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castel s. angelo nel medioevo

 

In questa pagina:

Castel S. Angelo nel Medioevo
Il sepolcro imperiale
S. Michele inter nubes
Dimora di Marozia
Dominio dei Crescenzi
Possesso dei Pierleoni
Dominio degli Orsini
Devoluzione ai papi

Estratto da: Pio Pagliucchi, I Castellani del Castel S. Angelo di Roma. Con documenti inediti relativi alla storia della Mole Adriana tolti dall’Archivio Segreto e da altri archivi, I, Roma, 1906, pp. 3-27

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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

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Questa pagina è stata aggiornata il 23.05.2017

Castel S. Angelo


Tutti conoscono Castel S. Angelo, ma quasi nessuno ne conosce le vicende medioevali, che pure furono sia importanti per la storia di Roma, sia decisive per il futuro sviluppo del famoso monumento. Abbiamo dunque ritenuto interessante proporre qui un estratto dal primo volume di Pio Pagliucchi I Castellani del Castel S. Angelo di Roma. Con documenti inediti relativi alla storia della Mole Adriana tolti dall’Archivio Segreto e da altri archivi (Roma, 1906, pp. 3-27). Pur essendo assai datato, il testo di Pagliucchi ancora oggi si configura come un valido punto di partenza per le ricerche sulla storia del monumento in epoca postclassica.


Consulta anche la pagina:
"Il culto di san Michele in Castel S. Angelo
Note sulla Mole Adriana nel Medioevo"

(2017)

 

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Il sepolcro imperiale
L'imperatore P. Elio Adriano circa l'anno 135 dell'era volgare intraprese l'edificazione di un sontuoso monumento il quale dovesse servire di sepolcro per lui e pei suoi successori. Il monumento sorse sulla riva destra del Tevere sull'area degli Orti di Domizia, e onde metterlo in comunicazione colla città, lo stesso imperatore lo congiunse con un ponte che dal nome di lui si chiamò Elio, e che oggi, come il castello, è detto Sant'Angelo. Vi furono sepolti, oltre Adriano, i suoi figli, nonché altri imperatori e personaggi della famiglia degli Antonini. Le ceneri di Settimio Severo furono le ultime ad essere ivi racchiuse, l'anno 211 dell'era volgare. Quanto alla forma, i più rinomati storici ed archeologi convengono nel ritenere che il sepolcro di Adriano nel suo complesso constasse di un ampio basamento quadrato composto di grandi massi di pietra, e sormontato da un'alta mole circolare a forma di grande torrione, quella stessa che tuttora serve di maschio al Castel S. Angelo.
Dal 211 al 270 sembra che il sepolcro rimanesse chiuso. Nel 271 l'imperatore Aureliano avendo cinto di mura e torri la riva sinistra del Tevere, a maggior sostegno delle medesime, aggiunse due bracci di muro con sei torri, fra gli angoli del basamento della Mole Adriana, e la riva del fiume - che si dissero Hadrianeo - e aprì una porta detta Aurelia, poi di S. Pietro in Hadrianeo o Aenea, demolita in seguito da Paolo III.
Onorio nel restauro che fece delle mura (401-409) si servì certamente della Mole Adriana per rafforzare la cinta da quella parte, e coprire la porta Aurelia, che secondo i migliori autori era situata a piedi del ponte Elio, e dava accesso alla città; tuttavia, secondo che opina il Gregorovius, né nel 472 allorché Ricimero pose l'assedio a Roma, né durante il regno di Teodorico (500-526) si può dire che il sepolcro di Adriano fosse tramutato in stabile cittadella a difesa della città. È però probabile che quello splendido monarca facesse eseguire qualche restauro al monumento, poiché ai tempi di Ottone I, esso riteneva il nome di Carcer Theodorici, e nel 998 è chiamato dall'annalista Saxo Domus Theodorici.
La prima deteriorazione del monumento risale all'anno 537, allorquando i Goti condotti da Vitige cinsero d'assedio Roma difesa da Belisario coi Greci e i Romani. Nel terribile assalto che i primi diedero alla Mole Adriana, i difensori, che stavano per essere oppressi dal numero dei nemici e già disperavano della vittoria, unanimemente accordatisi, ruppero in pezzi molte delle principali statue che ornavano il mausoleo, le precipitarono sulle teste degli assalitori, i quali fiduciosi nel loro numero, si erano avvicinati con strali e scale al castello, e li respinsero [Procopio di Cesarea, De bello gothico, I, 22].
Una di queste statue, ritrovata nei lavori ordinati da Urbano VIII al castello, è il celebre Fauno detto dei Barberini, da questa famiglia venduto al re di Baviera, ed ora esistente nella gliptoteca di Monaco. Altro guasto non meno grave del precedente dové subire il monumento pochi anni dopo (nel 518), allorché Totila assediò e prese Roma. Quivi 400 cavalieri capitanati da Paolo continuarono ad opporre una eroica resistenza, fino a tanto che ridotti dalla fame alla disperazione, si arresero e ad eccezione di Paolo passarono al servizio dell'esercito goto.
Però, come giustamente osserva il [M.] Borgatti Borgatti, [Il Mausoleo di Adriano e il Castel S. Angelo di Roma. Guida storica e descrittiva, Roma 1902, pp. 35 sg.], dai particolari delle suaccennate lotte fra Greci e Goti narrateci da Procopio, che fu testimonio oculare dei fatti, e dalla mancanza di notizie sicure circa una vera trasformazione della tomba d'Adriano, sembra doversi dedurre che le medesime lotte si svolgessero soltanto entro il recinto dell'Hadrianeo, come fortilizio o ridotto difensivo, e che tutt'al più avessero l'ultimo epilogo nell'area del basamento quadrato del monumento, il quale in quella circostanza fu dai difensori spogliato delle statue che l'adornavano, onde servirsene come mezzo di difesa.
Nel 552 Totila affine d'impedire l'ingresso in città alle genti di Narsete, che muoveva coi Greci alla riconquista, edificò un muro basso in prossimità della Mole d'Adriano, congiungendolo alle vecchie mura: quivi dopo morto Totila, i Goti sostennero l'assedio del vincitore arrendendosi poi a patto di aver salva la vita. Il monumento passò sotto il dominio degli esarchi che a nome di Giustiniano e degli altri imperatori d'Oriente reggevano le provincie italiane a questi soggette.

