existens ordine quippe patrum. hic primus reppulit franconis spurca superbi culmina qui invasit sedis apostolicae. qui dominum quae suum captum in castro habebat carceris interea vinclis constrictus in imo. strangulatus ubi exuerat hominem. cumque pater multum certaret dogmate sco expulit a sede iniquus namque invasor. hic quoque predones scorum falce subegit romane ecclesie iudiciis quae patrum. gaudet amans pastor agmina cuncta simul hiccae monasterium statuit monachosque locavit qui laudes dno nocte die quae canunt. confovens viduas nec non et inopesque pupillos ut natos proprios assidue refovens. inspector tumuli compuncto dicito corde cum xpo regnes o benedicte do. D.X.M. ivi, in ampla sede residens VIIII ann. obiit ad XPM indic. XII.
Che il monastero fosse già esistente intorno all’anno Mille è comunque confermato da una chiara citazione nel Regesto Sublacense, risalente  al 1003 (Monasterium Sanctae Crucis quae dicitur Hierusalem).
Leone IX nel 1049 affidò il complesso ai benedettini di Montecassino: a loro va forse attribuita la realizzazione di una cripta, oggi scomparsa, i cui resti tornarono alla luce nel sec. XVIII; ma già nel 1062 ai benedettini (trasferitisi a S. Maria in Pallara, oggi S. Sebastiano sul Palatino) subentrarono i Canonici Regolari del priorato di S. Frediano di Lucca, che vi restarono a lungo, godendo oltretutto del singolare privilegio di scegliere fra i componenti del loro ordine il titolare della chiesa, il quale veniva eletto cardinale. A tale ordine appartenne Gherardo Caccianemici di Bologna, cardinale titolare dal 1122, che fu poi pontefice con il nome di Lucio II (1144-1145); sotto costui, la basilica di S. Croce assunse l'aspetto destinato a durare fino al XVIII secolo. Si trattò di lavori distribuiti in un ampio lasso di tempo, poiché furono intrapresi prima della sua elezione al soglio pontificio e ultimati dal nipote Ubaldo Caccianemici, anch’egli cardinale titolare della chiesa e poi vescovo Sabinense (1148); sarà quest’ultimo infatti a far costruire da Giovanni di Paolo il ciborio, poi distrutto nel 1743.
Tutto l’intervento fu rivolto sia al rifacimento della facciata (con l'aggiunta di un portico e del campanile), sia all'adeguamento dell'impianto al tipo basilicale, mediante la costruzione di tre navate con transetto; è ancora ben distinguibile la nuova muratura in laterizio dalle strutture classiche e paleocristiane. La creazione di navate all'interno di un ambiente antico fu pratica piuttosto frequente nella Roma del XII secolo (è il caso della chiesa dei Ss. Quattro Coronati): all'interno dell'aula sessoriana furono abbattuti i diaframmi longitudinali e furono elevate due file di sei colonne, sostenenti arcate in mattoni e conclusi da pilastri con pianta a T, sui quali fu impostato l'arco trionfale. Le navate laterali vennero concluse in facciata con due nuove cappelle sporgenti nel portico, di cui una ricavata alla base del campanile. Tale portico era impostato su sei colonne ioniche e due pilastri laterali su cui correva una trabeazione piana; esso era coperto da soffitto ligneo e decorato da pitture divise in riquadri, in maniera affine a S. Lorenzo fuori le Mura o a SS. Giovanni e Paolo.
Sulla navata centrale furono aperti finti matronei, forse con lo scopo di alleggerire il peso del muro gravante sulle colonne, mentre furono tamponate, al secondo livello, le ampie finestre originarie, ricavandovi strette monofore alternate a piccoli oculi ancora visibili sul lato nord. Con la riduzione delle fonti d'illuminazione, l'interno si presentava, quindi, come uno spazio avvolto nella penombra. All'esigenza di ricondurre a unità uno spazio così stratificato si deve l’ampio apparato decorativo, comprendente un ciclo di affreschi sulle pareti della navata centrale e un apparato musivo che, salvo il pavimento cosmatesco (restaurato nel 1933), è in massima parte perduto. In particolare il già citato ciborio, di cui rimane soltanto l'architrave con l’iscrizione degli artefici, era una pergola di marmo sorretta dalle quattro colonne di quello odierno; di pianta quadrata, esso si elevava su tre piani successivi: il primo, sorretto da quattro architravi lisci, portava, in quello rivolto verso la tribuna, la scritta Tegumentum istud Hubaldus / fore fecit cardinalis / vir prudens clemens discretus et spiritualis / + Iohannes de Paulo cum / fratribus suis Angelo et Sasso huius / operis magistri fuerunt Romae. Su questo primo piano si ergeva un secondo, più stretto, ottagonale, sorretto da colonnine di marmo bianco; sopra questo, un terzo ancor più stretto e similmente eretto su colonnine, elevava otto lastre marmoree a formare un vertice piramidale su cui era posta una palla con la croce.
