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case e portici entro le mura di roma

 

In questa pagina:

Rione I Monti
Casa Cavalieri di Rodi
Casa via S. Stefano Rotondo
Casa vicolo Pozzuolo
Ordinariato Militare
Ospedale Lateranense
Palazzo Cesarini

Rione II Trevi
Casa via S. Vincenzo
Portico piazza di Trevi

Rione IV Campo Marzio
Ospedale S. Giacomo

Rione V Ponte
Casa Arco della Pace
Casa Bonadies
Portico via Coronari

Rione VI Parione
Case Arco Acetari
Casa vicolo Cuccagna
Casa vicolo Savelli
Portico Arco S. Margherita

Rione VII Regola
Palazzo Specchi
Portico via Capodiferro

Rione VIII S. Eustachio
Palazzo Della Valle
Portico piazza Campo Marzio

Rione IX Pigna
Portico Arco de' Ginnasi

Rione X Campitelli
Portico Campidoglio
Portico Fori Imperiali
Portico Foro Romano
Portico via Teatro Marcello
Portico vicolo Margana

Rione XI S. Angelo
Albergo della Catena
Casa dei Vallati
Casa via dei Falegnami
Casa v. Tribuna Campitelli
Palazzo Patrizi
Portico via dei Delfini

Rione XII Ripa
Casa dei Pierleoni
Casa via del Velabro
Palazzo Diaconale

Rione XIII Trastevere
Case Mattei
Casa vicolo dell'Atleta
Casa vicolo del Buco
Casa vicolo della Luce
Casa via della Lungaretta
Casa via della Pelliccia
Casa via della Renella
Casa via dei Salumi
Portico via di S. Bonosa
Portico via della Scala

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Nota. Le torri e le case-torri sono trattate in altra sezione di questo sito.
In particolare si segnalano:
- casa via Tor de' Conti
- portico di Torre Argentina
- portico di via Frangipane
- portico v.Madonna de'Monti
- portico via Giubbonari
- colonna alla torre Pierleoni
- colonna
via Chiodaroli
- case a S.Maria in Monticelli
- c.d. Torre di Fieramosca

Sono trattate in monografie:
- Casa dei Crescenzi
- Casina del Bessarione



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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 02.10.2007

S. Bartolomeo all'Isola

Nonostante l'opinione comune secondo cui a Roma sopravvive poco o nulla di medioevale, è possibile incontrare, passeggiando nelle vie del Centro Storico, parecchi edifici che risalgono a quell'età. Oltre alle chiese e alle torri infatti, Roma conserva molte case la cui origine può farsi risalire ai secc. XII-XIV; tuttavia, nella maggior parte dei casi, esse sono state inglobate in edifici posteriori oppure sono state profondamente rimaneggiate nel corso dei secoli successivi, per cui è necessaria una particolare attenzione per individuarle. In generale, possiamo riconoscere in questi edifici alcune caratteristiche peculiari:
1) la fronte stretta sulla strada: raramente la larghezza del fronte stradale infatti superava i cinque metri; ciò a causa del fatto che nei secoli che più ci interessano (XII-XIV) si assiste a un progressivo aumento demografico a cui tuttavia non corrisponde un'espansione della città, ma piuttosto a un infittimento del tessuto urbano, sia per motivi di sicurezza, sia per sfruttare i lati case esistenti, sia in nome dell'aggregazione familiare. Non a caso le strade erano spesso coperte da archi e volte a botte su cui si impostavano altre abitazioni;
2) un'altezza modesta (due o tre piani al massimo);
3) la presenza (piuttosto frequente) di un portico di ingresso con arcate che si univano a formare lungo la strada, un susseguirsi di archi di altezza e forme diverse. Il portico di solito era utilizzato anche come bottega e, spesso, i banconi sporgevano oltre l'arco occupando la sede stradale: potremmo dire che nel Medioevo le strade erano un'appendice della casa ed erano rese ancor più anguste da portici, chioschi, steccati, affollate di artigiani al lavoro e da massaie intente a lavare e a cucinare all'aperto; ingombre di rifiuti e non pavimentate (e quindi impraticabili con il maltempo e con le piene del Tevere). Le case con portico diventarono numerose dal XIV secolo; la presenza del portico era sempre segnalata negli atti notarili, perché attestava il livello qualitativo della costruzione. Il portico svolgeva un ruolo di raccordo tra spazio pubblico e privato; in esso si espletavano attività commerciali, transazioni commerciali, atti notarili. I portici di Roma vennero demoliti o murati in seguito a un editto di Sisto IV del 1480: forse (stando a quanto ci dice Stefano Infessura) dietro suggerimento del re di Napoli Ferdinando d'Aragona.

 

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Ordinariato Militare (Salita del Grillo)
La Salita del Grillo corrisponde all'antico Clivus Ursi. Residuo del castello Caetani, è una costruzione con una bella cortina in tufelli, databile alla seconda metà del sec. XIII. Dovevano far parte del castello, sorto sui Mercati Traianei, anche la Torre delle Milizie e la Torre del Grillo.

 

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Casa dei Cavalieri di Rodi (Salita del Grillo)
Su piazza del Grillo 1 si affaccia la Casa dei Cavalieri di Rodi che, con la sua forma irregolare, mostra il proprio adattamento a strutture preesistenti. La casa è costruita in laterizio e termina in alto con una cornice a mensole e dentelli di tipo prettamente medievale (appartenente alla fase più antica dell'edificio) e affine al tipo di muratura che si riscontra sui campanili romanici. Dei due arconi, quello di destra immette nella scala di accesso ed è sormontato da una finestra a croce guelfa del tempo del card. Pietro Barbo (1470). La facciata su via di Campo Carleo presenta in basso le tabernae di età traianea (con mostre delle porte di restauro) e in alto la serie delle finestre a croce (tutte di restauro eccetto la prima) del tempo del Barbo e una finestrella quadrangolare probabilmente più antica. Oltre il passaggio pensile che conduce a via dei Fori Imperiali sono visibili le strutture della cosiddetta Terrazza domizianea oggi sovrastata dalla bellissima Loggia dei Cavalieri (sec. XV).

