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chiese medioevali entro le mura rione s. eustachio

 

In questa pagina:

Chiese medioevali di Roma


Rione VIII S. Eustachio
S. Agostino
S. Eustachio
S. Maria in Monterone
S. Salvatore alle Coppelle

Altre chiese entro le Mura
(indice alfabetico della sezione)

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Nota
In questa sezione sono descritte le chiese entro le Mura di Roma che ancora conservano cospicui resti medioevali a loro pertinenti già in origine. Le singole descrizioni privilegiano gli aspetti storici e artistici medioevali, mentre tralasciano la storia e le opere posteriori. Sono qui escluse: le chiese fuori le Mura; le chiese rifatte in età moderna; le chiese medievali scomparse; le chiese nel Vaticano; le basiliche maggiori.


titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 16.09.2007

S. Agostino (Piazza S. Agostino)
Su via delle Coppelle, che ricalca il tracciato di un tratto dell'antica via Recta, si affaccia la chiesa di S. Agostino, che, seppure nelle forme attuali risalga alla fine del sec. XV, sorge al posto di una precedente chiesa, iniziata nella seconda metà del XIV secolo. Nel 1286 il nobile romano Egidio Lufredi cedette agli Agostiniani Eremitani di S. Maria del Popolo alcune sue case presso l'antica parrocchia di S. Trifone (che sorgeva all'angolo di via della Scrofa e via di S. Antonio dei Portoghesi; fu distrutta nel 1736), affinché potessero edificare una nuova chiesa e un convento. Il papa Onorio IV, con bolla emanata il 20 febbraio 1287, concesse ai religiosi di accettare la donazione, ma, ritenendo inopportuna la costruzione di una seconda chiesa vicino a S. Trifone, affidò agli Agostiniani quest'ultima, permettendo loro di fondarvi accanto il convento. Con il secolo successivo si decise comunque di costruire una nuova chiesa dedicata a S. Agostino, come prova un documento del 1363 in cui si ricorda un dono di 25 fiorini d'oro fatto «per la chiesa nuova» di S. Agostino. La chiesa fu ultimata intorno al 1420. Agli occhi degli Agostiniani tuttavia la chiesa dovette risultare piuttosto piccola e posta troppo in basso, alla mercé degli straripamenti del Tevere. Pertanto nel 1479 fu decisa la costruzione dell'attuale edificio, assai più grande. Controverso è il problema dell'orientamento della primitiva chiesa di S. Agostino, che si è supposto perpendicolare all'attuale. L'ipotesi è basata sul fatto che il transetto sinistro di S. Agostino termina con un'abside tuttora parzialmente visibile all'esterno, presso l'ingresso laterale su via dei Pianellari. Questa parte di edificio presenta sotto il tetto una decorazione in laterizio a denti di sega: una tipologia frequente nelle chiese romane del XIII e XIV secolo; le altre parti della chiesa, invece, presentano cornici modanate in pietra. E' probabile dunque che l'abside facesse parte di un'architettura precedente all'edificio tardo-quattrocentesco, identificabile proprio nell'antico S. Agostino, che si doveva affacciare su una stretta viuzza collegante via della Scrofa all'attuale piazza S. Agostino. Nella ricostruzione la chiesa avrebbe assunto una posizione perpendicolare al precedente, e avrebbe utilizzato l'antica abside quale terminazione del transetto sinistro. Alcune strutture dell'edificio precedente sarebbero da ravvisare nei sotterranei della chiesa attuale.

