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In questa pagina:
Fabrizio Alessio Angeli, Il culto di san Michele in Castel S. Angelo. Note sulla Mole Adriana nel Medioevo.

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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

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Questa pagina è stata aggiornata il 04.06.2017


Castel S. Angelo
Castel S. Angelo (elaborazione da Google Map)

Il culto di san Michele in Castel S. Angelo

Note sulla Mole Adriana nel Medioevo

Probabilmente Castel S. Angelo è il monumento romano di più difficile lettura storica e architettonica. Nonostante infatti il suo aspetto (in apparenza piuttosto omogeneo) e nonostante la sua storia venga raccontata in poche righe anche nelle migliori guide della città, Castel S. Angelo è uno straordinario palinsesto artistico e architettonico, fatto di continui ampliamenti e sovrapposizioni, le cui vicende storiche possono ancora offrire ampi spazi per nuovi approfondimenti e reinterpretazioni.

Tutti sanno che la storia di Castel S. Angelo inizia con la  volontà dell’imperatore Adriano (117-138), di costruire una colossale tomba, per sé e per i suoi parenti, a imitazione di quella di Augusto sull’altra riva del Tevere. La forma originaria del Mausoleo di Adriano doveva constare di un basamento quadrato, sormontato da un cilindro e da un podio altissimo che si rastremava per fornire il piano di posa di una monumentale quadriga in bronzo guidata dal dio Helios.
Ben presto, però, già nel Tardo Impero, si capì che la possente mole del Mausoleo di Adriano poteva essere facilmente adattata a fortezza, come risulta da un passo delle Guerre Gotiche di Procopio di Cesarea (sec. VI), che traduciamo liberamente: «poiché la tomba dell’imperatore Adriano appariva come una fortezza per la città, finì per essere congiunta alle cinta grazie a due bracci di muro, tanto che oggi essa sembra un'alta torre posta a difesa di porta Aurelia» (Bell. Goth., I, 22). Quindi, già prima delle Guerre Greco-Gotiche (535-553) l’Hadrianeum era diventato parte integrante del sistema difensivo romano. L'incorporamento probabilmente è da far risalire alla ristrutturazione di età onoriana (inizio sec. V) delle Mura Aureliane, che correvano sull'altra sponda del Tevere; i due bracci di muro a cui si riferisce Procopio sarebbero dunque dei raccordi tra il mausoleo e il Ponte Elio (l'odierno Ponte S. Angelo), che forse fu anch'esso fortificato. Il passaggio in direzione del Vaticano era permesso grazie all'apertura di una porta (Porta Cornelia, che Procopio chiama Aurelia), che si ritiene fosse posizionata proprio ai piedi del mausoleo (ma che forse, nel circuito originario, doveva essere posta all'imbocco del Ponte Elio, sull'altra sponda del fiume).
A proposito dei goti a Roma, vale la pena di ricordare, per inciso, che la denominazione di Domus Theoderici (con chiaro riferimento al re goto Teoderico, il quale fu a Roma nell’anno 500) non appare invece affibbiata al Mausoleo di Adriano prima del secolo X-XI e sembra che sia stata originata da leggende germaniche altomedioevali.

Un altro nome con il quale è chiamato Castel S. Angelo nel Basso Medioevo è quello  Castellum Crescenti. L’origine di questa denominazione è da ricercare nelle drammatiche vicende che videro protagonista Crescenzio Nomentano (+998). Quest’ultimo  aveva organizzato una rivolta contro papa Gregorio V, obbligandolo a una precipitosa fuga a Pavia. L’imperatore Ottone III, il cui aiuto era stato invocato dal papa esule, arriva alle porte di Roma nel febbraio 998. Crescenzio allora si rifugia in Castel S. Angelo, che il cronista Rodolfo il Glabro (ca.985-ca.1047) chiama Turris Intercelos per quanto era alta, scavandovi tutt’intorno un fossato. Le truppe sassoni si dispongono in modo da tagliare ogni via di fuga e costruiscono imponenti macchine di assedio. Nella primavera del 998, i soldati ottoniani riescono alla fine a irrompere in Castel S. Angelo e catturano Crescenzio. Per ordine dell’imperatore, Crescenzio Nomentano viene fatto precipitare dai bastioni più alti del Mausoleo. L’eco della vicenda rimase impressa nella memoria della città per molti secoli, tanto che troviamo la dizione di Castellum Crescentii ancora all’inizio del XV secolo, nel trattato detto Anonimo Magliabechiano.


