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s. giovanni e il campus lateranensis

 

In questa pagina:

Il Campus Lateranensis

La basilica di S. Giovanni
La storia medioevale
Elementi superstiti

Il Museo della cattedrale

Il chiostro

I campanili

Il Battistero Lateranense

Il Sancta Sanctorum

Il Triclinio di Leone III

Ss. Marcellino e Pietro

Ss. Andrea e Bartolomeo


L'Ospedale Lateranense

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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
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Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 24.09.2007

Il Campus Lateranensis
Nell’antichità, le attuali piazze di S. Giovanni in Laterano e di Porta S. Giovanni costituivano un’area adibita all'addestramento sportivo e militare, che soltanto in età imperiale fu prescelta da alcune famiglie patrizie per edificarvi una propria residenza; è il caso dei Laterani che eressero esattamente in questa zona una ricca e fastosa domus. Passata prima in proprietà della famiglia imperiale e poi, per volere di Costantino agli inizi del IV secolo, in appannaggio del pontefice, la domus Lateranorum (completamente trasformata) divenne il Patriarchìo, la dimora ufficiale dei papi per quasi tutto il Medioevo. Fu sempre l’imperatore Costantino che stabilì che fosse costruita anche una gigantesca chiesa al posto dei vicini Castra nova Equitum Singularium: questo era un vasto complesso militare edificato da Settimio Severo alla fine del II secolo, che probabilmente perpetuava l’antica destinazione d’uso della zona. La basilica fu dedicata al SS. Salvatore e per la sua primazialità fu detta omnium ecclesiarum urbis et orbis mater et caput. Tutta l’area assunse il toponimo di Campus Lateranensis.
A partire dai secoli VIII e IX un’intensa attività edilizia interessò l'area del Laterano, che si venne via via costellando di monasteri (S.Pancrazio, Ss. Sergio e Bacco), di cappelle e oratori (S. Silvestro, S. Tommaso, S. Nicolò, S. Venanzio, S. Lorenzo SS. Salvatore), di abitazioni, mulini, cisterne, botteghe, locande e ospizi per i pellegrini e abbeveratoi per animali (alimentati dal vicino acquedotto neroniano riparato intorno al 1120), tanto che nel sec. XII il Patriarchìo era ormai l'epicentro un borgo abbastanza consistente.
Per la sua valenza politica e simbolica, il Campus era ricco di importanti sculture di epoca classica, oggi trasferiti altrove. Il caso più celebre è quello della statua dell'imperatore Marco Aurelio (121-180 d.C.), noto nel Medioevo come Caballus Constantini e attualmente conservato nei Musei Capitolini. Il gruppo equestre, in bronzo dorato, doveva originariamente trovarsi presso la Colonna Antonina; fu trasferito al centro del Campus Lateranensis all'inizio del IX secolo e posto su un piedistallo sorretto da leoni. La prima menzione medioevale della scultura nel Medioevo risale al 965, quando il prefetto di Roma Pietro, avverso al papa regnante Giovanni XIII subì il supplizio presso il Caballus Constantini. Il bronzo rimase nel Campus Lateranensis fino al 1538, quando, per ordine di papa Paolo III (1534-1549), venne spostato sulla sommità del colle capitolino, davanti al Palazzo Senatorio. Nel 1582 anche i leoni furono trasferiti in Campidoglio e collocati ai piedi della scalinata.
Altri importanti bronzi classici sistemati nel Campus Lateranensis erano la Lupa; la statua dello Spinario d'età augustea; una testa di caprone; la tavola della Lex de imperio Vespasiani; tre frammenti di una statua colossale, raffigurante l'imperatore Costantino o Costanzo II, costituiti da una mano, un globo e una testa colossale. Tutti questi pezzi, compresa la Lupa, furono donati nel 1471 da papa Sisto IV al popolo romano e furono pertanto trasferiti in Campidoglio.
Nel corso del Medioevo vari papi si occuparono dell'arricchimento e restauro della loro dimora. Il papa Zaccaria (741-752) edificò un portico guarnito di una torre dinanzi alla fronte del Palazzo sotto il quale correva la via pubblica che conduceva alla fronte maggiore della basilica e alla Porta Asinaria delle Mura Aureliane; tale portico era adorno di pitture e da esso si saliva alla torre, dove si trovava un triclinio, in cui erano dipinti a colori i paesi della terra. Altri interventi furono voluti da Adriano I (772-795), Leone III (795-816), Gregorio IV (827-844), Innocenzo III (1198-1280), Niccolò IV (1288-1292), Bonifacio VIII (1294-1303), soltanto per citarne alcuni. Potremmo dire che tutto il Campus rimase nel corso del Medioevo un cantiere sempre aperto.
Durante il periodo avignonese (1305-1376) il complesso del Laterano, per l'incuria generale e specialmente per gli incendi del 1308 e del 1361, subì tali danni che Gregorio XI (1370-1378), al suo ritorno in sede, preferì trasferirsi nei palazzi del Vaticano. Da allora la trascuratezza e la rovina aumentarono. Per giungere all'aspetto attuale del Laterano bisogna arrivare alla fine del Cinquecento, durante il pontificato di Sisto V Peretti Tra il 1586 e il 1590. Domenico Fontana, architetto di fiducia del pontefice, fu incaricato della risistemazione urbanistica di tutta l'area del Campus Lateranensis. L’intervento sconvolse l’impianto medioevale; soltanto grazie a un disegno di van Heemskerck del 1535 circa è possibile ricostruire la fisionomia del Campus Lateranensis prima delle demolizioni sistine; esso mostra come il complesso dei palazzi del Patriarchio avesse l'aspetto di una vera e propria cittadella, separata dal centro della città, e costituita da torri, cappelle, aule di rappresentanza e fabbricati di servizio.

 

