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chiese medioevali entro le mura rione pigna

 

In questa pagina:

Chiese medioevali di Roma


Rione IX Pigna
S. Giovanni della Pigna
S. Marco
S. Maria in via Lata
S. Maria sopra Minerva
S. Nicola de Calcarario
S. Stefano del Cacco

Altre chiese entro le Mura
(indice alfabetico della sezione)

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Nota

In questa sezione sono descritte le chiese entro le Mura di Roma che ancora conservano cospicui resti medioevali a loro pertinenti già in origine. Le singole descrizioni privilegiano gli aspetti storici e artistici medioevali, mentre tralasciano la storia e le opere posteriori. Sono qui escluse: le chiese fuori le Mura; le chiese rifatte in età moderna; le chiese medievali scomparse; le chiese nel Vaticano; le basiliche maggiori.


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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 23.09.2007

S. Nicola de Calcarario (Largo di Torre Argentina) Nel corso delle demolizioni del 1926-1929 fu demolito un intero isolato compreso tra via Florida, via di S. Nicola dei Cesarini, via e largo di Torre Argentina, al fine di mettere in luce i quattro templi dell'Area Sacra. In tale occasione scomparvero i palazzi Acquari, Rossi, Chiassi-Cesarini e la chiesa secentesca di S. Nicola dei Cesarini. La distruzione di S. Nicola rimise tuttavia in luce le strutture della precedente chiesa medioevale insediatasi in uno dei quattro templi romani, il cosiddetto Tempio A, un edificio periptero esastilo del I sec. a.C. La chiesa, sorta intorno dal IX secolo (come attestano i numerosi resti di plutei rinvenuti nel corso dello scavo e la forma particolare della cripta a pianta semianulare) era nel Medioevo denominata S. Nicola de Calcarariis, perché nella zona sorgevano i forni per la calce. Cencio Camerario (al n° 239 della nostra numerazione) chiama la chiesa S. Nicolao Calcariorum, mentre il Catalogo di Torino (al n° 368 della nostra numerazione) la appella Ecclesia sancti Nicolai de Calcarario e ci informa che essa habet sacerdotem et clericum In un documento del 1369 si legge Franciscus Pucci notarius de regione Campitelli donai Dominae Lellae filiae D. Nicolai de Buccamatis unum accasamentum sive palatium in parochia s. Nicolai de Calcariis vocatum «el palazzo novo». La chiesa si sistemò inizialmente nella navata centrale del Tempio A e poi si allargò nel colonnato di sinistra; le strutture riportate alla luce si limitano alla zona absidale e del transetto e consistono in due pilastri in laterizio, frammenti del pavimento cosmatesco, la cripta semianulare, l'abside maggiore in laterizio (in asse con l'area compresa tra il lato sud della cella e il colonnato nord) e un'abside minore con muratura in tufelli a sud della precedente. Si conservano anche avanzi della decorazione pittorica (effigi di santi e panneggi nella abside maggiore; riquadri ad imitazione di marmi policromi in quella laterale). Nelle demolizioni è tornato in luce anche un altare marmoreo del XII secolo che è stato lasciato sul posto; qui, entro una coppa di vetro, chiusa da una lamina di piombo iscritta, erano custodite reliquie di santi. La chiesa fu riedificata nel 1611, poi nel 1695, quando fu da Innocenzo XII affidata ai Padri Somaschi.