 

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PALAZZO DEI CESARINI (Salita dei Borgia)
In piazza di S. Francesco da Paola s’innalza la facciata di Palazzo Cesarini. Il palazzo oggi sede dell'Istituto Centrale del Restauro, era nel Medioevo parte di un imponente complesso fortificato del XII secolo di proprietà della famiglia Cesarini; sulla sinistra sono visibili (anche se seminascosti dalle piante rampicanti) i resti di una torre mozza in laterizio. I lavori di isolamento del palazzo hanno rimesso una muratura a scarpa in selce e marmo: tale bicromia può essere forse messa in relazione con il cosiddetto paramento a verga, caratteristico delle torri di avvistamento extraurbane (in cui aveva la funzione di rendere meglio visibile da lontano l'edificio); anche se un’eventuale rapporto con la caratteristica bicromia di tanta architettura toscana coeva, potrebbe essere più che un’ipotesi suggestiva. Il complesso dei Cesarini passò nel sec. XVI ai Margani, poi a Giovanni Pizzullo (sec. XVII) che lo cedette ai Padri Pallotti, e da questi ai Minimi di S. Francesco da Paola. È invece del tutto fantasiosa l'identificazione dell'edificio con la casa in cui avrebbe abitato Vanozza dei Catanei, madre di Lucrezia Borgia. Di questo complesso dovevano far parte sia l'arco su cui si imposta la loggia con la bella serliana, sia una vasta area coltivata ad orti e giardini di grande bellezza (oggi scomparsa). Nel complesso dovette essere inglobata anche la cosiddetta Torre dei Borgia. 

 

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Casa in vicolo del Pozzuolo
Il complesso di via Madonna dei Monti in angolo con vicolo del Pozzolo presenta sul retro un esempio di balcone in legno e sul fianco la canna fumaria esterna di un camino, poggiata su due mensole in pietra sagomate. In effetti, la presenza non sempre ordinata di portici, balconi, scale, banchi di botteghe, passaggi di collegamento tra edificio e edificio, con conseguente ingombro dell'area stradale, sembra caratterizzare la struttura urbana di Roma alla fine del Medioevo, con un prevalere dell'interesse privato su quello pubblico nell'utilizzo degli spazi viari. Contro questo disordine si rivolgeranno i provvedimenti dei papi e dei magistri viarum nel corso del sec. XV, volto a liberare le strade da ogni ingombro. Un angolo del piccolo complesso di via del Pozzuolo mostra il basamento rinforzato da contrafforti a scarpata, piuttosto robusti per un edificio a un solo piano. È possibile che si tratti della testimonianza di una costruzione maggiormente sviluppata in altezza, tanto che alcuni studiosi avevano pensato che questa casa fosse quanto rimaneva di Torre Secura, oggi invece identificata nell'edificio sull'altro lato del vicolo.

 

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Casa in via di S. Stefano Rotondo
All'interno del muro di cinta di S. Stefano Rotondo, sulla sinistra, si conserva un edificio con cortina laterizia e scala esterna (visibile dal cancello accanto) di origine bassomedioevale. I mattoni e l'architrave posta sopra la porta accanto alla scala sono di spoglio. La fattura tutt'altro che accurata ricorda la casa, più volte ritoccata e modificata nel tempo, che si affaccia su vicolo della Cuccagna.

 

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Ospedale Lateranense (via di S. Stefano Rotondo)
Sul lato di Piazza S. Giovanni compreso tra Via Amba Aradam e Via di S. Stefano Rotondo sorge l'Ospedale del Salvatore (ora parzialmente in disuso), costruito tra il 1630 e il 1636 da Giacomo Mola con la collaborazione di Carlo Rainaldi, sfruttando in parte costruzioni del XIV secolo. Nel 1348 infatti, per iniziativa della Compagnia dei Raccomandati del Salvatore, fu costruito l'ospedale e una chiesa annessa, dedicandoli entrambi a S. Michele Arcangelo. L'ospedale andava a sostituire quello di S. Antonio iuxta Lateranum annesso alla vicina chiesa dei SS. Pietro e Marcellino (all'incrocio tra via Merulana e via Labicana), ove fu ospitato Francesco d'Assisi, quando venne a Roma per richiedere ad Innocenzo III l'approvazione della Regola dell'Ordine dei Minori. La posizione dell'ospedale era funzionale all'accoglienza dei pellegrini che entravano a Roma da Sud, ovvero da Porta S. Giovanni, analogamente alla funzione svolta dall'Ospedale di S. Giacomo in Augusta a nord (presso Porta del Popolo). L'Ospedale di S. Michele, ottenne rendite e privilegi per poter provvedere alla cura dei pellegrini e degli infermi; nel 1381, ad esempio, il Senato romano confermò la donazione di una parte del Colosseo fatta da Matteo di Giacomo Colonna, insieme alla somma di cinquecento fiorini.
Intorno alla metà del sec. XV, per iniziativa di Everso II degli Anguillara (a cui dobbiamo la ricostruzione della residenza di famiglia in Trastevere), fu costruito un nuovo braccio e la dedica fu mutata in quella, definitiva, di Ospedale del Salvatore (lo stemma di Everso è ancora visibile sulla facciata su piazza di S. Giovanni). Le testimonianze dell'Ospedale trecentesco di S. Michele sono:
- un'epigrafe intorno al portale quattrocentesco in Via di S. Stefano Rotondo: HOC OPUS INCHOATUM FUIT TEMPORE GUARDIANATUS FRANCISCI VECCHI ET FRANCISCI ROSANE PRIORUM SUB ANNO DOMINI MCCCXLVIII / INDICTIONE SECUNDA MENSE SEPTEMBRIS,
- un piccolo portico su via di S. Stefano Rotondo che doveva precedere l'ospedale di S. Michele
- una facciata laterizia, a capanna, subito alle spalle del portico, che forse è da identificare con l'antica chiesa di S. Michele, poi trasformata in ospedale;
- una piccola statua di S. Miche Arcangelo (fine sec. XIV), probabilmente appartenente alla chiesa e ora conservata sul pianerottolo di una scala interna dell'Ospedale secentesco.
Il ripristino dell'aspetto medioevale del portico e della facciata è avvenuto nel 1932, nel corso dei restauri condotti da Gustavo Giovannoni.

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Case all'Arco degli Acetari
L' Arco degli Acetari, così detto forse dai venditori di acqua acetosa (nel senso o di acqua delle sorgenti ai Parioli oppure nel senso di bevanda a base di acqua, zucchero e aceto), immette in una piccola corte chiusa su tutti i lati da case, che seppure profondamente alterate, conservano un carattere fortemente medioevale denunciato sia dalla presenza di scale esterne sia dall'uso di elementi di spoglio.

 

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Casa in vicolo della Cuccagna
Il secentesco Palazzo Braschi è impostato su preesistenze medioevali: qui sorse infatti, nella prima meta del '400, il Palazzo Orsini, che a sua volta si installò, sembra, su un edificio medioevale di proprietà di Cencio Mosca, di antica stirpe romana. Ora, è significativo che proprio in questo punto da sempre dominato da un edificio importante (prima il palazzo di Cencio Mosca, poi quello Orsini e infine da quello dei Braschi) sia sorta e abbia resistito nel tempo la casa, ben più modesta, di origine medioevale (anche se più volte ritoccata e modificata nel tempo) che si affaccia su vicolo della Cuccagna. Va sottolineato infatti che, fino a epoche recenti, non esiste a Roma una demarcazione tra quartieri bene e zone popolari: per tutto il Medioevo e per buona parte dell'Età Moderna, permane quella che era stata una caratteristica dell'urbanistica antica: la concentrazione in uno stesso luogo di abitazioni di diversissimo status sociale, senza soluzioni di continuità (si pensi alle ricche ville di Cesare e Pompeo sul Colle Oppio, a due passi dalla malfamata Subura!)