 

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La Chiesa di S. Michele inter nubes
In seguito, nel 590, essendo afflitta Roma da una pestilenza, il papa S. Gregorio Magno, ad allontanare il flagello, ordinò una solenne processione di penitenza alla basilica di S. Pietro, alla quale prese parte egli stesso, seguito dal clero e dal popolo romano. È pia tradizione che giunto il solenne corteggio al ponte Elio, sull'alto della mole d'Adriano apparisse miracolosamente la figura dell'arcangelo S. Michele, in atto di rimettere la spada nel fodero in segno della prossima cessazione del morbo, come di fatti avvenne.
In memoria dello straordinario avvenimento, sui primi anni del secolo VII, il papa Bonifacio IV avrebbe fatto edificare sulla sommità del monumento la piccola chiesa o cappella in onore di S. Michele, la quale per la grande elevatezza del sito, si disse sancti Angeli inter nubes o usque ad coelos. Parecchi anni or sono il De Rossi in una raccolta epigrafica del secolo IX, contenuta nel codice palatino Vaticano 833 riconobbe alcune iscrizioni già esistenti in questa piccola chiesa se collocare anche una statua colossale in bronzo del medesimo arcangelo in modo che potesse essere veduta a gran distanza.Col tempo questa statua dové essere sostituita da altra in marmo che scorgevasi sulla cima del castello circa la metà del secolo XIV.
Nei secoli VIII e IX poco o nulla sappiamo intorno alla Mole Adriana, se si eccettui la relazione dell'anonimo d'Einsiedeln che visitò Roma sulla fine del secolo VIII. Egli ci dice che il monumento si conservava abbastanza bene, riporta le iscrizioni sepolcrali che tuttora vi erano ed è da lui semplicemente chiamato Adrianum. Frattanto però due opere che non possiamo a meno di accennare furono compiute dai pontefici in questo periodo: cioè l'ampliamento del portico che conduceva a S. Pietro, fatto eseguire da Adriano I fra il 772 e il 776, e la cinta Leonina fatta costruire da Leone IV fra l'848 e l'852.

 

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Dimora di Marozia e dei Conti Tuscolani
Quasi a compensare la tranquillità goduta allora, gravi avvenimenti si svolsero entro le solide mura di quel vasto monumento, per opera delle fazioni che funestarono nei secoli X e XI l'eterna città. Già fin dai primordi del secolo X la Mole Adriana subì delle trasformazioni e aggiunte di non lieve importanza, dappoiché sappiamo che nel 923 era già abitazione della celebre Marozia e del suo marito Alberico. Di là questi tentò d'impadronirsi di Roma, ma fu espulso dalla città, e quindi ucciso dagli Ungari.
Morto Alberico, Marozia nel 925 s'impadronì di Castel S. Angelo, e quivi sposò Guido di Tuscia fratello di Ugo di Provenza, nuovo re d'Italia, che il papa Giovanni X aveva chiamato per opporlo alle prepotenze di quella donna. Circa 3 anni dopo riuscì ai due coniugi d'impadronirsi dello stesso Giovanni X che rinchiuso in Castel S. Angelo, fu ivi fatto morire. In seguito, morto anche Guido, Marozia sposò, parimenti in Castel S. Angelo, lo stesso Ugo re d'Italia. Sembra che a quest'epoca la Mole Adriana si fosse tramutata in una vera fortezza ed avesse perduta del tutto la primitiva destinazione di tomba, pur mantenendo nelle linee principali l'antica forma. Sotto questo aspetto almeno ci è descritto da Liutprando, lo storico di questi tempi, il quale nel notare l'immensa altezza dell'edificio rammenta la denominazione usque ad coelos data alla chiesetta di S. Michele costruita da Bonifacio IV.
Alberico figlio di primo letto di Marozia, oltraggiato dal padrigno Ugo, nel 932 sollevò i patrizi romani contro di lui; assaltò e prese il Castel S. Angelo e vi rinchiuse prigioniera la madre. Ugo si salvò a stento facendosi calare con una fune dal castello. A Roma fu proclamata una repubblica di nobili di cui fa capo lo stesso Alberico col titolo di principe e senatore; e il papa Giovanni XI fu rinchiuso nel Laterano.
Il Castel S. Angelo rimase in potere del nuovo governo, fino a che Ottaviano, succeduto nel 934 al padre Alberico, come principe e senatore dei Romani, fu elevato al pontificato col nome di Giovanni XII. Ma circa dieci anni dopo, essendo scoppiata una congiura diretta da Pietro prefetto di Roma, e da Roffredo conte della Campagna, il nuovo papa Giovanni XIII, ch'era stato eletto col favore della fazione imperiale, fu, secondo che ci narra Ermanno Contratto, cronista tedesco del secolo XI, incarcerato nel Castellum s. Angeli. Questa è la prima volta che la storia c'indichi la Mole Adriana con siffatta denominazione. Nel 936 l'imperatore Ottone I ritornò a Roma, e i capi della congiura furono esemplarmente puniti: il papa fu restituito alla sua sede, e l'ordine parve tornasse nuovamente a regnare.

 