 

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S. Marco (Piazza S. Marco) La basilica fu fondata nel 336 da papa Marco nel luogo ove si dice abbia abitato s. Marco nel 26, durante un suo soggiorno romano. Scavi condotti tra il 1947 e il 1949 hanno dimostrato che la chiesa nel primo millennio dell'era cristiana fu riedificata più volte sui resti dell'edificio precedente: nel livello più basso sono stati trovati resti di costruzioni romane (tra cui un ambiente adorno di un mosaico con cantaro e tralci di vite dell'inizio IV sec. d.C.) a cui seguono, a circa m. 2,30 sotto il livello attuale, i resti del primitivo titulus del IV secolo. Quest'ultimo era a tre navate divise da colonnati ed era orientato come la chiesa attuale; il pavimento era rivestito in opus sectile di marmi colorati e aveva l'altare disposto a metà della navata centrale; sui muri delle navate laterali sono state rinvenute tracce di affreschi ad imitazione marmorea. Questo primo edificio fu distrutto da un incendio; nel V secolo ad esso se ne sovrappose un secondo che ne invertì l'orientamento e l'altare prese il posto dell'antico ingresso. La chiesa era caratterizzata da un grande recinto presbiteriale con muri intonacati e decorati di pitture a imitazione marmorei. Anche questo edificio subì molti patimenti, tra cui le ripetute e devastanti inondazioni del Tevere e, non ultime, le scorrerie dei Goti, dei Longobardi e dei Bizantini che ne saccheggiarono gli arredi. Questo edificio fu restaurato da papa Adriano I (772-795), che possedeva una casa accanto alla chiesa. Nel IX secolo papa Gregorio IV (827-844) fece innalzare nuovamente la chiesa, i cui resti si individuano a m. 1,30 sopra il piano della seconda chiesa; il nuovo edificio (lungo m. 40,50 e largo 30.50) fu concepito sempre a tre navate ma con l'orientamento nuovamente capovolto e riportato alla situazione originaria. L'abside è ancora quella esistente come i muri perimetrali ove si aprono tredici finestre per parte, più o meno conservate. Due colonnati di dodici colonne sormontati da archi dividevano la chiesa in tre navate. Di questa chiesa si conserva anche la cripta a pianta semianulare e l'importante mosaico absidale. Alla metà del XII secolo fu innalzato il campanile romanico, la cui migliore visione si ha dal giardino interno di Palazzo Venezia, la cui campana fu fatta eseguire da magister Gilbertus cardinalis. Tra il 1464 e il 1470 la chiesa viene rinnovata per volere del veneziano Pietro Barbo, cardinale titolare dal 1451 e poi pontefice con il nome di Paolo II: a parte i lavori interni, a quest'epoca appartengono tra l'altro il portico esterno con la loggia sovrastante (1466-69) e i grandi riquadri di tipo cosmatesco (sec. XV) conservatisi nel pavimento. La chiesa continuò a ricevere interventi nei secoli XVI-XVIII. Nell'atrio, ove si aprono tre porte con infissi antichi sono da notare la margella di pozzo del presbitero Giovanni (IX-X secolo) e una lunga iscrizione del 1466 che ricorda i lavori fatti da Paolo II. Così come i lavori più importanti ricevuti dalla chiesa risalgono alla seconda metà del XV secolo, alla stessa epoca si datano i primi lavori urbanistici che impressero la spinta decisiva alla valorizzazione di questa zona, sempre promossi da papa Paolo II Barbo. Accanto alla chiesa, oltre alla già citata dimora di papa Adriano I, è attestata la presenza di un'altra modesta casa medioevale adibita ad alloggio dei cardinali titolari. In essa, fin dal 1440, andò ad abitare il card. Pietro Barbo, quando ancora non ancora titolare della basilica. Divenuto cardinale di S. Marco, Pietro Barbo cominciò i lavori di sistemazione e adattamento dell'edificio, che condussero alla creazione di Palazzo Venezia, che inglobò anche due torri medioevali.