 

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S. Eustachio (Piazza di S. Eustachio)
La fondazione della chiesa di S. Eustachio (detta in passato in platana per la presenza di un albero nelle vicinanze) risale all'Alto Medioevo, epoca in cui doveva essere di notevole importanza se l'Itinerario di Einsiedlen (secolo VIII) chiama la contrada in cui sorge la chiesa Thermae Alexandrinae et sancti Eustachi. Purtroppo, le notizie riguardanti il tempio primitivo sono assai scarse; l'archivio della chiesa, infatti, è andato interamente distrutto in seguito all'inondazione del Tevere del 1598. Le prime notizie che documentano l'esistenza presso la chiesa di una diaconia, cioè di una istituzione caritatevole dedita all'assistenza dei poveri, risalgono al tempo di Gregorio II (715-731). All'epoca del pontificato di Stefano II (752-757), si ha notizia di uno xenodochium, cioè di un ospedale, annesso alla diaconia. Leone III nel 795 donò alla diaconia di S. Eustachio una vestem de fundato e una coronam argenteam pensantem libras VI, uncias V. Il papa Gregorio IV nell'827 in basilica beati Eustachi offrì unam vestem de fondato. Nel X secolo S. Eustachio era una collegiata, come risulta da un placito del 958 provocato dai preti di s. Eustachio contro l'abate di Farfa da loro citato in giudizio a Roma, i quali pretendevano la restituzione di due limitrofe chiesuole pertinenti a Farfa. Per la grande devozione che la nobiltà romana ebbe verso Eustachio, la famiglia dei Conti di Tusculo prese anche il nome di Conti di S. Eustachio, creandosi una finta genealogia con la quale a capo dello stemma gentilizio del santo martire si poneva addirittura imperatore Ottaviano. Di particolare importanza è una lapide, attualmente collocata sopra la porta che immette nella sacrestia, da cui si apprende che la chiesa fu restaurata, abbellita ed infine riconsacrata da Celestino III nel 1196, in segno di riconoscenza per aver riconquistato alla Chiesa il Tuscolano occupato da Enrico VI. L'edificio fu interamente restaurato nel Settecento e della struttura medioevale (descritta dalle fonti divisa in tre navate con un pavimento cosmatesco e un imponente altare maggiore) non resta nulla, tranne il campanile romanico, risalente alla campagna di lavori promossa da Celestino III. Nell'antico ciborio si leggeva la seguente epigrafe (oggi perduta): Ottonellus hoc opus fieri iussit cum Maria sua coniuge in redemptionem animarum suarum. Si è voluto identificare questo Ottonellus con il figlio di Ramone conte di Tusculo.

 

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S. Maria in Monterone (Via di Torre Argentina)
Sconosciute sono le origini della chiesa di S. Maria in Monterone, sorta - sembra - sulle rovine di un tempio pagano del I secolo a.C. La prima citazione certa della chiesa è contenuta in una bolla di papa Urbano III datata 1186. La denominazione Monterone deriva probabilmente dalla famiglia senese Monteroni, la quale, nel secolo XIII, costruì un ospizio attiguo alla chiesa per offrire vitto e alloggio ai pellegrini e ai viaggiatori provenienti da Siena. Nel 1245, durante il pontificato di Innocenzo IV (1243-1254), la chiesa fu restaurata; altri restauri furono eseguiti da Clemente VIII (1592-1605), durante i quali la chiesa fu sopraelevata per evitare i continui allagamenti dovuti alle piene del Tevere. Lavori di restauro di una certa importanza furono eseguiti da Innocenzo XI (1676-1689); è di quel periodo anche la semplice facciata, realizzata nel 1682. L'interno è a pianta basilicale; le otto colonne antiche con capitello ionico, uno diverso dall'altro (probabilmente materiale di spoglio), che dividono le tre navate, non sono state per nulla toccate dai rifacimenti del periodo barocco e risalgono alla fondazione medioevale.

 