 

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Portico all'Arco di S. Margherita
Via del Pellegrino e via di Cappellari sono collegate da un piccolo e oscuro vicolo coperto a volta, conosciuto come Arco di S. Margherita. Qui un tempo doveva trovarsi un immagine di S. Margherita, ma poiché il vicolo era maleodorante, fu ritenuto non idoneo ad accogliere l'immagine santa, che venne portata via. L'immagine non è più tornata, mentre il lezzo è rimasto, a scapito di un luogo che meriterebbe maggiore attenzione. Infatti sotto l'arco si nota distintamente il resto di un edificio a portico (oggi tamponato) sorretto su solide colonne. Non è improbabile che si tratti dei resti delle proprietà dei Tebaldeschi, che avevano qui le loro case. Ancora oggi si nota su un edificio in via dei Cappellari (un tempo detta proprio via de' Tebaldeschi) lo stemma della famiglia Tebaldeschi (una rosa).

 

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Casa in vicolo Savelli
All'angolo tra vicolo Savelli e via del Pellegrino, sono ben è situato un edificio che presenta ancora ben visibili nella muratura le strutture di un portico medievale databile al XIII-XIV secolo. L'edificio, prima dell'apertura di Corso Vittorio Emanuele II, faceva parte di un isolato che si estendeva sino a via del Governo Vecchio sorto all'inizio del '500 sul luogo del precedente Palazzo Savelli. È noto infatti, sebbene scarse siano le notizie al riguardo, che i Savelli ebbero proprietà nel Rione Parione. La facciata su Vicolo Savelli mostra un basso muro, in tufelli disposti in filari regolari, terminante con una cornice di cui rimangono sei elementi in travertino, due in peperino e un altro in travertino. Sulla cornice poggiano i piedritti di quattro arcate. I piani superiori sono a filari regolari di blocchetti di tufo. Più difficile è invece l'inquadramento cronologico delle rimanenti strutture murarie. Per quanto riguarda la facciata su Via del Pellegrino, è attualmente del tutto ricoperta da intonaco in cui non è possibile individuarvi i resti di un portico, a eccezione di una colonnina alta cm 164, inglobata nella muratura moderna, terminante con un capitello ionico.

 

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Portico in via dell'Arco dei Ginnasi
Nel 1935, per l'allargamento di via delle Botteghe Oscure, Il Palazzo Ginnasi fu gravemente amputato e la chiesa di S. Lucia dei Ginnasi fu totalmente cancellata. I Ginnasi sono un'illustre famiglia romagnola oriunda di Brescia. Il palazzo era già sistemato alla fine del '500 da mons. Alessandro Ginnasi con l'opera di Ottaviano Mascarino.

 

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Casa Bonadies (Via del Banco di S. Spirito)
Casa Bonadies è in via del Banco di S. Spirito; si tratta di un edificio (restaurato nel 1940) di tre piani sormontati da una loggia; al piano terreno la casa ingloba un portico medioevale costituito da tra colonne di granito e capitelli ionici medioevali, tutto costruito con elementi di spoglio provenienti da edifici antichi, tra cui uno splendido resto di cornicione romano. I Bonadies appartenevano a un'antica famiglia del Rione Ponte: molti di essi ricoprirono importanti carche capitoline e nel sec. XII uno di loro fu cardinale.

 

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Casa in via dell'Arco della Pace
All'Arco della Pace sopravvive una bella casetta tardomedioevale (anche se troppo restaurata di recente), con portico terreno a due archi su capitello a tavoletta e colonna scanalata in cipollino. Gli archi risultano tuttavia tamponati e in uno di essi è stata inserita una porta arcuata del risalente al sec. XV. Il prospetto ha una bella cortina a a tufelli da cui aggettano anelli di travertino (nei quali passavano probabilmente aste di legno per stendere i panni). È una casa solarata, ovvero con solaio (quindi a più piani), e non terrinea (cioè a un piano solo). Esempi analoghi sono le casette trasteverine in vicolo della Luce e via della Lungaretta. La cortina in tufelli è un tipo di rivestimento che soppianta il laterizio all'inizio del sec. XIII e domina l'architettura fino a tutto il Quattrocento.

 

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Portico in via dei Coronari
Sulla via Recta, uno degli assi viari più importanti della Roma medioevale, si affaccia ai nn. 17-18 un edificio del sec. XVII che ha la porta principale, di grandi proporzioni, su Via Arco della Pace 1: esso appartenne all'Arciconfraternita di S. Maria dell'Orto (ancora oggi si conserva sull'edificio l'emblema della Madonna dell'Orto con il numero che indica la posizione dell'unità immobiliare nel catasto del sodalizio). Ma questo edificio fu costruito inglobando i resti di un portico medioevale di cui sono visibili le colonne estreme (rispettivamente di bigio e di cipollino). Noi sappiamo che i portici scompaiono alla fine del sec. XV, per precisa disposizione di Sisto IV; quindi il portico deve essere precedente. Da notare inoltre la soglia delle colonne, che ci restituisce l'esatta altimetria della strada in epoca prerinascimentale.

 