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Dominio dei Crescenzi
Ma fa cosa di breve momento: poiché Crescenzio o Cencio de Theodora, avuto il sopravvento sulla fazione tuscolana capitanata da Alberico nipote di Marozia, s' impadronì del Castel S. Angelo, dove fece rinchiudere e quindi strangolare il papa Benedetto VI (luglio 974). Tale misfatto dié nuovamente il sopravvento alla fazione tuscolana, la quale cacciò da Roma l'antipapa Bonifacio VII in cui luogo fu eletto Benedetto VII. Morto Crescenzio nel 984 il Castel S. Angelo continuò ad essere in mano del capo della fazione antipapale, cioè di Giovanni Crescenzio figlio del precedente: quivi egli fece morire di fame il papa Giovanni XIV succeduto a Benedetto VII (984), dopo avete richiamato a Roma l'antipapa Frantone o Bonifacio VII. Morto ancor questo per opera degli stessi suoi seguaci, Crescenzio continuò a dominare da solo col titolo di patritius ossia vicario imperiale, titolo che venne a lui confermato dall' imperatrice Teofania reggente per il minore Ottone II; ma essendo ai 29 settembre 996 scoppiato in Roma un nuovo tumulto contro il papa Gregorio V parente dell'imperatore, e successore di Giovanni XV, Crescenzio si impossessò un'altra volta del Castel S. Angelo, cacciò da Roma il legittimo Gregorio, e fece eleggere l'antipapa Filagato, col nome di Giovanni XVII.
A tale notizia Ottone III nel 998 tornò a Roma, ristabilì nella sua sede Gregorio V, e pose l'assedio al Castel S. Angelo. Dopo un mese di resistenza, durante la quale la rocca subì i fieri colpi delle macchine degli assedianti, Crescenzio fu preso e decapitato, con altri 12 nobili romani, sul clivus Cinnae, che da quel dì prese il nome di Mons Malus in oggi corrottamente Monte Mario. Secondo altri egli fu precipitato dai merli del castello, indi appiccato insieme ai compagni. La resa del castello e la morte di Crescenzio avvennero ai 29 aprile 998.
Gli scrittori di questo tempo chiamano la Mole d'Adriano col nome di turris quae est extra civitatem trans Tyberim, oppure mons qui dicitur s. Angeli o in castello s. Angeli de ponte s. Petri. Il Nibby è dell'opinione che prima di Crescenzio la Mole Adriana fosse già ridotta in forma di torre o di castello feudale, cioè fin dal tempi di Marozia. L'illustre archeologo così si esprime in proposito: «I fatti poi che ho riportato finora dimostrano quanto falsa sia l'opinione di coloro che hanno con tanta sicurezza asserito essere stata la mole Adriana ridotta a fortezza da Crescenzio, imperciocché costui poté farvi qualche difesa per maggior sua sicurezza, ma prima di lui era stato fortificata fino dal V secolo, e certamente a Marozia, e dopo di lei al suo figlio Alberico, si debbe l'aver dato forma di torre o castello feudale a questo monumento, già ridotto a guardia delle mura di Roma da questa parte. Vero è che la denominazione di Crescenzio, l'avervi questo aggiunto ripari, furono causa che questa mole avesse il nome di arx e turris Crescentii in parecchi scritti dei tempi bassi, ed una prova se ne ha in Arnolfo da Milano che nelle Storie Milanesi, lib. III, c. XVII mostra come l'antipapa Cadolao l'anno 1063 pervenne ad entrare in questo castello, sostenuto da un tale Cencio figlio di Stefano prefetto di Roma, fatto che egli così descrive: tempore post alio, quorundam ex urbe ope et concilio, Romam quam novam perhibent (la città Leonina) ingressus coscendit arcem Crescentii» [A. Nibby, Roma nell’anno MDCCCXXXVIII, II, Roma 1839, p. 505].
Della stessa opinione è il Gregorovius, il quale ricorda come ai tempi di Carlo Magno, lungo le mura che dal castello vanno al fiume, si contavano già, sei torri e centosessantaquattro merli.
Crescenzio quindi non avrebbe aggiunto al castello che delle nuove difese. Certo è che da quell'epoca il nostro monumento è spesso chiamato darli scrittori Castrum Crescentii o Castellum Crescentii, denominazione derivatagli, secondo noi, non tanto dai lavori, fattivi da Crescenzio quanto dalle tristissime gesta, da cui il castello fu teatro, durante il dominio che ne ebbe quel tiranno di Roma. Promiscuamente a questa continuò ad usarsi per qualche tempo l'altra denominazione di Castrum o Domus Theodorici e di turris inter coelos.
Nella lotta fra la fazione imperiale che aveva insediato nel pontificato l'antipapa Cadolao col nome di Onorio II per contrapporlo al legittimo Alessandro II eletto nel 1061, e il partito pontificio: e in quella più terribile fra il papato e l'impero per cagione delle investiture, il Castello S. Angelo ritorna ad essere oggetto di nuovi avvenimenti.
Cencio figlio di Stefano de' Crescenzi prefetto di Roma, e l'antipapa si impadronirono del Castel S. Angelo, e vi si fortificarono usurpando il supremo potere. Si racconta, anzi che Cencio costruisse un fortilizio con torri alla testa del ponte S. Angelo dalla parte della città, e imponesse a tutti i passanti un tributo. Morto Alessandro II non cessarono le discordie, poiché Cencio, sebbene avesse dapprincipio simulato sottomissione al nuovo papa Gregorio VII, ben presto per varie ragioni gli si atteggiò a nemico. E siccome Cencio teneva sempre occupato il Castel S. Angelo, tuttora dominio dei Crescenzi, Gregorio fu sollecito di liberarsi da un personaggio, il quale per effetto di un tale possesso diveniva a lui un avversario formidabile.
Riuscì pertanto al prefetto di Roma Cinzio di sorprenderlo ed arrestarlo; gli fu iniziato un processo, ed era quasi per espiare coll'estremo supplizio le sue iniquità, allorché per interposizione della contessa Matilde, il papa perdonò a Cencio a patto che consegnasse il Castel S. Angelo.
In tal modo i Crescenzi perdettero il dominio di questa importante fortezza che fu tosto presieduta da milizie del pontefice. Durante la lotta per le investiture, Cencio fu capo della rivoluzione che scoppiò la notte di Natale mentre Gregorio VII celebrava in S. Maria Maggiore. Com'è noto, il papa fu sacrilegamente strappato dagli altari, e rinchiuso nella torre dei Cenci nel rione Parione, luogo fortificato ov'erasi ridotto Cencio, dopo la perdita del Castel S. Angelo. Il giorno seguente il popolo sollevatosi, liberò il papa, al quale Cencio andò debitore anche questa volta della vita: le sue case furono distrutte, e i beni confiscati.

 

