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chiese medioevali entro le mura rione campitelli

 

In questa pagina:

Chiese medioevali di Roma


Rione X Campitelli
S. Adriano
S. Biagio de Mercato
S. Cesareo in Palatio
Ss. Cosma e Damiano
S. Maria Antiqua
S. Maria in Aracoeli
S. Maria Nova
Ss. Quaranta Martiri
S. Sebastiano al Palatino
S. Teodoro

Altre chiese entro le Mura
(indice alfabetico)

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Nota

In questa sezione sono descritte le chiese entro le Mura di Roma che ancora conservano cospicui resti medioevali a loro pertinenti già in origine. Le singole descrizioni privilegiano gli aspetti storici e artistici medioevali, mentre tralasciano la storia e le opere posteriori. Sono qui escluse: le chiese fuori le Mura; le chiese rifatte in età moderna; le chiese medievali scomparse; le chiese nel Vaticano; le basiliche maggiori.


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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 16.09.2007

S. Cesareo in Palatio (Palatino)
L'oratorio di San Cesareo fu il primo luogo dedicato al culto cristiano nella residenza imperiale del Palatino; dal luogo, l'oratorio venne detto in Palatio, divenendo quindi cappella palatina. Vi furono collocate le reliquie dei ss. Cesareo e Giuliano, traslate a Roma nell'ultimo quarto del IV secolo. Diversamente dagli altri edifici antichi del Palatino, l'oratorio non decadde quando a Roma venne a mancare il potere imperiale, grazie anche allo stanziamento sul colle di un gruppo di monaci greci che tra l'VIII e il IX secolo fondò un monastero presso S. Cesareo. Le fonti ci tramandano notizie dell'oratorio fino al XIV secolo: il cosiddetto Catalogo di Torino (al 248 della nostra numerazione) ci informa che nel 1320 esso aveva un proprio sacerdote e che era affidato a un non meglio identificato Ordinis Saccitarum. Che si tratti proprio del nostro oratorio appare confermato dal fatto che esso è citata insieme alle vicine chiese di S. Anastasia e S. Maria in Cosmedin. Nel XVI secolo si era perduta ogni traccia di S. Cesareo, tanto che gli scrittori di cose romane lo confusero con un omonimo oratorio al Laterano o con la chiesa di S. Cesareo de Appia (la quale è talvolta erroneamente detta ancora oggi in Palatio). L'identificazione dell'esatta ubicazione dell'oratorio si deve ad Alfonso Bartoli (1907), che lo ha identificato in un cubiculum della Domus Augustana, in cui era stata ricavata, nella parete di fondo, una piccola abside; al tempo degli scavi, erano ancora abbastanza ben identificabili anche alcune figure dipinte: una orante al centro della parete, fiancheggiata da alcune figure erette; una seduta al centro dell'abside, e ai suoi lati alcune figure con nimbo tondo. Il monastero sarebbe invece da identificare in alcuni ambienti dell'ala occidentale della Domus Augustana, dove resta un vano con una parete affrescata e una tomba ad arcosolio databile intorno all'VIII secolo.

 