Nicolò Polani, Veduta di Roma, part. (1459) - Bibliothèque Sainte Geneviève, Parigi

Hadrianeum, Castellum Crescentii, Domus Theoderici, Turris Intercelos: tanti i nomi con i quali fu noto il Mausoleo di Adriano nel Medioevo; perché però noi lo chiamiamo Castel S. Angelo?
La spiegazione tradizionale vuole che la dedica all’angelo (o, per essere più esatti, all’arcangelo) S. Michele risalga a una visione avuta da papa Gregorio Magno (590-604). Per far fronte al dilagare della pestilenza, Gregorio avrebbe stabilito di fare una processione lungo le Mura della città nel periodo di Pasqua. All’avanzare della processione, la pestilenza sarebbe retrocessa, mentre dal cielo si sarebbe stato udito un coro di voci angeliche, intonanti inni dedicati alla Vergine. Gregorio avrebbe visto allora, in cima al Mausoleo di Adriano, l’arcangelo Michele  che riponeva una spada nel fodero; da ciò il papa avrebbe dedotto che la pestilenza era finita. Da quel momento il castello sarebbe stato detto Castel S. Angelo. Una decina d’anni dopo, a memoria dell’evento, papa Bonifacio IV (608-615) avrebbe costruito una chiesetta dedicata a S. Michele proprio in cima al Mausoleo, dove originariamente era stata collocata la quadriga bronzea.
A corroborare la tradizione, ci sarebbe il fatto che agli inizi del VII secolo l’Italia era quasi per intero sotto il dominio dei longobardi, che erano molto devoti a S. Michele. Nell’arcangelo guerriero i longobardi vedevano la trasposizione cristiana dei loro antichi culti nordici precedenti alla conversione. Vale la pena di ricordare che proprio a papa Bonifacio IV si deve una linea conciliante nei confronti dei Longobardi, dovuta al loro adattamento alla civiltà romana e al loro progressivo ripudio dell'arianesimo.
Tutto bene, dunque? La sovrapposizione del culto micaelico al Mausoleo di Adriano risale agli inizi del VII secolo? Ovviamente no: il Medioevo romano nasconde sempre qualche insidia.
In primo luogo, della famosa visione di Gregorio Magno non c’è notizia nella biografia del papa redatta da Giovanni Diacono nel IX secolo; la prima attestazione di questa leggenda risale infatti alla Vita di S. Gregorio contenuta nella Legenda Aurea (46, 4) di Iacopo da Varazze, che però visse nel XIII secolo.
Anche l’attribuzione della costruzione della chiesetta a Bonifacio IV è tutt’altro che accettabile a occhi chiusi; infatti essa deriva da un passo del Martyrologium di Adone di Vienne (sec. IX), che purtroppo non è una fonte affidabilissima. Il Martyrologium, infatti, è un’opera tra le più imbarazzanti della letteratura mediolatina: molte date, ubicazioni e identificazioni riportate nell’opera spesso non sono altro che invenzioni dell’autore. Senza mai fare alcuna discriminazione, Adone confonde e frulla tra loro notizie da fonti diverse e d’incerta provenienza, mescolando nomi di persone e luoghi e aggiungendo di sua iniziativa particolari inventati di sana pianta.
Ma anche se prendessimo per oro colato la testimonianza di Adone di Vienne, i problemi non mancherebbero comunque. Infatti, Adone scrive che papa Bonifacio dedicò a S. Michele un chiesa in summitate circi e che per la sua posizione elevata era detta iperbolicamente inter nubes. Innanzitutto, Adone non chiarisce di quale Bonifacio si tratti (che sia il IV è solo una mera iptesi moderna); poi, in summitate circi è un’espressione piuttosto ambigua: taluni l’hanno interpretata nel senso che la chiesetta micaelica era sulla sommità della rotonda (ovvero del Mausoleo di Adriano), altri come all’estremità di un circo. Diciamo subito che questa ipotesi è seguita dai più; e probabilmente a ragione. Essa potrebbe avere un’analogia anche nella terminologia medioevale (la Torre della Moletta, per esempio, era detta anche in capite circi per la sua posizione presso uno dei lati corti del Circo Massimo).
Seguendo questa seconda ipotesi, dovremmo ritenere che la chiesetta micaelica fosse posta nelle vicinanze di un antico circo; facile sostenere che il circo in questione fosse quello detto di Adriano, che si suppone fosse a nord dell’Hadrianeum.
Già in passato, tuttavia, si sostenne che Adone si riferisse non al Circo di Adriano, bensì al Circo di Flaminio (che era sotto il Campidoglio) e che la chiesa dedicata a S. Michele citata nel Martyrologium fosse in realtà l’attuale S. Angelo in Pescheria.
Ma forse non c’è bisogno di allontanarsi tanto: anche nell’area di Borgo, infatti, sorgeva un’altra chiesa dedicata a S. Michele ed essa era nei pressi del lato corto di un altro circo, ovvero quello di Nerone. Questa chiesa, oggi dedicata ai Ss. Michele e Magno, sorge su un’altura alle estreme propaggini settentrionali del Gianicolo, di fronte a S. Pietro. Non è di poco conto il fatto che alcuni scavi condotti sotto il Palazzo della Congregazione per la Dottrina della Fede, in piazza del Sant’Uffizio 11 (quindi in un punto vicinissimo alla chiesa dei Ss. Michele e Magno) sono state portate ala luce strutture di fondazione che sono state ritenute pertinenti ai carceres del Circo di Nerone. Quindi, la chiesa dei ss. Michele e Magno è in summitate circi; ed è in una posizione piuttosto elevata, tanto da poterla definire inter nubes. Alla luce di quanto sinora detto, non è affatto da escludere che Adone stesse parlando non del sacello sul Mausoleo di Adriano, quanto piuttosto della primitiva chiesa dei Ss. Michele e Magno.