 

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S. Maria in via Lata (Via del Corso 306) La chiesa di S. Maria in via Lata deve il suo nome alla strada che costituiva, in epoca classica, il primo tratto urbano della via Flaminia; essa si sviluppa sopra i resti di un grande edificio pubblico (probabilmente una porticus) risalente alla prima età imperiale. Al principio del III secolo in questo edificio furono ricavati una serie di magazzini (horrea), sei dei quali, a loro volta, furono poi trasformati in diaconia; l'epoca di questa trasformazione si fa risalire per tradizione a papa Sergio I (687-701). Per adattare gli horrea alla nuova funzione, fu tuttavia necessario effettuare alcune modifiche strutturali dei sei vani. Furono dapprima eliminati i mezzanini lignei (di cui restano abbondanti tracce); si misero in comunicazione i sei vani, creando tre 'navate' disposte lungo l'asse ovest-est (vani I-IV; II-V; III-VI); si dotò il vano II, disposto sulla 'navata' centrale, di un'abside del diametro di m. 1,40. Il Liber Pontificalis ricorda che Leone III (795-816) e Gregorio IV (827-844) elargirono molti doni alla chiesa e riferisce pure che sotto i pontificati di Sergio II (844-847), Benedetto III (855-858) e Niccolò III (858-867) il Tevere si alzò così tanto che a volte l'accesso alla chiesa finì completamente sommerso. Fu forse proprio per far fronte ai continui allagamenti che nel 1049 papa Leone IX (1049-1054) volle che la chiesa fosse completamente ricostruita, sopraelevandola. Il nuovo edificio aveva l'orientamento opposto a quello attuale e si appoggiava a un arco romano (l'Arcus Novus) che scavalcava la via Lata. Nel consacrare il nuovo edificio, Leone IX collocò nell'altare maggiore alcune reliquie. La chiesa inferiore venne in parte murata e in parte trasformata in cripta: una Testa di santa raffigurata nell'abside del vano II sembra doversi datare proprio al sec. XI. La chiesa dovette avere notevole importanza nel Basso Medioevo: Cencio Camerario (al n° 46 della nostra numerazione) ci informa che alla fine del XII secolo le erano attribuite generose elargizioni in denaro, segno della considerazione di cui godeva. Nel 1491 Innocenzo VIII avviò a una profonda modificazione dell'edificio, che, pur conservando la pianta basilicale della chiesa medioevale, con le tre navate divise da dodici colonne antiche in marmo cipollino, fu ampliato e rialzato di circa un metro. L'abside andò a occupare l'area di una chiesa confinante (S. Ciriaco) e si demolì perfino l'adiacente arco romano. La nuova chiesa fu consacrata nel 1506, anche se soltanto con il XVII secolo assunse il suo aspetto definitivo. Poco nella chiesa superiore sembra rimandare alla sua storia medioevale: nella Cappella del Sacramento, in fondo alla navata destra, sopravvivono resti del pavimento cosmatesco, mentre sull'altare maggiore si conserva la venerata icona della Madonna Advocata, opera di un non meglio documentato Petrus pictor; variamente datata tra l'XI e il XIII secolo, l'icona presenta una volumetria e una saldezza che consente di datarla alla seconda metà del XII secolo. Da una porta a sinistra dell'atrio si accede alla chiesa sotterranea (corrispondente alla chiesa paleocristiana), assai difficile da visitare. Il ripristino dei sei ambienti si deve a Pietro da Cortona, che tra il 1658 e il 1662 recuperò i vani restaurandoli e decorandoli. La sistemazione secentesca (purtroppo irrimediabilmente guastata dagli scavi del 1905 e del 1964) salvaguardò una serie di affreschi di straordinaria importanza per lo studio dell'arte romana altomedioevale; tuttavia, a causa della grande umidità degli ambienti, nel 1960 l'Istituto Centrale del Restauro procedette al definitivo distacco degli affreschi, oggi finalmente esposti - dopo un lungo restauro - nel Museo Nazionale