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chiese medioevali entro le mura rione monti

 

In questa pagina:

Chiese medioevali di Roma


Rione I Monti
S. Agata dei Goti
S. Clemente
S. Pietro in Vincoli
S. Prassede
S. Pudenziana
Ss. Quirico e Giulitta
S. Salvatore alle Milizie
S. Silvestro e Martino
S. Stefano Rotondo
S. Vitale
Sacello della Vergine

Altre chiese entro le Mura
(indice alfabetico)

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Nota
In questa sezione sono descritte le chiese entro le Mura di Roma che ancora conservano cospicui resti medioevali a loro pertinenti già in origine. Le singole descrizioni privilegiano gli aspetti storici e artistici medioevali, mentre tralasciano la storia e le opere posteriori. Sono qui escluse: le chiese fuori le Mura; le chiese rifatte in età moderna; le chiese medievali scomparse; le chiese nel Vaticano; le basiliche maggiori.

titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 18.09.2007

S. Agata dei Goti (via Mazzarino 14)
La chiesa di S. Agata dei Goti fu fondata nel V secolo ed è l'unica testimonianza del culto ariano praticato dalla comunità gotica di Roma; ha l'ingresso su via Panisperna ed è sita in una zona che nel Medioevo era detta Vicus Corneliorum. Nei documenti medioevali è ricordata anche come S. Agata in Suburra, S. Agata in Monasterio, S. Agata super Subura. Il più antico documento conosciuto spettante alla chiesa è costituito da un'iscrizione (Fl. Ricimer. v. i. magister utriusque militiae patricius et excons. ord. pro voto suo adornavit) riguardante il mosaico absidale (raffigurante Cristo sul globo, con il rotulo e la mano alzata, in mezzo ai dodici apostoli vestiti con il pallio) fatto eseguire dal patrizio Flavio Ricimero intorno al 467 e distrutto nel XVI secolo; del mosaico (e dell'iscrizione) rimane un disegno cinquecentesco a colori nella Biblioteca Apostolica Vaticana, opera di Francesco Penna. Nel 592 la chiesa fu restaurata da papa Gregorio I Magno (590-604) che la consacrò alla religione cattolica. Fu poi nuovamente restaurata sotto papa Leone III (795-816); fu forse in tale occasione che vi fu annesso il monastero benedettino (i cui ultimi resti medioevali sono stati distrutti per la creazione del palazzo della Banca d'Italia). L'aspetto attuale si deve agli interventi del 1637, del sec. XIX e del 1932. La chiesa nella sua struttura essenziale ricorda ancora fedelmente la costruzione del V secolo; è a tre navate, divise da sedici colonne ioniche con fusti di granito. Le arcate erano in origine sette per parte, ma nel sec. XVII furono chiuse le due estreme. All'esterno si può cogliere l'aspetto della costruzione primitiva nell'abside e sul fianco destro, in cui si aprono piccole finestre d'età romanica. Nel presbiterio è collocato un ciborio databile al XII o al XIII secolo (ricomposto nel 1932), con quattro slanciate colonnine in pavonazzetto con decorazioni cosmatesche e copertura a tempietto. Nel braccio destro dell'atrio si conservano i resti di recinzioni presbiteriali - frammenti di plutei, pilastrini - di età altomedioevale (V-IX secolo), provenienti dall'antica suppellettile della chiesa.

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Ss. Silvestro e Martino ai Monti (viale Monte Oppio)
Dedicata a s. Silvestro I papa e a s. Martino vescovo di Tours, la chiesa sembra che sorga sopra il Titulus Equitii, la domus ecclesiae di proprietà di Equizio, presbitero di papa Silvestro I (314-335). In effetti sono stati ritrovati ruderi romani (cui si accede dalla cripta), ma essi sembrano piuttosto pertinenti a un edificio di carattere pubblico databile al III sec. d.C.
Sappiamo comunque con certezza che la fondazione della chiesa vera e propria si deve a papa Simmaco (498-514), anche se poi fu ricostruita da Sergio II (844-847) che la dotò di amboni ancora in situ nel sec. XVI, in cui si leggeva l’epigrafe Salvo Domino nostro beatissimo / Sergio papa Iuniore; si ha notizia di successivi interventi sotto Leone IV, che tra l'847 e l'855 fece dipingere le pareti della basilica e ornò di mosaici l’abside; sotto di essi si leggeva un lungo carme, da cui si desumeva che il papa aveva affidato la chiesa ai monaci perché vi salmodiassero senza interruzione: Sergius hanc caepit praesul quam cernitis aedem / Cui moriens nullum potuit conferre decorem / Sed mox papa Leo quartus dum culmina sistit / Romanae Sedis, divino tactus amore / Perfecit soleo melius quam coepta manebat / Atque  pia totam pictura ornavit honeste / Coenobiumque sacrum statuit monacosque locavit / Qui Domino assiduas valeant persolvere laudes / Talibus ut donis caelestia scandere possit / Regna, quibus Martinus ovans, Silvester et almus / Praefulgit, gaudetque simul cum praesule Christo / Quorum pro meritis haec templa dicata coruscant.
La chiesa altomedioevale presentava un atrio, colonnati con trabeazione e una cripta semianulare. Lungo via Equizia sono visibili a sinistra grossi blocchi di tufo, probabilmente provenienti dalle Mura Serviane, che furono riutilizzati nel sec. IX come sostruzioni, secondo un uso riscontrabile anche a S. Prassede, a S. Silvestro in Capite e ai Ss. Quattro Coronati. Da piazza S. Martino ai Monti è ben visibile l'abside del IX secolo, dalla bella e regolare cortina laterizia. Nel 1636 il priore Giovanni Antonio Filippini intraprese un radicale rinnovamento della chiesa, affidandolo a Filippo Gagliardi; i lavori si protrassero fino al 1667, quando fu eretta la facciata attuale.
L'interno è a tre navate, separate da ventiquattro colonne (dodici per parte) forse provenienti dalla basilica di papa Simmaco; i capitelli, compositi, sono in parte di restauro e vi poggia direttamente l'architrave.
Tramite la scalinata centrale si scende alla scenografica cripta, opera del Gagliardi, da cui si accede a una suggestiva aula di m. 18x11, coperta da volte a crociera su pilastri e preceduta da un vestibolo, databile al sec. III. In essa sono conservati, oltre a vari resti architettonici di età romana e medioevale, a un piccolo ciborio cosmatesco e ad alcuni  frammenti marmorei della schola cantorum, importanti resti delle decorazioni altomedioevali della chiesa. Tra esse si annoverano due mosaici (Madonna e S. Silvestro, del sec. VI, e un Santo Vescovo, in gran parte purtroppo perduto e datato alla fine del IV o agli inizi del V secolo; una vasta decorazione databile al periodo 506-515, recentemente scoperta (Annunciazione del diniego di Pietro; Annunciazione; Scena con Angelo e figura aureolata; tre Scene con figure aureolate; una Scena con elementi architettonici; un Pannello con cornici; un Santo che offre la corona a Cristo); nonché i celebri affreschi del IX secolo (Maria Regina tra due sante; Cristo in trono tra Pietro, Paolo e due santi; L’Agnello e s. Giovanni Evangelista; altri frammenti, tra cui una croce gemmata nella volta). Questi ultimi, della metà del IX secolo, mostrano tratti fisionomici segnati con grande precisione; nonostante l’impostazione figurativa risulti piuttosto piatta, si deve riconoscere in queste opere un discreto grado di qualità artistica.
Nella sagrestia infine sono conservati molti altri oggetti preziosi di età medioevale, tra cui una preziosa lampada votiva in lamina d'argento del sec. V (che un tempo si credeva che fosse la tiara di S. Silvestro), con un'iscrizione incisa sul bordo: Sancto Silvestro ancilla sua votum [solvit], e un apparato di vesti sacre (una mitra episcopale, un manipolo ed un linteo in seta e fili d'oro) che fu forse eseguito per il cardinale Guala Bicchieri, titolare della basilica dal 1211 al 1227.

