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le basiliche patriarcali s.maria maggiore

 

In questa pagina:
S. Maria Maggiore
La storia medioevale
La facciata e la loggia
L'interno
Mosaici della navata
Mosaici dell'arco triofale
Abside
Navata destra
Navata sinistra e transetto
Cappella del Presepe
L'esterno e il campanile


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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

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aggiornata il 03.10.2007

La storia medioevale
La basilica di S. Maria Maggiore fu il primo edificio sacro in Roma a essere dedicato alla Vergine; essa sorge sul punto più alto del Cispius, l'altura settentrionale del colle Esquilino, in un'area collegata al centro della città con il Vicus Suburanus (attualmente ricalcato dall’asse via in Selci - via di S. Martino ai Monti) e con il Vicus Patricius (l'attuale via Urbana) e dominata dalla presenza del Tempio di Giunone Lucina, costruito nel 375 a.C.

IV secolo. Secondo la tradizione, la Vergine, nella notte fra il 4 e il 5 agosto del 358 d.C., apparsa in sogno a papa Liberio (352-366) e al ricco senatore Giovanni, chiese di erigere una chiesa nel luogo ove la notte stessa fosse caduta la neve. Il pontefice ed il senatore la mattina seguente trovarono imbiancata la cima esquilina; sulla neve fresca Liberio tracciò la pianta della futura basilica che, dal nome del pontefice, fu chiamata Liberiana. Questa basilica originaria doveva probabilmente essere a navata unica, come altri esempi presenti a Roma in quel periodo.
La chiesa fu poi completamente rifatta da papa Sisto III (432-440), probabilmente sul sito di quella precedente. La presenza rilevata tra il 1931 ed il 1933 di murature in opera listata al di sotto dell'abside sistina potrebbe far pensare ai resti della Liberiana, mentre le strutture romane venute in luce durante gli scavi del 1960-61 sembrano essere pertinenti ad un complesso privato, articolato intorno a un cortile centrale; su una parete sud è ancora leggibile un calendario dipinto con scene relative al secondo semestre dell'anno.
La facciata della basilica sistina doveva essere preceduta da un atrio porticato di cui però non rimangono testimonianze archeologiche. La luce filtrava all'interno dalle finestre, ventuno per lato, che si aprivano nel muro di sopraelevazione della navata centrale: queste erano arcuate, definite da una ghiera di mattoni e chiuse da lastre marmoree traforate. Già nel Medioevo alcune di esse furono chiuse, altre trasformate in bifore secondo i dettami gotici; alla fine del Cinquecento il cardinal Pinelli le fece chiudere alternativamente ottenendo il numero attuale di venti. L'interno della basilica si presentava suddiviso in tre navate di cui la centrale, maggiore delle altre, terminava con l'arco trionfale.
La suddivisione interna era data da venti colonne monolitiche per lato. I capitelli erano tutti ionici e di reimpiego. La copertura era a capriate lignee. Il pavimento era formato da lastre marmoree di recupero disposte irregolarmente appena 5 cm. sotto l'attuale. Tracce sull'ultima colonna della navata sinistra fanno supporre la presenza di una transenna marmorea continua sui lati, alta circa 150 cm.
L'abside aveva un raggio di circa sette metri e vedeva l'apertura di cinque finestre; al centro di essa era posto il seggio pontificio. Tutta la chiesa era caratterizzata da una ricca decorazione che si estendeva sulle pareti della navata centrale al di sopra dei capitelli delle colonne, sull'arco trionfale, sull'abside e sulla controfacciata, dove, analogamente a S. Sabina, era inserito un grande pannello in mosaico con una lunga iscrizione che costituiva la dedica della chiesa da parte di Sisto III. Pur distrutto dagli interventi settecenteschi, se ne conosce il contenuto da sillogi medioevali. Della decorazione dell'abside primitiva oggi non abbiamo più nulla a esclusione del tralcio di fiori e foglie che, nascente da due vasi, si dispone nel sottarco con al centro il monogramma di Cristo.