Ora, si dirà: se pure la leggenda di Gregorio Magno è, per l’appunto, solo una leggenda (peraltro molto tarda), e se pure le informazioni pervenutaci da Adone di Vienne sono per noi di valore scarso o addirittura nullo, a ormeggiare agli inizi del VII secolo la nostra chiesetta sul Mausoleo di Adriano rimane pur sempre l’appiglio dei longobardi, a cui si deve la diffusione del culto di S. Michele Arcangelo in Italia. Anche in questo caso però i dati storici non sono di conforto della tradizione. Infatti, la dominazione longobarda durò due secoli (dal 568 al 774) e la definitiva conversione al cattolicesimo dei longobardi avvenne solo alla fine del VII secolo; quindi, se anche volessimo riconoscere a tutti i costi il patronato longobardo sulla chiesetta in cima all'Hadrianeum, non avremmo basi concrete per datarne necessariamente la fondazione al tempo di Bonifacio IV.
A ben guardare, però, è probabile che i longobardi non c’entrino in alcun modo con Castel S. Angelo. Innanzitutto, Roma non fu mai inclusa nel regno longobardo; inoltre, la comunità longobarda a Roma formò una propria schola peregrinorum solo nella seconda metà dell'VIII secolo, peraltro presso un'altra luogo di culto, ovvero la scomparsa chiesa S. Giustino (doveva forse trovarsi dalle parti dell'attuale Cortile di S. Damaso all'interno della Città del Vaticano).
Infine c'è un argomento che sovrasta tutti gli altri. È vero infatti che è diffusa la tradizione secondo cui i sacelli dedicati all’arcangelo sarebbero sorti a memoria della sua apparizione al Monte Gargano, considerato il santuario nazionale dei longobardi; ma, in realtà, la diffusione del culto di S. Michele a Roma è anteriore a quello sul Gargano. Il primo santuario dedicato in tutto l’Occidente all’arcangelo è infatti probabilmente quello che sorse sulla collina di Castel Giubileo, lungo la via Salaria. Creduto perduto fino a non molti anni fa, recenti scoperte archeologiche hanno individuato i resti delle fondazioni della basilica paleocristiana dedicata a S. Michele, impiantata tra la fine del sec. IV e gli inizi del V sui resti di una villa di età romana. I resti, venuti alla luce al di sotto del convento delle Suore Clarisse del SS. Sacramento (al numero 11 della Salita di Castel Giubileo), hanno permesso di desumere che la forma della basilica doveva essere non dissimile a quella di S. Agata dei Goti, della metà del sec. V: entrambe le chiese furono costruite adottando la medesima unità di misura (il piede bizantino) e le stesse proporzioni.
Poiché i primi avvenimenti (peraltro leggendari) legati al santuario garganico si datano alla fine del V secolo, mentre le più antiche attestazioni archeologiche non risalgono a prima del VII secolo, è legittimo ritenere che il culto romano sia effettivamente precedente a quello garganico. Orbene: intorno agli inizi del sec. IX assistiamo al declino del santuario sulla Salaria (probabilmente per le condizioni di progressivo abbandono e di scarsa sicurezza che si erano determinate nel corso dell’Alto Medioevo nel suburbio) e a una contemporanea migrazione all’interno delle mura della città del culto micaelico. Alla decadenza della basilica sulla Salaria corrisponde così un’improvvisa diffusione in Roma di chiese che vengono fondate o ridedicate a S. Michele: pensiamo alla diaconia di S. Paolo presso il Portico di Ottavia che nell’806 assume il nome di di S. Angelo in Pescheria; pensiamo alla poc’anzi citata chiesa dei Ss. Michele e Magno, citata per la prima volta nell’854; pensiamo alla chiesa del Beato Arcangelo in vico Patricii (oggi scomparsa, ma sicuramente esistente al tempo di Leone III: 795-816); pensiamo infine al sacello di S. Angelo de Agosto (o de cacumine), costruito in cima al Mausoleo di Augusto e citato in un diploma di papa Agapito II del 955.
Fin dai primi anni del IX secolo, dunque, la città di Roma si riempie di Michaeleia, che – a parte quello al Portico d’Ottavia – probabilmente sorgevano tutti in posizioni elevate (o comunque almeno apparentemente impervie) e lungo le vie battute dai pellegrini provenienti da nord.
Per questi motivi, è dunque legittimo proporre una datazione al IX secolo anche per la chiesetta dedicata a S. Michele in cima al Mausoleo di Adriano.
E’ sintomatico, in questo senso, che la prima attestazione certa dell’esistenza della nostra chiesetta si riferisca all’apertura, presso il Mausoleo di Adriano, della posterula Sancti Angeli, lungo il circuito delle Mura Leonine, che vengono costruite giusto a metà del IX secolo. Nella biografia di Leone IV (847-855) contenuta nel Liber Pontificalis (ed. Duchesne, II, CV, 73), la posterula è indicata come quella su cui  "si eleva in modo mirabile il castello detto di Sant'Angelo" ("ubi mirum in modum castellum preminet que vocitatur Sancti Angeli"). Poiché si ritiene che le biografie del sec. IX siano in genere sostanzialmente coeve ai singoli papi, è probabile che al tempo di Leone IV la chiesetta doveva essere già stata costruita.