Non è possibile stabilire quanto fosse estesa la decorazione parietale e che relazione avesse con i finti matronei. I frammenti rimanenti (oggi staccati e conservati nell’annesso Museo: v. più avanti) comprendono un fregio floreale e una fascia con busti di patriarchi, forse resto di un ciclo vetero-testamentario.
Sempre nel corso dei lavori del XII secolo, il titulus della Croce fu collocato in una cassetta di piombo murata al sommo dell'arco trionfale; di tale preziosissima reliquia si perse però memoria, fin quando non venne riscoperta casualmente durante le opere promosse dal cardinal Mendoza nel 1492. Secondo le testimonianze dell'epoca, la cassetta era posta all'interno di un'edicola sostenuta da colonnine, segnata da un'iscrizione divenuta illeggibile con il passare dei secoli. Stefano Infessura nel suo Diario in data 1° febbraio 1492, racconta che gli operai rinvennero alla sommità dell'arco trionfale una scatola di piombo in cui era custodita una tavoletta con incise e dipinte in rosso dal basso in alto e da destra a sinistra, in latino, greco ed ebraico Jesus Nazarenus Rex Judaeorum. La scatola recava tre bolli in ceralacca del cardinal Gerardo Caccianemici. È significativa l’analogia con l'abside di S. Clemente, ove Pasquale II (1099-1118), consacrando la nuova chiesa nel 1112, fece murare un frammento della Vera Croce dietro al crocefisso del mosaico absidale.
Durante l'esilio avignonese, abbandonata dai Canonici di S. Frediano, la basilica cadde pressoché in rovina, tanto che Urbano V, nel 1370, dovette ampiamente restaurarla, provvedendo anche ad aprire due bifore archiacute alle testate del transetto, rese evidentemente necessarie dall’oscurità venutasi a creare dopo i restauri di Lucio II. Sempre a Urbano V si deve il subentro nel monastero dei Certosini, che vi rimasero fino al 1561, quando furono trasferiti da Pio IV a S. Maria degli Angeli alle Terme di Diocleziano e sostituiti dai Cistercensi che tuttora abitano il monastero e officiano in S. Croce.
Il complesso ebbe l'aspetto definitivo sotto Benedetto XIV (1743), quando fu trasformata la navata centrale e il nartece fu sostituito da un atrio ellittico sul quale fu apposto il nuovo prospetto di travertino.
Purtroppo ben poco di medioevale rimane all’interno della basilica. Si noti che nel presbiterio il ciboriosettecentesco, poggia sulle colonne di quello del 1148, mentre nella Cappella di S. Elena (a cui si accede tramite una cordonata della fine del sec. XV) il mosaico è unrifacimento rinascimentale dell'originale di Valentiniano III. Sotto il pavimento sarebbe sparsa la terra del Calvario, che s. Elena avrebbe portato con le reliquie della Croce (custodite nella Cappella delle Reliquie).
Museo. Di grande interesse medioevistico è invece l’adiacente Museo della basilica, ove sono collocati gli affreschi della metà sec. XII che ornavano la parte superiore delle pareti della navata centrale, nonché alcune opere del sec. XIV.
Gli affreschi furono scoperti casualmente nel 1913, ma rimasero praticamente sconosciuti, perché l'impraticabilità della volta impediva l'accesso al sottotetto. Soltanto nel 1968, constatato lo stato di deperimento degli affreschi, si provvide al distacco e al restauro di alcune parti e al fissaggio e consolidamento sul posto delle altre. La decorazione, estesa in origine a tutti i lati della navata centrale, si svolse in due tempi, con maestri di provenienza veneziana sulla parete destra, riferibile a Lucio II, e di scuola romana sulla sinistra, ascrivibile al cardinale Ubaldo.
I dipinti comprendevano un piccolo fregio a fioroni, un secondo fregio con busti di patriarchi entro clipei e per lo meno due registri con storie ora completamente scomparse.
Nell'arco trionfale, il clipeo centrale è quasi interamente scomparso e quindi non si può sapere se vi fosse raffigurato Cristo o l'Agnello. È fiancheggiato dai sette candelabri e dai simboli evangelici.
Sulle pareti la decorazione è complessa, perché in alto, tra fasce di vario colore, si alternano tondi e ovali contenenti fiori a sei petali e cruciformi e, più in basso, un fregio a girali incornicianti clipei più grandi con busti di patriarchi e più piccoli con motivo stellare, disposti alternativamente.
Sulla parete destra, iniziando dall'arco trionfale, si susseguono quattordici medaglioni rappresentanti Adamo e altri patriarchi, tutti con un'iscrizione recante il nome e gli anni che ciascuno visse. Vi hanno  operato due maestri. Il primo eseguì i primi cinque clipei con un evidente linearismo e una scarsa sensibilità per il colore. Il secondo, cui si devono gli altri nove clipei, si afferma come personalità di rilievo per le notevoli capacità che esprime nel conseguimento dei risultati plastici e nell'uso del colore. Tutti e due, pur distinguendosi per la loro individuale espressione, denunciano una cultura formata non nell'ambiente romano dei secc. XI-XII, ma in quello bizantino.