 

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Ss. Quirico e Giulitta (via Tor de' Conti)
La chiesa dedicata ai Ss. Quirico e Giulitta è l'unica superstite tra quelle che sorgevano nella zona detta dei Pantani, dagli acquitrini formatisi nella zona a causa dell'ostruzione della Cloaca Massima. La chiesa è da considerare un vero "palinsesto": la sua origine è da fissare non più tardi del VI secolo, perché risulta edificata allo stesso livello altimetrico del vicino Tempio di Marte Ultore e del muraglione del Foro di Augusto. In effetti, le sue origini si fanno risalire per tradizione ai tempi di papa Vigilio (535-445), che avrebbe fondato una prima chiesa dedicata ai Ss. Stefano e Lorenzo, le cui immagini in mosaico sembra siano state viste da molti studiosi nell'abside della chiesa prima che venisse modificato il suo orientamento. Una lapide datata 1584, oggi affissa sulla parete destra della tribuna, ricorda un'antica epigrafe che testimoniava la consacrazione dell'altare ai ss. Lorenzo e Stefano da parte di papa Vigilio, ma che poi andò perduta durante i restauri del 1605-1608, perché caduta dentro le fondamenta per sbaglio. La dedica ai Ss. Quirico e Giulitta, madre e figlio martiri a Tarso sotto Diocleziano nel 301, compare invece per la prima volta nell'Itinerario dell'Anonimo di Einsiedeln (fine dell'VIII secolo). A Roma due luoghi di culto sono dedicati ai due martiri: questa chiesa e una cappella nella chiesa di S. Maria Antiqua. Entrambi questi luoghi appartennero al quartiere bizantino, in cui molte chiese vennero consacrate a santi orientali e greci. In origine, la facciata era rivolta verso la Suburra, come appare dalla pianta del Bufalini del 1555 ed era preceduta da un portico, sotto cui - in epoca medioevale - si svolgevano i contratti di affitto e vendita di immobili. Come l'attuale, la chiesa medioevale era a navata unica, ma la singolarità planimetrica dell'edificio risiederebbe nella presenza di una serie ritmica di absidiole ricavate nei fianchi. Nel XII secolo fu poi costruito il piccolo campanile tuttora esistente, che in origine si ergeva sul fronte della chiesa stessa prima del suo ribaltamento. La chiesa è ricordata dai Mirabilia Urbis Romae, dal Liber Censuum del 1192 (al n° 243 della nostra numerazione), e dalla Graphia aurea urbis Romae (sec. XIII). Sotto Sisto IV della Rovere (1471-1484), furono eseguiti importanti restauri di cui resta memoria nel portale di ingresso decorato con una corona di alloro che ricorda il martirio dei santi titolari. In occasione del giubileo del 1575 Gregorio XIII (1572-1585) soppresse la parrocchia di S. Salvatore alle Milizie affinché il vicario della chiesa dei Ss. Quirico e Giulitta potesse godere di una provvisione sufficiente. Nel 1584 un grande restauro venne condotto dal cardinale titolare Alessandro de' Medici: fu in questa occasione che venne invertito l'orientamento della chiesa, in adeguamento ai nuovi tracciati della via Alessandrina e della via Bonella aperte dopo la bonifica dei pantani. Nel 1606-08, papa Paolo V (1605-1621) risanò di nuovo la chiesa dalla umidità e dalle inondazioni rialzandola di quattro metri; inoltre la munì di una nuova tribuna. Successivi restauri si devono a Urbano VIII (1623-1644) e a Benedetto XIII (1724-1730), quando fu eretta la nuova facciata opera del Raguzzini (1728). Nel 1750-53 si eresse il dormitorio a lato della chiesa: affinché esso non gravasse sopra la volta della chiesa, furono eretti i grandi arconi ogivali di scarico (visibili nei locali superiori):erroneamente interpretati come testimonianza di una antica sopraelevazione della navata secondo forme gotiche effettuata nel sec. XIV, essi in realtà rappresenterebbero una utilizzazione settecentesca di forme e tecniche gotiche per motivi funzionali. Con la soppressione napoleonica dei conventi, il complesso passò in mano a privati per poi essere trasformato (negli anni '60 del XX secolo) in albergo (Hotel Forum). Dal corridoio a destra dell'abside o dal Museo del Presepio (il cui ingresso è all'inizio di via della Madonna dei Monti) si scende al livello della chiesa altomedioevale, di cui sopravvivono due absidiole affrescate. Rinvenute dal Giovannoni nel 1930 quattro metri più basso rispetto al piano attuale della chiesa e poste esternamente al muro longitudinale meridionale, esse presentano affreschi divisi in due fasce: quella inferiore consiste in una panneggio con al centro la raffigurazione dell'Agnello mistico sopra un altare (sec. IX); la zona superiore conserva invece soltanto tracce di figure (restano piedi e vesti di figure di santi e forse del donatore), di età tardomedioevale. Addossato alla fondazione della facciata un pozzo quadrato che segna il posto ove sorgeva l'altare. Di altre tracce di pitture, individuate e descritte dal Bacci nel 1910, non rimane invece più traccia.

 