Piana di Roma di fra Paolino del 1323 (Castel S. Angelo è in alto a sinistra)

Nell’XI secolo, vediamo poi il mausoleo prendere il nome di Mons Sancti Angeli, denominazione che troviamo attestata in Pier Damiani.
Perché però Mons? Nel Medioevo il termine è talvolta utilizzato per indicare un punto elevato anche di origine non naturale; però, nel caso di Castel S. Angelo, possiamo tentare anche un’altra ipotesi, esaminando la geomorfologia del luogo.
Risaliamo dunque il corso del Tevere fino a Ponte Milvio. Questo ponte, anche a causa delle sue arcate di scarsa ampiezza, rappresentò per secoli un ostacolo al normale deflusso delle acque fluviali, andando a costituire una specie di diga. In occasione delle piene, il fiume tracimava dagli argini troppo bassi e inondava la Via Flaminia e il suo tratto urbano (ovvero la via Lata), oggi ricalcato da via del Corso. Il Tevere tuttavia, nei periodi di piena, aveva anche un’altra strada di deflusso che costeggiava le pendici di Monte Mario, per poi rientrare nell’alveo principale a monte di Castel S. Angelo: in sostanza, un braccio secondario del Tevere saltava un meandro e adava a percorrere a un cammino pressoché rettilineo. Inoltre, sempre poco prima di Castel S. Angelo, si gettavano nel Tevere anche due affluenti minori di destra, ovvero il Fosso della Balduina e il Fosso della Valle dell’Inferno (che oggi scorrono sottoterra) . Possiamo dunque facilmente immaginare la quantità di detriti che traevano con sé il fiume e i suoi affluenti; detriti che trovavano in Ponte Sant’Angelo un ostacolo difficile da superare nei periodi di piena. L’accumularsi di materiali dovuti all’azione di erosione fluviale dovette probabilmente modificare l’aspetto del Mausoleo di Adriano, dandole l’aspetto di un monticello, rendendolo anche per questo motivo idoneo a ospitare un Micheleion.