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Portico in via Capodiferro
Al n. 31, una casa del sec. XIX conserva al piano terra un portico medievale con quattro colonne di granito, basi di spoglio e capitelli ionici medievali. Il piano stradale odierno è grosso modo quello medioevale: questo infatti era circa di soli 50 cm. più basso; le basi attiche antiche di marmo bianco sono collocate su uno zoccolo di spoglio, la cui base posa su un plinto a paramento laterizio di diversa altezza (da 44 a 62 cm) a testimonianza che l'attuale via è in leggero scivolo verso la Trinità dei Pellegrini. Il portico presenta quattro colonne di granito e bei capitelli ionici in marmo bianco di lavorazione medioevale con rosette al centro delle volute. Notevole la bella cornice di marmo bianco e alta circa cm. 15: si tratta di una lavorazione medioevale d'ispirazione classica, con un finissimo e fitto uso del trapano. il cui chiaroscuro e la ricercatezza della cimosa permettono di datare l'opera al pieno sec. XII o agli inizi del sec. XIII. Il portico si appoggia su resti romani con paramento laterizio della seconda metà sec. I d. C., con interventi di età tardoantica. Essi si conservano sotto il suolo per due piani di altezza, variamente articolati oggi nelle cantine dell'edificio. Il restauro di Palazzo Alberteschi (che sorge sul lato opposto di via Capodiferro) ha messo in evidenza che la costruzione incorpora al piano terra e al primo piano una lunga serie di portici medioevali, alzati su colonne e archi di laterizi, sui quali si impostano (almeno per tutto il secondo piano attuale) strutture a tufelli. Qui gli archi costituivano un portico di 14 metri tanto alto da superare l'attuale piano terra. Esso era tuttavia pertinente a due edifici diversi. Dall'interno si nota come il calcestruzzo che poggia sugli archi sia alleggerito con piccole olle (diametro: cm 15 circa) di terracotta, affogate in posizione capovolta per creare dei vuoti: si tratta di un importante documento del perpetuarsi di tecniche edilizie antiche. La parete su via Capodiferro è interamente intonacata; ma un arco sul terzo blocco (a 75 cm dal piano attuale) potrebbe perpetuare una forma medioevale. Tutte le colonne presentano un capitello ionico. La costruzione è da datare alla seconda metà del sec. XII: dovrebbe essere di circa mezzo secolo posteriore a quello di fronte. La presenza di portici su entrambi i lati di via Capodiferro dimostra che l'attuale larghezza (m.3) ricalca l'ampiezza medioevale; ad essa è tuttavia da aggiungere lo spazio offerto dai portici (m. 3 per parte), per un totale di nove metri. Più avanti, sotto Palazzo Farnese, sono stati rinvenuti negli anni '70 del sec. XX, resti di un altro portico medioevale, impostato anch'esso su strutture antiche.

 

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Palazzo Specchi (Via S. Paolo alla Regola 16)
Durante i restauri eseguiti negli anni 1978-1982 di Palazzo Specchi (sec. XVI), al n. 16 di via S. Paolo alla Regola, sono venuti alla luce strutture di età romana disposte su ben quattro piani di altezza, due sotto il suolo e due al di sopra. Accanto al balcone che sovrasta l'ingresso del Palazzo è stato lasciato un riquadro di muro senza intonaco per evidenziare la massima altezza degli edifici romani conservatasi. Queste strutture romane furono oggetto - a partire dai secc. XI-XII (nell'ambito di una vasta ripresa edilizia che interessò l'intero rione Regola) - di una complessa ristrutturazione, che ne consolidò le fondazioni (con tamponamenti di porte e finestre e rinforzi in muratura ancora oggi ben visibili nei sotterranei) e che ne aumentò l'altezza fin quasi alla situazione attuale. Un cospicuo esempio di questa campagna è la casa (definita da alcuni - forse erroneamente - "casa-torre") alle spalle di Palazzo Specchi, in laterizio del XII secolo poi sopraelevato in tufelli (si può vedere da vicino anche affacciandosi dalla finestra al primo piano della scala interna al Palazzo). Le fabbriche medioevali si svilupparono poi ulteriormente con caratteri intensivi, saturando presto tutti gli spazi sulle fronti stradali con case strette ed allungate, affiancate le une alle altre. Costruite in accurata opera laterizia nella fase più antica, poi più comunemente in tufelli, subirono una sopraelevazione nel XIV secolo (testimoniata dalla bella monofora gotica di tufo lasciata visibile in facciata) per poi essere definitivamente inglobate nel Palazzo cinquecentesco. Al primo piano della costruzione, oggi occupato da una biblioteca per ragazzi, alcuni tratti di muratura sono stati lasciati senza intonaco, così da potere mostrare la loro struttura medioevale. Un'altra stanza (sempre al primo piano) conserva anche lacerti di pittura medioevale, raffiguranti un drappeggio sostenuto da festoni e un paesaggio. Una stanza laterale conserva anche dei lacerti di pittura medioevale, raffiguranti drappeggi e paesaggi.

 

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Palazzo Diaconale (Via della Greca)
In via della Greca 4 si innalza il Palazzo Diaconale di S. Maria in Cosmedin, conosciuto anche come Palazzo di Niccolò I (858 - 867). L'edificio ha subito molti ampliamenti e trasformazioni, che corrispondono alle più fasi importanti della storia della adiacente chiesa di S. Maria in Cosmedin. Papa Niccolò I volle che, a lato della basilica, venisse aggiunto, insieme a una sagrestia e a un oratorio (S. Nicolò in schola graeca), un edificio adibito a sua dimora saltuaria, fornito di cubiculum, di sale di rappresentanza e di locali di servizio e per il corpo di guardia. Ma il papa non si limitò alla costruzione di un semplice edificio residenziale: infatti volle anche che fosse fortificato e che fosse munito di bastioni e di un muro di cinta con cammino di ronda. Si tratta in pratica di uno dei primi esempi di fortificazione medioevale a Roma, cronologicamente molto vicino all'erezione delle Mura Leonine. Non conosciamo le ragioni che spinsero Niccolò I a costruire un palazzo pontificio proprio presso la chiesa di S. Maria in Cosmedin. Sappiamo tuttavia che i papi, sebbene avessero fin dall'epoca di Costantino dimora stabile in Laterano, per varie ragioni spesso abitarono in altre chiese di Roma. Questo palazzo non costituisce dunque un'eccezione. All'epoca della trasformazione della basilica di S. Maria in Cosmedin (1123), il palazzo subì un cambio di destinazione d'uso e divenne sede diaconale, in stretta unione quindi con la chiesa; a questo periodo infatti dovrebbe risalire la costruzione di una scala di comunicazione tra la basilica e il palazzo. Tra il 1294 e il 1304, il cardinale Francesco Caetani, nipote di Bonifacio VIII, fece eseguire ulteriori restauri a tufelli. Le volte di alcuni ambienti furono sostituite con solai lignei al fine di ricavarvi sopra nuovi ambienti, che vennero poi in epoca tarda rialzati e ridotti a soffitte (pertanto il tetto attuale non riproduce più l'aspetto originario, forse merlato e terminante da un timpano a scaglioni: si tratta di un tipo di copertura comune in Francia, in Germania e nell'Italia settentrionale di cui restano rari esempi a Roma nell'Albergo dell'Orso e nel Castello dei Caetani a Capo di Bove). Nel 1435 entrarono in possesso della basilica e degli ambienti annessi i benedettini che resero le abitazioni contigue alla chiesa adatte ad ospitare, per lo meno nei lunghi mesi di malaria, l'abate di S. Paolo e parte dei suoi monaci. Essendo necessari quei locali che normalmente costituiscono un monastero alle vecchie fabbriche vennero aggiunti altri numerosi ambienti, ovvero quelli con gli stemmi, le volte lunettate e le finestre a croce guelfa. Con il 1513 (quando Leone X estromise i benedettini e trasformò la chiesa in collegiata) iniziò la decadenza dell'edificio. Molti locali del palazzo rimasero abbandonati o parzialmente occupati da estranei che li adattarono ai bisogni più vari. Il muro di cinta e il cammino di ronda furono demoliti e, nel 1521, fu costruita la cordonata attuale per quadrupedi, a sostituzione della scala monumentale, essendo i grandi ambienti del palazzo pontificio convertiti in granaio. Nuove modifiche si ebbero infine nel 1687 e nel 1923. Attualmente il Palazzo è sede della «Artistico-Operaia - Primaria Associazione Cattolica».