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Possesso dei Pierleoni
Ma sulla fine del 1083 ritornato per la terza volta in Roma l' imperatore Enrico IV, s'impossessò della città Leonina, e si fece incoronare dal nuovo antipapa Clemente III. Gregorio VII si ricoverò in Castel S. Angelo sotto la protezione di un Pierleone prefetto pontificio. Sui primi del 1031 l'imperatore avendo assediato e preso il Palatino e il Campidoglio, strinse d'assedio Castel S. Angelo, cercando di averlo per fame. Ma alla notizia del prossimo avvicinarsi di Roberto Guiscardo, duce dei Normanni chiamato dal pontefice, ai 28 maggio si ritirò da Roma, distruggendo parte della cinta Leonina: il papa fu liberato e fece ritorno al patriarchio Lateranense, indi a poco si ritirò a Salerno, ove morì un anno dopo questi avvenimenti. È probabile che i Pierleoni continuassero a tenere il Castel S. Angelo per la Chiesa, quindi la vigilia di S. Pietro dell'anno 1037 essendosi azzuffate le due fazioni, cioè quella dell' antipapa Clemente III, con quella del nuovo papa Vittore III, le truppe pontificie che occupavano il castello e la basilica Vaticana impedirono all'antipapa di celebrare i pontificali il giorno di S. Pietro. Alcuni anni dopo (1091) la fazione imperiale capitanata da Ferruchio assalì improvvisamente il Castel S. Angelo e lo prese, e affinché non servisse di nuovo a sostegno e rifugio dell' autorità pontificia, cominciò a demolirlo. Non conosciamo l'entità dei danni prodotti da queste tentativo di distruzione, ma è certo ch'esso dové recare serio pregiudizio alle opere di fortificazione che vi avevano fatto i Crescenzi. Finalmente ai 24 agosto 1098 il Pierleoni colla forza delle armi, secondo alcuni, coi danari pagati dal papa secondo altri, riprese il castello, e lo consegnò ad Urbano II. Bertoldo di Costanza che ci narrò questi fatti chiama la Mole Adriana Castellum S. Angeli.
Nelle lotte che seguirono in Roma fra i papi e gli antipapi, il Castel S. Angelo passò in mano ora degli uni, ora degli altri, secondoché prevaleva la fazione pontificia o l' imperiale: ma ci mancano su ciò i precisi ragguagli. Sappiamo solo che Pietro di Pierleone eletto antipapa col nome di Anacleto II, nel 1133 teneva occupato il castello, segno ch'esso continuava ad essere dominio di quella potente famiglia, passata ora alla parta antipapale. Nel 1138, morto Anacleto, i Pierleoni fecero atto di sottomissione al legittimo pontefice Innocenzo II, in cui potere ritornò l'oramai storica fortezza. È probabile che ai Pierleoni fosse conservato il possesso del castello, rimanendone ai pontefici l'alta sovranità, poichè nel 1146, allorché scoppiò in Roma la rivoluzione di Arnaldo da Brescia, il Castel S. Angelo era tuttora tenuto da quella famiglia, ritornata in quel momento al partito pontificio Infatti il Senato Romano rivolgendosi a Corrado III perché venisse a Roma, gli scriveva di avere ordinato il restauro del Ponte Milvio, affinché egli non fosse costretto a passare sotto il Castello S. Angelo che tenevano i Pierleoni, partigiani (ad eccezione di Giordano gonfaloniere della repubblica) di Eugenio III: «ne Petri Leones per castellum S. Angeli vobis nocere possint, ut statuerant».
Nell'Ordo Romanus di Benedetto canonico di S. Pietro, il castello è chiamato Templum Adriani, templum et castellum Adriani.
Nel 1155 juxta Castrum Crescentii avvenne un'accanita battaglia fra i Romani e le truppe di Federico Barbarossa, allorché questo imperatore erasi recato a Roma a ricevere la corona imperiale, e ad abbattervi il reggimento repubblicano. In tale occasione il papa aveva nominato custode o prefetto del Castel S. Angelo il cardinale Bosone Breakspeare suo nipote. Costui alla morte di Adriano (1159) dié asilo nel forte ai cardinali, onde salvarli dal furore del popolo sobillato dall'antipapa Vittore IV. Quivi essi elessero liberamente il nuovo pontefice Alessandro III ai 7 settembre 1159.
Questa è la narrazione che fanno parecchi storici moderni, i quali hanno interpretato le parole Leoninum castrum di Ottone di Frisinga pel Castel S. Angelo, che dal medesimo è sempre chiamato Castrum Crescentii. Nel 1155 in occasione dell'incoronazione di Federico Barbarossa, le milizie tedesche occuparono la chiesa di S. Pietro e la città Leonina, per la quale appunto debbono intendersi le parole Leoninum castrum.
A quest'epoca il Castel S. Angelo era forse tuttora in mano dei Pierleoni, dappoiché vi trovarono rifugio e sostegno i Romani nella sanguinosa lotta colle truppe imperiali che ebbe luogo il giorno stesso della coronazione di Federico. Nel 1159 poi, morto Adriano IV, il nipote cardinale Bosone Breakspeare occupò la munitio S. Petri, cioè il Vaticano fortificato, e quivi riunitisi i cardinali, procedettero all'elezione di Alessandro III.
Nel 1167 il Barbarossa, dopo la sconfitta dei Romani al Tuscolo, assalì e prese la città, Leonina, giunse fino alle porte del Castel S. Angelo ove eransi rifugiati i cardinali ospitati dal Breakspeare, ibique atrocissimum dedit assaltum et frequentes impetus.
Ma la famiglia, del Papa difese così valorosamente la. fortezza, che l' imperatore dové togliere l'assedio e ritirarsi. Secondo la descrizione di Pietro Mallio, il castello era allora formato di due corpi rotondi concentrici detti gerones, ed era munito di porte di bronzo.
Nel 1191 i seguaci dell'antipapa Guiberto si impadronirono del castello e cercarono di demolirlo senza riuscirvi. Bertoldo di Costanza narrando questi fatti chiama il castello turris Crescentii; Cencio Camerario sulla fina del secolo XII nell' Ordo Romanus (in Mabillon, Museum Italicum, II, p. 189), lo chiama Castellum Crescentii. Nella celebre operetta Mirabilia Urbis Romae la Mole Adriana è chiamata col nome di Castellum Adriani o Castellum Crescentii. Poco o nulla sappiamo delle vicende del castello nel secolo XIII; ma non è improbabile ch'esso restasse ancora per vario tempo in possesso dei Pierleoni, sotto l'alta sovranità dei pontefici.

 