Di certo, intorno all’anno 1000 l’aspetto dell’Hadrianeum era ben diverso da quello che noi oggi conosciamo.  Per quanto ne sappiamo, la struttura del mausoleo doveva ancora mantenere l’aspetto originario, salvo che per il suo collegamento alle Mura di Aureliano (che abbiamo visto già esistente al tempo delle Guerre Greco-Gotiche) e per il fosso scavato intorno al perimetro a tempo di Crescenzio Nomentano.
Solo nel Basso Medioevo l’Hadrianeum cominciò a trasformarsi nel monumento che noi oggi ammiriamo. La prima importante struttura che andò a sovrapporsi all’antico mausoleo fu un'alta torre merlata, visibile nella più antica pianta di Roma pervenutaci, quella disegnata da fra Paolino nel 1323. La torre fu costruita alla fine del XIII secolo, quando papa Niccolò III Orsini (1277-1280) elesse l’Hadrianeum come propria residenza, giudicando poco sicura la sistemazione nel Palazzo Lateranense. Al di sopra del corpo cilindrico antico (quello che oggi termina con un paramento in cotto ultimato al tempo di papa Alessandro VI), Niccolò III fece costruire la torre quadrata che andò a inglobare l’originario coronamento con la cappella dedicata all'arcangelo Michele. La torre di Niccolò III è ancora oggi facilmente riconoscibile sulla facciata est (ornata da una bella serie di archetti ciechi poggianti su mensoline marmoree), sebbene a essa oggi si addossino - su due dei suoi lati – gli appartamenti papali d’età rinascimentale.
A Niccolò III si deve inoltre probabilmente il primo raccordo tra il Castello e gli appartamenti vaticani, noto come Passetto di Borgo. Secondo altre fonti, la trasformazione delle mura in passetto sarebbe opera di Bonifacio IX (1389-1404) e degli antipapi Alessandro V (1409-1410) e Giovanni XXIII (1410-1415). A questi papi viene in particolare attribuita la chiusura della galleria interna ad arcate e la sopraelevazione del muro, nonché il rinforzo della cinta leonina, crollata in qualche parte, con grandi archivolti visibili dalla parte di via dei Corridori.
A papa Bonifacio IX (1389-1404) si debbono anche una serie di interventi all’interno di Castel S. Angelo che ne accentuarono il carattere militare, trasformandolo definitivamente in una fortezza inespugnabile. Stando alle informazioni che riporta Giorgio Vasari, Bonifacio IX affidò i lavori allo scultore e architetto militare Niccolò Aretino (Niccolò di Piero Lamberti). A questa fase risale il cosiddetto Ambulacro di Bonifacio IX, un ampio corridoio circolare interno tuttora accessibile dal Cortile del Salvatore (è Il primo ambiente cui si accede dopo aver varcato il portone di accesso che fronteggia il ponte; è così chiamato dal busto tardo quattrocentesco, oggi conservato nella Sala delle Colonne al sesto livello di Castel S. Angelo). L’ambulacro fu ricavato tra il cilindro esterno e la cinta quadrata, tagliando le celle radiali situate alla base del corpo cilindrico - adibite a magazzini e scuderie; L’obiettivo era quello di ricavare una sorta di fossato interno che isolasse il corpo cilindrico, rendendolo pressoché impenetrabile. Bonifacio IX fece poi aggiungere anche un nuovo tratto alla rampa diametrale (così da consentire un accesso diretto alla Sala delle Urne) e fece aprire un nuovo ingresso a metà altezza della mole cilindrica raggiungibile solamente attraverso una rampa di accesso ed un ponte levatoio.
I successivi lavori avvenuti sotto i papi Niccolò V, Alessandro VI e Urbano VIII, conferirono infine all'Hadrianeum l’aspetto attuale.



 


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