 

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Casa dei Pierleoni (Via di S. Giovanni Decollato)
Gli interventi del 1936 per l'apertura della via del Mare provocarono la demolizione di tutti gli edifici sui due lati di via della Bocca della Verità; per un periodo breve sull'area spianata rimasero in piedi soltanto la Casa dei Crescenzi e il Palazzo dei Pierleoni (sec. XIII-XIV, da non confondere con la vicina torre conosciuta con lo stesso nome) in via del Ricovero. Per i due edifici si previde la salvaguardia, tuttavia, poiché l'edificio dei Pierleoni era incompatibile con l'utilizzo dell'area in cui era situato (via del Ricovero scomparirà completamente e sul luogo sorgeranno due grandi edifici per Uffici) il 13 marzo e il 17 aprile del 1936 la casa fu smontata completamente, accatastando tutte le parti (di pietra da taglio, in cotto, in laterizio, ferro o legno) nei fornici del Teatro Marcello.
Con una delibera del 1938 si approvò la ricostruzione della Casa dei Pierleoni nell'isolato compreso tra la via del Mare e via di S. Giovanni Decollato. Pertanto, l'ubicazione attuale non è l'originale e anche l'aspetto complessivo del palazzo è assai compromesso dalla ricostruzione e dai rimaneggiamenti. Un'immagine del primitivo aspetto può tuttavia essere colta in un acquerello di Ettore Roesler Franz.

 

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Casa in via del Velabro
Tra le fortezze dei Frangipane si annovera, oltre alla Torre della Moletta (ancora esistente), anche la torre di Boezio, che si trovava sopra dell'arco detto comunemente (ma erroneamente) di Giano. Trovandosi in un punto strategico di passaggio verso il Foro Romano, l'arco fu sfruttato dai Frangipane come base di una torre fortificata. Della torre abbiamo menzione già in un documento del 1145 e i suoi resti erano ancora visibili nel sec. XVIII. Prese il nome o dal fatto che probabilmente il noto filosofo, ministro di Teodorico, aveva nei paraggi la propria dimora, oppure da un non meglio identificato Egidio Boezio, che sarebbe stato proprietario di questa torre nel 1238. La torre, infatti, risulta far parte delle 140 torri fatte scapitozzare da Brancaleone degli Andalò, quando fu eletto Senatore della città tra il 1252-55, per piegare e dare una lezione alla troppo prepotente e violenta nobiltà romana. La torre fu distrutta nel 1827 per liberare l'arco, rimasto interrato per alcuni secoli, dalle sovrastrutture medioevali; in quell'occasione tuttavia fu asportato anche il nucleo in mattoni di coronamento, ritenuto medioevale e che invece era parte dell'attico originario, in laterizio rivestito di marmo. Potrebbe far parte delle proprietà dei Frangipane anche un resto di edificio medioevale che sopravvive sul lato opposto della via rispetto alla chiesa di S. Giorgio. Si tratta di un brano di muratura laterizia, sormontata da una serie di archetti ogivali poggianti su beccatelli, simile ad altri casi, oggi osservabili soprattutto nell'area di Trastevere (per esempio in vicolo dell'Atleta). Gli archetti potrebbero far pensare all'appoggio di un profferlo (ballatoio) per accedere a stanze interne di un piano rialzato.

 

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Portico in via dei Delfini
Una colonna inglobata nella facciata del palazzo posto nel punto in cui via dei Delfini compie un angolo appartenne probabilmente a una casa con portico che si doveva affacciare su un vicolo. Questo vicolo, oggi diventato corridoio d'ingresso dello stesso palazzo, è ancora chiaramente visibile nella pianta di Roma del Nolli del 1748.

 

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Casa in via dei Falegnami
In via dei Falegnami, una caduta accidentale dell'intonaco ha messo in luce una cortina in tufelli, che denuncia l'origine medioevale (sec. XIII-XIV) dell'edificio su cui è posta. Data la notevole altezza del brano di cortina visibile, l'edificio doveva essere a più piani e di un certo prestigio.

 

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Albergo della Catena (Via del Foro Piscario)
L'Albergo della Catena prende da una catena retta da colonnotti che un tempo sbarrava via della Catena di Pescheria. L'edificio occupa una parte del podio del Tempio di Apollo Sosiano ed è composto da tre diverse unità edilizie. L'unità più vicina al chiostro di S. Maria di Campitelli sarebbe stata costruita sui resti bruciati di una torre altomedioevale. Il paramento murario, di laterizi, è estremamente irregolare. Sono visibili numerose aperture e tamponature. Una finestra presenta una cornice inferiore di riutilizzo con decorazione a treccia di nastro vimineo a tre elementi. L'unità centrale presenta la medesima tecnica muraria della precedente. Un'apertura moderna è stata aperta nella tamponatura di una precedente finestra che riutilizza anch'essa come cornice inferiore un frammento marmoreo decorato con treccia di nastro vimineo a tre capi. La differenza di quota tra l'attuale piano di calpestio e la soglia a destra (oggi tamponata: è quella sovrastata da una feritoia, corrispondente internamente al pianerottolo) era forse superata da una scala lignea oppure il piano di calpestio antico era a un livello più alto dell'attuale. A sinistra di questa apertura si notano i resti di un archetto che si poneva a cavallo del vicolo tra l'Albergo e i fabbricati immediatamente adiacenti. L'ultima unità si distingue nettamente per l'uso di una muratura di tufelli con ricorsi di laterizi. I due elementi più evidenti di questa facciata sono le due ghiere in laterizio di bella impostazione costruttiva (sec. XIII). La prima è un arco di scarico (infatti la muratura che la tampona è identica a quella che la sovrasta); la ghiera minore ha in comune con l'altra il piano d'imposta poggiante su una colonna. Il secondo piano d'imposta si inserisce invece in modo anomalo nella muratura della unità centrale (ciò potrebbe essere un indizio di una posteriorità di quest'ultima). Subito al di sotto dell'arco minore, un'apertura oggi tamponata doveva essere in origine una porta. Attualmente l'Albergo della Catena è sede della Sovraintendenza Comunale.