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Dominio degli Orsini
Secondo il Villani Nicolò III (1277-1280), di casa Orsini, fu quegli che avrebbe con una donazione dato in proprietà alla sua famiglia il Castello S. Angelo, togliendolo alla Chiesa cui esso apparteneva. Tale donazione sarebbe stata fatta ad Orso Orsini figlio di Gentile, e nipote del papa. Il P. Savio che nel suo pregevole studio storico su Nicolò III e gli Orsini ha trattato abbastanza diffusamente delle donazioni di Soriano e Castel S. Angelo, attribuite al detto pontefice, dopo riferita la notizia del cronista fiorentino, espone i suoi dubbii, circa la veridicità della medesima, sia per la facilità, con la quale il Villani accoglie per veri avvenimenti a lui anteriori e lontani dalla sua patria, sia per la mancanza assoluta di documenti contemporanei, e di testimonianze di altri storici che confermino una tale donazione.
Però in difetto di altre memorie che accennino ad un dominio degli Orsini sulla Mole Adriana prima di Nicolò III, il citato autore si limita ad accettare la notizia del Villani, quasi come un'ipotesi che merita conferma. E allato a questa ipotesi egli stesso ne stabilisce un'altra, la quale per le ragioni da lui addotte ha tutta la probabilità di essere la vera. La sostanza della ipotesi del Savio è che il Castel S. Angelo passasse agli Orsini per uno dei titoli ordinarii pei quali si trasmettono le possessioni, trasferendosi poi nei singoli membri della famiglia per successione ereditaria.
Se dunque una concessione per parte di Nicolò III vi fa, questa non fu una donazione, sibbene un riconoscimento o una conferma di un diritto già esistente.
Non ostante le rovine, e le distruzioni cui soggiacquero i monumenti di Roma per gl'incendii, i saccheggi e le guerre che desolarono la città, dai primi tempi del Medio Evo a tutto il secolo XII, rimase sempre il principio che gli edifici pubblici appartenessero allo stato. Quindi è certo che i pontefici allorché conseguirono il dominio di Roma divennero altresì signori dei grandiosi monumenti che la civiltà, pagana vi aveva lasciato, e ne concedettero il possesso a chiese, a monasteri, a nobili famiglie o a privati
Molti sono i documenti contenenti queste concessioni di cui abbiamo notizia. Ne enumereremo i principali.
Così sappiamo che ai 25 marzo 955 Agapito Il confermava in proprietà del convento di S. Silvestro in Capite la colonna di Marco Aurelio, detta anche Antonina, e sette anni più tardi Giovanni XII rinnovava la conferma comprendendovi la piccola chiesa di S. Andrea ch'erasi fabbricata presso la base del monumento. Altri diplomi degli stessi pontefici confermarono a quel monastero il Mausoleo d'Augusto nel Campo Marzio. Nell' anno 975 troviamo il Settizonio di Settimio Severo in possesso dell'abbate e convento di S. Gregorio, i quali occupavano altresì l'arco di Costantino.
Più tardi, ai 31 gennaio 1145 Lucio II dava la custodia del Circo Massimo ai Frangipani i quali erano già venuti in possesso del Colosseo, degli archi di Tito e di Costantino, e del Settizonio Severiano, formandone, coll'aggiunta di elevati torrioni quà e là, una immensa rocca a loro propria difesa sul Palatino. Nel 1162 la colonna Traiana unitamente alla piccola chiesa di S. Nicolò edificata ai suoi piedi, passava in proprietà delle monache di S. Ciriaco, e ai 2 luglio 1199 Innocenzo III confermava alla chiesa dei Ss. Sergio e Bacco il possesso della metà dell'arco di Settimio Severo, di cui l'altra metà era già in mano di privati. Né tralasceremo di ricordare che i Colonna avevano i loro palazzi nelle Terme di Costantino, che nel secolo XV possedevano anche il Mausoleo d'Augusto, e finalmente che il Teatro di Marcello fu per varii secoli residenza e rocca dei Pierleoni, passando nel secolo XIV ai Savelli, indi agli Orsini.
A tali donazioni fatte specialmente a chiese e luoghi pii, dobbiamo la conservazione di tanti monumenti della nostra città: benché deteriorati, benché trasformati, e per la più parte, in quei tempi di, continue violenze, ridotti a fortezze, essi ci rimangono, e anche oggi possiamo ammirarli.
Probabilmente anche il Castel S. Angelo, monumento non certo inferiore ai precedenti per vastità e mole, dové subire la stessa sorte di quelli, e il fatto di trovarsi esso in possesso prima dei Crescenzi, poi dei Pierleoni, e quindi degli Orsini, indica con molta verosimiglianza essere stato ciò effetto di successive concessioni o conferme analoghe a quelle che abbiamo poc'anzi veduto.
Quanto agli Orsini - giacché delle vicende della Mole Adriana sotto i Crescenzi e i Pierleoni, si è già fatto cenno - noi all'infuori della notizia vaga ed incerta di Giovanni Villani nulla sappiamo relativamente all'epoca precisa in cui il monumento, ridotto oramai a fortezza di prim'ordine, venisse in proprietà della potente famiglia romana.
Lo storico di Roma medioevale ammette come cosa certa che gli Orsini fin dalla metà del secolo XIII avessero la signoria del S. Angelo, unitamente al possesso del quartiere Vaticano, del Monte Giordano e dell'Arpacata. Non conosciamo la fonte alla quale egli abbia attinto la notizia, mancando in proposito qualsiasi documento certo.
La notizia dello storico tedesco sembrerebbe a. prima vista che potesse trovar riscontro in un documento, per quanto ci consta, inedito, che trovasi fra gli Instrumenta miscellanea dell'Archivio Vaticano. Il documento è un atto di concordia fra Matteo Orsini, figlio del fu Napoleone e nipote di Giovan Gaetano Orsini, e il fratello germano Giacomo, ambedue del ramo di Vicovaro e Campo di Fiore. Porta la data dei 4 maggio 1175, ed è quindi anteriore a Nicolò III. Matteo Orso coi consenso dei suoi figli, e questi col consenso suo, rinunziano a molti diritti e ragioni che avevano sul patrimonio di famiglia, a favore di Giacomo rispettivo loro fratello e zio, e dei di lui figli Napoleone, Fortebraccio e Francesco Orsini, rendendoli esenti da qualsiasi molestia per l'avvenire in perpetuo. In correspettivo Giacomo e i suoi figli rinunziano ad altri loro diritti a favore di Matteo Orso e dei figli di lui.