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S. Maria Nova (Piazza di S. Francesca Romana)
Gli Atti di Pietro, apocrifi, narrano che Simon Mago sfidò gli apostoli Pietro e Paolo con la dimostrazione dei propri poteri soprannaturali volando al cielo dall'altura della Velia alla presenza dell'imperatore Nerone, ma la preghiera di Pietro vanificò la sua magia e Simon Mago precipitò, morendo. Sulla pietra sarebbero rimaste le impronte delle ginocchia dell'Apostolo in preghiera: i silices apostolici. In ricordo dell'evento miracoloso il papa Paolo I, attorno al 760, volle costruire un oratorio dedicato a Pietro e a Paolo, dove furono collocati i silices. L'oratorio sorgeva sulle gradinate verso il Foro del Tempio di Venere e Roma (sec. II d.C.). Verso la metà del IX secolo, su una cella del Tempio papa Leone IV eresse una nuova chiesa che incorporò l'antico oratorio e che, arricchita e ampliata, assunse la denominazione di S. Maria Nova, dopo che Gregorio V (996-999) vi ebbe trasferito il culto e il titolo di diaconia dalla sede di S. Maria Antiqua, ormai in abbandono. Allo stesso pontificato risale anche la traslazione dei corpi dei martiri Nemesio, Esuperia, Simpronio, Olimpio, Lucilla e Teodulo, e probabilmente la costruzione dell'edificio destinato al monastero dove, tra il 1061 e il 1119 risiedettero i Canonici Regolari di San Frediano di Lucca, poi fino al 1351 i Canonici Lateranensi. Un radicale restauro della chiesa si ebbe attorno alla metà del XII secolo con interventi riguardanti soprattutto la zona absidale che venne arricchita di mosaici, oltre all'edificazione della torre campanaria e del chiostro; promotore dei lavori fu papa Alessandro III che nel 1161 riconsacrò la chiesa. Il tetto fu ricostruito negli anni del pontificato di Onorio III (1216-1227). Nel 1352, per volontà del cardinale Pietro Roger de Beaufort, la chiesa fu affidata ai Benedettini della Congregazione di Monte Oliveto, che tuttora la officiano; e fu proprio Pietro Roger de Beaufort, una volta divenuto papa con il nome di Gregorio XI, a dotare il monastero di un nuovo chiostro nel 1371. Fin dagli inizi del XV secolo S. Maria Nova divenne il punto di riferimento dell'esperienza religiosa di s. Francesca Romana, sepolta nella cripta della chiesa. La completa trasformazione di Santa Maria Nova risale al XVII secolo; in quell'occasione la chiesa venne intitolata anche a s. Francesca Romana. Il prospetto precedente era costituito da un portico con sei colonne ioniche che sorreggevano un architrave con edicola centrale dedicata alla Vergine e dalla facciata rivestita di mosaici, con tre finestre ad arco e rosone nel timpano. Così compare in un episodio del ciclo di affreschi raffiguranti le Storie della vita di s. Francesca Romana (1468) nel monastero di Tor de' Specchi e in numerose vedute del Foro del XVI secolo. Gli Atti di Pietro, apocrifi, narrano che Simon Mago sfidò gli apostoli Pietro e Paolo con la dimostrazione dei propri poteri soprannaturali volando al cielo dall'altura della Velia alla presenza dell'imperatore Nerone, ma la preghiera di Pietro vanificò la sua magia e Simon Mago precipitò, morendo. Sulla pietra sarebbero rimaste le impronte delle ginocchia dell'Apostolo in preghiera: i silices apostolici. In ricordo dell'evento miracoloso il papa Paolo I, attorno al 760, volle costruire un oratorio dedicato a Pietro e a Paolo, dove furono collocati i silices. L'oratorio sorgeva sulle gradinate verso il Foro del Tempio di Venere e Roma (sec. II d.C.). Verso la metà del IX secolo, su una cella del Tempio papa Leone IV eresse una nuova chiesa che incorporò l'antico oratorio e che, arricchita e ampliata, assunse la denominazione di S. Maria Nova, dopo che Gregorio V (996-999) vi ebbe trasferito il culto e il titolo di diaconia dalla sede di S. Maria Antiqua, ormai in abbandono. Allo stesso pontificato risale anche la traslazione dei corpi dei martiri Nemesio, Esuperia, Simpronio, Olimpio, Lucilla e Teodulo, e probabilmente