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S. Clemente (Piazza S. Clemente)
La chiesa fu consacrata durante il pontificato di papa Siricio (384-399) ed è dedicata a s. Clemente papa (morto alla fine del I secolo), le cui reliquie furono trovate nel sec. VIII dai ss. Cirillo e Metodio nei pressi del Mar Nero e da loro solennemente traslate a Roma. La chiesa resistette, nella sua forma primitiva, fino al 1100 circa, quando, ormai pericolante a causa forse del sacco dei Normanni del 1084, dovette essere abbandonata. Su proposta di Anastasio, cardinale titolare di S. Clemente, la chiesa del IV secolo fu allora riempita di pietrame fino in cima alle colonne che delimitavano le tre navate e su queste fondamenta fu eretta una nuova basilica, di dimensioni un po' ridotte, che fu consacrata da Pasquale II (1099-1118). Nel 1403 Bonifacio IX vi introdusse la congregazione agostiniana di S. Ambrogio di Milano: la basilica restò in mani ambrosiane fino al 1643, quando la congregazione fu soppressa da Urbano VIII. Nel 1645 il cardinale Camillo Pamphilj affidò la custodia della basilica ai Domenicani di S. Sisto. Dieci anni dopo, a causa della persecuzione religiosa in Irlanda, S. Clemente fu assegnata ai Domenicani Irlandesi, che ancor oggi amministrano la basilica. Tra il 1713 e il 1719, sotto Clemente XI, la basilica fu ampiamente rimaneggiata da Carlo Stefano Fontana. Scavi condotti dal 1857 al 1870 e altre indagini successive (1912-1914), hanno portato alla luce sia la basilica inferiore paleocristiana sia, al di sotto di questa, cospicue testimonianze di edifici romani: un edificio pubblico anteriore all'incendio neroniano; una casa per abitazioni del II secolo d.C.; un mitreo del III secolo poi trasformato in una sorta di ampia sala suddivisa da file di pilastri o colonne (fine del III secolo), in cui forse è da riconoscere la domus ecclesiae corrispondente al titulus Clementis.
La basilica odierna (superiore) è cinta da un muro perimetrale, nel quale si apre l'ingresso principale, con protiro del XII secolo costituito da quattro colonne di granito; il portale è ornato da una cornice marmorea con motivi floreali ad intreccio. Sui muri esterni della chiesa, sono inseriti frammenti marmorei di recupero, provenienti dalla basilica inferiore o dai fabbricati romani. Oltre l'ingresso si trova il cortile del XII secolo, con quadriportico a colonne ioniche architravate. Sul fianco sinistro, il campaniletto del XVIII secolo; al centro del cortile, una vasca a pianta ottagona. L'interno basilicale, a tre navate terminanti ciascuna in un'abside, riprende - su scale leggermente ridotta - l'andamento della basilica inferiore. Il pavimento, con varie epigrafi frammentarie reimpiegate, è un bell'esemplare cosmatesco. Al centro della navata maggiore è posta la schola cantorum, eretta nel sec. XII reimpiegando elementi della schola donata alla prima basilica da Giovanni II (533-535), il cui monogramma appare sulle pareti del coro e sui cancelli di marmo traforato che separano il corpo della chiesa dalla zona dell'altare. La schola, tuttavia, non presenta esattamente lo stesso aspetto che aveva nella basilica inferiore: infatti nella ricostruzione del sec. XII alcuni dei riquadri dovettero essere eliminati perché lo spazio disponibile nella navata era minore che nella navata sottostante. Gli amboni ed il candelabro sono notevoli esempi di arte cosmatesca del sec. XII, coevi al ciborio a tempietto, costituito da una loggetta con copertura a spioventi sorretta da quattro colonne in pavonazzetto. Dietro, si apre l'abside maggiore, alla cui parete è addossata la sedia episcopale anch'essa tratta dalla basilica inferiore (il dossale su cui è incisa a grandi lettere la parola martyr è però un'aggiunta arbitraria ed è parte dell'epigrafe ricostruita dal De Rossi sulla parete della scala che conduce alla basilica inferiore). Sul dossale della cattedra c'è anche un'altra iscrizione a ricordo del cardinale Anastasio (titolare di S. Clemente dal 1099 al 1125 circa): Anastasius presbiter cardinalis huius tituli hoc opus cepit et perfecit. Il catino è rivestito dal bellissimo mosaico, eseguito poco dopo il 1100: esso presenta al centro il Crocifisso tra Maria e Giovanni e dodici colombe bianche (gli apostoli). Il tronco verticale costituisce il perno intorno al quale ruotano, avvolti in girali, racemi digradanti verso il polo dell'emisfero nel quale è raffigurato il cielo; ai lati, ripetuto specularmente, l'Agnus Dei; al centro, la mano del Padre che porge la corona. In alto, negli spazi più ristretti, uccelli di diverse specie; nella fascia centrale, eroti su delfini o musicanti; nella penultima fila, i quattro Dottori della Chiesa alternati a gruppi di fedeli e a figurette umane. La scritta sul bordo spiega il significato della composizione: Ecclesiam Cristi viti similabimus isti de ligno Crucis Iacobi dens. Ignatiiq. insupra scripti requiescunt corpore Cristo. Quam Lex arentem! Set Crus facit esse virentem. Il fondo dorato è costituito da tessere di vario impasto, in parecchie delle quali è riconoscibile un tipo di preparazione caratteristico del IV secolo, a testimonianza del fatto che furono qui riutilizzate tessere tratte dal mosaico della chiesa inferiore. Sull'arcone trionfale è collocato un mosaico parzialmente nascosto dal basso soffitto settecentesco; riferibile a un maestro diverso da quello che eseguì il catino absidale, esso raffigura il Cristo Pantocratore tra i simboli degli evangelisti; i Ss. Lorenzo e Paolo e il profeta Isaia (a sinistra); Pietro, Clemente e Geremia (a destra). Tra l'arcone e il catino, come per saldarli l'uno con l'alto, si svolge un festone di fiori e di frutta nascente da due anfore. Sotto il mosaico absidale, distinto da un cornicione di stucco è posto un affresco molto ridipinto della fine del sec. XIII rappresenta Cristo e la Madonna tra gli Apostoli, intercalati da palmette. A destra, sul piedritto dell'arcone, è collocata un'edicola marmorea donata da Giacomo Caetani, cardinale titolare di S. Clemente dal 1295 al 1300 e nipote di Bonifacio VIII, raffigurante la Madonna con il Bambino, s. Clemente, papa Bonifacio VIII e il commitente; una scritta musiva ricorda l'anno di donazione (1299). A sinistra è posto il monumento funebre del Cardinale Antonio Venier (m. 1479), con colonnine e capitelli del VI secolo provenienti dal tabernacolo fatto costruire per la basilica inferiore dal presbitero Mercurio (il futuro Giovanni II). Sulla parete centrale della navata centrale è collocata un'epigrafe del tempo di papa Zaccaria (741-752) commemorante una donazione di libri alla Basilica.