Nell'enumerazione dei beni appartenuti a Napoleone, padre di Giacomo e di Matteo Orso, è compreso un Castrum S. Angeli et eius territorio. Trattasi qui del Castel S. Angelo di Roma, oppure di uno dei paesi che con questa denominazione sorgevano nel territorio tiburtino, e che parimenti appartennero all'uno o all'altro dei rami della famiglia Orsini? Ammettendo vera la prima ipotesi, ne seguirebbe che Napoleone Orsini figlio di Gian Gaetano, il quale viveva verso la metà del secolo XIII, era già possessore del Castel S. Angelo in quell'epoca, e l'opinione del Gregorovius troverebbe una conferma.
Vero è che il Savio - il quale trattò anche della discendenza e dei possedimenti del ramo degli Orsini di Vicovaro, e vide nell'archivio Orsini l'originale o una copia dell'atto di concordia del 4 maggio 1275, unitamente alla sentenza arbitrale emessa alla stessa data dal cardinale Francesco Orsini in forza dell'atto stesso - interpreta le parole castrum S. Angeli del documento per Castel Madama, che veramente appartenne con tale denominazione agli Orsini di Vicovaro, essendo allora toccato in sorte a Giacomo Orsini. Tuttavia le notizie storiche che abbiamo circa le origini e i possessori di Castel Madama, e alcuni passi del documento stesso, oggetto del nostro studio, ci sembrano tali da non farci ritenere risoluta senz'altro la questione, ed abbandonata del tutto la prima ipotesi.
Il p. Casimiro da Roma e gli altri autori che hanno tessuto la storia di Tivoli e dintorni, distinguono principalmente due castelli col nome di S. Angelo: uno lontano circa 4 miglia da Monticelli, la cui origine, essi fanno risalire al secolo X; l'altro oggi detto Castel Madama distante poche miglia da Tivoli.
Il primo ebbe e conservò il nome di S. Angelo, ed appartenne quasi sempre ai monaci Sublacensi, dai quali sotto il pontificato d'Innocenzo III un cardinale della famiglia Capoccini o Capoccia lo comperò insieme ad altre terre e castelli. Da quell'epoca il castello assunse la denominazione in Capoccia, e rimase in. possesso di questa famiglia, non solo prima di Nicolò III, ma anche dopo, passando assai più tardi agli Orsini. È chiaro quindi, che nel 1273, allorché fu stipulato l'istromento di concordia, Castel S. Angelo in Capoccia non poteva appartenere agli Orsini: e ciò anche nell'ipotesi che fosse vera l'asserzione del Sansovino che Nicolò III donasse il castello ad Orso suo nipote.
L'altro castello che si è chiamato Madama nel 1538, dato in dote a Margherita d'Austria figlia naturale di Carlo V, destinata in isposa a Ottavio Farnese, prima di tale epoca, tanto dagli storici, quanto nei diplomi ed istromenti fu costantemente denominato Castrum o Castellum S. Angeli.
Tutti gli storici della regione tiburtina ammettono che Castel S. Angelo ossia Castel Madama, fosse edificato in luogo di Castello Ampiglione o Castello Apollonio, altro feudo degli Orsini distrutto dai Tiburtini. Ma la maggior parte di essi storici - e forse i più autorevoli - quali Alberto Cassio, l'Ansaloni, lo Zappi, Pietro Cioffi più antico dei precedenti e rampollo di una delle più illustri famiglie d'Ampiglione, e il Viola convengono nel porre la distruzione del paese all'anno 1300, o agli ultimi anni del secolo XIII, mentre ne erano signori Riccardo e Buccello Orsini figli di Fortebraccio.
La fondazione quindi del nuovo castello che si disse S. Angelo, non poté avvenire che nei primi anni del secolo XIV. Fu precisamente nell'anno 1303 che i detti Riccardo e Buccello Orsini, signori già d'Ampiglione, costruirono Castel S. Angelo, conforme quanto attesta la seguente lapide riferita da Alberto Cassio e dal Viola, e già esistente sulla porta detta Luigia di Castel Madama: «Anno Dni MCCCVIII / D. Riccardus et Buccell / filii dni / Fortisbrachii de filiis Ursi / aedificaverunt castrum / cum porta ista». Risulterebbe quindi abbastanza chiaro da queste notizie, che il Castrum S. Angeli del nostro documento non possa essere neppure Castel Madama, che nel 1275 ancora non esisteva.
Senonchè il Savio preferì seguire l'opinione del p Casimiro e del Kircher i quali veramente pongono al 1257 la data della memoranda distruzione d'Ampiglione, data per altro che contrasta con quella degli altri storici e colla iscrizione ora citata, e non è, per quanto sappiamo, appoggiata da documenti.
Posto dunque che la edificazione di Castel Madama avvenisse sui primi anni del secolo XIV, è chiaro che il Castrum S. Angeli debba riferirsi o a qualche altro paese della regione tiburtina che portava lo stesso nome - come appunto sappiano che ve ne erano - oppure al Castel S. Angelo di Roma.
Un passo anzi del documento sembrerebbe avvalorare quest'ultima ipotesi. Quivi infatti si parla del Castel S Angelo congiuntamente alle torri, case, casalini ed orti esistenti entro la città di Roma: «Item occasione quarumcumque expensarum per nos dictum Matheum factarum et quarumcumque pecuniarum similiter per nos solutarum in aliquibus seu pro aliquibus acquisitionibus per nos factis in Castro S. Angeli et eius territorio, de aliqua vel aliquibus ipsius castri seu sui territorii partibus; vel in aliquibus turribus, domibus, casarenis, ortis ac vacantibus intra Urbem existentibus, vel de aliqua parte vel partibus ipsarum, vel in quibuscumque muratis, edificiis, actationibus et reparationibus per nos ipsum Matheum factis in rebus et bonis, domibus, castris et locis intra Urbem existentibus vel extra»; mentre se si fosse trattato di un feudo lontano da Roma, se ne sarebbe dovuto parlare unitamente ai castelli di Tagliacozzo, Marano e S. Donato che formano parimenti oggetto della composizione fra le parti.
É vero che le parole «et eius territorio» farebbero credere piuttosto ad un castello di provincia: ma le medesime non disconvengono neppure alla Mole Adriana, il cui possesso comprendeva allora tutto un insieme di annessi e pertinenze, come ci è dato facilmente di rilevare dal testamento di Napoleone o Poncello Orsini dell'anno 1335 esistente in copia nell'Archivio Capitolare di S. Pietro in Vaticano, e riportato dal Savio nei suoi punti più salienti. In quell'atto di sua ultima volontà, del quale dovremo riparlare tra breve, Napoleone disponendo fra gli altri suoi beni, del Castel S. Angelo di Roma si esprime in questi termini: «…In una quarum poni volumus res et bona infrascripta videlicet Castrum S. Angeli cum omni jurisdictione et juribus ad ipsum castrum pertinentibus, videlicet domibus, vineis, pensionibus et redditibus consuetis et adtributis de consuetudine dicto castro».