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La basilica di S. Giovanni in Laterano
La storia medioevale. Nel corso della sua storia, la basilica di S. Giovanni in Laterano subì frequenti campagne di restauro; in questa sede ci si limiterà a ricordarne soltanto le più importanti avvenute nel corso del Medioevo. Non è chiaro, allo stato attuale degli studi, quale fosse l'esatta fisionomia della basilica costantiniana, ma doveva trattarsi di una grande aula a cinque navate, divisa da un imponente colonnato, con abside semicircolare, e completata da un transetto poco sporgente. Attualmente non è visibile alcuna parte dell'originaria basilica costantiniana, ma si può avere un'idea almeno delle sue dimensioni dal momento che la cattedrale attuale rispecchia nella proporzione degli spazi l'edificio tardoantico. Costantino dotò la basilica del Salvatore di un ricchissimo arredo liturgico, tra cui un prezioso ciborio argenteo che fu sottratto dai Goti di Alarico, nel corso del sacco di Roma del 410; un nuovo fastigium argenteo fu donato dall’imperatore Valentiniano III sotto il pontificato di Sisto III (432-440). Un gran danno fu subito dalla basilica nel saccheggio dei Vandali di Genserico (455), tanto che papa Leone Magno (440-461) dovette reintegrare la chiesa danneggiata, come narra il Liber Pontificalis. All'epoca di Gregorio Magno (590-604) la basilica del Salvatore cambiò definitivamente il suo nome, aggiungendo all'originario titolo la dedica ai ss. Giovanni Battista ed Evangelista, sotto i cui nomi era stato edificato presso il Laterano un monastero benedettino. Sotto Adriano I (772-795) l'edificio basilicale beneficiò di importanti restauri al tetto e all'atrio d'ingresso, e nel giorno di Pasqua del 774 vi fu battezzato il futuro imperatore Carlo Magno.
Nell'anno 896 un terribile terremoto colpì duramente la basilica: tutta la navata centrale, dall'altare maggiore fino all'ingresso in facciata, crollò rovinosamente, scoperchiando gran parte dell'edificio. Un disastro di tal genere non era facile da fronteggiare per la cronica mancanza dei materiali da costruzione. I restauri vennero comunque effettuati da papa Sergio III (904-911), il quale fece anche ornare di nuovo la tribuna di mosaici, lasciando a ricordo di quei grandiosi lavori due epigrafi (oggi perdute) nell'abside e sulla porta maggiore della basilica.
Sotto Pasquale II (1099-1118), le campane, colpite da un fulmine, caddero su un fianco della basilica, radendolo al suolo; questa parte dell'edificio fu risanata da Innocenzo II (1130-1143). Sotto Alessandro III (1159-1181) la facciata della basilica assunse la fisionomia che mantenne fino alla ristrutturazione definitiva attuata nel 1732. A opera di Nicola d'Angelo fu costruito davanti ad essa un portico a sei colonne con un architrave; di quest'ultimo sono rimasti numerosi frammenti oggi murati nel chiostro, sui quali si può leggere l'iscrizione che alludeva al primato della basilica del Laterano su tutte le altre chiese del mondo. Il portico colonnato tuttavia non si estendeva per tutta la larghezza della facciata in laterizio, ma era collocato in corrispondenza della navata centrale e delle due navatelle settentrionali; il restante spazio del portico era occupato dall'oratorio fatto costruire nella seconda metà del X secolo da Giovanni XII: dedicato a s. Tommaso, questo oratorio era utilizzato come sacrestia pontificia e sulla sua porta fu dipinto il papa nell'atto di indossare le vesti liturgiche; qui si custodivano molte reliquie nonché la famosa sedia balneare, oggi nel Museo Vaticano, appellata stercoraria, sulla quale sedeva il pontefice nell'atto dell'intronizzazione, e che prese quel nome perché il coro durante la funzione cantava il versetto: Suscitans a terra inopem et de stercore eigens pauperem. L'architrave del portico, in base alle descrizioni che ne rimangono, era decorato da un'elegante fascia a bassorilievo (oggi perduta) con protomi leonine e da pannelli mosaicati; le scene rappresentate a mosaico erano: la Donazione di Costantino, il Battesimo di Costantino, la Decapitazione di s. Giovanni Battista, S. Silvestro che chiude le fauci del drago, il Martirio di s. Giovanni Evangelista. Nel portico erano collocati inoltre anche sepolcri di papi e di illustri personaggi: qui furono poste le spoglie mortali dei papi Giovanni X (914-928), Giovanni XII (956-963), Giovanni XIV (983-984), Alessandro II (1061-1073), e Silvestro II (999-1003).
Oltre all’erezione dello splendido chiostro lateranense, capolavoro dei Vassalletto, sono documentate alcune attività edilizie nella basilica da parte di Onorio III (1216-1227); ma la successiva radicale campagna di ricostruzione di Niccolò III (1277-1280) non consente di valutare la natura e la portata di tali lavori. L'iscrizione apposta su una delle porte di bronzo (Nicolaus pp. III hanc basilicam a fundamentis renovavit et altare fieri fecit ipsumque et eadem basilicam consecravit), conferma comunque la radicalità dell’intervento di papa Orsini.
Papa Niccolò IV (1288-1292), avviò un'altra importante campagna di lavori nella basilica per aggiornare in forme gotiche la zona dell'altare maggiore: furono completamente ricostruite l'abside e la zona del transetto, che fu impostata alla stessa altezza della navata centrale. All'interno del catino absidale, che prendeva luce da grandi finestre archiacute ed era dotato di un ampio deambulatorio percorribile, il pontefice incaricò Iacopo Torriti di realizzare una grande decorazione a mosaico; purtroppo, sia il mosaico del Torriti sia l’abside tardoduecentesca furono demoliti tra il 1876 e il 1886 sotto papa Leone XIII. A Niccolò IV si deve anche un restauro della facciata.
Una grande campagna di lavori nella basilica lateranense fu promossa da Bonifacio VIII Caetani (1294-1303), il quale costruì la Loggia delle Benedizioni. Sorretta da colonne di porfido e verde antico, la loggia era coronata da un grande arco trilobo e da una cuspide decorata con statue dei ss. Pietro e Paolo, oggi conservate nel museo della basilica; essa faceva parte dell'Aula Concilii, un grande salone rettangolare con funzioni di rappresentanza, situata nei pressi del transetto della basilica e ritmata da una serie di absidiole ricavate nei lati lunghi. La loggia, al suo interno, era arricchita da un ciclo di affreschi di scuola giottesca di cui oggi, come unica testimonianza, rimane un frammento raffigurante il papa benedicente tra due chierici, rimontato su un pilastro interno della basilica.
Purtroppo la basilica nella notte del 6 maggio dell'anno 1308 fu di nuovo consumata da uno spaventoso incendio che provocò la caduta del tetto e la frantumazione di molte colonne; papa Clemente V (1305-1314) s'accinse allora alla riedificazione della basilica, completata sotto il successore Giovanni XXII (1316-1334), quando ormai la corte pontificia si erà già trasferita ad Avignone; non trascorse mezzo secolo che nel 1361 un nuovo incendio arse la basilica. Fu papa Urbano V (1362-1370) ad affidare la ricostruzione all'architetto senese Giovanni Stefani; la basilica d'Urbano nulla più conservò di quella altomedioevale di Sergio III; oggi dell'epoca d'Urbano V sopravvive ancora il tabernacolo dell'altare maggiore; Gregorio XI (1370-1378) ne compì gli ornati. Urbano VI (1378-1389) depose rinchiuse in busti di argento le teste che secondo una pia tradizione si credono dei ss. Pietro e Paolo. Questi busti erano opera dell'artefice senese Giovanni Bartoli e costarono 30.000 fiorini: Carlo V di Francia li adornò di gemme che furono rubate nel 1434.
Martino V Colonna (1417-1431) promosse l'ennesima ricostruzione del tetto e il completo rifacimento del pavimento cosmatesco, ancor oggi conservato per la massima parte nella navata centrale, e decise di affidare prima a Gentile da Fabriano e poi al Pisanello la decorazione ad affresco interna alla basilica. Di tali affreschi non rimane nulla, ma fortunatamente è conservato un disegno del Borromini che, prima di avviare il rifacimento delle navate, testimoniò con grande precisione la complessa ed esuberante decorazione quattrocentesca.

 