Romano Crypta Balbi (via delle Botteghe Oscure). Nel vano I è ancora visibile la colonna di granito (alta metri 2.30) con base e capitello corinzio, connessa alla memoria della prigionia di S. Paolo che secondo una leggenda avrebbe dimorato proprio qui; verso l'angolo nord sta il pozzo ottagonale da cui sarebbe scaturita l'acqua prodigiosa in seguito alle preghiere di S. Paolo. Il vano II conserva ancora un altare in muratura collocato al centro della parete nord. Alto circa un metro e di forma cubica, presenta un'apertura collocata sul piano della mensa (per contenere le reliquie) e la fenestella confessionis al centro della superficie anteriore. Alcune pitture decorano le facce visibili: l'anteriore presenta piccole croci bianche su fondo scuro, le laterali una croce rossa dai cui angoli nascono palmette. Dal confronto con altari analoghi (come quello di S. Nicola de' Cesarini), può essere attribuito alla fase originaria della diaconia paleocristiana. Una Testa di santa appartenente alla decorazione absidale è stata invece datata al 1049, al tempo dei lavori intrapresi nella chiesa da Leone IX: essa mostra una scioltezza compositiva che lo accomuna agli affreschi della chiesa dell'Immacolata Concezione di Ceri. Dal vano III provengono gli affreschi (variamente datati al VII-VIII secolo), raffiguranti l'Orazione nell'Orto, opera di un pittore forse non romano dotato di notevoli capacità espressive, e Tre teste di santi, dalla decisa impostazione plastica e una vigorosa espressività che li collega agli affreschi più antichi di S. Crisogono. Il vano IV mostra un antico accesso a ovest occluso da strutture di fondazione della chiesa del secolo XI. Qui, nell'arco che divide questo ambiente dal vano I era raffigurata una ghirlanda di rose e ai lati, scendendo lungo i pilastri, un tempietto e figure di santi. Anche le altre pareti del vano erano interessate da pitture: sul lato sud è stato identificato un Mosè, mentre sul lato nord fu ritrovata una pittura raffigurante una porta in prospettiva; lungo il muro ovest vi erano invece altre figure, che dovevano far parte di un Giudizio di Salomone: quando furono realizzate le fondazioni della superiore chiesa medioevale, queste pitture furono rovinate. Erano infine collocate a est le Storie di S. Erasmo (metà del sec. VIII), notevoli per il loro intento narrativo, dove le immagini, in parte sproporzionate, sembrano seguire un filone di arte popolare che si riscontra in analoghi affreschi contemporanei. Nella fascia subito al di sotto delle Storie di S.Erasmo, sono state individuate tracce di affreschi raffiguranti scene tratte dalle Storie dei Sette Dormienti e le figure di due committenti (indicati dalle scritte Benedicta mulier ed Ego Silbester mon[achus]). Anche il vano V ha conservato notevoli tracce di pitture. Particolarmente interessanti sono le figure monumentali di due santi, alte m. 1,25, poste a ornamento degli stipiti interni del passaggio aperto tra il vano IV e il V. Identificate con i due santi celimontani Giovanni e Paolo (sono infatti accompagnate rispettivamente dalle scritte Paulus e [Johan]nes), le due figure mostrano un segno nero di contorno molto rigido che sembra datarle alla fine dell'VIII secolo. Il vano VI infine mostra una porta colmata da un poderoso muro di fondazione relativo alla ricostruzione della chiesa ad un livello più alto avvenuta nel secolo XI. Al centro del vano è posto un'altare, datato al XII secolo; esso fu realizzato riutilizzando un antico cippo nelle cui facce a vista fu inserita una decorazione cosmatesca formata da frammenti di marmi antichi (porfido, serpentino, basalto). In un locale annesso alla chiesa si conservano alcuni arredi sacri, tra cui un cero pasquale cosmatesco e una cassetta reliquiaria con smalti, di fabbrica limosina (XIII secolo).