VIII-XII secolo. La chiesa non ebbe interventi rilevanti a livello strutturale fino alla metà circa dell'VIII secolo quando furono fatte sostituire da papa Gregorio III (731-741) cinque travi; altri venti furono poi sostituiti intorno al 783 sotto papa Adriano I (772-795). Nell'809 papa Leone III (795-816) fece restaurare tutte le strutture portanti della chiesa, compreso il quadriportico antistante ricostruito completamente sotto papa Eugenio III (1145-1153).
Con l'intervento di Pasquale I (817-824) si ebbe lo spostamento della cattedra episcopale posta sin dall'inizio al centro dell'abside, come in tutte le altre chiese. Si narra che il papa fosse disturbato dal chiacchiericcio delle donne durante le funzioni e che proprio per questo avrebbe fatto rialzare il seggio e l'altare, sotto il quale fu posta una confessione.
Il pavimento precosmatesco, fortemente rielaborato nel sec. XVIII, è databile intorno alla prima metà del XII secolo: tutti i pannelli a tarsie marmoree che, interrotti da stemmi pontifici, formano il piano di calpestio della basilica possono considerarsi degli originali. A maestri cosmati si devono ascrivere anche altri elementi di arredo (altari e amboni) oggi scomparsi.

XIII secolo. Tra il 1256 e il 1259 due tabernacoli gotici a forma di tempietto furono donati alla basilica, uno da Giacomo e Vinia Capocci (se ne conserva un frammento a Vico nel Lazio), l’altro dal Senato e dal popolo romano. Questi tabernacoli furono collocati presso il presbiterio per custodirvi l’icona su tavola Maria Salus Populi romani (ora nella Cappella Paolina) e le reliquie del Presepio (ora nell’ipogeo omonimo).
Papa Niccolò IV (1288-1292) intraprese una ristrutturazione radicale della basilica che ne cambiò completamente l'aspetto; l'intervento più significativo fu costituito dall'aggiunta del transetto, con la conseguente distruzione delle antiche absidi sostituite con delle nuove a profilo poligonale. I lavori furono condotti sotto la supervisione del cardinale titolare Jacopo Colonna, che con alterne vicende, li seguì fino al completamento. Il transetto con i suoi 35 metri di lunghezza sporgeva appena oltre i muri laterali della basilica (costruirlo più ampio avrebbe resi necessari nuovi lavori di terrazzamento). L’abside fu ricostruita più ampia di circa 70 centimetri rispetto alla precedente e, a differenza di questa, con un profilo poligonale che trovava confronti a Roma solo con quella della chiesa di S. Maria sopra Minerva e con quella del Laterano. Va però ricordato che l'abside poligonale ed il transetto caratterizzavano anche la pianta della basilica di Assisi, appartenente allo ordine francescano, da cui proveniva Niccolò IV.
L'abside poligonale presentava un paramento esterno in laterizio decorato da cornici marcapiano che si sovrapponevano alle semicolonne poste in corrispondenza degli spigoli. A esclusione del lato centrale, su ciascuno degli altri quattro si apriva una finestra con arco a sesto acuto: l'assenza dell'apertura al centro è spiegabile con la decorazione che all'interno ricopriva in quel punto la superficie absidale.
La decorazione del transetto dovette essere progettata insieme a quella dell'abside, ma la sua realizzazione non fu mai completata: i frammenti superstiti dimostrano che alla tecnica del mosaico si era sostituita quella dell'affresco e che i lavori furono portati avanti, almeno all'inizio, quasi contemporaneamente o subito dopo la fine di quelli absidali. È certo che non fu mai terminata: la ragione di ciò può essere ricercata negli avvenimenti che seguirono la morte di Niccolò IV, primo fra tutti l'allontanamento da Roma di Jacopo Colonna da parte di Bonifacio VIII per i molti contrasti tra loro. Il cantiere, rimasto senza colui che se ne era fatto carico sin dall'inizio, fu interrotto e la decorazione del transetto rimase limitata a una parte del braccio settentrionale. Ciò che ci è giunto mostra in alto un cornicione retto da mensole cassettonate, al di sotto delle quali si alternano clipei con i busti di Santi e Profeti, a girali fiorite disposte intorno a mandorle con pavoni. Il frammento di affresco, trovato sulla parete del transetto nord e interpretabile come una scena della Creazione, ha fatto supporre che sulle pareti erano previsti cicli veterotestamentari, a nord, e neotestamentari a sud. Nonostante le varie ipotesi sul nome dell'artista che realizzò in particolare i volti all'interno dei clipei, non si è ancora giunti ad identificarlo. Nello stesso periodo furono eseguiti i restauri che portarono all'introduzione dei tondi con l'Agnus Dei nel fregio continuo a girali di acanto che corre sotto i mosaici delle pareti.