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Elementi medioevali superstiti. L'intera facciata è in travertino romano; all'interno del timpano triangolare, due Vittorie del sec. XVIII sostengono un medaglione con l'effigie musiva di Cristo. Attribuito a Jacopo Torriti, questo medaglione si trovava in origine nel timpano della facciata costruita al tempo di Alessandro III.
Iniziando dalla navata laterale destra, s’incontra il monumento funebre del Cardinale Giussano (+1287); esso mostra un rilievo, su fondo mosaicato, con la figura di un cardinale (da identificare forse con Giovanni Colonna) che, accompagnato da s. Giovanni Battista, offre a Cristo un modellino a forma di pinnacolo. Poco persuasivamente si è voluto identificare questo rilievo con una parte dell’altare della Maddalena di Deodato di Cosma, alcuni frammenti del quale sono oggi conservati nel chiostro. L'altare, fondato dal papa Onorio III (1216-1227), si trovava nella navata centrale davanti al coro dei Canonici; il papa Bonifacio VIII (1295-1303) l'aveva fatto restaurare e consacrare dal cardinale Gerardo Bianco da Parma, vescovo di Sabina nel 1297; fu molto danneggiato nell'incendio della basilica del 1308; venne rimosso e smembrato nel restauro del Borromini a metà del sec. XVII.
Passando nella navata intermedia destra, sulla parete del primo pilastro, protetto dal vetro, è posto il celebre frammento dell'affresco proveniente dalla Loggia delle Benedizioni. Tradizionalmente attribuito a Giotto, è l'unico lacerto superstite, risparmiato grazie all'intervento del canonico lateranense Fulvio Orsini dalla distruzione cinquecentesca. Il frammento, inizialmente trasferito nel chiostro, nel 1786 fu definitivamente collocato all'interno della basilica. Nel suo stato attuale, l'affresco (databile al 1297) mostra la figura di Bonifacio VIII, sotto una struttura architettonica a loggia, affiancato da due figure di ecclesiastici; il chierico alla destra del pontefice regge un cartiglio su cui si legge: Bonifacius episcopus servus servorum Dei ad perpetuam rei memoriam; alla destra della scena, tra due colonne, è raffigurato un personaggio barbato. La pittura raffigurerebbe la presa di possesso del Laterano, avvenuta il 23 gennaio 1295, da parte del pontefice appena eletto; il personaggio sulla sinistra rappresenterebbe il cardinale Matteo Rosso Orsini, mentre la figura di sinistra sarebbe Celestino V, il predecessore del Caetani che aveva rinunciato al trono di Pietro il 13 dicembre del 1294. La presenza di quest'ultimo sembra voler significare la legittimità della successione di Bonifacio VIII messa in discussione dai Colonna.
Nel secondo pilastro è visibile il cenotafio di Silvestro II (+1003); fu eretto nel 1907 dagli ungheresi in memoria della Sacra Corona Regia d'Ungheria, conferita da questo papa al loro re, s. Stefano I, che si era convertito al cristianesimo. Esso ingloba una lastra di marmo con l'epigrafe funebre, che si crede sia stata dettata da papa Sergio IV (1009-1012); essa è detta pietra sudante per la fama di mago e di astrologo di cui godette Silvestro II nel Medioevo: la leggenda popolare vuole che tale iscrizione diventi umida e faccia sentire scricchiolio di ossa ad ogni imminente morte di papa.
Sul pilastro successivo si trova il monumento funebre di Alessandro III (1159-1181), fatto erigere nel 1660 da Alessandro VII.
Nel penultimo pilastro, si erge il sepolcro di papa Sergio IV (1009-1012), costruito con frammenti dell'antico monumento, che si trovava presso l'ingresso della basilica. Anche questa memoria funebre è stata totalmente rimaneggiata sotto Alessandro VII.
Di fronte (navata estrema destra, lato destro), si erge la tomba cosmatesca del card. Casati da Milano morto nel 1287.
Sopraelevato di quattro scalini è il transetto. La basilica costantiniana non possedeva un vero e proprio transetto; questo venne costruito, intorno al 1141-1142, durante il pontificato di Innocenzo II. Nonostante abbia subito all'interno un totale riordinamento all'epoca di Clemente VIII, il transetto all'esterno ha mantenuto gran parte dell'aspetto medioevale, con la presenza dei contrafforti e delle finestre archiacute. Nel braccio destro del transetto si apre la Cappella Ceci, dedicata al Crocifisso. Oltre alla lastra tombale di P. Valeriano da Piperno (+1305), inserita sulla parete sinistra, in questa cappella si conserva la statua marmorea di un pontefice inginocchiato, attribuita a Giovanni di Cosma e identificata tradizionalmente o con Bonifacio VIII o con Bonifacio IX.
Al centro, sotto il grande arco trionfale è l'altare papale, così chiamato perché inizialmente riservato alle celebrazioni papali. Alla fine del Duecento, il marmoraro Cinto de Salvati fu incaricato di rinnovare l'altare maggiore: un lavoro completato nel 1293 da Giovanni dell'Aventino e da Giovanni di Cosma con l'aiuto del figlio Lucantonio. Tale notizia, tuttavia, non è confermata da altre fonti. L’incendio del 1308 danneggiò il ciborio, che sembra fosse d'argento con quattro colonne di diaspro, distrutto poi dal successivo incendio del 1361. In esso era racchiusa la tavola di legno sulla quale, secondo la tradizione, celebrarono s. Pietro e tutti i papi sino a s. Silvestro I (ora questa tavola è racchiusa nell'attuale altare di marmo bianco, opera del secolo scorso).
Urbano V (1362-1370), nell’ambito dei lavori di riedificazione della basilica, stabilì anche la ricostruzione del ciborio, con il contributo di Carlo V di Francia e di Pietro Belliforte. Il ciborio fu inaugurato nel 1370, con il trasporto dei bellissimi e preziosi reliquiari dell'orafo Giovanni di Bartolo, contenenti le teste degli apostoli Pietro e Paolo. L'opera è ascritta al senese Giovanni di Stefano, l'architetto che diresse i lavori di restauro della chiesa dopo il 1371. Si tratta di un imponente ciborio-reliquiario, sostenuto da quattro colonne di granito orientale, con i capitelli reimpiegati, forse, dall'antico di Cinto de Salvati; nel piano superiore, a giorno, vi sono i preziosi reliquiari moderni, in quanto i precedenti vennero fusi per pagare il tributo imposto alla Chiesa da Napoleone. Il baldacchino a cuspide conserva ancora le otto statuine del rifacimento trecentesco, due per ogni angolo, poste sotto le cappelline gotiche, nonché i tondi con gli Evangelisti nei quattro timpani cuspidati. I dodici affreschi che lo circondano si sono rivelate opere della fine del Quattrocento, eseguite nell'ambito di Antoniazzo Romano. Numerosi restauri vennero eseguiti attraverso i secoli.
L'abside fu rifatta da Leone XIII, che affidò la costruzione a Virgilio Vespignani e al figlio Francesco: l'antica abside fu interamente rasa al suolo e ricostruita più indietro, a seguito dell'ampliamento del presbiterio. Fortunatamente fu eseguito un calco integrale su carta; oggi, il grande mosaico non è altro che la copia eseguita tra il 1883 e il 1884. Esso riproduce fedelmente l'iconografia della composizione duecentesca, ma si è perduta la dimensione stilistica originaria. La moderna decorazione fu preceduta dal rifacimento della struttura architettonica costituita, anticamente, da un insolito andamento poligonale dell'abside, circondata da un deambulatorio cieco che fu demolito e ridotto nella forma attuale; l'inaugurazione avvenne il 3 giugno 1886.
La decorazione duecentesca sostituiva l'antica decorazione musiva, risalente probabilmente al V secolo; la nuova composizione fu affidata, nel 1291, a Jacopo Torriti e a Jacopo da Camerino, un frate francescano che si definisce socius magistri operis. Nell'estremità inferiore sinistra della calotta leggiamo Iacobus Torriti pictor hoc opus fecit.
Al centro della calotta absidale, su uno sfondo d'oro, campeggia una croce gemmata che si erge sul Paradiso, sotto cui è la città di Dio, la Chiesa. Sulle pendici del Monte, le mura ingemmate sono sorvegliate dall'arcangelo Michele e protette dai ss. Pietro e Paolo, raffigurati nei due busti laterali. Nella città di Dio cresce l'albero della vita e su di un ramo c'è la fenice nimbata, simbolo della resurrezione. I quattro fiumi, Cione, Fisone, Tigri ed Eufrate, simboli dei Vangeli, scaturiscono dal Monte per dissetare cervi ed agnelli (ossia i fedeli) e si versano nelle acque del mistico Giordano, che invade l'intera conca absidale. Alla sommità della calotta sono rappresentati la SS. Trinità con la dextera Dei, un serafino a testa in giù, il busto del Salvatore affiancato da quattro angeli per lato; al vertice della croce gemmata è la colomba. Ai lati della croce, a sinistra, è raffigurata la Vergine che presenta il committente Niccolò IV inginocchiato, poi i ss. Francesco, Pietro e Paolo; a destra sono invece raffigurati i ss. Giovanni Battista, Antonio di Padova, Giovanni Evangelista e Andrea. Nell'emiciclo, aperto da quattro finestroni archiacuti, ci sono nove apostoli: Giuda, Simone e Giacomo Minore, Tommaso, Giacomo Maggiore, Filippo, Bartolomeo, Matteo e Mattia, separati da alberi di palme, simbolo del Paradiso e della Felicità. Tra gli apostoli Simone e Giacomo Minore e tra Bartolomeo e Matteo, si trovano due piccoli francescani inginocchiati: il primo, con in mano squadra e compasso; il secondo, con martello e scalpello. In queste figure sono da ravvisare gli autori Jacopo Torriti e Jacopo da Camerino.
L’inserimento di due santi moderni, Francesco e Antonio, in rottura con la tradizione, è un evidente omaggio all'ordine francescano, da cui proveniva papa Niccolò IV.
Nella navata di sinistra, ai piedi dei gradini che ascendono al transetto, troviamo l'ingresso al chiostro, su cui si tornerà più avanti.
Segue la Cappella di s.Ilario (sec. XVII), dove, a destra dell'altare, si trova la Tomba del Cardinale Pietro Duraguerra da Piperno (+1302). Il monumento oggi consta solo della statua giacente e del sarcofago, con iscrizione, decorato con lo stemma del defunto ripetuto tre volte. Originariamente, forse, la tomba era a muro a più piani sovrapposti; essa è generalmente attribuita a Giovanni di Cosma o a un suo seguace.
Più avanti, proprio sopra al confessionale, appare, con la figura giacente incisa e l'epigrafe, la Lastra tombale del cardinale Gerardo Bianco (+1302). Tale sepoltura si trovava vicino all'Altare della Maddalena, consacrato dallo stesso cardinale nel 1297 e sito nella navata centrale davanti al coro dei Canonici; esso fu demolito nel corso dei lavori settecenteschi.
Sull'altare della successiva Cappella dei ss. Domenico e Filippo, detta anche del Transito, è posto un antico affresco con la Dormitio. Questa pittura in origine si venerava nella sala del Concilio del Patriarchìo; papa Teodoro la fece trasferire nell'oratorio di San Venanzio, da lui fondato nei pressi della basilica; nel separarlo dal muro, l'affresco subì dei danni: rimasero intatti solo il volto e parte del busto della Vergine, mentre gli apostoli e il corpo di Maria furono completati su tavola. Nel sec. XVI essa si trovava invece vicino alla Porta Santa, di lato all'antica collocazione della sepoltura di Elena Savelli. Nel 1684, sopra la testa della Vergine fu posta una corona d'oro massiccio; fu forse in questa occasione che l’affresco fu collocato nella posizione attuale.
Nella parete fra questa cappella e la successiva, è posta la Tomba di Berardo Caracciolo, notaio pontificio (+1293), di cui oggi si conserva la sola statua giacente.
Segue la Cappella Corsini ove in una nicchia scavata in un è la Tomba di Pietro Corsini (+1405), il primo cardinale della famiglia; essa è decorata con la statua della Prudenza di Agostino Cornacchini, sormontata dal rilievo Sant'Andrea risana un pellegrino, di Pietro Bracci.
Verso l'ingresso della basilica, in alto, è posta la Statua giacente del notaio pontificio Riccardo Annibaldi (+1289; non del cardinale, come voleva la tradizione, ma del nipote omonimo), è opera di Arnolfo di Cambio. Il monumento funebre è costituito da due pezzi: la statua e il fregio con il corteo dei celebranti.
Sacrestie. Sotto il monumento di Leone XIII, nel transetto, si accede alle sagrestie. L’antico Portico, detto Leonino da Leone I, fu sostituito dal Vespignani con questo ambulacro che circonda l'abside. Nella parete in fondo, è inserito un bassorilievo medioevale che raffigura la chiesa e Porta Asinaria. Di lato all'ingresso della sagrestia appaiono due iscrizioni in mosaico: una è la Tabula Magna Lateranensis, che enuncia le più preziose reliquie possedute dalla basilica; l'altra, datata 1291 ed erroneamente definita Tabula Magna Lateranensis (da un cartiglio ottocentesco posto al di sopra), commemora alcuni lavori della basilica voluti da papa Niccolò I (858-867).
La Loggia Sistina. Sotto il portico, a destra della porta d’ingresso della basilica, c’è una copia d’epoca, incisa su lastra di marmo, della bolla emanata nel 1372 in Avignone da Gregorio XI, per conferire all’arcibasilica il suo primato su tutte le chiese del mondo; a sinistra, sul lato opposto, c’è la Statua bronzea di Enrico IV re di Francia.