 

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Palazzo Patrizi (Piazza Lovatelli)
Due colonne, oggi inglobate nella parete di Palazzo Patrizi (sec. XVI) su piazza Lovatelli, sembrano allineate con la strada antistante (via di S. Angelo in Pescheria) e dovevano appartenere probabilmente a un portico forse annesso al complesso di cui fece parte la Torre del Melangolo, oggi completamente inglobata in Palazzo Patrizi. Questa torre, che fronteggiava un'altra torre (oggi trasformata nel campanile della chiesa di S. Caterina de' Funari), fu di proprietà dei Frangipane. Il nome di Melangolo, varietà di aranci dal sapore amarognolo, deriverebbe o dal fatto che tale albero venisse coltivato un tempo negli orti contigui oppure perché un albero del melangolo sarebbe cresciuto sulla sommità della torre come viene rappresentato dalle piante del '500 (1551 e 1593); a meno che tale rappresentazione derivi dal nome della torre. Dalle piante la torre risulta liscia e con due sole aperture in alto dalla parte rivolta verso la chiesa. Un altro resto di portico medioevale inglobato in un palazzo posteriore si individua in un vicino palazzo su via dei Delfini.

 

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Casa dei Vallati (Via del Portico d'Ottavia)
Nell'aprile del 1926 fu dato inizio ai lavori di liberazione e restauro del Teatro di Marcello e dell'area circostante. Durante l'esecuzione di tali interventi vennero alla luce i resti di una casa medioevale di cui si dispose la salvaguardia. Tuttavia ciò non impedì che nel 1928 una parte di essa crollasse, rendendo necessari dei lavori di restauro e ricostruzione che si protrassero fino al 1931. Alcuni elementi (il portico, il loggiato ed alcune finestre di marmo e di peperino) rimasero intatti nella sede propria, mentre altri elementi (per esempio le sculture), furono trovati nell'area limitrofa e furono poi incastrati nei muri. Al momento della scoperta della casa dei Vallati, si constatò al suo interno la presenza di un cortile aperto nel quale si trovava una torre (poi riprodotta, nella ricostruzione del monumento, come volume emergente dal livello di copertura). Questa torre e quella rinvenuta nelle immediate vicinanze in schegge di marmo e pozzolana potrebbero essere pertinenti alle prime fortificazioni del Teatro di Marcello (XI-XII secolo), intorno a cui sorse poi il complesso dei Vallati. Questa casa trecentesca deve il proprio nome alla famiglia dei Vallati, rappresentanti della nuova nobiltà mercantile. Il palazzetto è costituito da due parti di epoca diversa, una duecentesca (verso il Teatro) e l'altra cinquecentesca. Le strutture del XIII secolo, in blocchetti di tufo, furono costruite scavando nel terreno di riporto accumulatosi intorno al Teatro, fino ad arrivare al piano originario in travertino dell'area compresa fra esso e il Portico di Ottavia, sul quale poggiano direttamente. La parte cinquecentesca (a cui si accede da un portale su cui è inciso il motto: Id velis quod possis) risulta invece incastonata nella parte preesistente quando questa, probabilmente, era in parte crollata o demolita. Il punto di unione delle due parti si coglie chiaramente là dove il rivestimento in tufelli si interrompe per proseguire in cortina i mattoni. La casa oggi è occupata da uffici della Sovraintendenza Comunale, al pari del vicino Albergo della Catena.

 

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Casa in via della Tribuna di Campitelli
In via della Tribuna di Campitelli, ai numeri 23-23ª, sopravvive un interessante esempio di casa medievale con portici terreni ad archi di mattoni, colonne antiche di spoglio con capitelli ionici del sec. XIII e basi di epoca classica. In uno dei portici è inserito un portale a bugne regolari, del '400; in un altro, un portale del '600 con stemma gentilizio. Quasi dirimpetto, si erge il resto di un altro edificio medioevale, forse da identificare con la Torre Stroncaria. La loro presenza sui due lati della strada testimonia che già nel Medioevo via della Tribuna di Campitelli avesse la larghezza attuale.

 

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Portico in piazza Campo Marzio
Al confine tra i rioni S. Eustachio e Campo Marzio, si conservano i resti di un portico medievale inglobati nella parete corrispondente al n. 5 di piazza Campo Marzio; in angolo con via delle Coppelle la colonna incastrata nella muratura conserva anche un bel capitello ionico. Il portico appartiene quasi sicuramente ad una casa solarata (a due o più piani) di un certo livello e si affacciava su un asse viario (attuale via Uffici del Vicario) che nel Medioevo era percorso dal corteo papale quando il pontefice si recava dal Laterano al Vaticano.
L'Adinolfi descrive una casa sita in piazza Campo Marzio, appartenuta alla nobile e ricca famiglia degli Alessandrini (provenienti da Sutri e imparentati con i Sanguigni): secondo la descrizione fatta dall'Adinolfi (tratta da documenti di Archivio), tale casa aveva un portico cinto da mura ornate da merli. Poiché il portico era divenuto rifugio per i vagabondi, Mariano Alessandrini nel 1486 ottenne dai Maestri delle Strade la licenza di chiuderlo. Il portico così fu incorporato nella stessa abitazione. Sebbene non sia completamente certo, piace pensare che il portico in questione sia stato proprio questo di cui restano le colonne, la cui grandezza attesta senza ombra di dubbio la ricchezza del proprietario.

 

 

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Palazzo Della Valle (Corso Vittorio Emanuele II)
I restauri del 1941-42 di Palazzo Della Valle, al n. 101 di corso Vittorio Emanuele II, hanno portato alla luce un arco di laterizio impostato su due pezzi di colonne, pertinente a un portico medioevale, poi inglobato nell'edificio cinquecentesco.

 

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Casa in vicolo dell'Atleta
Vicolo dell'Atleta conserva ancora il suo aspetto medioevale, nonostante che la maggior parte degli edifici siano stati ricostruiti nei secoli successivi. Una bella casa medioevale (XIII sec.) con logge ad arcate su colonne e cornice di coronamento ad archetti ogivali su modiglioni di pietra è stata identificata come la Sinagoga di Nathan ben Jechiel (1035-1106): infatti sulla colonna centrale c'è una scritta in caratteri ebraici (letti come NATHAN CHAY) e Nathan fondò effettivamente una Sinagoga in Trastevere. Nel 1265 scoppiò un grande incendio nella Sinagoga durante il quale andarono distrutti arredi e testi sacri; da allora e per lungo tempo, la Comunità di Roma osservò un digiuno a memoria del tragico avvenimento. L'edificio è stato eretto in tufelli. Questo tipo di cortina (detta anche saracinesca) si sviluppa all'inizio del sec. XIII. È vero che cortine di tufo sono presenti a Roma fin dall'epoca repubblicana ed è vero che fin dal sec. IV d.C. troviamo l'uso dei blocchetti di tufo a costituire tipologie miste, come l'opera listata; ma è con papa Onorio III (inizio sec. XIII) che questo tipo di muratura prende il sopravvento: in questo periodo iniziale i tufelli sono ben tagliati e rifiniti. Ora, nella complessa querelle relativa al fatto che questa sia effettivamente la sinagoga di Nathan ben Jechiel, raramente si ricorda che questa non può essere la Sinagoga del sec. XI proprio per il fatto che essa presenta una muratura di due secoli dopo! La presenza di caratteri ebraici non è di per sé una prova: infatti Trastevere era nel Medioevo il quartiere degli Ebrei e tra questi (a differenza dei cristiani) la capacità di scrivere era molto diffusa. Quindi il cognome graffito può riferirsi a un altro Nathan. Tutt'al più possiamo concedere che la colonna effettivamente appartenesse alla sinagoga di Nathan e che venisse qui riutilizzata dopo l'incendio del 1265.