Dalla sagrestia, tramite una scalinata costruita nel 1866, si scende alla basilica inferiore. Lungo le pareti della scala, vari calchi in gesso e frammenti di sculture provenienti dalla basilica del IV secolo e dal Mitreo. Ai piedi della scala si trova il nartece della basilica del IV secolo. A sinistra è una parete in cui sono inserite varie iscrizioni e sculture trovate nel corso degli scavi e al di là, direttamente sotto l'atrio del XII secolo, è l'antico cortile del IV secolo, ancora inesplorato. Un affresco (datato alla fine del sec. IX) nella parete sinistra del nartece è stato identificato come un Giudizio particolare: Cristo, benedicendo alla greca, giudica un'anima subito dopo la morte; l'Arcangelo Michele e s. Andrea apostolo stanno alla sua destra, mentre alla sinistra stanno s. Gabriele e s. Clemente. A destra del nartece ci sono quattro colonne che un tempo segnavano l'ingresso della navata centrale. Ma dopo il terremoto dell'847 papa Leone IV le fece incastrare in un'opera muraria destinata a scongiurare il pericolo di un crollo della facciata della chiesa sovrastante. Egli fece poi affrescare la nuova parete dalla parte della navata centrale. In seguito, verso la fine dell'XI secolo, la parete fu decorata anche dalla parte del nartece con due affreschi. Il primo rappresenta il miracolo del bambino ritrovato e in basso il committente e la sua famiglia (Beno de Rapiza, Maria Macellaria ed i figli Clemente e Altilia); nel medaglione al centro è s. Clemente, con una iscrizione su due linee disposte in forma di croce che dice: Meprece querentes estote nociva caventes. Il secondo affresco raffigura invece la traslazione delle reliquie di S. Clemente con la scritta dedicatoria: Ego Maria Macellaria pro timore Dei et remedio anime mee hec pro gratia recepta fieri curavi.
Dal nartece si entra nella navata centrale, alterata dai pilastri in muratura eretti nel 1862-1870 a sostegno del pavimento superiore. Immediatamente a sinistra, sul retro della parete ora descritta, si trova un affresco identificato o come un'Ascensione di Cristo o come un'Assunzione di Maria. S. Vito sta eretto a destra della scena, mentre a sinistra è ritratto Leone IV (Sanctissimus Dominus Leo Quartus Papa Romanus): il nimbo quadrato indica che l'affresco fu dipinto mentre il papa era ancora in vita. A destra di questo affresco ce ne sono altri, sempre del IX secolo: una Crocifissione, Le pie donne al Sepolcro, Le nozze di Cana e La discesa al Limbo. Sulla parete sinistra dello stesso pilastro c'è il ritratto di s. Prospero di Aquitania (390-463), segretario di Leone Magno. Sulla parete affiorano inoltre colonne della basilica primitiva. Proseguendo, sulla parete sinistra, è raffigurata la morte ed il riconoscimento di s. Alessio, affresco coevo a quelli del nartece con i quali presenta notevoli affinità stilistiche, anche se forse non può essere riferito alla stessa mano. Sul registro superiore si individua invece la metà di un pannello raffigurante il Cristo in trono tra angeli e Santi, mutilato nella parte alta dal pavimento della chiesa soprastante. Di fronte all'affresco e in altre parti della vecchia basilica si conservano resti del pavimento a mosaico del VI secolo, con un disegno asimmetrico a farfalle.
Al pittore del nartece possono inoltre essere attribuiti i due affreschi seguenti, la Messa di s. Clemente e s. Clemente perseguitato da Sisinnio. Questo secondo affresco deve la sua notorietà alle parole - le prime conosciute in volgare italiano - che vengono fatte pronunciare come in fumetti ai protagonisti dello episodio. Clemente è inseguito da uomini di Sisinnio, che però sono miracolosamente indotti a scambiare il santo con una colonna; Sisinnio, anch'egli ottenebrato, li incita a fare maggior forza: Fili de le pute, traite! Gosmari, albertel, traite! Falite de retro co lo palo, Carvocelle! («Figli di puttane, tirate! Gosmario, Albertello, tirate, e tu, Carvoncello, spingi da dietro con il palo») mentre Clemente si allontana mormorando (in latino): Duritiam cordis vestris saxa traere meruistis («Per la durezza del vostro cuore avete meritato di trascinare una pietra»). Un altro pannello votivo, frammentario, ci mostra la metà inferiore di una gloria con S. Clemente in cattedra tra s. Pietro, s. Lino e s. Cleto. L'abside, dietro l'altare attuale (1866-1867) della chiesa inferiore, non è quella originale, bensì una struttura eretta intorno al 1100 con la funzione di sostegno per la nuova e più piccola abside sovrastante. Al di là di questa abside di sostegno si passa nell'abside originale. A destra, nella navata centrale, è raffigurata la discesa di Cristo nel limbo: il Cristo, giovane e imberbe, calpestando il demonio libera una anima dalle fiamme che si sprigionano sulla destra; a sinistra; alla rappresentazione si accompagna il ritratto del probabile committente dell'affresco, un ecclesiastico con il nimbo quadrato e un libro gemmato nella mano sinistra (IX secolo). Di fronte a questo affresco si individua la sopraelevazione del pavimento sulla quale poggiava il coro di Giovanni II, che ora è collocato nella chiesa superiore. A metà della parete all'estrema destra della chiesa si apre una nicchia entro la quale è l'affresco, frammentario ma leggibile, di una Maria Regina. Si è ipotizzato che l'affresco sia in realtà iun rimaneggiamento del sec. IX di un ritratto dell'imperatrice Teodora (+548), moglie di Giustiniano, opera di un artista a lei contemporaneo. In origine Teodora era in piedi, ma la rielaborazione del IX secolo le ha fornito una sedia, le ha posato in grembo un Bambino ed ha allungato il suo braccio sinistro a sorreggerlo. Due cortigiane dipinte sulla parete a destra e a sinistra della nicchia sono state parimenti modificate, nell'adattamento del IX secolo, a rappresentare le ss. Eufemia e Caterina.
Più oltre la grande immagine lacunosa di Cristo Giudice. Esso era stato probabilmente donato e dipinto da un certo Giovanni di cui là dove finisce la decorazione di questa parete si trova questa supplichevole iscrizione: Quisquis has mei nominis literas legeris lector. Dic indigno Joh(anni) miserere Deus. Restano brandelli di altre scene (alcune figure appartenenti forse a un Giudizio universale; un martirio di S. Caterina d'Alessandria; un sacrificio di Isacco e altri affreschi del sec. X) molto danneggiati e di difficile lettura. In fondo alla navata sinistra è il presunto luogo di sepoltura di S. Cirillo, ma non vi è traccia sicura della immagine di Cirillo che era stata dipinta sopra la sua tomba nell'869. La porta nella parete di fondo conduce al tempio Mitriaco e accanto ad essa vi sono alcuni affreschi sbiaditi che forse si riferiscono all'apostolato dei SS. Cirillo e Metodio. All'angolo di destra della parete, appena un po' più giù del soffitto, si vedono due piedi incrociati e capovolti, i resti probabilmente di una scena rappresentante la Crocifissione di S. Pietro.