 

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Il Museo della Cattedrale
Il museo della basilica, sistemato nel 1984, è diviso in due sezioni con diversi accessi: la prima è costituita da due ambienti che costeggiano il presbiterio di Leone XIII, ed è visitabile passando per l'ingresso situato presso la Tomba di Innocenzo III (1198-1216), fatta erigere da Leone XIII nel 1891 per conservarvi le ceneri del pontefice che egli stesso fece trasferire da Perugia a Roma. Un altro accesso si trova dalla parte opposta del presbiterio, presso la tomba di Leone XIII. Distaccata da queste due sale è la Sala Pio IX, a cui si accede dal fianco sinistro del chiostro.
Nucleo più importante del museo è il cosiddetto Tesoro della Basilica Lateranense, ricco di oggetti sacri e paramenti liturgici d'epoca medievale e barocca. Cominciando dalla sala accessibile dalla tomba di Innocenzo III, si segnalano una serie di importanti opere d'oreficeria gotica e rinascimentale: molto ben conservata è la Croce stazionale, realizzata in lamine d'argento dorato e lavorata a sbalzo e bulino sia sul recto che sul verso; i medaglioni centrali raffigurano la Crocifissione e il Peccato originale. Di grandi dimensioni (misura circa 130 cm. di altezza), la croce è databile all’epoca di Bonifacio VIII.
Piccoli capolavori sono anche il quattrocentesco Reliquiario di santa Caterina da Siena e santa Maria Egiziaca in metallo dorato, realizzato da orafi veneziani in articolate forme tardogotiche, e il Reliquiario del cilicio della Maddalena, realizzato in argento lucidato e dorato.
Nella sala del museo cui si accede dal braccio sinistro del chiostro, è da segnalare il cosiddetto Piviale di s. Silvestro, secondo la tradizione indossato da papa Bonifacio VIII Caetani in occasione dell'indizione del primo Giubileo cristiano del 1300; il ricamo, realizzato in seta colorata su fondo oro, ruota attorno a una Crocifissione da cui si diparte una serie di arcate, nelle quali trovano spazio scene cristologiche e varie figure di santi, angeli e chierici.
Nel braccio cui si accede dal lato della tomba di Leone XIII, si segnala la lastra scolpita ad altorilievo con le figure dei ss. Pietro e Paolo; la posa rigida e l'espressione compressa delle figure indicano che la lastra doveva far parte di una struttura architettonica: probabilmente la Loggia delle Benedizioni, fatta costruire da Bonifacio VIII e demolita poi a fine Cinquecento da Sisto V.

 

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Il chiostro
Il chiostro della basilica di San Giovanni in Laterano rappresenta uno dei più alti capolavori dell'architettura duecentesca. Esso è opera dei Vassalletto, come si legge in una parasta esterna del lato meridionale: Nobilis et doctus hac / Vassaletus in arte / cum patre caepit opus / quod solus perficit ipse. ("Con nobiltà e dottrina Vassalletto cominciò quest'opera, insieme col padre e la terminò da solo"). Il padre Pietro è noto per lavori eseguiti nel 1185 nel duomo di Segni, poi in Roma nella schola cantorum di S. Saba. A Pietro si deve anche lo straordinario candelabro pasquale marmoreo dell'abbazia di S. Paolo fuori le Mura, realizzato in collaborazione con Nicola d'Angelo. Un’epigrafe rinvenuta dall'Armellini nella vicina basilica di s. Croce in Gerusalemme ha dimostrato che quello stesso Vassalletto lavorò anche là.
Il chiostro Lateranense venne iniziato verso il 1222; ma alla morte del padre i lavori vennero sospesi. Nel 1230 il cardinale Guala de Bicchieri offrì una cospicua somma ad opus claustri Laterani. Fu così che il chiostro venne portato a termine dal figlio di Pietro nel 1232.
Un elemento assolutamente peculiare del chiostro lateranense è l'assenza della tecnica del reimpiego di frammenti antichi: i Vassalletto crearono direttamente ex novo, sempre ispirandosi all'architettura classica, tutti gli elementi necessari (colonnine, capitelli, cornici, tarsie), dando al chiostro un effetto estetico complessivo di grande ordine e razionalità. Le arcatelle dei quattro bracci sono sorrette da colonnine binate di foggia sempre diversa. I capitelli, apolavori della scultura protogotica in Italia, sono spesso arricchiti da vari personaggi, animali fantastici o reali.
L’elemento più prezioso del chiostro è però la ricca trabeazione esterna, impostata su più livelli: il primo è costituito dai pennacchi che raccordano tra loro le arcate, ognuno arricchito da bassorilievi che raffigurano alternatamente motivi vegetali, zoomorfi o maschere umane di diversa foggia; appena sopra corre la prima fascia mosaicata, compresa tra due semplici cornici marmoree modanate, che propone un classico ed elegante motivo cosmatesco, alternante regolari motivi geometrici resi con un accostamento di tessere musive nere, rosse e in oro. Ancora sopra si trova il fascione mosaicato più grande, decorato con un superbo motivo cosmatesco: entro una voluta continua realizzata in marmo e mosaico si alternano tarsie marmoree quadrate e circolari, alcune arricchite con motivi a losanga; la fascia più alta, in aggetto sopra una cornice a mensole fogliate e un'ultima bordura a motivo cosmatesco, propone un classicheggiante fregio a racemi, popolato da animali, càntari e motivi fantastici, al quale si alternano teste ferine e maschere umane, realizzate con notevole risalto plastico. La sopraelevazione ad arcate in muratura rustica sopra il loggiato venne realizzata posteriormente e non ha nulla a che vedere con l'impostazione del chiostro data dai Vassalletto.
Ai lati dei passaggi che danno accesso al cortile sono sistemate sfingi e leoni stilofori; la vera di pozzo (in passato detto Pozzo della Samaritana) al centro del giardino risale al IX secolo.
Tra il XVI e il XIX secolo furono trasportati nel chiostro vari resti di monumenti demoliti nell'interno della basilica. Entrando, ci si immette nella V campata nord.
Nella VI campata nord si conserva il fronte mutilo di sarcofago romano con cartello centrale dove più tardi fu incisa per traverso, un’iscrizione in lettere gotiche latine Nella parasta intermedia frammento marmoreo con le parole: Dom(inus) Sergi(us); forse papa Sergio III (904-911) il quale rinnovò la basilica lateranense o Sergio IV (1009-1012) sepolto in basilica, a sinistra entrando; il suo carme sepolcrale è ora affisso in un pilastro della prima navatella destra.
Nella VII campata si trova al centro un grande frammento cosmatesco piramidale con artistico rosone centrale e due stemmi nobiliari.
Passando sul lato est, si nota sopra la porta della I campata un medaglione marmoreo con fondo a mosaico cosmatesco, con l’immagine del Salvatore nimbato, barbato, con gesto oratorio nella destra e libro nella mano sinistra, appartenente all'Altare della Maddalena (realizzato e firmato da Deodato di Cosma nel 1297), da cui provengono le due lastre marmoree cosmatesche a decorazione musiva a fondo oro. In basso, ai lati della porta, due leoni accovacciati in pietra, pure del periodo cosmatesco.
La II campata est conserva vari resti di decorazione marmorea cosmatesca, un rosone con decorazione musiva a fondo oro con stemmi della famiglia Colonna che contribuì alle spese per erigere il già ricordato Altare della Maddalena e una grande iscrizione marmorea per ricordare i lavori di restauro alla basilica fatti iniziare nel marzo 1072 dal papa Alessandro II (1061-1073), a cura dell'abate Domenico, canonico regolare lateranense dell'ordine di S. Agostino; segue nella stessa lastra un elenco delle reliquie conservate nella basilica.
Nella III campata est si conserva un’iscrizione marmorea a ricordo d'una Teodora che donò alla basilica una sua proprietà nel Campo Lateranense, mentre nella campata successiva è posto un trono pontificio, opera cosmatesca situata nell'abside della basilica al tempo del Papa Nicolò IV (1288-1292); la cattedra è romana come indicano le decorazioni nelle due fiancate e proviene da un edificio termale.
La V campata presenta altri frammenti cosmateschi appartenenti all’Altare della Maddalena, tra cui una lastra piramidale in cui si legge che il maestro Adeodato compì tale opera; l'iscrizione è situata nel basso della lastra piramidale con stemma della famiglia Colonna che contribuì al lavoro. Nella penultima campata si conservano la Lastra tombale di Bartolomeo, arciprete della chiesa di S. Agnese morto il 26 gennaio 1300, e la lastra marmorea contenente copia (fatta eseguire dal canonico lateranense Francesco de Mellini) della bolla di Gregorio XI (1370-1378), emanata dalla residenza pontificia di Avignone il 23 gennaio 1372.
Saltando l’ultima campata che non conserva nulla di medioevale, si passa al lato sud del chiostro. Al centro della I campata è fissato, su base d'età carolingia, un busto marmoreo del II sec. d. C., su cui è immessa una testa femminile d'una imperatrice bizantina non anteriore alla metà del VI secolo. In basso, una base marmorea con leone sostiene una colonna tortile cosmatesca con tessere musive; la colonna è spezzata in alto ed un altro frammento della medesima è situato a destra; si è pensato possa essere stato un candelabro, del sec. XIII.
Nella II campata sud sono state collocate due grandi semicolonne a squame di foglie di palma che la leggenda medievale attribuisce al palazzo di Pilato. Il palazzo detto di Pilato è ricordato nell'Itinerario di Einsiedeln, della fine del sec. VIII, tra s. Maria Maggiore e S. Croce in Gerusalemme o sul colle Cispio; è menzionato anche in un testo dei Mirabilia del sec. XV.
Nella III campata è stato invece posizionato il Monumento sepolcrale del cardinale Riccardo Annibaldi della Molara, opera giovanile di Arnolfo di Cambio (c. 1250 – 1302). Il Panvinio nel 1562 vide il monumento Annibaldi ancora al suo luogo originario nella basilica del Laterano, presso la porta che da essa immetteva alla scala per salire all'aula del Concilio. Borromini trasferì il monumento smembrandolo e lo pose presso la porta dell'estrema navata sinistra, collocandovi sotto una lastra con un'iscrizione. Di questa celebre testimonianza della scultura gotica oggi si conservano due grandi frammenti: il primo raffigura, su uno sfondo a mosaico cosmatesco, una teoria di chierici intenti a celebrare una messa per il defunto; il secondo mostra la statua del giacente adagiata su un sudario; altri frammenti del monumento sono stati identificati tra quelli affissi nelle pareti del chiostro. L'iscrizione è moderna.
La IV campata sud presenta oltre a una grande colonna marmorea poligonale con un anello in ferro (che la leggenda riteneva provenisse dal Palazzo di Pilato), una serie di frammenti marmorei, a grandi lettere in latino, appartenenti alla grande iscrizione del sec. XII, incisa sull'architrave della facciata principale della basilica, riprodotta in quella attuale del XVIII secolo.
Saltando la V campata, la successiva conserva frammenti marmorei decorativi del periodo carolingio e un frammento di pietra tombale con testa deposta su cuscini, dietro tre volumi; resti di epitafio latino ai bordi superiori che permettono identificare un Alexandro de Peruccianis de Interamna.
Tra i reperti della VII campata sud si segnalano invece due pietre tombali rispettivamente del XIV e del XV secolo.
Le campate ovest mostrano pietre tombali marmoree molto consunte di vescovi e vari frammenti di decorazione marmorea carolingia.
Nella IV campata, quattro colonnine sostengono una lastra marmorea orizzontale: nel Medioevo si riteneva che tale altezza corrispondesse alla statura di Cristo.
Nella V campata si conserva la Lastra tombale di Guglielmo Golt, un militare inglese mortò nel 1384.
La VII campata ovest conserva i due battenti bronzei che costituivano le antiche porte del Patriarchìo lateranense; essi furono fatti eseguire nell'anno 1196 da Cencio Camerario (il futuro papa Onorio III: 1216-1227), insieme a quelli del vicino Battistero ancora in loco (v. più avanti), dal maestro Uberto e da suo fratello Pietro, nativi di Piacenza.
Tornando sul lato nord, si segnala nella I campata, oltre a resti di plutei con decorazione di età carolingia, un frammento marmoreo di arcatura di ciborio con epigrafe proveniente dal Patriarchio; vi è citato un presule Leone da identificare o con Leone III (795-807) o Leone IV (847-855) o Leone V (anno 903).
La II e la IV campata presentano due grandi lastre di porfido circondate da decorazione musiva cosmatesca, mentre la V campata nord conserva la lastra marmorea con l'epitaffio di Riccardo Annibaldi, nipote del cardinale Riccardo; egli fu notaio della sede apostolica e morì il 28 agosto 1289.
Si lascia la basilica dall’uscita aperta sul transetto destro, sul lato opposto al chiostro; sulla piazza di S. Giovanni si erge l’obelisco lateranense, il più antico e i più alto di Roma (m. 47). Da qui è possibile apprezzare la cinquecentesca Loggia delle Benedizioni su cui poggiano i due campanili gemelli romanici.