 

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La facciata e la loggia
L’impegno fervido di  papa Niccolò IV non si limitò soltanto all'interno della chiesa, ma coinvolse anche la facciata che si presentava con un portico nella parte inferiore, aggiunto da papa Eugenio III alla metà del XII secolo, ed un muro in cortina laterizia nella parte alta, privo di ogni elemento decorativo. Niccolò IV volle che la facciata fosse arricchita da un ciclo musivo, articolato su due registri, ancora oggi visibili dietro le arcate della loggia della facciata settecentesca, che ha purtroppo alterato profondamente la percezione dell’opera medioevale. Il ciclo fu commissionato a Filippo Rusuti, allievo di Jacopo Torriti (l’autore dei mosaici absidali); Rusuti realizzò di certo la zona superiore dato che ancora oggi è possibile leggervi la sua firma; alcune perplessità sussistono invece per la parte inferiore, che denota indubbie differenze di stile con il resto della composizione, anche per quanto riguarda la dimensione delle tessere, più grandi inferiormente, e per la loro messa in opera che, sempre inferiormente, risulta più irregolare.
Il registro superiore ruota intorno al clipeo con il Cristo in trono reso secondo la più classica iconografia bizantina. Il trono è gemmato, il Salvatore è vestito con toga purpurea e tiene nella mano sinistra un libro aperto; sotto ai suoi piedi, sulla cornice del clipeo, si legge Philippo Rusuti fecit hoc opus. Quattro angeli circondano il tondo: alle spalle di quello di destra due piccole figure ritraggono i cardinali Iacopo e Pietro Colonna committenti dell'opera dopo la morte del papa. Ai lati di questa scena centrale trovano posto le figure della Vergine e dei ss. Paolo, Giacomo, Gerolamo a destra, e dei ss. Giovanni Battista, Pietro, Andrea, Matteo a sinistra. In alto i Simboli degli Evangelisti.
Nel registro inferiore - a destra e a sinistra del grande rosone centrale (la cui vetrata è stata rifatta nel 1995) intorno a cui sono raffigurati gli stemmi dei Colonna - quattro riquadri rappresentano episodi relativi alla fondazione della basilica da parte di papa Liberio, corredati ciascuno da una didascalia: Il sogno di papa Liberio; Il sogno del patrizio Giovanni; Giovanni racconta il suo sogno al papa; Papa Liberio traccia sulla neve la pianta della chiesa.

 

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L'interno
L'interno, lungo circa 85 metri, ha mantenuto un aspetto vicino a quello di Sisto III con le aggiunte di Niccolò IV: le alterazioni più manifeste sono rappresentate dall'accecamento di metà delle finestre, dalla riedificazione arretrata dell'abside e dall'interruzione dei colonnati con le due arcate in corrispondenza delle cappelle Paolina e Sistina. L'impianto è articolato in tre navate. La navata centrale è conclusa dall'arco trionfale sistino e dall'abside del XIII secolo; sulle navate laterali si aprono le cappelle costruite a partire dal XV secolo. Il pavimento è di tipo cosmatesco, messo in opera sotto Eugenio III (1145-1153) e offerto dai nobili romani Giovanni e Scoto Paparoni, che vi erano raffigurati a cavallo in un riquadro musivo, andato perduto duranti i lavori del Fuga: in realtà solo nella navata centrale si conserva abbastanza integra l'opera della metà del XII secolo, nonostante l'inserimento degli stemmi cinquecenteschi del cardinal Pinelli e la risistemazione effettuata nel corso del Settecento.