 

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Casa in vicolo del Buco
Dirimpetto all'abside medioevale di S. Maria della Luce si innalza una parete di origine medioevale con cornice a denti di sega, oggi inglobata in un edificio d'età posteriore. Forse questo edificio era legato alla vicina chiesa.

 

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Casa in vicolo della Luce
Secondo la terminologia tecnica dei documenti notarili medioevali, la casa in vicolo della Luce è una domus solarata (a più piani, in contrapposizione con la terrinea a un piano) cum scala marmorea ante se e dotata di preforolum (profferlo, ballatoio esterno da cui si accede agli ambienti superiori). L'ingresso originario al pianterreno era dall'arco a tutto sesto oggi tamponato. L'edificio presenta alcune strutture in laterizio, altre in tufelli, le quali evidenziano una confezione più accurata nella rifinitura della malta, rispetto all'edificio confinante, anch'esso di origine medioevale.

 

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Casa in via della Lungaretta
La casa in angolo tra via della Lungaretta e vicolo della Luce presenta un portico al pian terreno e decorazione con archetti ogivali su mensoline di pietra in facciata. Un recente restauro ha rimesso in luce una delle finestre originarie, costituita da una elegante monofora con cornice di peperino. La casa confina con un altro edificio medioevale, con ingresso su vicolo della Luce.

 

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Casa in via della Pelliccia
La via prende il nome dalla famiglia Pelliccia che nel 1803 aveva una casa nel vicino vicolo del Cipresso. Sulla destra, al n. 40, si conserva ancora una bella casa del '300 con paramento in tufelli e una finestra centinata. La casa fu di proprietà del Sodalizio dei Piceni. Nelle immediate vicinanze, su via della Scala, si conserva anche il resto di un portichetto (oggi tamponato).

 

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Case Mattei (Piazza in Piscinula)
Sull'attuale piazza in Piscinula prospetta, molto rimaneggiato, il complesso edilizio dei Mattei. Questa famiglia annoverò nella storia ben otto cardinali e a essa spettava infatti il titolo ereditario di Guardiano dei Ponti e delle Ripe in Sede Apostolica vacante. Era questa un'importante carica che i Mattei ricoprirono dal 1271 alla Breccia di Porta Pia; in pratica si affidava alla gens Matthaecia il compito dell'ordine pubblico durante i conclavi: morto un papa, i Mattei richiamavano alle armi un battaglione di cento fanti, i soldati rossi, che sbarrava i ponti, organizzava corpi di guardia a Ripa Grande (il più importante porto di Roma dal XIV al XIX secolo) e assumeva il controllo di Porta Portese, che doveva avere un tempo una torre circolare oggi scomparsa.
Nell'edificio di piazza in Piscinula si possono riconoscere cinque corpi di fabbrica cronologicamente distinti:
1. un corpo in angolo con piazza della Gensola, dal paramento in tufelli e cornice (sec. XIII);
2. un corpo intermedio (sec. XIV);
3. un corpo con ingresso, oggi murato, con due colonne e architrave (inizio sec. XV);
4. un corpo verso piazza Castellani con parete decorata a intonaco graffito (gravemente deteriorato) e finestre a croce guelfa ; in alto a destra una bella loggia prosegue sul lato corto, poggiando su quello che in antico era un portico oggi trasformato in garage (seconda metà del sec. XV);
5. il prospetto verso il fiume trasformato con la costruzione dei muraglioni.

 

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Casa in via della Renella
La strada che è piuttosto antica (è già ricordata in un documento del 9 aprile 1588 e nella pianta di Roma di Antonio Tempesta del 1593), fu così denominata da una spiaggetta un tempo formata sul fiume dal deposito della rena, ove d'estate s'impiantava un piccolo stabilimento balneare. Vi abitavano prevalentemente barcaioli e piloti; un tempo era detta de' macelli delle bufale, perché vi abitavano i macellai. Interessante la bella casetta con portico che vi si affaccia, oggi purtroppo seminascosta da fatiscenti situazioni confinanti.

 

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Casa in via dei Salumi
Un edificio in angolo tra via dei Salumi e vicolo dell'Atleta, mostra una tessitura in tufelli che denuncia la sua origine medioevale (circa sec. XIV).

 

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Portico in via di S. Bonosa
Il toponimo ricorda la presenza qui di una chiesa del IV secolo (demolita nel 1888) sorta nel luogo in cui S. Bonosa (sec. III) si fermò a pregare prima di andare al martirio. Al n. 22, quattro colonne murate sono quanto rimane di un portico medioevale, oggi inglobato in un edificio moderno. La colonna in angolo con via dell'Olmetto (toponimo che ricorda la presenza di un olmo oggi sradicato) termina con un capitello corinzio composito; le altre invece hanno capitelli ionici medioevali.

 

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Portico in via della Scala
Su via della Scala, un edificio di età moderna ingloba una colonna con capitello che sorregge un arco, resto di un portico medioevale. Siamo in una zona dove sono molte le sopravvivenze medioevali, benché - nella maggior parte dei casi - semicelate da costruzioni posteriori: una casa a due piani su piazza de' Renzi, una su via della Pelliccia e un edificio su piazza della Scala, forse da identificare con una torre.

 

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Portico in piazza di Trevi
Due case a schiera oggi esistenti dirimpetto alla Fontana di Trevi sembrano appartenere al periodo in cui questa zona cominciava a perdere il suo carattere rustico: le colonne - con capitelli ionici e trabeazione - formano un portico a pianterreno e si possono datare al XIII- XIV secolo. Una targa ricorda: «Questo portico / ricordo prezioso / dell'età medioevale / fu scoperto e restaurato / nell'anno MDCCCCXXIIII / a cura di Gino Giusti».

 

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Casa in via di S. Vincenzo
In via di S. Vincenzo, ai nn. 30-31, si conserva un edificio assai rimaneggiato, con una cortina a filari di blocchetti di tufo alternati a sottili mattoni, la cui origine può essere datata ai secc. XIII - XIV. Interessanti particolari sono costituiti da una finestrina ad arco, un'altra quadrilatera (oggi murata), dalla traccia di un'arcata che si doveva profilare sulla facciata e da una serie di mensoloni che forse dovevano sorreggere un tetto, prima del rialzo dell'edificio avvenuto in età moderna.