 

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I campanili
Un campanile appartenente alla cattedrale doveva già esistere al tempo di Pasquale II, se nel 1115 risulta in parte distrutto a causa di un fulmine; ma a sua volta esso fu presumibilmente preceduto da un altro da datare al tempo di papa Sergio III (904-911). Gli attuali campanili gemelli risalgono al sec. XIII; le cuspidi furono aggiunte intorno al 1370. Essi sono costruiti in pietra silice dal simmetrico taglio regolare. Elevati su due piani, i due edifici presentano la superficie aperta da trifore con archetti poggianti su colonnine su cui posano capitelli a forma di piramide tronca. La sommità è conclusa in modo originale da una cuspide molto accentuata, recintata alla base da una ringhiera a colonnette. Una delle campane è datata al XIII secolo, mentre quella del 1492 risulta fusa da un certo Pietro Teutonicus.
Nel 1411 un fulmine danneggiò gravemente uno dei due campanili, riparato poi da Martino V nel 1420. Altri due fulmini colpirono la struttura nell'età moderna (1537 e 1602).

 

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Il Battistero Lateranense
Sulla destra della basilica (guardando la Loggia delle Benedizioni) si eleva il Battistero Lateranense. La forma ottagonale si deve al totale rifacimento (su quello originario a pianta circolare), voluto da Sisto III (432-440), il quale, oltre a modificare la pianta, aggiunse anche il pronao all'ingresso sud. Sull'architrave delle otto colonne il papa volle far incidere i seguenti versi: Gens sacranda polis hoc semine nascitur almo / Quam foecundatus Spiritus edit aquis / Mergere peccator sacro purgande fluento / Quem veterem accipiet proferet unda novum / Nulla renascentum est distantia quos facit unum / Unus fons unus Spiritus una Fides / Virgineo foetu genitrix Ecclesia natos / Quos spirante Deo concipit amne parit / Insons esse volens isto mundare lavacro / Seu patrio premeris crimine seu proprio / Fons hic vita et qui totum diligit orbem / Sumens de Christi vulnere principium / Coelorum regnum sperate hoc fonte genitos / Nec numeros quemqua scelerum / nec forma suorum Terreat hoc natus flumine sanctus erit. Da allora le strutture murarie del Battistero sono quelle di oggi, con qualche ritocco nelle finestre e nei due ingressi. Lungo le pareti sono visibili le forme delle antiche finestre chiuse in epoche diverse.
L’ingresso sulla piazza fu fatto aprire nel 1575 da papa Gregorio XIII (1572-1585) in occasione dell'Anno Santo. L’ingresso originario era quello a sud, aperto nel 432 in occasione della ristrutturazione di Sisto III. Successivamente fu adattato da Anastasio IV (1153-1154) e poi di nuovo alla fine del ‘700. L'ingresso antico è delimitato due alte colonne di porfido di oltre sette metri. Ai lati della facciata vi erano in antico due paraste scanalate di cui è rimasta una sola incompleta a sinistra. I passaggi laterali avevano i cancelli in ferro. Nell'alto medio evo furono invece chiusi con lastroni di pietra. Su quello di destra si trova incisa una scritta che si riferisce ad Enrico IV: Anno octavo Dni Henrici imperatoris - ind(ictione) septima - Mense Junii die V Nos Q. de omnibus hominibus mansionariorum venerabilis Basilicae Salvatoris nostri Jesu Christi quae appellatur Constantiniana Maioribus gradibus et minoribus, videlicet... (L'anno ottavo corrisponde al 1064). Al di sopra di tutto l'ingresso scorre l'architrave di marmo scolpito con ornamenti ad ovoli e lineari intrecciati, uguali a quelli che si trovano nell'architrave delle otto colonne all'interno. Nella calotta di destra si conserva un importante mosaico con racemi, fiori, croci gemmate, un agnello e quattro colombe. Il mosaico si fa risalire al V secolo, perciò è il più antico del genere in Roma. Nel braccio di sinistra del pronao è posto l’altare delle ss. Rufina e Seconda, martirizzate nel III secolo sulla via Cornelia. Anastasio IV trasferì le reliquie in questo altare. La calotta dell'abside aveva in antico un mosaico del secolo V, come quello di fronte, ma con scene di vita agreste e pastorale. Andò distrutto nei vari rimaneggiamenti. Le pareti del pronao in alto presentano resti di antichi affreschi ornamentali del secolo V: si tratta di tarsie multicolori su l'intonaco dove non c'era mosaico.
L’interno del battistero è ottagonale e i lati vengono delimitati da otto colonne di porfido; al centro la piscina battesimale con la vasca circondata da una balaustra di colonnine marmoree. In origine l'acqua veniva fatta fluire attraverso sette cervi di argento, asportati dai barbari. In ricordo di essi Paolo VI nel 1967 vi fece collocare i due attuali in bronzo, dai quali però non scende acqua.
Senza intaccare le strutture murarie del Battistero, papa Ilario (461-468), fece costruire all'esterno del battistero tre cappelle dedicate rispettivamente a s. Giovanni Evangelista, a s. Giovanni Battista e alla S. Croce (demolita nel 1586-88 per la costruzione della loggia davanti alla facciata laterale della Basilica).
La Cappella di s. Giovanni Battista fu totalmente rimaneggiata alla fine del 1700. L'ingresso della piccola cappella mostra sull’architrave la scritta Erunt aspera in vias planas, alludenti alla missione del Battista. Sulla soglia si legge il nome del pontefice: Hilarus episcopus plebis Dei. Le porte di bronzo sono suddivise in due rettangoli: quello superiore con fregi a rete, quelli inferiori con una croce. In fondo di nuovo il nome del papa: In honorem beati Iohannis Baptistae, Hilarus episcopus, Christi famulus offert. La tradizione vuole che queste porte provengano dalle Terme di Caracalla; ma in realtà esse sono contemporanee alla costruzione della cappella.
Sullo stipite d'ingresso della Cappella di s. Giovanni Evangelista è inciso: Liberatori suo beato Johanni Evangelistae Hilarus episcopus famulus Christi. Sull'architrave invece, in età posteriore, fu scritto Diligite alterutrum, come ripeteva l’apostolo.
Le porte di bronzo sono opera di Uberto e Pietro di Piacenza, come si legge nel battente inerioreeseguite durante il pontificato di Celestino III (1191-98), come è inciso in alto al battente di destra: Anno V pont. domini Coelestini III papae, Cencio cardinalis S. Luciae et domini papae Camerario iubente opus istud factum est (A Uberto e Pietro si debbono anche le già citate porte bronzee del Patriarchìo, oggi conservate nel chiostro della basilica: v. sopra). I battenti sono suddivisi in rettangoli: Sul battente di sinistra (rettangolo superiore) è raffigurato un pontefice che tiene nella mano destra un globo, simbolo del mondo. La figura è inserita in una facciata con due campanili gotici, che forse alludono alla medievale facciata della basilica.
L'interno della Cappella è a croce greca. La parte più pregevole è il soffitto a crociera, tutto mosaicato, del secolo V. Al centro l'Agnus Dei tra disegni geometrici. Nelle vele a sfondo d'oro si vedono otto fiori con ai lati due uccelli. A destra è l’altare dedicato alla Immacolata Concezione, ritenuto uno tra i più antichi esempi di comatesco in Roma.
L’Oratorio di s. Venanzio vescovo fu fatta costruire da papa Giovanni IV (640-642) della Dalmazia, per riporvi le reliquie di alcuni santi e martiri della sua terra natale. La costruzione venne completata ed abbellita dal successore, il greco Teodoro (642-649) e fu definitivamente sistemata sotto Paolo VI (1963-78), come indica lo stemma al centro del pavimento. Nell’oratorio rimane la splendida decorazione musiva a fondo oro, coeva alla costruzione dell'edificio e rarissima testimonianza dell'arte del VII secolo d. C. a Roma, raffigurante una Deesis, cioè la Vergine affiancata da una simmetrica teoria di santi in piedi, disposti entro l'abside semicircolare e lungo la fronte absidale dell'oratorio. Al culmine dell'absidiola svetta un Cristo benedicente tra due angeli. A sinistra della Vergine sono disposte le figure di papa Teodoro (che offre la nuova costruzione), s. Venanzio vescovo, s. Giovanni Evangelista, s. Paolo; a destra – secondo una logica speculare – si riconoscono invece s. Pietro, s. Giovanni Battista, s. Domnione vescovo e papa Giovanni IV. Sulle pareti laterali sono rappresentati in alto i quattro Simboli degli Evangelisti e sotto le due città che segnano l'inizio e la fine della vita di Cristo (Betlemme e Gerusalemme), recinte da mura con due torri gemmate. Ancora al di sotto una teoria di santi ( Pauliniano, Atelio, Asterio, Anastasio, Mauro, Settimio, Antiochiano e Calano). Nel secolo XVII davanti all'abside fu costruito l'altare attuale per collocarvi in venerazione la Madonna con il Bambino, resto di un affresco quattrocentesco andato in rovina. Appoggiate al muro sono quattro colonnine tortili con basi e capitelli assai elaborati, resto del ciborio del secolo VII. Sulla parete di fondo c'è la custodia degli Olei santi, ornata di bassorilievi di mediocre fattura: ai lati della porticina due angeli con le braccia incrociate sul petto. Nella nicchia è raffigurato Gesù in atteggiamento sofferente, di mediocre produzione artigianale e databile alla fine del sec. XIV.