 

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S. Pietro in Vincoli (Piazza S. Pietro in Vincoli)
La chiesa fu fondata nel IV secolo sfruttando le strutture di una grande domus di età imperiale. In origine dedicata agli apostoli Pietro e Paolo (nei documenti più antichi è infatti indicata come Titulus Apostolorum) fu interamente ricostruita durante il pontificato di Sisto III (432-440), per volontà di Eudossia Licinia (moglie dell'imperatore Valentiniano III), che volle qui conservare le catene di s. Pietro rinvenute dalla madre in Oriente. Il 2 gennaio 533 fu qui consacrato papa il presbitero Mercurio con il nome di Giovanni II (533-535): l'elezione è commemorata in un'epigrafe, un tempo posta nel mezzo del pavimento e ora infissa sulla parete sinistra. Nel 560 Pelagio I (556-561) vi trasferì le reliquie dei sette fratelli Maccabei, il cui sarcofago (ora collocato sotto l'altare della Confessione) fu scoperto nel 1876. Intorno al 680 papa Agatone (678-681) fece eseguire per la basilica l'icona musiva di S. Sebastiano, opera di un artista romano forse ispirata a un modello bizantino. Originariamente posta nella navata destra, fu spostata in età moderna in quella sinistra, decontestualizzandola. Secondo l'iconografia più antica il santo vi è raffigurato anziano e barbato, vestito di clamide e con la corona sulla mano sinistra velata. Ad Adriano I (774-795) sembra sia da ascrivere la costruzione delle absidi delle due navate minori; va detto tuttavia che secondo alcuni studiosi la costruzione delle due absidiole risalirebbe invece al XV secolo. Il 22 aprile del 1073 fu qui creato papa Gregorio VII. I cardinali lessero qui il decreto di elezione mentre il popolo si accalcava nella chiesa acclamandolo. Nel secolo XIII fu rifatto il mosaico absidale, del quale sono stati recentemente rinvenuti alcuni frammenti; non se ne può tuttavia precisare l'aspetto, per la mancanza assoluta di descrizioni antiche e di frammenti di una certa consistenza. Tra il XV e il XVI secolo la chiesa fu quasi del tutto trasformata dai lavori intrapresi da Sisto IV e da Giulio II (che l'affidò ai canonici regolari lateranensi). Ulteriori interventi si ebbero nel 1577, nel 1705 e nel 1876.
L'interno è a tre navate absidate, separate da due ordini di colonne, sostituite verso il transetto da pilastri. Sulla parete d'ingresso sono state rimesse in vista alcune strutture in laterizio della facciata del IV secolo. Nel sottotetto sono visibili le tracce della trasformazioni medievali del transetto. In un vano a destra della sacrestia si conserva un piccolo altare quattrocentesco ottenuto rielaborando frammenti cosmateschi.