 

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I mosaici della navata
I mosaici sulle pareti della navata centrale, benché restaurati e interpolati, sono ancora quelli del tempo di Sisto III (432-440): sotto ogni finestra, chiuso in una cornice in stucco, è inserito un pannello figurato per un totale di diciotto per lato. In antico il loro numero era di ventuno su ciascuna parete, ma l'apertura degli arconi per accedere alle cappelle Sistina e Paolina hanno comportato la distruzione di tre pannelli per lato. Durante i lavori del 1593, nove dei riquadri originali furono completamente rifatti, sostituendo la pittura al mosaico, per le pessime condizioni in cui versavano; in molti degli altri, restauri di varie epoche hanno sostituito, sempre con la pittura, frammenti di scene in cui le tessere erano cadute.
La decorazione in mosaico fu realizzata da almeno tredici artisti diversi, che elaborarono, ognuno secondo il proprio gusto e le proprie capacità, quello che doveva essere un piano decorativo unitario. Per seguire l'ordine cronologico dei pannelli bisogna partire, su entrambe le pareti, dall'abside verso l'ingresso: si segue così sul lato sinistro la storia di Abramo e Giacobbe, mentre su duella destro i protagonisti sono Mosè e Giosuè. Nella quasi totalità, gli episodi narrati su di un pannello sono due.

Parete sinistra:

  1. Offerta del pane e del vino ad Abramo da parte di Melchisedec, re di Salem (la presenza di Cristo indica l’episodio come anticipazione del sacramento della Eucarestia);
  2. Apparizione ad Abramo del Signore sotto l'aspetto di tre uomini nella valle di Mambre; Abramo ordina a Sara di preparare tre focacce; Abramo imbandisce la tavola per i tre uomini;
  3. Abramo e il fratello Lot si separano; pascoli popolati di pastori ed armenti;
  4. i pannelli seguenti sono stati distrutti nel 1611 per l'apertura dell'arcata corrispondente all'ingresso della cappella Paolina. Per i pannelli mancanti esistono solo delle ricostruzioni ideali. Seguono:
  5. Isacco benedice Giacobbe; Esaù che presenta a Isacco il frutto della caccia;
  6. Sogno di Giacobbe (rifacimento del sec. XVI);
  7. Rachele annuncia al padre Labano l'arrivo di Giacobbe; Abbraccio tra Labano e Giacobbe; Labano introduce Giacobbe nella propria casa;
  8. Giacobbe chiede in sposa Rachele a Labano che gli impone invece la sorella Lia; Labano chiede a Giacobbe di restare a suo servizio per sette anni in cambio della mano della figlia;
  9. Giacobbe lascia il gregge per chiedere di nuovo in sposa Rachele; Labano invita gli amici alla festa di nozze; Sposalizio;
  10. Giacobbe chiede a Labano il premio per i suoi servizi; Divisione dei due greggi;
  11. Giacobbe pone le verghe dove si abbeverano gli armenti; Dio ordina a Giacobbe di tornare a Canaan con le mogli Rachele e Lia; Giacobbe riferisce alle mogli il volere di Dio;
  12. Giacobbe riconosce le vesti insanguinate di Giuseppe dopo averlo venduto agli egiziani (rifacimento del sec. XVI);
  13. Invio dei messi di Giacobbe a Esaù; I messi informano Giacobbe sull'esito della loro missione; la scena inferiore è perduta;
  14. Preparativi per il sacrificio di Isacco (rifacimento del sec. XVI); Emor ed il figlio Sichem chiedono a Giacobbe la mano di Dina; I figli annunciano a Giacobbe il rapimento di Dina;
  15. I figli di Giacobbe discutono con Emor e Sichem; Emor e Sichem convincono i loro sudditi a farsi circoncidere.
  16. I pannelli successivi sono tutti opera del restauro di fine Cinquecento.

Parete destra:

  1. Incoronazione di una santa martire (interpolazione del sec. XVI);
  2. La figlia del faraone adotta Mosè; Disputa con i sapienti egiziani (questa scena deriva dal commentario di Pilone Alessandrino a differenza di tutte le altre per le quali la fonte è esclusivamente la Bibbia);
  3. Nozze di Mosè con Sfora; Visione del roveto ardente;
  4. i pannelli seguenti sono stati distrutti nel 1611 per l'apertura dell'arcata in corrispondenza dell'ingresso della cappella Paolina. Alcuni disegni della metà del sec. XVIII permettono di conoscere gli episodi presenti sui tre pannelli successivi (Incontro di Mosè con Aronne, Mosè ed Aronne davanti al faraone, Istituzione della Pasqua). Seguono:
  5. Passaggio del Mar Rosso;
  6. Mormorazione del popolo d'Israele contro Mosè ed Aronne; Promessa di aiuto di Dio; Miracolo delle manna e delle quaglie nel deserto;
  7. Il popolo d'Israele si lamenta per la sete; Mosè rende dolce l’acqua mettendoci dentro un legno; Gli amaleciti sbarrano il passo a Mosè;
  8. Vittoria sugli Amaleciti;
  9. Ritorno degli esploratori dalla terra di Canaan; Rivolta del popolo contro Mosè, Aronne e Giosué;
  10. Consegna delle Tavole della Legge; Morte di Mosè sul monte Nebo; Giosué ordina ai sacerdoti il trasporto dell'Arca dell'Alleanza;
  11. Passaggio del Giordano; Invio degli esploratori a Gerico;
  12. L'angelo appare a Giosuè indicandogli come conquistare la città; Fuga degli esploratori da Gerico e loro rapporto a Giosué;
  13. Presa miracolosa di Gerico al suono delle trombe ed il salvataggio di Raab e della sua famiglia; Processione dell'Arca dell'Alleanza al suono delle trombe;
  14. Assedio degli amorrei alla città di Gabaon; Richiesta di aiuto a Giosuè da parte dei messi della città alleata del popolo d'Israele;
  15. Apparizione di Dio a Giosué; Giosuè che marcia con l'esercito verso Gabaon;
  16. Vittoria di Giosué sugli amorrei; Inseguimento degli amorrei fuggitivi;
  17. Giosuè ferma il sole e la luna affinché il giorno duri tutto il tempo necessario agli ebrei per catturare i re degli amorrei fuggitivi;
  18. Giosuè punisce i re degli amorrei dopo la loro cattura;
  19. i pannelli seguenti sono tutti di restauro e, probabilmente non rispecchiano l'iconografia originale (Trasporto dell'Arca dell'Alleanza, Adorazione del candelabro a sette braccia, Roboamo primo re d'Israele).

 

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I mosaici dell'arco trionfale
Strettamente correlati ai mosaici della navata centrale sono quelli che decorano l'arco trionfale, unico elemento superstite dell'abside di V secolo. Nel corso del Terzo Concilio Ecumenico che si tenne a Efeso nel 430, Maria fu riconosciuta Madre di Dio, Theotokos. A perpetuamemoria, papa Sisto III nel 431 fece fare il grande mosaico dell’arco trionfale. Al centro dell'arco compare la rappresentazione dell'Etimasia, la felice attesa della venuta di Cristo secondo l'Apocalisse di Giovanni: sul Trono di Dio è poggiata una corona con manto regale, mentre su uno sgabello sono posti il libro dell'Apocalisse e la Nuova Legge; sotto la scritta in latino Xystus Episcopus plebi Dei. Ai lati del trono sono rappresentati  gli apostoli di Pietro e Paolo con alternati i simboli dei quattro Evangelisti. Ai lati sono distribuite suquattro fasce parallele scene aventi come tema l'infanzia di Gesù, ispirate ai Vangeli, sia ufficiali sia apocrifi, senza un preciso ordine cronologico.
A sinistra (partendo dall’alto), sono rappresentate L’annunciazione, L’adorazione dei Magi, La strage degli innocenti e Betlemme; a destra, La presentazione di Gesù al Tempio, L’incontro con Afrodisio, I Re Magi al cospetto di Erode e Gerusalemme. Le pecore fuori le mura di Betlemme e Gerusalemme simboleggiano le genti che anelano al Regno di Cristo.
L’intera decorazione della basilica può essere letta in chiave romanocentrica: così come a guida del popolo eletto furono posti da Dio Abramo, Giacobbe, Mosè e Giosué, spetterà alla Chiesa di Roma guidare il popolo di Dio verso la meta finale. Proprio questa funzione rivolta all'umanità intera ne fa un organismo che da un lato si candida a sostituire il potere imperiale e dall'altro si dichiara autonomo rispetto ad ogni tipo di potere temporale. Questa considerazione può dare la misura dell'importanza dell'iscrizione che Sisto III fece apporre al culmine dell'arco trionfale della basilica, nella stessa posizione, del resto, occupata negli archi di trionfo romani dal nome dell'imperatore. D’altronde la stessa scelta di rappresentare l’Etimasia, che pure in senso religioso indica la presenza invisibile di Cristo nei luoghi di riunione liturgica, ha un diretto parallelismo nelle espressioni del culto degli imperatori romani, con la deposizione sul trono delle insegne imperiali.