Non insistiamo tuttavia su quest'ultima ipotesi, la cui ammissibilità non sarebbe certo sfuggita all'acume del P. Savio, allorchè trattò così diffusamente della donazione di Castel S. Angelo; e ci limitiamo a constatare l'esistenza di una questione, la quale sarà più facilmente risoluta allorché si conosceranno per intero tanto la sentenza arbitrale in data 4 maggio 1275, quanto gli altri documenti dell'archivio Orsini, che il ch. autore accennò soltanto di volo.
La prima memoria certa del possesso degli Orsini sopra il Castel S. Angelo di Roma non rimonta che all'anno 1326. Sappiamo difatti che in quell'anno essendo Giacomo Savelli vicario di Roma per il re Roberto d'Angiò, fu deposto, dai tre sindaci del comune, fra i quali Poncello (Napoleone) Orsini signore de lo Castiello Santo Agnilo. Napoleone figlio di Orso capostipite del ramo di Soriano, era dunque signore del Castel S. Angelo nel 1323, ed è probabile che lo avesse ereditato dal padre nelle cui mani era forse pervenuto per successione ereditaria da Gentile figlio di Matteo Rosso. E se ciò avvenne nel pontificato di Nicolò III, può darsi che questi abbia confermato al nipote Orso il possesso del castello: entro questi confini potrebbe accettarsi il racconto del cronista Villani. Poncello morì fra il 1333 e il 1337, e dopo di lui acquistò il Castel S. Angelo per successione ereditaria il figlio Matteo, che morendo ucciso come capitano del popolo in Orvieto nel 1345, lo trasmise parimenti per eredità, al figliuaìo Cola o Nicola. Questi nella storia romana del Muratori là dove si parla dei nobili fatti incarcerare da Cola di Rienzo nel 1347, è chiamato signore del Castel S. Angelo: e da una lettera di Cola di Rienzo medesimo dei 15 agosto 1351, si deduce che Cola Orsini e lo zio Francesco morirono improvvisamente nel Castel S. Angelo il 29 settembre 1349, senza lasciare, a quanto sembra, figli maschi.
Ritorneremo fra breve a parlare degli Orsini, allorché tratteremo della devoluzione del Castel S. Angelo alla S. Sede. Ora dobbiamo accennare brevemente ai rivolgimenti politici che seguirono in Roma nella prima metà del XIV secolo, e per effetto dei quali il Castel S. Angelo più volte, a brevi intervalli, si sottrasse al dominio dei suoi padroni.
Nel 1312 allorché Enrico VII di Lussemburgo venne a Roma per farsi incoronare contro la volontà del papa, Giovanni d'Angiò fratello di Roberto re di Napoli, e principe d'Acaia, messosi d'accordo cogli Orsini, occupò il Castel S. Angelo, il Vaticano, il Trastevere e il Campidoglio. L'imperatore riuscì poco a poco ad occupare quasi tutta la città, ad eccezione della Mole Adriana, ove eransi rifugiati Giovanni d'Angiò, gli Orsini, e i principali capitani di parte guelfa. Finalmente riuscì ai Guelfi con una sortita dal castello, di respingere gl'imperiali e di rioccupare le posizioni della città che avevano perduto. L' imperatore offrì pace a patto che i Guelfi lo facessero incoronare e l' incoronazione ebbe luogo il 29 giugno al Laterano. Ma disperando egli di poter far valere in Roma il proprio partito, ai 20 agosto dello stesso anno 1312 se ne partì, e si diresse in Toscana. Qualche tempo dopo la partenza di Enrico VII, i Colonna e gli Orsini si rappacificarono, e furono eletti senatori Francesco Orsini e Sciarra Colonna. Nella sollevazione popolare che poco appresso seguì, il popolo prese il Castel S. Angelo, e tentò di demolirlo. Frattanto era stato eletto capitano del popolo Giovanni Arlotti della famiglia degli Stefaneschi di Trastevere, e invitato l' imperatore a ritornare a Roma, e riprendere la potestà dalle mani del popolo. Ma di lì a poco la parte nobiliare con l' aiuto di Roberto re di Napoli, riprese il sopravvento; l' Arlotti fu imprigionato, e i due precedenti senatori riebbero il potere (a. 1313).
Il Castel S. Angelo tornò alla famiglia Orsini. Nell'aprile o maggio 1327 il popolo romano si sollevò di nuovo, cacciò i partigiani di Roberto, s'impadronì del Castel S. Angelo, e istituì un governo democratico, eleggendo a suo capitano uno Sciarra che sedé in Campidoglio con un consiglio di cinquantadue popolani. Invitato dai Romani, Ludovico il Bavaro venne a Roma il 7 gennaio 1328, tolse agli Orsini il Castel S. Angelo, e tutte le altre fortezze di Roma, e nel primo rafforzò il presidio. Ma essendo ripartito il Bavaro ai 4 agosto dello stesso anno, la parte guelfa riprese un'altra volta il potere; Bertoldo Orsini e Stefano Colonna furono eletti senatori, e il Castel S. Angelo ritornò alla Chiesa, cioè in mano degli Orsini.
Poco dopo si ristabilì anche il governo di Roberto d'Angiò. Nel tribunato di Cola da Rienzo, allorché questi cadde, pei suoi eccessi in disgrazia del popolo e del papa, dové ritirarsi dal governo di Roma e ricoverarsi in Castel S. Angelo ai 15 dicembre 1347 sotto la protezione degli Orsini. Seguito pochi giorni dopo il ristabilimento del governo pontificio in Roma, ed eletti i nuovi senatori Bertoldo Orsini e Luca Savelli, Cola riparò a Civitavecchia; e di nuovo in. Castel S. Angelo, donde fuggì ai 24 gennaio 1348.
Da quest'epoca fino al ritorno di Urbano V in Italia (a. 1367) gli scrittori tacciono della Mole Adriana, nè i medesimi ci dicono se durante i brevi governi popolari di Giovanni Cerroni senatore e capitano del popolo, durato dal 26 dicembre 1351 al settembre 352, di Francesco Baroncelli tribuno e dittatore, durato dal 14 settembre 1352 alla fine del medesimo anno, e sotto il regime senatorio di Cola di Rienzo dal 1° agosto all'8 ottobre 1351, la rocca ritornasse, sia pure per brevi momenti, in mano del popolo romano. Con molta probabilità è da credersi ch'essa continuasse a restare in possesso degli Orsini: poiché, come vedremo fra poco, negli anni 1363, 1364 e seguenti, il Castel S. Angelo, trovavasi ancora in loro potere e precisamente in mano di Orso Orsini, vivente il quale passò stabilmente sotto l'immediato dominio della Chiesa.