la costruzione dell'edificio destinato al monastero dove, tra il 1061 e il 1119 risiedettero i Canonici Regolari di San Frediano di Lucca, poi fino al 1351 i Canonici Lateranensi. Un radicale restauro della chiesa si ebbe attorno alla metà del XII secolo con interventi riguardanti soprattutto la zona absidale che venne arricchita di mosaici, oltre all'edificazione della torre campanaria e del chiostro; promotore dei lavori fu papa Alessandro III che nel 1161 riconsacrò la chiesa. Il tetto fu ricostruito negli anni del pontificato di Onorio III (1216-1227). Nel 1352, per volontà del cardinale Pietro Roger de Beaufort, la chiesa fu affidata ai Benedettini della Congregazione di Monte Oliveto, che tuttora la officiano; e fu proprio Pietro Roger de Beaufort, una volta divenuto papa con il nome di Gregorio XI, a dotare il monastero di un nuovo chiostro nel 1371. Fin dagli inizi del XV secolo S. Maria Nova divenne il punto di riferimento dell'esperienza religiosa di s. Francesca Romana, sepolta nella cripta della chiesa. La completa trasformazione di Santa Maria Nova risale al XVII secolo; in quell'occasione la chiesa venne intitolata anche a s. Francesca Romana. Il prospetto precedente era costituito da un portico con sei colonne ioniche che sorreggevano un architrave con edicola centrale dedicata alla Vergine e dalla facciata rivestita di mosaici, con tre finestre ad arco e rosone nel timpano. Così compare in un episodio del ciclo di affreschi raffiguranti le Storie della vita di s. Francesca Romana (1468) nel monastero di Tor de' Specchi e in numerose vedute del Foro del XVI secolo. Tra il 1816 e il 1829 fu demolita e riedificata in dimensioni diverse da Giuseppe Valadier la parte dell'edificio conventuale verso l'arco di Tito, che nel 1873, con l'applicazione delle leggi sull'alienazione dei beni ecclesiastici fu assegnata allo Stato italiano ed è oggi in parte sede della Soprintendenza archeologica di Roma e dell'Antiquarium del Foro: il chiostro è ricavato tra l'abside della chiesa e la cella del tempio di Adriano. Il pavimento è stato rifatto nel 1952, ma conserva frammenti di opera cosmatesca nell'area corrispondente all'antica schola cantorum e nel transetto. Nel vestibolo dell'ingresso laterale che occupa lo spazio di una cappella, è posto il monumento funebre del cardinale Martino Vulcani, titolare di S. Maria Nova (+ 1394), raro esempio di scultura tardogotica a Roma. Sulla parete destra del transetto, sotto la cantoria e dietro una grata, sono conservati i silices apostolici: originariamente erano un'unica pietra, infissa sopra un altare da dove, spezzatasi accidentalmente nel 1899, venne divisa e trasferita nel luogo attuale. Sul pavimento, entro una cornice marmorea lungo la quale corre l'iscrizione sepolcrale, è la lastra tombale del cardinale Francesco Uguccioni Brandi, urbinate, nominato titolare dei Ss. Quattro Coronati (+1412). Sull'altare maggiore del sec. XIX, è collocata l'icona della Madonna con il Bambino (sec. XIII). Il restauro del 1949 ha rivelato, sotto la pittura duecentesca, un più antico dipinto ad encausto raffigurante la Madonna Glycophilousa (sec. VII) che, staccato e trasferito su tavola, è oggi conservato nella sagrestia. Il mosaico absidale, la Madonna col Bambino e i santi Giacomo, Giovanni, Pietro e Andrea, è tradizionalmenente assegnato al 1160 (sebbene non si escluda una datazione di poco più tarda) e rivela elementi comuni ai mosaici di S. Clemente e di S. Maria in Trastevere. Sul lato sinistro del transetto, si apre in basso una piccola nicchia con i resti di una Crocifissione, affresco del X- XI secolo. Dal transetto si accede alla sacrestia passando attraverso un breve corridoio con frammenti di marmi antichi e altomedievali, collocati lungo le pareti. Nella sacrestia, oltre la Madonna Glycophilousa, sono conservati frammenti staccati di affreschi duecenteschi raffiguranti la Madonna con Bambino e Santi, e Cristo e un angelo, forse proveniente dal transetto.