Sulla parete sinistra, tredici clipei rappresentano gli ultimi patriarchi. Il pittore che li eseguì, con impianto chiaramente lineare e con colore limpido e vivace, risente dell'ambiente artistico romano, ma accoglie anche manierismi bizantini. Nulla rimane della decorazione di controfacciata.
Nel Museo si trova anche un affresco con la Crocifissione, datato intorno al 1370; esso in origine si trovava nella Cappella del Crocifisso, oggi incorporata nell’atrio della basilica. L’affresco rappresenta Cristo in croce, fra due angeli al sommo e, sotto, a sinistra la Vergine e a destra S. Giovanni Evangelista. Le forme e i caratteri della pittura ci riportano direttamente alla scuola giottesca sulla fine del XIV secolo. L'opera, di grande interesse storico ed artistico, rivela il pieno fiorire in Roma della tradizione fiorentina.
Nel Museo si custodiscono due statuette gotiche discuola francese XIV secolo in marmo bianco: si tratta di un S. Pietro, mitrato e di un S. Paolo con la spada e il libro. Restano tracce di policromia rossa e nera sui manti e d'oro nelle barbe e nei capelli.
Recentemente sono stati collocati nel museo di S. Croce anche gli affreschi che decoravano un oratorio sistemato nel piano inferiore della quarta torre delle Mura Aureliane (contando da Porta S. Giovanni). L'oratorio fu intitolato a s. Magherita di Antiochia di Pisidia, una martire dell'epoca di Diocleziano e Massimiano il cui culto ebbe grande diffusione in età medioevale soprattutto fra le classi popolari in quanto protettrice di partorienti. Nel sec. XIV, le pareti interne di questa torre-oratorio furono decorate ad affresco da un artista probabilmente legato alla scuola di Pietro Cavallini. La volta era decorata con un cielo stellato, mentre sulle pareti erano gli affreschi raffiguravano la Vergine con il Bambino fra due Angeli, le Ss. Margherita e Caterina e un vescovo; i Ss. Pietro e Paolo (dipinti sui pilastri degli archi di sostegno delle volte); i due diaconi Lorenzo e Stefano; due figure di Cristo (una in posizione benedicente, l'altra nella tipologia a mezzo busto con le braccia incrociate emergente dal sepolcro). Ultimo santo raffigurato è Benedetto, presente perchè l'Oratorio fu affidato alla Basilica di S. Croce, concessa nel XIII secolo all'ordine benedettino.
Chiostro. Il Liber Pontificalis assegna a Lucio II, oltre i lavori della chiesa e l'istituzione di un monastero, la nuova costruzione di un chiostro cum omnibus officinis. Le opere sono oggi di difficile identificazione, dopo le pesanti modifiche a cui è andato soggetto il complesso monastico. Sappiamo infatti che con il subentro dei Certosini sotto Urbano V si procedette a un adattamento delle strutture alla norma dell'ordine. L'elemento principale fu proprio il grande chiostro, rimasto in piedi fino alla realizzazione del nuovo monastero cistercense nel Settecento. Il braccio del chiostro oggi visibile mostra caratteristiche di difficile collocazione cronologica, anche se non c'è motivo di dubitare che esso sia stato almeno iniziato attorno al 1370. Anche molti dei caratteri formali potrebbero essere ascritti al tardo secolo XIV, soprattutto nella fattura delle basi e dei capitelli. Nel chiostro si conserva inoltre un frammento di lastra tolta al pavimento di S. Croce e databile alla seconda metà del sec. XIII, da cui si deduce che nella basilica lavorò anche uno della famiglia dei Vassalletto: [Bas]sallectus me fecit.

Campanile.
Appoggiato alle strutture di età imperiale, il campanile è un resto pressoché intatto della costruzione romanica di Lucio II. Esso è tutto in mattoni con largo impiego di materiale di spoglio, di forma quasi quadrata e si erge per otto piani. Di essi tuttavia si distinguono soltanto gli ultimi quattro (i quattro inferiori sono inglobati nel monastero), aperti a doppie monofore e a bifore su colonne, esternamente decorati da cornici divisorie – alcune marcapiano, altre minori apparentemente simili a quelle del campanile di S. Maria Maggiore, dell'epoca di Gregorio IX (1370-1378) - e da quella culminante a punte di mattone con denti di pietra bianca allineati; il tetto è quasi piano. Alcune monofore sono state murate da mattoni forse durante i lavori di restauro del 1370. Completano la decorazione delle pareti scodelle di smalto monocrome e policrome e due piccole edicole, datate l’una al XII secolo (quella posta al primo piano, per riparare la una grande croce patriarcale cosmatesca, realizzata in mosaico e contornata da lastre marmoree) e l’altra al XIV secolo (quella dell'ultimo piano).  Delle campane presenti all'interno della cella campanaria, due sono opera di Simone e Prospero De Prosperisda Norcia, ordinate dal cardinale spagnolo Baldassarre Sandoval nel 1631, mentre la terza campana è del 1957.

 


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