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S. Salvatore alle Coppelle (Piazza delle Coppelle)
Il toponimo «Coppelle» proviene dai fabbricanti di barilotti di legno della capacità di 5 litri, detti appunto coppelle). Prima di assumere tale toponimo però, la contrada era denominata «della Pietà», forse per la vicinanza del cosiddetto Arco della Pietà, di età traianea, oggi scomparso: i bassorilievi che descrivevano le province e le nazioni che si raccomandavano alla clemenza dell'imperatore, furono interpretati nel Medioevo come rappresentazioni della pietà di Traiano e lo stesso Dante (Purg. X, 73), mostra di credere a questa leggenda. L'arco, che doveva sorgere di fronte al Pantheon, nel 1410-15 risulta già diruptus, anche se nel '500 era ancora visibile. Per altri, il toponimo «della Pietà» deriverebbe dal fatto che qui vi sarebbe stata la casa di s. Abbasia la quale avrebbe elargito denaro ai poveri, su pegno, anticipando così di tre secoli le funzioni del Monte di Pietà. Giunta alla vecchiaia ella avrebbe disposto che questa sua casa fosse convertita in chiesa (attuale S. Salvatore); il popolo riconoscente del beneficio ne avrebbe conservato la memoria nell'appellativo del Salvatore della Pietà. Si tratta di una delle chiese più antiche consacrate al Salvatore e la sua più antica memoria è l'iscrizione che ricorda la consacrazione nel 1195 per mano di papa Celestino III (1191-1198). La nascita della chiesa pare tuttavia più antica della consacrazione del 1195, che probabilmente fu solo un restauro, in occasione del quale furono trasportate molte reliquie e fu elevato il bel campanile romanico. E' dunque possibile che Celestino III abbia restaurato un edificio già esistente che tuttavia non è citato da Cencio Camerario forse perché la chiesa era a quel tempo in rovina e non officiata. La chiesa fu concessa nel 1404 da Innocenzo VII all'Università degli Orefici, dei Ferrari e dei Sellai: mentre le altre due corporazioni nel 1416 si spostarono, i Sellai vi rimasero per tre secoli, occupando un oratorio identificato con l'ambiente a sinistra del portale. La chiesa medioevale subì trasformazioni nel corso dei secoli: ne 1858-60 furono deturpati due affreschi del 1195: sulla parete di fondo della cappella della Vergine (navata destra) resta solo un frammento affrescato, forse trecentesco di una Dormitio Virginis molto rimaneggiata (con Cristo trasformato in s. Gioacchino!). Per il resto la chiesa, che mantiene tuttora la divisione basilicale a tre navate dell'edificio medioevale, conserva, a destra, l'iscrizione del 1195 e in fondo alla navata centrale un'iconostasi (molto ridipinta) con l'Ultima Cena e figure dei santi. Il resto invece risente degli interventi operati nel corso dei secoli. I recentissimi restauri hanno dato modo di capire che la facciata della chiesa medioevale era più stretta, come è possibile desumere dai riquadri lasciati aperti nell'intonaco moderno. Sulla piazza si conservano, sul muro della chiesa, due interessanti memorie; la prima è una lapide marmorea, erroneamente definita "tra le più antiche in lingua volgare", che invece dalla grafia è sicuramente da datare ad età moderna (sec. XVIII). In essa si legge «Chiesa del S. Salvatore della Pietà al[it]er delle cupelle 1195» con riferimento alla chiesa; se la lapide fosse veramente del 1195 la grafia dei numeri si presenterebbe sicuramente diversa. La seconda memoria (post-medioevale) è relativa all'esistenza, nell'interno della chiesa, della confraternita del SS. Sacramento della Divina Perseveranza. Fondata nel 1633 da mons. Mario Fani, aveva lo scopo di visitare gli infermi nelle camere delle locande, per dare ad essi tutti gli aiuti necessari rispetto al corpo che all'anima: se i malati erano poveri venivano esortati a trasferirsi in qualche ospedale. Se uno dei malati moriva, il segretario del sodalizio stendeva un inventario degli oggetti di sua proprietà, di cui veniva inviata una copia ai parenti e una al card. Vicario. A tale scopo esiste sul fianco della chiesa una specie di cassetta postale marmorea con lapide, posta nell'anno del giubileo del 1750, che reca l'intimazione ad osti e albergatori e locandieri di dare notizia degli infermi nei loro locali alla Confraternita. Tramite l'editto del 1794, gravi pene erano comminate agli osti che non avessero ottemperato a questo loro dovere. Ora la confraternita non esiste più da molto tempo, mentre la chiesa è stata donata nel 1914 da Pio X ai Rumeni, che ne entrarono in possesso nel 1919, al termine del I conflitto mondiale: tuttora è officiata con il rito greco-rumeno.

 


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