 

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S. Teodoro (Via di S. Teodoro)
Poche sono le notizie relative a questa basilica. Secondo la tradizione la chiesa di S. Teodoro fu fondata, alle falde del Palatino, presso il Lupercale, la mitica grotta dove la lupa allattò i due gemelli Romolo e Remo. La prima costruzione pare risalga al VI secolo. La chiesa comunque esisteva sicuramente al tempo di Gregorio I Magno, il quale la eresse a diaconia. Nel corso del tempo, subì vari restauri a partire da Adriano I nel 774, con Leone III nel 795, con Gregorio IV nell'835 e con Niccolò V (1447-1455) che affidò i lavori a Leon Battista Alberti, il quale vi aggiunse la cupola e salvò l'antica tribuna e il mosaico absidale; a questo intervento rislae il portale con la lunetta dipinta. L'interno è a pianta circolare con un altare per lato. Nel 1674 la chiesa fu restaurata da Clemente XI, il quale affidò i lavori a Carlo Fontana. L'abside, unica parte rimasta della chiesa originaria, conserva il mosaico (molto restaurato) della fine sec. VI. Nonostante i rifacimenti che l'hanno sfigurata, l'opera si può reintegrare nelle sue linee essenziali. Lo schema compositivo è quello della vicina chiesa dei Ss. Cosma e Damiano, ridotto per l'eliminazione delle due figure estreme. Al centro del mosaico vi è il Cristo Redentore seduto su un globo stellato con la destra benedicente, mentre con la sinistra impugna una lunga croce. In alto si può vedere la Mano del Padre che sta per porre sul capo del Figlio una corona. A sinistra del Cristo vi è s. Pietro con il simbolo delle chiavi; vicino a lui è s. Teodoro che offre una corona (Teodoro è copia dell'immagine nell'abside della chiesa dei Ss. Cosma e Damiano). A destra del Cristo vi è s. Paolo con in mano il rotolo della legge, vestito con la tunica clavata e il pallio e presenta a Cristo un giovane di cui non si conosce l'identità: si suppone che sia s. Giorgio. Rispetto al suo modello, in questo mosaico il Cristo non grandeggia scendendo la scalea di nuvole; gli apostoli tengono la mano sulla spalla dei loro protetti, ma il loro gesto non ha alcuna drammaticità. La sostituzione dell'oro all'azzurro e la soppressione di ogni elemento paesistico hanno infine tolto contrasto alle figure. Nei secoli scorsi, la chiesa era detta di Santo Toto, e a questa si portavano dalle madri i bambini infermi onde ottenerne guarigione dal santo.

 