 

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L'abside
Sul fondo della navata centrale si apre l'abside di Niccolò IV (1288-1292), che reca ancora oggi la decorazione musiva del XIII secolo. Il cartiglio sul lato sinistro del catino absidale (Iacobus Torriti pictor hoc opus mosaicum fecit) testimonia che essa è opera del frate francescano Iacopo Torriti. Un’altra iscrizione data al 1295 la conclusione dei lavori, portati a termine dopo la morte del pontefice committente. Le spese furono sostenute dai cardinali Giacomo e Pietro Colonna. La decorazione è tutta imperniata sulla figura della Vergine con la sua Incoronazione, in cui Madre e Figlio siedono sullo stesso trono; Cristo tiene in mano un libro in cui sono scritte parole tratte dal Cantico dei Cantici: Veni electa mea et ponam te Thronum meum. La restante superficie del clipeo è decorata da stelle dorate su fondo azzurro sul quale si stagliano il Sole e Luna. Ai lati del trono sono disposti diciotto angeli in coro; al di sotto si legge: Maria Virgo assumpta est ad ethereum thalamum in quo Rex Regum stellato sedet solio. / Exaltata sancta Dei Genitrix super chorus angelorum ad coelestia regna.
A sinistra, sono rappresentati i ss. Francesco d'Assisi, Paolo e Pietro preceduti dal papa committente inginocchiato, mentre sulla destra sono posti i ss. Antonio da Padova,  Giovanni Evangelista e Giovanni Battista, preceduti dal cardinale donatore Giacomo Colonna, anch’egli in ginocchio. Alla base di tutta la decorazione corre il fiume Giordano alimentato al centro dai quattro fiumi paradisiaci e dall'acqua che fuoriesce da anfore poste vicine a due figure maschili di derivazione classica. In alto, al culmine del catino, è un velario multicolore, simbolo dell'Empireo; ai suoi lati si dispiegano girali di acanto tra le cui volute trovano posto uccelli di varie specie. A incorniciare lo spazio della conca absidale, il festone nascente da due vasi alle cui anse si afferrano due putti: tra i fiori e le foglie trovano posto nove tondi, di cui quello posto all'apice della curva contiene una croce monogrammata con le lettere alfa ed omega ed i restanti includono volti di angeli.
Sotto la calotta, sono rappresentate le Storie della Vergine incentrate sulla Dormitio: alla presenza gli Apostoli, l’animula di Maria è accolta dal Figlio tra gli angeli e una corte celeste tra cui spicca il re David con la corona (ritenuto suo antenato), e le ss. Agnese, Cecilia, Lucia e Caterina. All’estremità del riquadro sono rappresentati il Monte Sion e il Monte Uliveto. Ai lati della Dormitio sono collocate altre quattro scene (Annunciazione, Natività, Adorazione dei Magi, Presentazione al Tempio), inquadrate, sulla destra e sulla sinistra, da due mosaici con a sinistra s. Girolamo che insegna le Sacre Scritture a S. Paola e a sua figlia; a destra, S. Mattia che predica agli Ebrei. Sia s. di Girolamo sia di s. Mattia si conservano reliquie in basilica.
Nella parte inferiore dell’abside sono murati alcuni dei bassorilievi che decoravano il ciborio dell'altare papale, opera di Mino del Reame (o Mino da Fiesole), del 1461 e oggi smembrato: altri frammenti sono sparsi sulle pareti della sala capitolare e in altri luoghi della basilica.

 