 

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S. Prassede (Via di S. Prassede)
Un Titulus Praxedis è testimoniato da un epitaffio del 491, ma né le indagini storiografiche né gli scavi archeologici hanno finora permesso di determinare l'esatta posizione del Titulus, che fu rinnovato e arricchito da papa Adriano I (772-795) e da papa Leone III (802-806). Pasquale I (817-824), temendo un crollo di questo edificio primitivo, riedificò completamente la chiesa affiancandole anche un monastero affidato a monaci greci. Nel 1198 papa Innocenzo III (1198-1216) assegnò la chiesa ai monaci Vallombrosani, che ancora oggi ne hanno la custodia. È in questo periodo che si realizzano i tre arconi trasversali, portati da sei pilastri che inglobano altrettante colonne, per consolidare la struttura. Nel XIII secolo viene costruito il campanile elevandolo direttamente sui muri perimetrali del braccio sinistro del transetto e chiudendolo con un quarto lato. Per cancellare forse la conseguente dissimmetria, pochi anni dopo fu creata nel braccio destro del transetto la Cappella del Crocifisso. Importanti interventi sulla chiesa furono condotti dal card. Borromeo, titolare della basilica nel 1564, dal card. Alessandro de' Medici, titolare dal 1594 al 1600 (poi papa Leone XI), e dal cardinale Ludovico Pico della Mirandola (1728-1731) che sistemò la chiesa nelle forme attuali, trasformando il presbiterio e la cripta. Alla prima metà del sec. XX è invece da ascrivere il rifacimento della pavimentazione in stile neocosmatesco (1918). Un ulteriore intervento di restauro si ebbe nel 1937-1938.
L'ingresso principale è preceduto da un protiro romanico, composto da una volta a botte impostata su mensole marmoree sostenute da due colonne in granito con capitelli ionici e basi costituite da capitelli tuscanici rovesciati (il capitello di destra è romano, quello di sinistra è una copia medioevale; le basi sono del sec. IX). Dal protiro, tramite una doppia rampa di scale rielaborata nel 1575, si entra nel cortile delimitato da una serie di edifici, costruiti nel corso del tempo sull'originario quadriportico. Sul cortile prospetta l'attuale facciata in laterizi, frutto dei restauri del 1938: nel corso di questo intervento sono state recuperate anche due delle tre finestre primitive a doppia ghiera di mattoni celate dall'intonaco. La facciata nella parte alta era ornata a mosaico: piccoli brani sono rintracciabili nella prima finestra a sinistra. La decorazione dell'interno della chiesa costituisce una delle principali fonti per la Storia dell'Arte altomedioevale. La decorazione del catino absidale, divisa in due parti, riprende il programma iconografico dei mosaici della basilica dei SS. Cosma e Damiano (VI secolo). Nella parte superiore, al centro, è rappresentato in piedi Cristo con il braccio destro alzato e con la mano sinistra che stringe il rotolo. sopra, la mano del Padre, emergendo da una nuvola, gli impone la corona. A sinistra sono raffigurati Pasquale I (nell'atto di presentare a Cristo il modellino della chiesa), s. Paolo e s. Prassede; a destra s. Pietro, s. Pudenziana, e un diacono (identificato con s. Zenone o con s. Ciriaco). I sette personaggi sono racchiusi in uno spazio delimitato da due palme: su quella di sinistra è rappresentata la fenice. Al centro della parte inferiore del catino absidale, su uno sfondo dorato, è rappresentato l' Agnello, sopra una piccola altura da cui sgorgano i quattro fiumi del Paradiso. Ai lati dodici agnelli, rappresentanti gli apostoli, escono a sinistra da Betlemme e a destra da Gerusalemme. Sotto la conca absidale è posta l'iscrizione in esametri: + Emicat aula piae variis decorata metallis / pontificis svmmi stvdio / Paschalis alumni / plurima scorum subter haec moenia ponit / + Praxedis dno super aethra placentis honore / sedis apostolicae passim qui corpora condens / fretus ut his limen mereatur adire polorum. Al centro dell'arco absidale, all'interno di un medaglione blu, è rappresentato l'Agnello seduto sul trono gemmato, sotto il quale si trova il Libro dei sette sigilli. Ai lati del trono, i sette candelabri (che rappresentano la totalità delle Chiese), quattro angeli, i simboli dei quattro evangelisti (Leone-Marco, Uomo-Matteo, Giovanni-Aquila, Luca-Toro) e i ventiquattro vegliardi divisi in due gruppi di dodici e disposti su tre file. L'intradosso dell'arco è decorato con un motivo floreale. Al centro dell'arco trionfale un recinto gemmato con torri idealizza la Gerusalemme celeste. Al suo interno, in alto, Cristo con la mano sinistra tiene il rotolo, mentre con la destra benedice. Ai suoi lati ha due angeli; sotto sono rappresentati Maria, s. Giovanni Battista, s. Prassede e una schiera di santi. Alle due estremità, sono ritratti Mosè ed Elia. Le porte della città sono aperte e sono custodite da due angeli. Fuori delle mura si accalcano i centoquarantaquattromila salvati che vogliono essere ammessi alla città celeste. Il gruppo di destra è preceduto dagli apostoli Pietro e Paolo. Nel registro inferiore dell' arcone è raffigurata una moltitudine di personaggi in piedi che agitano le palme, Purtroppo questa sezione del mosaico è stata in parte distrutta da Carlo Borromeo per realizzare i poggioli con i reliquiari (sec. XVI).
La cripta fu trasformata fra il 1728 ed il 1734, era originariamente semianulare con due ingressi laterali dal transetto. L'apertura di questa camera portò alla luce due preziosi sarcofagi contenenti, secondo l'iscrizione, le spoglie di s. Prassede e di s. Pudenziana. L'importanza di tale ritrovamento impose la creazione di una cappella, a metà di un corridoio che unisce la parte semianulare con la navata centrale. In fondo a questo corridoio è stato collocato un altare abbellito con un paliotto cosmatesco proveniente dall'antico altare maggiore. La soprastante immagine ad affresco, molto rovinata, è una copia settecentesca di quella che si trovava nella camera delle reliquie distrutta. Rappresenta la Vergine incinta che indica il bambino con la mano sinistra; ai lati le ss. Prassede e Pudenziana. La zona più antica, cioè quella semianulare, è ancora interamente rivestita da lastre marmoree di varia provenienza. Una scaletta collega il corridoio destro della cripta alla Cappella del Crocifisso. L'attuale sistemazione si deve ad Antonio Muñoz e fu realizzata nel 1927 con l'idea di creare una raccolta dei reperti rinvenuti durante i lavori del 1918. Il Muñoz ipotizzò che le grandi lastre marmoree, ora murate lungo le pareti della cappella, dovessero costituire nella primitiva basilica carolingia la schola cantorum. Notevole è la Tomba del cardinale Pantaleone Anchier, titolare della basilica dal 1262 al 1286. L'epigrafe a caratteri gotici soprastante il monumento rammenta la data del 1° novembre 1286, giorno del suo assassinio avvenuto proprio in questa cappella. Secondo un'antica tradizione, il grande Crocifisso di legno dipinto (sec. XIV) avrebbe parlato a s. Brigida (1303-1373); è stato restaurato nel 1998.
Fuori della cappella, incorniciata da un'edicola marmorea, è posta la Madonna della Salute (sec. XIII), un piccolo affresco rappresentante la Madonna a mezza figura con il Bambino benedicente su di uno sfondo rosso. Proseguendo lungo la navatella, sul primo pilastro è murata un'epigrafe del sec. IX che riporta i nomi dei martiri le cui reliquie furono trasportate qui da Pasquale I. Originariamente si trovava nei pressi del presbiterio; fu murata su questo pilastro dal card. Borromeo. La grande lastra molto frammentata si compone di due parti: quella superiore è una copia, mentre quella inferiore è originale. Sul medesimo pilastro è raffigurata ad affresco una Crocifissione con s. Giovanni e la Madonna: è opera di scuola romana, databile fra il XIII e il XIV secolo.
Sacello di s.Zenone. Realizzato da Pasquale I, il Sacello di s. Zenone costituisce un raro esempio altomedioevale di oratorio annesso a una basilica e coperto a volta. In origine al sacello di s. Zenone doveva corrispondere (sul lato opposto della chiesa) una cappella analoga dedicata a s. Giovanni: ma di essa si è persa ogni traccia; un caso analogo di cappelle corrispondenti del sec. IX è invece sopravvissuto nella chiesa dei Ss. Quattro Coronati. Tutti gli elementi architettonici che costituiscono l'ingresso e articolano l'interno della cappella di s. Zenone sono di riutilizzo. La decorazione musiva esterna è composta di due serie concentriche di clipei: nella prima troviamo al centro la Madonna con il Bambino fra s. Valentino e s. Zenone e a seguire quattro sante per lato. Nella seconda serie sono rappresentati Cristo con i dodici apostoli. Negli angoli in alto sempre entro clipei sono raffigurati Mosè ed Elia; nei riquadri in basso, eseguiti nel sec. XIX, sono ritratti due papi (forse Pasquale I e il suo successore Eugenio II). All'interno sono collocate negli angoli quattro colonne con capitelli dorati che non hanno una funzione portante ma costituiscono un'ideale piedistallo per gli angeli rappresentati nella volta che sostengono un clipeo con il Cristo. Nella parete di controfacciata è rappresentata l'Etimasia, con il trono di Cristo vuoto e ai lati s. Pietro e s. Paolo. Sulla parete di destra, in alto, sono raffigurate s. Agnese, s. Pudenziana e s. Prassede, a figura intera; nell'intradosso dell'arco, è rappresentato Cristo seguito da un' angelo che discende agli inferi per liberare Adamo ed Eva; dietro è visibile la Morte incatenata. La decorazione della nicchia sottostante è divisa in due parti: nel registro superiore è rappresentato l'Agnello sul monte con i cervi che si dissetano ai quattro fiumi, mentre in quello inferiore sono raffigurate a mezzo busto la Vergine, s. Prassede, s. Pudenziana e Teodora (madre di Pasquale I) con il nimbo quadrato, segno dei viventi. Sulla parete dell'altare, nella parte alta, vi è una Deesis rappresentata dalle figure della Vergine e di s. Giovanni Battista come intercessori per l'umanità ai piedi del Cristo Giudice qui simboleggiato dalla luce che entra dalla finestra. L'intradosso dell'arco è decorato con spire vegetali che includono fiori e animali. Nel fondo della nicchia è narrato l'episodio della Trasfigurazione: sono presenti Gesù con Mosè ed Elia nella mandorla e gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo. Sopra la mensa d'altare una coppia di colonnine in alabastro strigilate con capitelli ionici e architrave inquadrano un'edicola lignea del XVII sec. che definisce, a sua volta, un'absidiola decorata a mosaico e datata alla seconda metà del sec. XIII; in essa sono rappresentati la Vergine con il Bambino, s. Prassede e s. Pudenziana. Sulla parete di sinistra sono infine raffigurati i ss. Giovanni Andrea e Giacomo. Sul fondo del sottostante passaggio in una lunetta, è raffigurato Cristo benedicente tra s. Valentino e s. Zenone. A destra del sacello si apre una piccola cappella dedicata alla Sacra Colonna, visibile, attraverso una grata, anche dalla navata laterale. Originariamente tale colonna era collocata nel sacello di s. Zenone, dove rimase dal 1223 al 1699, quando fu collocata dove ancor oggi si trova. La colonna fu portata a Roma nel 1223 dal cardinal Giovanni Colonna, titolare della basilica e legato apostolico in Siria durante la quinta crociata. Una bella lapide murata a sinistra dell'ingresso della cappella di s. Zenone ne ricorda l'impresa. Tradizionalmente è ritenuta la colonna a cui Cristo fu legato per essere flagellato ed è sempre stata oggetto di particolare devozione da parte dei fedeli. Di fronte alla cappella fra due colonne, si trova la Tomba dello speziale Giovanni Montopoli (XIII secolo): sulla lastra è raffigurato il defunto con l'abbigliamento tipico del pellegrino. Sulla parete di controfacciata è invece posta in terra la Tomba di Giovanni Carbone, morto a Roma il 24 settembre 1388.