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S. Sebastiano al Palatino (Via di S. Bonaventura 1)
S. Sebastiano al Palatino è posta nell'angolo nordorientale del Palatino e sorge sulle fondamenta del podio del tempio dedicato a se stesso dall'imperatore Elagabalo (218-222 d. C.); qui egli fece trasferire il Palladio che Enea avrebbe condotto con sé fuggendo da Troia. Le più antiche notizie storiche pervenuteci sulla chiesa risalgono al secolo X. Una lapide, collocata all'inizio della parete destra e databile al 977, riporta i versi dedicati a un ignoto personaggio di nome Merco, ritiratosi a vivere in s. Sebastiano dopo aver abbandonato il benessere di cui godeva presso la propria famiglia. La chiesa in età medioevale fu variamente appellata: la troviamo citata sia come S. Maria (in Palladio, in Pallaria, in Pallara, o alla Polveriera, per la presenza, nelle vicinanze, di una fabbrica di polveri da sparo), sia come S. Sebastiano (perché qui Sebastiano avrebbe sofferto il martirio), sia ancora come S. Andrea o come S. Zotico (martire dell'epoca di Diocleziano, deposto nel cimitero che da lui prese il nome al X miglio della via Labicana), il cui culto è testimoniato dai perduti affreschi del X secolo un tempo sulla parete destra. Soltanto al tempo di Urbano VIII Barberini (1623-1644), che curò il restauro della chiesa, prevalse definitivamente l'intitolazione a S. Sebastiano, anche per il fatto che il martire era protettore dei Barberini e che la chiesa veniva a trovarsi entro i confini di una vigna di loro proprietà. Attualmente la chiesa e il monastero sono amministrati dall'Istituto Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, fondato nel 1949 da Agostino Gemelli. Alla metà degli anni Sessanta la chiesa è stata nuovamente restaurata. Dell'antica decorazione medioevale sussistono ancora quelle dell'abside ed alcuni avanzi nell'arco maggiore, ma in origine essa era assai più ricca; fu purtroppo per volere di Urbano VIII che furono distrutti gli affreschi della navata e del presbiterio; di essi resta memoria soltanto negli acquerelli eseguiti nel 1630 da Antonio Eclissi per il cardinale Francesco Barberini, oggi conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Sulla controfacciata sono oggi visibili le copie ottocentesche (commissionate dal duca Carlo Barberini) dei venti eseguiti da Antonio Eclissi, raffiguranti i Vecchi dell'Apocalisse, Profeti e Apostoli, Storie di Cristo, di s. Sebastiano e s. Zotico. Le pitture medioevali sopravvissute versano oggi in cattivo stato di conservazione e l'identificazione dei personaggi è agevolata proprio dal riscontro con gli acquerelli secenteschi. Sulla parete del presbiterio sono frammenti con figure di Vegliardi dell'Apocalisse, Profeti e Sante, pertinenti al grande ciclo pittorico del X secolo. L'abside è decorata lungo il suo arco da una fascia con il cristogramma e due festoni con fiori e frutti. Nel catino, al centro, è raffigurato Cristo tra i ss. Lorenzo, Sebastiano, Stefano e Zotico; due palme e una fenice inquadrano la serie di personaggi. Nel registro sottostante, in asse con la figura di Cristo, è raffigurato l'Agnello Mistico, verso cui convergono le dodici pecore (gli Apostoli) che escono dalle porte di Gerusalemme e Betlemme. Nella fascia sottostante all'Agnello Mistico era un'iscrizione con l'implorazione alla Vergine e ai ss. Sebastiano e Zotico ad accogliere le preghiere di Petrus illustris medicus, morto intorno al 999. Quest'ultimo era raffigurato in atto di porgere a s. Sebastiano il modello della chiesa in un riquadro oggi scomparso ma collocato sulla parete del presbiterio a sinistra. Dall'altro lato era raffigurata sua moglie Giovanna, che offriva anch'essa doni a Zotico. Più in basso, al centro, è la Vergine tra due angeli e le ss. Lucia e Cecilia, Agnese e Caterina. Posteriore è l'affresco con i ss. Benedetto, Pietro e Paolo, sotto cui era l'iscrizione EGO BENEDICTVS PBR ET M(ONA)CHVS PINGERE F(ECI): è databile al tardo XI secolo in virtù della presenza benedettina in quel periodo. A sinistra dell'altare è la custodia dell'olio santo, la cui cornice presenta un rilievo a intreccio databile alla seconda metà del X secolo. Nel Medioevo presso quella chiesa fu edificato un grande monastero, che fu posseduto dall'abbazia di Montecassino (a seguito della concessione fatta nel 1061 da papa Alessandro II), e in cui fu eletto pontefice nel 1118 Gelasio II. Il monastero si trova alla sinistra della chiesa, con la quale è internamente collegato. L'elemento più interessante della costruzione medioevale è la cornice del corpo angolare dell'edificio, caratterizzata da mensole (alcune decorate a rilievo) e un intreccio di beccatelli. I differenti tipi di muratura tra il corpo angolare e il retro dell'edificio hanno indotto a ipotizzare la presenza di una torre: tesi plausibile in ragione delle esigenze difensive che il complesso monastico svolse nel Medioevo, in maniera non dissimile da quanto ancora oggi possiamo osservare ai Ss. Quattro e a S. Balbina.