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La navata destra
Dal battistero, si accede alla Cappella dei Ss. Michele e Pietro in Vincoli: antico sacello gotico, fu restaurato dal cardinale Guglielmo d'Estouteville per dar luogo ad un vano più grande, dalla pianta quadrata irregolare, terminante in un'abside non più esistente. I lavori successivi del Fuga ridussero ad un vano di passaggio la cappella, della quale rimangono gli affreschi quattrocenteschi della volta con le figure dei Quattro Evangelisti, mentre il pavimento cosmatesco è quello originario.
Proseguendo, s’incontra la Cappella delle reliquie, ove si conserva un Crocifisso ligneo del tardo XIV secolo, in origine posto all’ingresso della chiesa, dov’è ora la tomba di Clemente IX.
In fondo alla navata, sul lato di fondo di una profonda e vasta nicchia coperta da volta a botte è la Tomba del cardinal Consalvo Rodriguez (vescovo di Albano Laziale morto nel 1299). Il monumento, originariamente posto nel transetto e qui spostato nel 1705, presenta il sarcofago coperto da ricchi panneggi e decorato dagli stemmi di famiglia; su di esso è adagiato il defunto in abiti episcopali, appena girato verso sinistra, con il volto ben caratterizzato fisionomicamente: la cortina che lo mostra allo spettatore è sollevata da due angeli. Tutta la composizione è coperta da un baldacchino di linee gotiche, sorretto da pilastrini e coronato da un timpano con all'interno uno stemma araldico in mosaico su un fondo del tipo cosmatesco. La lunetta sotto il baldacchino è decorata a mosaico con una Madonna in trono con il Bambino tra i ss. Matteo e Giacomo che presentano il cardinale, raffigurato in dimensioni minori. Il monumento presenta un'iscrizione dedicatoria, con la firma dell'autore: Giovanni figlio di Cosma, ultimo appartenente alla famiglia dei cosmati (Hic depositus fuit quondam Consalvus episcopus Albanensis A. D. MCCLXXXXIX. / Hoc opus fecit Iohannes Magisteri Cosmae civis romanus). Giovanni realizzò questo sepolcro sotto l’influenza di Arnolfo di Cambio, evidente soprattutto negli angeli: del resto sembra che Cosma collaborò con Arnolfo alla Tomba di Bonifacio VIII, oggi nelle Grotte Vaticane e fu senza dubbio il primo ad utilizzare il nuovo modello architettonico che fondeva insieme i modelli gotici francesi e la scultura classica dei marmorari romani.
Di fronte alla tomba si apre il sacello del cardinal Crescenzi, sulle cui pareti sono affisse due antiche iscrizioni (quella sulla parete destra è datata 1325).

 

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La navata sinistra e il transetto
La Cappella Paolina (o Borghese) del sec. XVII, conserva sull’altare l’icona su tavola Maria Salus Populi romani, opera di un pittore bizantino (o romano, ispirato a modelli orientali) del XII-XIII secolo. Già attribuita a S. Luca e in origine collocata in uno dei due tabernacoli gotici ai lati del presbiterio (oggi scomparsi), essa è collocata all’interno  in una cornice d'angeli del XVII secolo.
Nella nicchia di sinistra, sopra la lapide sepolcrale di Bartolomeo Sacchi detto il Platina,èun'epigrafe musiva in due tabelle datata all’età di papa Gregorio IV (827-844). Il testo riproduce il documento con cui nel VI secolo Flavia Xantippe donò i propri beni alla basilica: esso è forse la prima attestazione dell'appellativo ad Praesepem dato alla basilica stessa.
Nel 1931, con la demolizione della volta cinquecentesca, è stato parzialmente rimesso in luce il transetto di Niccolò IV con i coevi affreschi di profeti entro clipei, variamente attribuiti a Cavallini, Cimabue o al giovane Giotto. Su un fondo azzurro, i ventiquattro seniores dell'Apocalisse osannano l'Agnus Dei, posto in alto al centro dell'arco; fra le nuvole i simboli degli Evangelisti. Si tratta di pitture di alta qualità ma ancora molto discusse.

 

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Cappella del Presepe
Dalla scala della Confessione si scende alla Cappella del Presepe; questa sostituisce quella antica, realizzata da Arnolfo di Cambio, e letteralmente smantellata per far posto alla nuova cappella Sistina. Una sua puntuale ricostruzione non fu possibile, anche perché alcuni elementi furono irrimediabilmente rovinati durante la difficile opera di rimozione. Fu papa Niccolò IV tra il 1290 ed il 1292 a incaricare Arnolfo di Cambio di ricostruire l'oratorio, forse risalente al periodo di Sisto III, all'interno del quale era custodita la reliquia della s. Culla (in origine il termine presepe indicava semplicemente la mangiatoia). Non si conosce il momento in cui questa arrivò nella basilica, ma l'appellativo ad praesepem che caratterizza quest'ultima a partire da un documento della metà del VII secolo può fornire una data indicativa.
L'oratorio originario era posto all'altezza dell'altare maggiore, a lato della navata destra, alla quale era collegato da un passaggio ad arco ribassato. La sua posizione, che lo rendeva indipendente dalla struttura principale, fu rispettata nella ristrutturazione duecentesca, così come fu ripresa la pianta rettangolare. Ciò che fu rifatto da Arnolfo di Cambio fu l'impianto architettonico e quello decorativo. Oggi non è più possibile ammirare il risultato per le traversie subite dall'oratorio nella costruzione della cappella Sistina. Le statue del bue e dell'asinello, di s. Giuseppe e dei Re Magi sono le uniche originarie rimaste del gruppo arnolfiano. Arnolfo aveva architettato una composizione tale che chi si fermava in preghiera davanti ad essa da spettatore diventava protagonista dell'eccezionale evento. Ancora oggi si conserva l'ingresso a sesto ribassato della cappella con le figure dei due Profeti che reggono ognuno un cartiglio. Forse il pavimento doveva essere opera dei Cosmati, ma l'unico elemento rimasto è un tondo in porfido. Alle spalle di questo primo spazio architettonico si apre una nicchia di modeste dimensioni all'interno della quale, in parte disposte entro spazi ricavati nelle pareti, si dispongono i frammenti superstiti più una Madonna in trono con Bambino, opera cinquecentesca che sostituisce le statue originali della Madre e del Figlio.