 

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Il Santa Sanctorum
Si continua la visita agli altri monumenti del Campus Lateranensis. Tornando verso Porta S. Giovanni, sul lato opposto alla facciata della basilica si trova l’edificio della Scala Santa che incorpora quella che forse è la sopravvivenza più preziosa del Medioevo romano: il Santa Sanctorum.
Il Sancta Sanctorum fu nel Medioevo l'oratorio privato dei papi, quello che dal Rinascimento in poi divenne la cappella Sistina in Vaticano. In origine la cappella era situata al piano superiore dell'archivio pontificio. Sisto V, nel 1585-89, facendo demolire il Patriarchium, la isolò e le collocò davanti la Scala Santa.
La cappella era in origine denominata S. Lorenzo in Palatio: soltanto a partire dal sec. IX, per le molte reliquie che vi si custodivano, si cominciò a chiamarla Sancta Sanctorum. Il primo accenno esplicito all’oratorio s'incontra nel Liber Pontificalis sotto Stefano III (768-772). Sempre il Liber Pontificalis riporta che Gregorio IV (827-844), costruì un appartamento privato presso l'oratorio di S. Lorenzo. Sappiamo ancora che sin dal tempo di Leone III (795-816) nella cappella erano conservate, in un'arca di cipresso, molte insigni reliquie che vi si riponevano dopo le processioni. Innocenzo III (1198-1216) legò il suo nome al Sancta Sanctorum per aver fatto costruire le imposte di bronzo della custodia delle reliquie dei ss. Pietro e Paolo, conservate nell'altare, e per aver ricoperto l'immagine del Salvatore d'una preziosa lamina con figure a rilievo e con un'iscrizione +Innocentius pp. hoc opus fieri fecit. Anche Onorio III (1216-1227) apportò molti restauri alla cappella; ma fu Niccolò III (1277-1280) il più benemerito nei confronti del Sancta Sanctorum, giacché per le gravi lesioni del terremoto del 1277 il pontefice la fece restaurare a solo terrae, e in superiori parte testudinis picturis pulcherrimis ornatam, come ci attesta il domenicano Tolomeo di Lucca (1240-1327). La riconsacrazione della cappella ebbe luogo un 4 giugno, probabilmente nel 1279. A papa Callisto III (1455-1458) si deve il rinforzo della parte posteriore orientale della cappella con un grosso muro leggermente inclinato cui appose il suo stemma, ancora esistente.
L'architettura esterna della cappella è oggi visibile per tre lati nella struttura cosmatesca di Niccolò III, ma soltanto nella sua parte superiore. La parte inferiore perimetrale e tutta la parete occidentale sono rimaste coperte dalle co-struzioni di Sisto V (1585-1590). L'aspetto originario dell'esterno può essere desunto integralmente soltanto dal modellino dipinto che papa Niccolò III in persona regge in mano, nella scena della Presentazione sulla parete d'altare.
Dalla visione diretta dei lati ancora liberi, si può vedere una muratura perimetrale in mattoni (di reimpiego, ma scelti con cura), decorata da due archi di scarico. A un metro circa sotto il tetto la muratura è corsa tutta attorno da una cornice aggettante di mattoni, divisa da una teoria di trentotto mensole di marmo per lato. Sopra la cornice vi era un rivestimento di piombo di cui si vedono ancora le tracce. Negli archi centrali della vecchia costruzione si individua una finestra gotica (dell'epoca di Niccolò III), che male si struttura con il resto della parete dichiaramente romanica.
Per quanto riguarda invece la Scala Santa (detta anche Scalae Pilati), una tradizione tardomedioevale quanto mai vaga asseriva che essa sarebbe stata traslata da Gerusalemme a Roma nel 326 circa e proverebbe dal palazzo del governatore romano Ponzio Pilato che giudicò Gesù, il quale nel venerdì santo avrebbe salito quei gradini bagnandoli del suo sangue (di cui ancor oggi si noterebbero tracce sul 2°, sull'11° e sul 28° scalino); in realtà nei Vangeli (anche apocrifi) non c’è accenno al fatto che Gesù salì una scala del pretorio. Tuttavia, fino al tempo di Sisto V Scala Santa e Sancta Sanctorum erano due edifici vicini ma distinti. Nell’ambito della nuova sistemazione sistina, Domenico Fontana affiancò alla scala (che si poteva salire soltanto in ginocchio), quattro scale, per l'ordinario disimpegno. A destra fu eretto l'Oratorio del Ss. Sacramento (1623), al quale fu addossato nel 1743 l'abside del triclinio di Leone III, a sinistra Pio IX costruì, dal 1852 al 1856, il primo piano del convento dei Passionisti che essi, nel 1876 completarono col piano sovrastante. A Pio IX si deve anche la realizzazione dell'atrio. In cima alla Scala Santa, sulla parete del corridoio che raccorda le cinque scale, si aprono le inferriate dalle quali si può vedere l'interno del Sancta Sanctorum.
La parte architettonica dell'interno del Sancta Sanctorum non è stata più toccata dal tempo di Niccolò III. Il vano grande misura m. 7 x 7; quello absidale m. 2,73 x 5,85. Sull'ingresso dell'oratorio è collocata l'iscrizione con il nome dell'architetto (+Magister Cosmatus fecit hoc opus), mentre sullo sportello di destra dell'arca di Leone III è incisa l'iscrizione di Niccolò stesso.
Il mosaico pavimentale è molto consumato presso i gradini dell'altare, per la frequenza dei visitatori nelle funzioni (cessate sotto Pio V, 1566-1572). Le pareti, per l'altezza di quattro metri, sono rivestite di lastre di pavonazzetto. La crociera rialzata è sostenuta ai lati da quattro slanciate colonne di porfido (successivamente stuccate e dorate) con capitelli compositi. Alle pareti poggiano colonnine tortili sormontate da capitelli anche essi compositi, dai quali partono gli archi trilobati. Tra le colonnine tortili del lato orientale si aprono due finestre con inferriate, che immettono in cellette contenenti reliquie. L'iscrizione Non est in toto sanctior orbe locus è del tempo di Sisto V. Sulla predella, decorata con mosaici, è posto l'altare ingabbiato da una massiccia inferriata, dalla quale si scorgono i pilastri provenienti da costruzioni classiche. Questo altare accoglieva il nucleo principale delle reliquie e fino al 1905 custodì anche i preziosissimi reliquiari trasportati poi al Vaticano.
L'ingresso della cappella fu posto dal maestro Cosma nell'angolo sud-ovest; ma, probabilmente, il primitivo ingresso doveva trovarsi sul lato occidentale di fronte al presente altare. Una pesante porta di bronzo (datato al sec. IV) con due grosse serrature, custodisce oggi l'unico ingresso. Nella parete occidentale furono aperte tre finestrelle, una più ampia e due minori, per dar modo ai visitatori di ammirare l'interno dell'oratorio quasi sempre chiuso.
Nel corso di una ricognizione nel 1905 venne alla luce un tesoro di mirabile ricchezza (reliquie, reliquiari, avori, teche, stoffe, pergamene, ecc.), che fu trasferito nel Museo Sacro e Cristiano della Biblioteca Vaticana. Tra i cimeli più pregevoli si annovera la Croce Aurea smaltata, ove è narrata, sul retro, la storia di Gesù fino all'inizio della vita pubblica. Questa croce (alta cm. 27 e larga 18) è del tempo di Pasquale I (817-824). Alla loro antica sede, il 13 settembre 1907, furono restituite solamentele sacre reliquie, che si conservano ancora sotto l'altare papale in moderni reliquiari d'argento dorato.
I recenti restauri hanno permesso il recupero del ciclo affrescato; esso è distribuito in tutta la parte alta della cappella. Sulla parete orientale è la grande scena dell'Offerta del modello della cappella fatta da Niccolò III tra s. Pietro e s. Paolo al Redentore (dipinto nell'altro riquadro). Si noti la novità del ritratto di Niccolò, che, inginocchiato, raggiunge quasi l'altezza di Pietro e Paolo. Il modellino della cappella è raffigurata in modo del tutto realistico, con esattamente nove incroci di grate alle finestre e le ombre giuste sul tetto.
Fra le colonne tortili, nella fascia di sotto è rappresentata al centro la Vergine con il Bambino, con ai lati i ss. Giovanni Evangelista e Battista e i profeti David e Isaia. Sulla parete occidentale è rappresentato il Martirio dei ss. Lorenzo e Stefano, mentre nelle nicchie trovano posto due papi (s. Silvestro e s. Gregorio), due vescovi (s. Dionigi l'Aeropagita e s. Nicola) e i fondatori di ordini religiosi (s. Benedetto, s. Domenico, e s. Francesco).
Nei due riquadri del timpano e nelle nicchie della parete settentrionale sono invece rappresentati La condanna di s. Agnese e Il miracolo di s. Nicola che procura la dote alle tre fanciulle povere. In basso la teoria degli Apostoli e due figure variamente interpretate come evangelisti o come i ss. Lorenzo e Stefano.