 

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S. Stefano del Cacco (Via S. Stefano del Cacco) Nell'area corrispondente alla chiesa di S. Stefano, nel 43 a.C. fu edificato un sartuario dedicato a Iside (l'Iseo Campense). Tale santuario consisteva in un grande recinto rettangolare di m. 240x60, chiuso sui tre lati a portico colonnato e sul quarto lato (il corto meridionale) da una grande esedra porticata con al centro la cella absidata della dea. Provengono dall'Iseo vari oggetti bronzei (come la famosa Pigna oggi in Vaticano), numerosi obelischi e varie statue sparse per Roma: la Madama Lucrezia di piazza S. Marco, il grande piede di via del Pie' di Marmo, la gatta di Palazzo Grazioli, i leoni neri alla base del Campidoglio. E poi una statua del dio Thot, tradizionalmente raffigurato con la testa di cane: ora, proprio questa statua cinocefala - che rimase in questa zone del rione Pigna fino al 1562 (oggi è conservata nei Musei Vaticani) fu interpretata nel Medioevo come un macaco, da cui deriva il particolare toponimo cacco della chiesa di S. Stefano. La chiesa sorse esattamente sui resti della cella absidata dedicata a Iside. Fu restaurata nel IX secolo al tempo di Pasquale I (la cui effigie con la chiesa in mano si vedeva nel mosaico absidale distrutto nel 1607) e di nuovo nel XII secolo, come risulta da una iscrizione del 1162 che ricorda l'arciprete Giovanni. Di questo periodo è il campaniletto a quattro piani che è stato incorporato nel 1607 nel vicino monastero. Coeva è anche l'abside a cortina che si può vedere, con il campanile, dalle case adiacenti. Nel 1563 la chiesa fu concessa da Pio IV ai Silvestrini che nel 1607 la restaurarono e che tuttora la officiano. Altri restauri si ebbero nel 1725 e nel 1857. L'interno, di tipo basilicale, presenta tre navate spartite da dodici colonne di spoglio. I capitelli appartengono al restauro settecentesco. All'inizio della navata destra si conserva la tomba di Bartolomeo Belletrani (sec. XIV), su frammento di pluteo paleocristiano, sul quale sono state aggiunte croci mosaicate.

 

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S. MAria Sopra minerva (interno)