 

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Esterno e campanile
Uscendo dalla basilica, su un fianco della basilica è murata un’epigrafe proveniente dal portico di Eugenio III. Percorrendo il perimetro della basilica si può inoltre notare, sul fianco meridionale del transetto sinistro, un paramento in laterizio (coronato da una fila di mensole, una di beccatelli e da due di mattoncini disposti a denti di sega) risalente all’epoca di papa Niccolò IV.
Alle spalle della facciata, sul settore sinistro, spicca il campanile che, con i suoi 75 metri, è il più alto di Roma. Costruito alla fine del sec. XIV, esso ne sostituisce uno più antico risalente almeno al XII secolo, di cui nessuna traccia visibile esiste attualmente. La più antica menzione è quella contenuta nell'iscrizione di una delle due campane, del 1289, che è conservata nella Biblioteca Vaticana, nella quale si afferma che essa è il rifacimento di una campana precedente fatta realizzare da Alfano, che viene identificato col noto camerlengo di Callisto II (1119-1124), il quale aveva finanziato i restauri della chiesa di S. Maria in Cosmedin dove è sepolto.
Nel 1372 il campanile risultava staticamente pericolante; era stato puntellato e ne erano state tolte le campane. Gregorio XI (1370-1378) da Avignone concesse la somma di 5.000 fiorini ai canonici per il rifacimento della torre. I lavori dovettero subito (lo stemma abraso del pontefice, murato alla quota del terzo piano in una cartella rettangolare scorniciata retta da due mensole decorate, ne è testimonianza); ma il fatto che nel 1394 ancora pervenivano lasciti pro fabrica campanilis ecclesiae, che testimonia che la riedificazione a quella data non era ancora conclusa. Nel 1391 tuttavia fu collocata sulla sommità un'altra campana e questo dovrebbe dimostrare che il lavoro volgeva alla fine; certo è che la fabbrica non si chiuse prima della seconda metà del sec. XV, come evidenziano gli stemmi del cardinal d'Estouteville sul lato antistante la piazza di S. Maria Maggiore, su quello che guarda piazza Esquilino e al centro delle due volte interne al campanile. La cuspide piramidale fu aggiunta sotto Giulio II (1503-1513), mentre ulteriori restauri si debbono a papa Paolo V Borghese, il cui stemma spicca sopra l'orologio, agli inizi del Seicento.
Tutto in laterizio, il campanile è suddiviso in sei piani di cui sono visibili solo gli ultimi quattro. In questi si aprono monofore e bifore nelle quali sono utilizzate colonnine di spoglio. La decorazione consiste in cornici aggettanti, con dentelli marmorei e denti di sega in cotto, alla base di ciascun piano; in segmenti di cornici, di tipo analogo, alle imposte degli archi, sottolineati da cordoni di marmo che fasciano per tre lati i pilastri angolari e quelli posti tra le bifore; in fasce di cinque bacini di maiolica situati tra i marcapiani e le finestre
Nel cortile di Palazzo Cassetta al n.17 di via Liberiana sono incorporati i resti del patriarchio liberiano, eretto alla fine del XII secolo ed in parte demolito da Paolo V per l'apertura della perpendicolare via Paolina.

 


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