La parete meridionale mostra infine gli importanti affreschi del timpano con le scene dei Martìri di s. Pietro e s. Paolo: per s. Paolo v'è un chiaro accenno alle Tre Fontane, identificabile con il rilievo collinoso. S. Pietro è crocifisso (secondo la più antica tradizione) sulla via Cornelia: si distinguono Castel S. Angelo nel suo aspetto medioevale, la Meta Romuli, e altri edifici di Borgo e del Gianicolo. Nella crociera della vòlta sono dipinti in affresco, a mezza figura, i Simboli degli evangelisti su un fondo azzurro stellato. Queste stelle dovrebbero essere del secolo XVIII. In ogni parete, i triangoli lunettati tra il rettangolo della scena e la curva della finestra contengono otto figure d'angeli. Anche i vani delle finestre dovevano essere coperti di decorazioni: se ne vedono le tracce nella finestra di fronte all'altare.
Per quanto riguarda gli autori del ciclo di affreschi del Sancta Sanctorum, basti dire che oggi pare ormai sorpassata l’attribuzione a Cimabue, del quale mancano i tratti caratteristici (illusivismo prospettico, aulicità, violento dinamismo delle figure e delle composizioni): i pittori del Sancta Sanctorum mostrano un tono sicuramente più disteso. È difficile anche stabilire se gli autori dei motivi decorativi siano i medesimi che dipingono le scene. Di certo i pittori di più alta qualità si concentrarono nella parete dell'altare (che ospita anche le scene più significative) e nel Miracolo di San Nicola, probabilmente in ossequio al pontefice omonimo.
La volta absidale presenta il mosaico con il Cristo pantokrator in un medaglione su fondo oro, retto da quattro angeli. Nelle lunette vi sono le immagini musive dei ss. Nicola, Stefano, Lorenzo, Agnese, Pietro e Paolo.
La pulitura e le operazioni di restauro recentemente completate consentono di apprezzare la decorazione musiva, i cui caratteri stilistici sono in linea con il rinnovamento dell'orizzonte figurativo inaugurato dal pontificato di Niccolò III, mentre è destinata a tramontare l'idea che il mosaico sia un'opera del tempo di Onorio III salvata e confluita nella ricostruzione della cappella del Sancta Sanctorum da parte di Niccolò III.
Di tutti gli oggetti sacri conservati nel Sancta Sanctorum, il più antico, celebre e venerato è l'immagine del SS. Salvatore detta Acheropita (cioè non dipinta da mano d'uomo), conservata sopra l'altare papale. Si tratta di una tempera su tela di canapa (incollata su una tavola di noce) di cm. 142 x 70. Le tradizioni leggendarie circa l'Acheropita sono due: una gerosolimitana che la fa provenire da Gerusalemme, ritenendola iniziata dall’evangelista Luca, e completata da un angelo; l'altra bizantina che la crede originaria di Costantinopoli, al tempo della persecuzione iconoclasta di Leone Isaurico (sec. VIII). In realtà oggi si propende per una origine romana dell’Acheropita, da datare forse al tempo di papa Ilaro (461-468).
La più sacra delle icone romane è nominata per la prima volta nel Liber Pontificalis al tempo di Stefano II (752-757), allorché quel papa, per scongiurare il pericolo dell'invasione dei Longobardi di Astolfo (753), la portò sulle proprie spalle, dando inizio all'uso di portarla in processione dal Laterano a S. Maria Maggiore. Questa funzione processionale è comprovata dalla croce dipinta sul retro della tavola, eseguita forse durante il restauro intrapreso sotto il pontificato di Giovanni X (915-928); a tale restauro si deve anche il rinnovamento della cornice e l’applicazione di un nimbo di metallo intorno al volto di Cristo.
Una grande manifestazione di venerazione era tributata all’icona nella processione che si teneva nella notte avanti la festa dell'Assunta (15 agosto). Di tale processione si ha notizia certa sin dal tempo di papa Leone IV (874-885), ma forse si può far risalire al tempo di Sergio I (687-701).
Un nuovo restauro risale ad Alessandro III (1159-1181), il quale fece riprodurre il volto del Salvatore su una stoffa di seta, che fu applicata sopra l'originale: è questa la riproduzione, di fattura molto rozza, che attualmente si vede. Sembra che fu resa necessaria per il fatto che si era sparsa la voce che fossero capitate disgrazie a chi aveva visto a lungo l’immagine: si diceva addirittura che un papa era diventato cieco per averla vista troppo da vicino!
Un terzo restauro si deve a Innocenzo III (1198-1216), che fece rivestire tutta l'immagine, eccetto il volto, d'una lastra istoriata in argento dorato. Con l’intervento innocenziano del Cristo rimane praticamente visibile soltanto il volto; attraverso uno sportellino si può accedere tuttavia ai piedi, al fine di poter effettuare la lavanda rituale dei piedi durante la cerimonia del giovedì santo.
Molte aggiunte posteriori hanno poi arricchito il rivestimento di Innocenzo III. Nei bordi laterali sono rappresentati gli Evangelisti, Maria e l’Angelo annunziante, i ss. Stefano, Lorenzo, Giovanni evangelista, Pietro, Paolo, Agnese e Prassede, in rapporto alle reliquie conservate nel Sancta Sanctorum. La fascia del bordo inferiore con dieci rombi (in cui sono incise le figure di un papa e dei ss. Agnese, Paolo, Giovanni Battista, Madonna con Bambino, Michele, Pietro, Lorenzo, Prassede) si deve attribuire al secolo XIV. Sempre di questo periodo è da ritenere la piastrina dell'Agnus Dei, nel centro a sinistra. Le aperture, praticate per l'uso invalso (sec. XIII-XIV) di ungere con balsamo le mani, il costato e i piedi del Cristo, furono chiuse con tre medaglioni niellati (in cui sono rappresentati la Crocifissione, la Natività e l'Incoronazione della Vergine) e con la porticina dei piedi, alla fine del sec. XIV o ai primi del XV. Molto più recenti (sec. XV-XVI) sono la corona fiammante sopra gli sportellini dei piedi, il rettangolo aperto attorno alla sua testa e l'au-reola d'argento dorato con pietre preziose; il tutto appesantito da doni più o meno pertinenti.
Per la grande venerazione in cui era tenuta a Roma, attraverso i secoli si son fatte delle repliche più o meno somiglianti dell'Acheropita; tra le più famose ci sono quella di Trevignano (sec. XII), quella di Bracciano (eseguita nel 1315 da Gregorio Donati) e quella della cattedrale di Sutri.
I sotterranei. Entrando dalla parte del convento dei Passionisti, nel primo vano dei sotterranei (venuti alla luce nel 1905 e restaurati nel 1968) si trova una struttura rettangolare a forma di torre con due finestrelle (quella sopra l'ingresso conserva ancora la transenna marmorea originale); la massiccia costruzione in mattoni potrebbe essere parte della base di quella torre fatta edificare da papa Zaccaria, e crollata nel terremoto del 904.
Nel secondo vano si trovano due colonne ancora sulle loro basi e coronate da un architrave. Le due colonne (di marmo cipollino, alte rispettivamente m. 3,60 e m. 3,80) sono i resti del portico corrispondente alla facciata del Patriarchium; il timpano in mosaico con la figura dell'Agnello, fissato nella parete sopra l'altare, risale presumibilmente al sec. XII-XIII.
Nel terzo vano si conservano resti di una serie d'affreschi che ornavano il portico situato davanti all'archivio Lateranense. Sul pilastro a sinistra sono dipinte delle colonne (fregiate in alto con rami di palma e con alcune figure ormai irriconoscibili) e una scena interpretata il Seppellimento di s. Giovanni Evangelista, per il fatto che in alto si osservano dei punti bianchi in cui si è voluto riconoscere la manna che cadde sulla tomba dell'apostolo dopo che fu sepolto (stando a quanto dicono gli Atti apocrifi di san Giovanni). L’opera è stata datata al sec. IX sulla base di una certa somiglianza con il Seppellimento di s. Cirillo nella chiesa inferiore di S. Clemente. Nel pilastro di fondo, si nota, in mezzo a cerchi di palme, un leone (o grifo) nell'atto di sbranare un cavallo.
Nei due restanti locali che ora fanno parte della cappella dell'Arciconfraternita del SS. Sacramento, adiacente alla Scala santa (lato sud), si conservano altri affreschi tra cui quello rappresentante una figura togata intenta alla lettura (di circa m. 1 x 2), che, sulla base dei versi ai suoi piedi (Diversi diversa patres sed hic / Omnia dixit romano eloquio / mistica senso tonans), interpretata come s. Agostino (354-430). Tale figura sarebbe la più antica immagine conosciuta del santo Dottore, da collocarsi tra il VI e VII secolo. Quest'affresco, recentemente restaurato, dimostra che questa parte dei sotterranei è antichissima e comunque anteriore a tutti i documenti che ci rimangono del Sancta Sanctorum.