 

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Devoluzione del Castel S. Angelo ai papi
Dal testamento di Napoleone o Poncello Orsini in data 4 dicembre 1335, che conservasi nell'archivio della basilica vaticana per copia autentica, dell'anno 1360, si desume che egli divise il patrimonio ereditario in due porzioni. Nella prima pose il Castel S. Angelo colla parta che possedeva d'Isola di Ponte Veneno: nell'altra Soriano. Il castello di Bulzignano e i castellari di Fratta e di Cornienta Vecchia. Nella copia che abbiamo non apparisce una disposizione di capitale importanza che sembra esservi stata nel testamento, e della quale fa parola il papa Urbano V in una sua lettera dei 23 settembre 1363 a Giacomo de Mutis, nuncio della S. Sede: che cioè mancando i figli ed eredi legittimi di Napoleone, il Castel S. Angelo e gli altri suoi beni passassero alla Chiesa.
Il papa avendo inteso dire che tutti i figli e nipoti legittimi di Napoleone erano allora morti, ad eccezione di Orso Orsini, canonico di S. Pietro, incarica il Muti di tutelare i diritti della Santa Sede su detta eredità nel caso di morte di Orso, dandogli all'uopo le opportune facoltà. Di Orso Orsini si hanno molte memorie. Da queste apprendiamo che fu uomo avventuroso, guerriero e audace al punto di ribellarsi a mano armata contro la Chiesa, e di muovere guerra ai prefetti di Vico. Fu, come abbiamo detto, canonico di S. Pietro, ma probabilmente, come osserva il Savio, non ebbe mai gli ordini sacri: ad esempio in una bolla di Urbano V dei 2 novembre 1365, è. chiamato semplicemente miles.
Dalla medesima lettera di Urbano V, si deduce che Orso fin dalla morte del fratello Bertoldo teneva indebitamente occupati i beni che quest'ultimo aveva lasciato alla minorenne sua figlia Paola; e da altra lettera dello stesso pontefice in data 7 agosto 1344 veniamo a sapere che Orso aveva allora intenzione di vendere il Castel S. Angelo, Soriano ed altri beni sui quali la medesima Paola vantava dei diritti. Perciò essa unitamente al marito Pandolfo Malatesta, si rivolse al papa per ottenere giustizia.
Finalmente da un'altra lettera dei 9 luglio 1366 veniamo a sapere che Soriano, di cui Orso si riteneva il possessore principale, fra il 1364 e il 1366 fu da lui venduto alla Chiesa.
Quanto al Castel S. Angelo questo solo ci è noto: che ai 7 agosto 1364 esso apparteneva ancora agli Orsini; e che nel 1367 era passato nelle mani del popolo romano, poiché nel giugno di quell'anno, gli ambasciatori di quest'ultimo presentarono ad Urbano V reduce da Avignone, mentre trovavasi in Corneto, le chiavi della fortezza. Come avvenisse questo trasferimento di possesso del Castel S. Angelo dalla famiglia Orsini al popolo romano, e da questo alla S. Sede, non risulta finora da alcun documento. Ci è noto soltanto che ciò avvenne mentre Orso era vivo, poichè egli morì nell'aprile 1368. Questa notizia trovasi negl'Instrumenta Miscellanea dell' archivio vaticano. In uno dei rotuli in pergamena sui quali il tesoriere pontificio soleva notare di mese in mese le entrate e le spese della camera apostolica, e precisamente in quello contenente le spese del1° aprile 1368, se ne trova registrata una di 41 fiorini e 21 soldi per acquisto e confezione di un drappo d'oro, e di un panno nero di seta ornato di otto piccoli scudi con gli stemmi di casa Orsini; quale drappo fu donato dal papa per le esequie di Orso Orsiní il giorno che fa sepolto in S. Pietro. La stessa spesa è registrata quasi colle medesime parole nel volume 325 degli Introitus et Exitus Camerae Apostolicae corrispondente agli anni 1367 e 1368. Qaivi il pagamento porta la data del 28 aprile 1368.
Ecco il testo preciso del documento qual' è negli Instrumenta: «…Item de dicto mandato predicto Iohanni Baroncelli pro uno panno de auro per ipsum Iohannem de dicto mandato empto et pro sendato empto et posito in dicto panno videlicet XXIX flor. et pro dicto sendato V flor. XIII sol. ditte monete, et pro VIII scutellis positis in dicto panno ad arma quondam domini Ursi de Ursinis V flor. VIII sol. monete predicte, et pro fattura dicti panni III fior. quem pannum sic munitum dominus noster papa dedit pro exequiis dicti quondam Ursi de Ursinis die qua nuper fuit sepultus in ecclesia S. Petri de Roma, et ascendunt solute pro dicto panno XLI fior. XXI sol. monete Avinionensis predicte».
Orso dunque morì nell'aprile 1368 e fa sepolto in S. Pietro. L'avere accertato questo fatto non ci sembra cosa trascurabile, poichè viene ad aggiungere forza alla supposizione già fatta dal Savio, che la devoluzione del Castel S. Angelo alla Chiesa avvenisse per effetto di vendita o cessione fatta da Orso stesso. Con molto fondamento di probabilità, o la camera apostolica o il popolo romano anzichè attendere la morte di Orso - dopo la quale per la disposizione testamentaria di Napoleone avrebbero forse conseguito, insieme agli altri beni, la proprietà del Castel S. Angelo ipso iure, ma non sarebbero andati esenti da questioni con Simeotto, e gli altri figli illegittimi di Orso - preferirono acquistare senz' altro da lui vivente la fortezza come avevano acquistato Soriano. È probabile anzi che il popolo romano ne facesse esso stesso direttamente l'acquisto, e poi, nel momento in cui il papa era per rientrare nella sua sede, per dargli un pegno della propria sudditanza, cedesse il castello ad Urbano V e suoi successori. A questo fatto devesi riferire la notizia di un pagamento che trovasi registrato nel volume 323 degl'Introitus et Exitus dell'Archivio Vaticano. Colla data 20 settembre 1367 viene rimborsato Giovanni Baroncelli della spesa di un fiorino da lui incontrata per la recente compra di un'insegna o bandiera (signum) posta in Roma per la cessione del Castel S. Angelo: «…Item eidem [Iohanni Baroncelli] quem solvit nuper pro quodam signo misso Rome pro deliberatione Castri S. Angeli de Romna 1 florenum». La parola deliberatio dal francese delivrance aveva in quel tempo anche il significato di consegna o cessione: e questo ci sembra il più adatto ad interpretare il passo ora riferito.
La consegna effettiva del Castel S. Angelo ai commissarii pontificii avvenne dunque nel settembre 1367 o poco prima, e d'allora in poi esso restò sempre sotto l'immediato potere dei papi, nè gli Orsini, né alcun'altra famiglia n'ebbero mai più il dominio.
Morto Orso Orsini la cui condotta, come abbiamo veduto, aveva già provocato provvedimenti da parte di Urbano V, rimaneva pendente la vertenza di Soriano, e le altre relative alla eredità di Napoleone. Sembra anzi che le questioni si riaccendessero in tutta la loro intensità, e che Simeotto e gli altri figli di Orso giungessero a vie di fatto, onde far valere le loro pretese, poiché essi unitamente a sessanta loro seguaci si tirarono addosso le censure ecclesiastiche.
Dopo qualche tempo venne fatto al papa d'intavolare trattative con Simeotto, le quali condussero ad una finale convenzione che fu conchiusa al Castello di Collecasale il 13 agosto 1369, fungendo da commissari pontifici nella stipulazione, Nicolò Orsini conte di Nola, ed Angelo Tavernini, rettore l'uno, tesoriere l'altro della provincia del Patrimonio.
La S. Sede rinunziò a favore di Simeotto a tutti i diritti che aveva sui castelli di Mugnano, Rocca S. Pietro, Corchiano, Chia e Cottanello mediante il correspettivo di un annuo censo, e sotto alcune condizioni che variavano a secondo dell'uno e dell'altro dei detti castelli; e riconobbe al medesimo tutti i diritti e beni appartenuti già ad Orso in Roma e posti al di là dei ponti del Tevere exceptis bonis venditis et concessis per ipsum dominum Ursum ecclesie prelibate: fatta cioè eccezione del Castel S. Angelo e sue attinenze che già appartenevano alla camera apostolica ed erano da essa posseduti. Una bolla del 23 agosto ratificava la convenzione, ed assolveva Simeotto Orsini, i suoi fratelli e gli altri aderenti dalle censure. A schiarimento di quanto si è fin qui detto intorno agli Orsini, presentiamo al lettore la genealogia del ramo di questa famiglia che possedé il Castel S. Angelo, quale fu ricomposta dal Savio nelle più volte citate sue trattazioni, colla sola aggiunta della data della morte di Orso figlio di Napoleone.


Estratto da:
Pio Pagliucchi, I Castellani del Castel S. Angelo di Roma. Con documenti inediti relativi alla storia della Mole Adriana tolti dall’Archivio Segreto e da altri archivi, I, Roma, 1906, pp. 3-27

 


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