 

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S. Pudenziana (Via Urbana 160)
Secondo la leggenda, la chiesa fu costruita sotto papa Pio I nel 145 d.C., sul luogo dove sorgeva la casa del senatore Pudente, per volere delle figlie Prassede e Pudenziana. Tuttavia non è certo che la primitiva chiesa sia stata dedicata a s. Pudenziana, mentre è invece probabile che il titolo derivi dalla corruzione del nome dell'originaria domus ecclesiae nota come Titulus Pudentis. Gli scavi del sec. XX hanno potuto accertare che il luogo di culto cristiano si è insediato sui resti di un edificio termale del sec. II d. C.: il primo ambiente a essere stato adibito a tale fine fu un'aula rettangolare corrispondente all'attuale Cappella Caetani; tale ambiente fu consacrato al culto cristiano da Pio I (140-155) e denominato Oratorio di S. Pastore. Fu Papa Siricio (384-399) a riconsacrare e dedicare l'oratorio a S. Pietro, nel quale, secondo alcuni documenti, vi era un mosaico in cui compariva la figura dell'Apostolo come pastore tra due pecore. Durante i medesimi anni fu avviata la trasformazione vera e propria dell'edificio in basilica paleocristiana: fu costruito il catino absidale (poi decorato dal mosaico che ancora oggi si vede) e furono collocate dodici colonne di marmo grigio, di spoglio, per sorreggere le arcate laterali. Queste sono tuttora in opera e sono alte 3,50 metri, con diametro alla base di 46 cm. La basilica assunse così la ripartizione a tre navate tipica dell'architettura paleocristiana. Le murature dei pilastri di fondazione che penetrano nella struttura romana sottostante negli angoli nord-est e sud-est della navata forniscono elementi che accertano la datazione dei lavori di sostruzione all'epoca di papa Siricio. Importanti lavori furono eseguiti da Adriano I (772-795) e da Gregorio VII (1073-1085). Nel 1588 la chiesa subì un generale rifacimento per volere del cardinale Enrico Caetani, titolare di S. Pudenziana dal 1585 al 1589. altri interventi si ebbero nel 1595, nel 1711, nel 1803, nel 1870, nel 1928-1930 e nel 1960-1964.
Il prospetto, il cortile, la scalinata e la cancellata sono il risultato dei restauri del 1870. La facciata si presenta divisa in due ordini: quello superiore conserva affreschi del sec. XIX. Elemento di spicco è il protiro antistante il portale d'ingresso: seppure rimaneggiato nel corso dei secoli, esso costituisce uno dei più significativi e pregevoli esempi di scultura medioevale a Roma. Due colonne tortili sopportano la trabeazione marmorea e il timpano nel quale gli interventi del 1870 hanno inserito una immagine della Beata Vergine. Il fregio della trabeazione presenta cinque clipei (raffiguranti s. Pastore, s. Pudenziana, l'Agnello, s. Prassede e Pudente) inseriti in un contesto di forme vegetali dalle influenze nordiche. La datazione, oscillante dall'VIII al XII secolo, potrebbe appuntarsi all'epooca dei lavori voluti da Gregorio VII (1073-1085), sulla basa dei motivi nordicizzanti del fregio e delle vesti dei santi nei clipei. Sul fianco sinistro della chiesa si alza il campanile romanico, posto sulla terza arcata della navata sinistra e costituito da cinque livelli; esso è stato restaurato tra il 1960 e il 1964.
L'interno della chiesa testimonia le vicende che hanno portato alla trasformazione della originale sala termale in basilica paleocristiana. La navata centrale è scandita da sette arcate e coperta dalla volta a botte. Lungo ciò che resta della navata sinistra è possibile notare una serie di epigrafi di varie epoche; in questa navata è posizionato anche il pozzo dove la leggenda narra che s. Prassede e s. Pudenziana abbiano seppellito le salme di circa tremila martiri delle persecuzioni imperiali. Sulla porta a sinistra della Cappella Caetani vi è una epigrafe proveniente dallo scomparso Oratorio di S. Pastore e risalente al pontificato di Gregorio VII; essa commemora i lavori fatti eseguire dal pontefice ed elenca le reliquie venerate nella chiesa. Il presbiterio della chiesa è sovrastato dallo splendido mosaico del catino absidale. Esso raffigura Cristo (con in mano un codice aperto in cui si legge: Dominus conservator Ecclesiae Pudentianae) nell'atto di insegnare la dottrina agli Apostoli; ai suoi lati, due figure femminili (interpretate o come le personificazioni delle due componenti, pagana e giudaica, della comunità cristiana delle origini, o, più semplicemente, come s. Prassede e s. Pudenziana) incoronano S. Paolo e S. Pietro. Alle spalle del Maestro è un'imponente croce gemmata , avente ai lati i Simboli degli Evangelisti (Angelo-Matteo, Leone-Marco, Toro-Luca, Aquila-Giovanni). Lo schema compositivo è rimasto nel complesso intatto, malgrado abbia subito nel corso dei secoli innumerevoli danni: tra questi il più grave fu certamente apportato durante i rifacimenti del 1588 quando, nel complesso dei lavori di realizzazione della cupola, fu demolita una parte del mosaico e andarono perdute due figure di Apostoli, una per lato; successivamente altri restauri, prima in pittura poi in mosaico (secc. XVI-XIX), hanno compromesso definitivamente la parte destra dell'opera. Sul fondo della navata destra si apre la Cappella di S. Pudente; nel vestibolo sono collocati frammenti di transenne (probabilmente dell'VIII secolo) e un'epigrafe. Attraverso una porta situata all'angolo sinistro della Cappella Caetani, si raggiungono i sotterranei, a circa 9 metri sotto il livello di pavimentazione della basilica. In uno degli ambienti ipogei si conserva un interessante affresco databile al IX secolo, raffigurante S. Pietro tra S. Prassede e S. Pudenziana; nell'affresco i nomi dei tre personaggi sono riportati verticalmente.
Dalla metà della navata sinistra si accede all'Oratorio Mariano. La piccola costruzione è a pianta quadrangolare e si trova alle spalle dell'abside della basilica; poggia le sue murature sui resti dell'ambulacro che anticamente circondava il lato occidentale delle terme. Il prospetto esterno è visibile da via Cesare Balbo. Le pareti interne sono completamente decorati con affreschi dell'epoca di papa Gregorio VII. Sulla parete destra è raffigurata una Crocifissione; sull'altare una Madonna in trono con il Bambino tra s. Prassede e s. Pudenziana; sulla parete sinistra s. Paolo predica la fede in Cristo a Pudente e alla sua famiglia e il Battesimo di Novato e Timoteo; sulla parete di fronte all'altare L'Incoronazione di Valeriano, Tiburzio e Urbano; sulla volta l'Agnus Dei, nelle quattro vele i Simboli degli Evangelisti. Di altre pitture, note attraverso copie seicentesche, oggi rimangono soltanto poche tracce.

 

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S. Salvatore alle Milizie (Salita del Grillo 17-21)
Nel 1886 furono rinvenuti, in un locale allora adibito a cantina e oggi occupato dall'Associazione "Polmone Pulsante" (Salita del Grillo, 17-21), cinque brani d'intonaco dipinto, il più conservato dei quali era quello attaccato sopra un arco in cui erano rappresentate due figure, una delle quali con dalmatica e sandali. Esse mancavano della testa e la loro altezza fino al collo era di circa un metro. Il dipinto terminava in basso con una fascia color rosso cupo su cui era tracciata col pennello, in bianco, una iscrizione che già allora risultava assai lacunosa (…OT PTVOAM....+EGOBE...PINGE...) che fu interpretata come "pro tuo amore Ego Beno de Rapiza pingere feci". Se l'interpretazione fosse esatta, gli affreschi si riporterebbero al ciclo di S. Clemente e dell'Oratorio dei Sette Dormienti, ove pure torna il nome di Beno de Rapiza; e siccome le pitture di S. Clemente e dell'Oratorio dei Sette Dormienti sono della seconda metà del sec. XI, quelle di S. Salvatore alle Milizie potrebbero essere dello stesso tempo. Purtroppo però, delle pitture viste nel 1886 oggi ben poco rimane, ma si scorgono ancora i resti delle due figure sopra l'arco. Il locale dovrebbe essere da identificare con la chiesa di S. Salvatore alle Milizie, presente nella pianta del Bufalini (1551), che la disegnò con tre colonne per le due navate. Il prospetto è delineato molto chiaramente nella pianta del Tempesta (1593). Al tempo dell'Adinolfi il campanile della chiesa, rifatto in parte e ridotto ad altro uso, si vedeva dalla casa al n. 13, mentre nella casa corrispondente al n. 14 si sarebbe vista una immagine dipinta del Salvatore fatta a ricordo della chiesa. S. Salvatore delle Milizie non fu una grande costruzione (era larga appena m. 5,80); i costruttori medioevali della chiesa si servirono, finché poterono, di costruzioni preesistenti (secc. I-III), poi, secondo un uso proprio del tempo, occuparono l'area pubblica prospiciente; per questa parte estrema si servirono di elementi d'opera quadrata, traendoli probabilmente dai resti delle Mura Serviane che correvano nelle vicinanze. S. Salvatore delle Milizie ritorna spesso nei documenti medioevali ed è ricordata da parecchi scrittori di cose romane anche dopo la sua distruzione (anche se spesso confusa con S. Salvatore ai Monti o con la scomparsa S. Abbaciro). La prima menzione della chiesa si ha nel Catalogo di Cencio Camerario (1192). La soppressione è del tempo di Gregorio XIII, come si può rilevare da una bolla spedita il 24 aprile 1577, inserita nel Bollario dell'Ordine dei Predicatori. Da essa sappiamo che, per libera rinunzia del suo ultimo rettore Matteo Carroccio, la chiesa veniva unita alla chiesa dei Ss. Quirico e Giulitta. Le ragioni della soppressione fu dovuta al fatto che la fabbrica minacciava rovina, e che le sue rendite non erano sufficienti a mantenere il rettore.