 

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Il Triclinio di Leone III
Uscendo dalla Scala Santa, si passa alla grande edicola (di stile neoclassico, con ampia scalinata e con una cancellata del 1929-30 sul davanti) che fa da supporto a quelli che furono i mosaici del Triclinio di Leone III. Quello di Leone III fu il più splendido dei triclini, cioè le sale dei banchetti religiosi, espressione monumentale della carità e della fratellanza in Cristo dove i papi convitavano il clero ed i cittadini nelle feste solenni.
Questo mosaico è la parte restante di una grande opera musiva che ricopriva l'ampio e fastoso triclinio che papa Leone III fece costruire nel lato sud del Patriarchium per ricevere solennemente Carlo Magno dopo averlo incoronato imperatore romano in S. Pietro. Il triclinio fu demolito dal Fontana nel 1589, ma fu salvato il mosaico del catino. Questo fu sistemato in una grande edicola posta dalla parte opposta della piazza, nei pressi della vicina Porta Asinaria, verso la facciata della basilica. Nel 1625, sotto Urbano VIII, il mosaico subì un radicale restauro, ma soltanto nel 1743, sotto Benedetto XIV, esso fu trasferito nell'attuale sito. Dell'opera musiva originale è rimasta in situ solo quella scena che (a destra di chi guarda) ritrae le immagini di Leone III e di Carlo Magno inginocchiati ai piedi di s. Pietro, mentre una parte autentica dello stesso mosaico si conserva nella Biblioteca Vaticana.
Le scene sono tre. In quella centrale, copia dell'originale perduto, si vede Cristo dopo la sua resurrezione che, con il Vangelo aperto in cui è scritto Pax vobis, conferisce agli undici apostoli il potere di evangelizzare il mondo. A sinistra Cristo in trono consegna le chiavi del potere a s. Pietro e il labaro a Costantino. Nella scena di destra s. Pietro sta in trono e consegna a papa Leone il pallio, e a Carlo, ancora re e non imperatore, una bandiera.
La figura chiave di tutta la simbologia politica delle scene è Costantino, modello di Carlo Magno. Le scene presentate dal mosaico intendono affermare la sacralità del potere e, implicitamente, la preminenza del potere sacro su quello civile. Stilisticamente la figurazione si riallaccia alla perdurante maniera aulica bizantina.

 

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La chiesa dei Ss. Marcellino e Pietro
Lasciamo momentaneamente il Campus Lateranensis; una breve deviazione lungo via Merulana ci permette di raggiungere la chiesa dei Ss. Marcellino e Pietro (via Merulana 161). La chiesa è di antichissima origine e si fa risalire addirittura al tempo di papa Siricio (384-399). Fu restaurata sotto i pontificati di Gregorio III (731-741) e di Alessandro IV (1254-1261). L'aspetto attuale della chiesa è dovuto al totale rifacimento ordinato da Benedetto XIV (1740-1758). Sul primo pilastro a destra dell'ingresso, una epigrafe del 1256 con le immagini dei santi titolari in bassorilievo, commemora i restauri eseguiti sotto il pontificato di Alessandro IV.

 

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La chiesa di Ss. Andrea e Bartolomeo
Si torna sulla piazza in direzione del Battistero e si sorpassa la chiesa di Ss. Andrea e Bartolomeo (via S. Giovanni in Laterano 280), edificata presso la casa paterna di papa Onorio I (625-638), ma completamente ricostruita nel 1634 (benché conservi all’interno ancora il pavimento di tipo cosmatesco del 1462).

 

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L'Ospedale del Salvatore o Lateranense
Sul lato di Piazza S. Giovanni compreso tra Via Amba Aradam e Via di S. Stefano Rotondo sorge l'Ospedale del Salvatore o Lateranense (ora parzialmente in disuso), costruito tra il 1630 e il 1636 da Giacomo Mola con la collaborazione di Carlo Rainaldi, sfruttando in parte costruzioni del XIV secolo. Nel 1348, per iniziativa della Compagnia dei Raccomandati del Salvatore, fu costruito l'ospedale e una chiesa annessa, dedicandoli entrambi a S. Michele Arcangelo. L'ospedale andava a sostituire quello di S. Antonio iuxta Lateranum annesso alla poc’anzi citata chiesa dei SS. Pietro e Marcellino. La posizione del nuovo ospedale era funzionale all'accoglienza dei pellegrini che entravano a Roma da Sud, ovvero da Porta S. Giovanni, analogamente alla funzione svolta dall'Ospedale di S. Giacomo in Augusta a nord (presso Porta del Popolo). L'Ospedale di S. Michele, ottenne rendite e privilegi per poter provvedere alla cura dei pellegrini e degli infermi; nel 1381, ad esempio, il Senato romano confermò la donazione di una parte del Colosseo fatta da Matteo di Giacomo Colonna, insieme alla somma di 500 fiorini. Intorno alla metà del sec. XV, per iniziativa di Everso II degli Anguillara, fu costruito un nuovo braccio e la dedica fu mutata in quella, definitiva, di Ospedale del Salvatore (lo stemma di Everso è ancora visibile sulla facciata su piazza di S. Giovanni).
Le testimonianze dell'Ospedale trecentesco di S. Michele sono costituite da: un'epigrafe intorno al portale quattrocentesco in Via di S. Stefano Rotondo (Hoc opus inchoatum fuit tempore guardianatus Francisci Vecchi et Francisci Rosane priorum sub Anno Domini MCCCXLVIII / indictione secunda mense septembris); un piccolo portico su via di S. Stefano Rotondo che doveva precedere l'ospedale di S. Michele; una facciata laterizia, a capanna, subito alle spalle del portico, che forse è da identificare con l'antica chiesa di S. Michele, poi trasformata in ospedale; una piccola statua di S. Michele Arcangelo (fine sec. XIV), probabilmente appartenente alla chiesa e ora conservata sul pianerottolo di una scala interna dell'Ospedale sesentesco. Il ripristino dell'aspetto medioevale del portico e della facciata è avvenuto nel 1932, nel corso dei restauri condotti da Gustavo Giovannoni.

 


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