 

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Portico nel Palazzo dei Conservatori (Piazza del Campidoglio)
Il Palazzo dei Conservatori, forse già esistente dal sec. XII e riedificato a metà '400, ingloba al pian terreno (nel cortile interno) un bel portico oggi tamponato ad archi ogivali in mattoni.

 

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Portici in vicolo Margana
A vicolo Margana 13 sopravvivono quattro colonne (di cui una posta sullo spigolo dell'edificio) sormontate da due ghiere lasciate a vista. A fianco (presso il n. 12) un'altra serie di colonne: tre a vista più una, a fianco di un ingresso, visibile dall'interno. L'altezza dal fondo stradale delle tre colonne visibili è variabile (m.1,77, 1,47, 1,77): qui siamo sulle estreme propaggini del colle capitolino e la strada medioevale doveva risentire dell'andamento irregolare del terreno.

 

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Portico in via del Teatro di Marcello
Tra piazza d'Aracoeli e il Monastero di Tor de' Specchi (via del Teatro Marcello 40) si individuano con chiarezza una serie di colonne con capitelli ionici su cui si impostano delle arcate (oggi tamponate). Quasi certamente si tratta di un portico medioevale poi inglobato in costruzioni posteriori. Tuttavia non è mancato chi ha voluto riconoscere nelle colonne non un portico medioevale ma un intero edificio romano riutilizzato nel Medioevo.

 

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Portico sulla via Sacra (Foro Romano)
All'interno del Foro Romano sorsero in età medioevale edifici religiosi (per esempio la chiesa dei SS. Cosma e Damiano), torri (per esempio la Turris Chartularia, oggi scomparsa) e semplici abitazioni. A una di esse dovrebbe essere pertinente il portico che si conserva tra la Basilica di Massenzio e il Tempio di Romolo. La quota di spiccato di questo portico appare notevolmente più alta dell'attuale piano di calpestio. L'edificio fu infatti costruito in epoca medievale a lato della strada e nelle fondazioni sono visibili alcuni basoli pertinenti al livello tardo della via, più alto di circa m. 1,80. Nella muratura del portico si notano tracce di stilatura. La stilatura consiste nell'incisione lasciata sui letti di malta con l'orlo della cazzuola o con uno stilo guidato da un regolo; essa è una sorta di vezzo edilizio, teso a correggere sbavature e difetti vari, al fine di conferire al manufatto una sua regolarità formale; un vezzo in voga tra XI e XII secolo, a testimonianza dell'intimo desiderio di un rinnovamento culturale. All'interno del portico medievale sono stati compiuti saggi di scavo che, pur se in uno spazio limitato, hanno fornito interessanti dati sulla situazione dell'area precedente alla costruzione del portico. È stata infatti rinvenuta parte del marciapiede della via Sacra e una grande quantità di frammenti di intonaco relativi ad un affresco di primo stile pompeiano, raramente ritrovato a Roma, che doveva decorare una ricca casa repubblicana sita nelle vicinanze. A questa casa dovrebbe probabilmente appartenere anche l'emiciclo di laterizio, più in basso sulla strada, che alcuni hanno invece voluto identificare con il Sacello di Bacco, noto da alcune raffigurazioni monetali come un tempietto rotondo. L'area del Foro Romano conserva - oltre al portico sopra descritto e alle chiese - anche altre testimonianze medioevali: per esempio i resti di un edificio sorto sopra la Basilica Giulia (forse pertinente alla prigione detta Custodia Cannaparae o alla chiesa scomparsa di S. Maria in Cannapara), la Colonna di Foca e tracce della Turris Charularia a fianco della Salita di S. Bonaventura (muratura a fasce bianche e nere).

 

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Edifici medioevali in via dei Fori Imperiali
Molto complessa è la situazione medioevale dei Fori Imperiali. Infatti, già a partire dall'età altomedioevale, si assiste a una progressiva marginalizzazione dell'area comprendente i Fori di Augusto, di Traiano e della Pace, mentre la zona del Foro di Nerva diventa un importante asse viario, su cui vanno a essere edificate alcune case, per lo più a due piani. Il portico ad arcate in blocchi di tufo (sec. IX), che doveva affacciarsi su questa via e oggi riportato alla luce, mostra il forte impegno monumentale della residenza di cui faceva parte.
Anche nell'area del Foro di Cesare (che si veniva tuttavia a trovare più lontana dal nuovo asse viario principale) sono stati riportati alla luce resti di abitazioni altomedioevali, di un tipo tuttavia più semplice, probabilmente riservato a una fascia sociale più modesta rispetto a quella dei proprietari della casa con portico al Foro di Nerva.
Ma entrambi i nuclei abitativi (sia quello stanziatosi nel Foro di Nerva, sia quello del Foro di Cesare) risultano abbandonati già dal sec. XI, probabilmente a causa dell'impaludamento cui fu soggetta tutta la zona per occlusione della Cloaca Massima.
Soltanto a partire dal sec. XIII si assiste a una nuova urbanizzazione dell'area dei Fori Imperiali: sono stati rinvenuti infatti resti dei piani-terra e dei muri perimetrali delle case che occuparono l'area della piazza del Foro di Traiano tra il 1250 e il 1280; sono le prime tracce di una riurbanizzazione della zona che già alla fine del sec. XIII si estende sino al Foro di Augusto e che nel tempo si espanderà progressivamente, fino alla sua distruzione nel 1924.

 

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Ospedale di S. Giacomo in Augusta (via Canova)
L'Ospedale di S. Giacomo in Augusta fu eretto nel 1339 dagli esecutori testamentari del cardinale Pietro Colonna (morto nel 1326), come risulta da un'epigrafe in caratteri gotici attualmente collocata all'interno del cortile dell'ospedale. Il toponimo "in Augusta" dipende dal vicino Mausoleo di Augusto, che nel XII secolo era stato adattato dalla famiglia Colonna a roccaforte difensiva (l'Agosta). La posizione dell'ospedale era funzionale all'accoglienza dei pellegrini che entravano a Roma da Nord, ovvero da Porta del Popolo, analogamente alla funzione svolta dall'Ospedale Lateranense a sud (presso Porta S. Giovanni). Nel 1515 papa Leone X sancì la trasformazione del San Giacomo in ospedale specializzato nel ricovero di malati affetti da mali incurabili: in tale occasione il complesso fu parzialmente riedificato, per essere poi ricostruito nel 1842-44. Della costruzione medioevale rimane un elegante portale con arco a tutto sesto inquadrato da una semplice cornice marmorea conclusa da trabeazione, che reca su entrambi i pennacchi lo scudo gentilizio dei Colonna.

 


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