S. Maria sopra Minerva (Piazza della Minerva) Secondo la tradizione, un primitivo oratorio dedicato alla Vergine già esisteva al tempo di papa Zaccaria (741-752), che lo concesse alle suore basiliane provenienti da Costantinopoli. Già a questa epoca è attestato il particolare cognomen: l'appellativo Minervium compare infatti già nell'Itinerario di Einsiedeln (sec. VIII) e deriva dal fatto che l'oratorio fu eretto sulle rovine dell'antico Tempio di Minerva Chalcidica. Nel 1266 l'oratorio altomedioevale fu concesso ai Domenicani di S. Sabina, che vi si trasferirono qui nel 1275; nel 1276 la chiesa divenne parrocchia e fu distaccata dalla giurisdizione della vicina chiesa di S. Marco. Nel 1280, durante il pontificato di Niccolò III, si intraprese alfine la ricostruzione della chiesa; a dirigere i lavori sembra che furono chiamati fra Sisto Fiorentino (+1289) e fra Ristoro da Campi, gli stessi domenicani ai quali è attribuita la fabbrica di S. Maria Novella a Firenze e che in quel periodo si trovavano sicuramente a Roma. Alla fine del XIII secolo il coro e il transetto erano compiuti e la chiesa poteva essere utilizzata per il culto; ma lo spostamento della corte papale ad Avignone all'inizio del Trecento causò un rallentamento dei lavori, tanto che soltanto alla metà del XV secolofu eretta (a spese di Francesco Orsini, conte di Gravina e Conversano e prefetto di Roma) la facciata a guscio del tipo di quella dell'Aracoeli, che sarà poi modificata nel corso del XVII secolo dal cardinale Antonio Barberini. La chiesa si presentava con la navata centrale coperta da un tetto a capriate (sostituito poi da una copertura a volte nel sec. XV) e da due navate laterali coperte a volta. Tramite alcune aperture fatte sul fianco su via di s. Caterina da Siena, si può ancora oggi intravvedere la tipica muratura medioevale con cornice a denti di sega.
La chiesa è spesso definita l'unico esempio in Roma di architettura gotica. In realtà il suo aspetto interno è in gran parte il risultato dei radicali restauri in stile neogotico, diretti a cavallo della metà del XIX secolo dal domenicano Girolamo Bianchedi. Il restauro, terminato il 25 ottobre del 1855, modificò fortemente l'aspetto austero della chiesa medioevale, a causa di un eccessivo impiego di marmi colorati e di decorazioni policrome. Inoltre i restauri comportarono anche cambiamenti strutturali: nel coro furono aperte nuove finestre, mentre le sei finestre quadrangolari della navata maggiore furono sostituite con dodici aperture circolari; furono rifatte le volte della tribuna e del coro; furono realizzate le fasce trasversali in corrispondenza delle campate della navata centrale, impostate sui capitelli delle semicolonne addossate ai pilastri; furono messi in opera i costoloni lungo le nervature delle crociere. Furono infine inserite vetrate dipinte nelle navate, nella controfacciata e nell'abside, raffiguranti i santi dell'Ordine Domenicano. Nella chiesa sono rimaste poche testimonianze medioevali. Nel transetto destro è la Cappella del Crocifisso, il cui accesso è inquadrato da un elegante portale ogivale, che si crede possa essere formato con il materiale del distrutto ciborio gotico dell'altare maggiore). All'interno è un Crocifisso ligneo del sec. XIV-XV, erroneamente attribuito a Giotto. Sorpassata la Cappella Carafa (fine sec. XV), si incontra il sepolcro di Guglielmo Durand, vescovo di Mende (+ 1296), opera firmata di Giovanni di Cosma; la tomba, in origine collocata lungo il lato orientale del transetto (all'interno della Cappella Altieri), fu qui trasferita nel 1670. Nella lastra si legge la seguente iscrizione: +Hoc est sepulcrum domini Guilielmi Duranti episcop. Mimeten. ord. praed.+Johan. filius magistri Cosmati feit hoc opus. Nel 1857 l'antico altare maggiore fu sostituito da una mensa in stile neogotico che conserva, all'interno, il sarcofago di S. Caterina da Siena (+ 1380), completamente ridipinto e databile al 1430; esso è stato erroneamente attribuito a Isaia da Pisa, mentre è opera di un ignoto marmoraro romano del sec. XV. Nel vestibolo creato nel XVII secolo per accedere alla chiesa da via Beato Angelico (sopprimendo la Cappella di S. Tommaso), è posta sulla destra la tomba del cardinale Matteo Orsini (+ 1340, incompleta), opera di Angelo di Ventura da Siena e di Paolo da Siena; nel sec. XVI la statua fu riunita a quella del cardinale Latino Malabranca Orsini (+ 1294). Dalla sacrestia si accede a un piccolo ambiente: qui nel 1637 il card. Antonio Barberini fece ricostruire la camera ove morì la s. Caterina da Siena, utilizzando frammenti dell'originaria decorazione parietale e il pavimento dalla stanza in Via S. Chiara. Fuori della camera è stato murato un Angelo con il cartiglio, proveniente dall'originario monumento funebre di s. Caterina, opera del marmoraro Paolo commissionata da Raimondo da Capua (c. 1380). Dal chiostro si accede al piccolo Museo della Basilica, inaugurato nel 1974, in cui si conserva un affresco del sec. XIII con la Madonna e il Bambino distaccato da una parete dalla antica sacrestia.

 

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S. Giovanni della Pigna (Piazza della Pigna) Detta anche dei Porcari (la medioevale famiglia Porcari ebbe le case nelle immediate vicinanze), la chiesa di S. Giovanni della Pigna è ricordata nelle bolle di papa Agapito II (955) e di Giovanni XII (962). Fu interamente ricostruita tra il XVII e il XVIII secolo. All'inizio della navata sono collocate le tombe di Nicola Porcari (+1362) e di Giuliano Porcari (+1282) con decorazione a mosaici.

 


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