 

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S. Vitale (Via Nazionale)
Una scalinata a fianco del Palazzo delle Esposizioni permette di scendere alla chiesa di S. Vitale. Essa è ricordata nel Liber Pontificalis come Titulus Vestinae, dal nome della matrona romana che sostenne le spese per la sua erezione. In origine era dedicata ai martiri Gervasio e Protasio, ai quali più tardi si aggiunse la dedica ai SS. Vitale e Valeria. Consacrata da Innocenzo I (401-417), fu in gran parte ricostruita da Leone III (795-816) e fu ancora restaurata in età romanica. In origine era a tre navate distinte da due file di colonne, con un nartece antistante; incisioni dei secc. XVI-XVII documentano anche l'esistenza di un campanile romanico, oggi sparito. Nel 1475, sotto papa Sisto IV, la chiesa fu ridotta alle dimensioni attuali: in quell'occasione furono abbattute le navate minori e i colonnati interni furono chiusi da muri di mattoni, andando così a costituire i nuovi muri perimetrali. Sul fianco destro della chiesa sono ancora visibili le arcate tamponate e alcuni capitelli del colonnato che divideva in origine le navate. Nel 1595 Clemente VIII concesse la chiesa ai Gesuiti, che ne intrapresero il restauro e la decorazione. La facciata a capanna, ripristinata nel 1937-38, è preceduta da un portichetto a cinque arcate a tutto sesto, impostate su quattro colonne e due pilastri laterali, con capitelli degli inizi del V secolo. Al lato della porta d'ingresso sono state parzialmente rimesse in luce le colonne della facciata paleocristiana. L'interno, ad aula unica, è stato restaurato nel 1859; il soffitto ligneo a lacunari ed il pavimento risalgono al 1934. Addossati alle pareti, quattro altari - con timpano triangolare sorretto da colonne - sembrano provenire dalla chiesa del V secolo.

 

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Sacello della Vergine (Via dei Querceti)
Addossato all'edificio in angolo tra via dei Querceti e via dei SS. Quattro Coronati, il cosiddetto sacello della Vergine, oggi in cattive condizioni di conservazione, esisteva almeno fin dal 1000 ed è riprodotto in tutte le piante di Roma fin dal '500. All'interno dell'edicola nella piccola abside è un affresco assai ridipinto con la Madonna con il Bambino, probabilmente del sec. XV.

 

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S. Stefano Rotondo (Via S. Stefano Rotondo)
S. Stefano sul Celio fu consacrato dal papa Simplicio (467-483). Per erigere l'edificio si demolì una parte degli antichi Castra Peregrinorum e dell'annesso mitreo (oggi nei sotterranei della chiesa). La chiesa è di forma di rotonda e in origine era impostata su tre cerchi concentrici di 22, 42 e 66 metri di diametro. Il cerchio più interno era formato da 22 colonne con capitelli ionici. Il muro esterno era scandito da otto piccole porte (in gran parte murate già nel VI secolo). All'interno, una croce greca era inscritta nella circonferenza maggiore e quattro cappelle erano poste in corrispondenza dei quattro bracci della croce. Tra il 523 e il 529 l'interno di S. Stefano Rotondo fu sontuosamente ornato con mosaici e lastre marmoree intarsiate in porfido, serpentino e madreperla; al centro fu inserita una tribuna per la schola cantorum e per la cattedra, un antico sedile marmoreo di età imperiale, a cui furono tolti nel XIII secolo la spalliera ed i braccioli (oggi il sedile è collocato a sinistra dell'ingresso). La chiesa ricevette una nuova funzione quando papa Teodoro I (642-649) fece traslare a S. Stefano Rotondo le reliquie dei ss. Primo e Feliciano (uccisi nel 286 circa nella persecuzione di Diocleziano) da un cimitero sulla via Nomentana. A loro fu dedicata la cappella eretta nel braccio di nord-est della croce; la volta dell'abside fu rivestita completamente da un mosaico in cui sono raffigurati i ss. Primo e Feliciano ai lati di una grande Croce gemmata e sormontata da un medaglione con il busto di Cristo; al culmine, la mano di Dio regge una corona. Nella cappella dei ss. Primo e Feliciano papa Teodoro fece seppellire suo padre, che era stato vescovo in Palestina. Papa Adriano I (772-795) fece sopraelevare la parte centrale della costruzione di metri 1,50 e arricchì l'arredamento donando venti tende di lino purpureo. Fra il 1139 ed il 1143 papa Innocenzo II fece restaurare la chiesa; però la navata anulare esterna, rimasta senza tetto, non fu più rifatta e cadde in rovina. Dei quattro bracci della croce rimase intatto soltanto quello in cui si trovava la cappella dei ss. Primo e Feliciano. Il colonnato mediano fu chiuso con mattoni e divenne il muro esterno; davanti all'ingresso dalla via del Laterano si aggiunse un atrio a volta. La chiesa fu coperta con tetti bassi a cono. Per la parte centrale a tamburo non si trovarono travi sufficientemente lunghe; perciò, per sorreggere il tetto, si eresse in alto, lungo un diametro, un muro trasversale (poggiante su archi disuguali sostenuti a loro volta dal colonnato interno e da altre due colonne di granito aggiunte) che finì per dividere l'ambiente in due. Delle ventidue finestre originarie del tamburo ne furono murate quattordici, per dare maggior robustezza all'alta parete cilindrica. A causa di tali interventi radicali la chiesa risultò decisamente più piccola; ma pur così semplificata, S. Stefano Rotondo non resse il passare del tempo: agli inizi del sec. XV la chiesa risulta priva di tetto e in stato di abbandono. Nel 1452 papa Niccolò V fece restaurare la chiesa dall'architetto e scultore fiorentino Bernardo Rossellino. Devastata durante il Sacco dei Lanzichenecchi (1527), la chiesa fu nuovamente restaurata nel 1735 e nel 1802. Nel 1958 iniziarono poi gli scavi sotto la chiesa che portarono nel 1973 alla scoperta del mitreo nel sottosuolo. Soltanto nel 1990 la chiesa è stata riaperta al pubblico.

 


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