 

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S. Adriano (Foro Romano)
S. Adriano (detta nel Medioevo in tribus foris - probabilmente perché posta sul confine tra i Fori - ovvero in tribus fatis, forse per una statua delle Parche che si suppone fosse qui collocata) è l'adattamento in chiesa (avvenuto nel 630 sotto Onorio I) della Curia Iulia. Il suo aspetto attuale è dovuto in gran parte al rifacimento a opera di Diocleziano e ai restauri moderni degli anni '30 del XX secolo. Si tratta di un grande ambiente rettangolare (m. 27x18, h. m. 21), preceduto da una facciata a timpano con tre finestre. I buchi quadrati posti ad intervalli regolari, sopra il livello della porta, sembrano testimoniare l'esistenza di un portico d'ingresso. Seppure trasformato in chiesa, l'edificio non cessò di essere utilizzato come aula per le assemblee senatoriali neppure nel corso dell'Alto Medioevo: si conservarono infatti i gradoni su cui poggiavano i seggi dei patres conscripti, fatto non giustificato dalle esigenze del normale svolgimento liturgico. E il Senato continuò a riunirvisi fino al 1143, quando passò sul Campidoglio. Una delle porte in fondo all'aula immetteva in una cappella adorna di pitture del sec. VIII con le Storie di S Adriano (ora nell'Antiquarium del Foro). Le pitture che decoravano le nicchie nell'interno dell'aula sono in parte da assegnare al tempo di Adriano I (772-795); altre pitture sulla facciata interna sono un po' più tarde e risalgono al IX secolo; i dedicanti sono personaggi di alto rango, come risulta dalle iscrizioni votive. Durante tutto il Medioevo la chiesa ebbe una certa importanza; nel 1213 vi furono deposte le reliquie dei martiri Nereo e Achilleo e vi rimasero fino a quando il cardinale Cesare Baronio non ottenne che fossero ricondotte nella chiesa alle Terme di Caracalla. Nel 1228 la chiesa fu restaurata da papa Gregorio IX: il piano dell'aula antica fu rialzato di tre metri e vi fu ricavata una chiesa a tre navate con colonne antiche di spoglio; in fondo era l'abside; sotto il presbiterio, rialzato, era una cripta a pianta semianulare. In un'epigrafe del tempo si dice che durante quei restauri si rinvennero i corpi dei ss. Mario e Marta, le reliquie di s. Adriano e quelle di tre fanciulli ebrei. Una colonna terminale (al tempo dell'Armellini conservata nel Museo del Laterano) stava presso la chiesa e vi si leggeva un'epigrafe che minacciava di anatema chiunque avesse attentato danni alla chiesa. Nel 1654-56 la chiesa fu completamente ricostruita da Martino Longhi il Giovane; altri restauri subì al principio del '700 e nell'800. Da notare le cavità di forma rettangolare oblunga, che si vedono sulla facciata accanto alla porta, ancora in un caso chiuse da tegole: sono le tracce lasciate dalle sepolture medievali praticate nella parete.

 

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S. Biagio de Mercato (Piazza Venezia)
Nel 1920 si decise di demolire tutti gli edifici addossati a sinistra della scalinata al Campidoglio; inizialmente si pensò di conservare la chiesa di S. Rita da Cascia per questioni di ordine prospettico. Si prevedeva l'inserimento di un cavalcavia addossato alla chiesa per permettere la comunicazione gli uffici comunali con i nuovi edifici posti a lato del Vittoriano. Nonostante tale pianificazione, nel 1929 furono abbattute tutte le costruzioni situate tra la piazza dell'Aracoeli e il Campidoglio, compresa anche la chiesa (che fu poi ricostruita in piazza Campitelli). La rimozione dell'edificio portò tuttavia alla luce edifici precedenti occultati dalla chiesa stessa, che miracolosamente rimasero indenni ai picconi. Il più antico riguarda un'insula del II sec. d.C. eccezionale per la sua notevole altezza (quattro piani) ancora conservata. L'edificio romano, la cui base si trova 9 metri sotto l'attuale livello stradale, è composto da un cortile centrale su cui prospettavano delle tabernae; esso si addossa direttamente alla roccia del Campidoglio ove è un muro irregolare in opera reticolata. Sulle strutture della casa romana, nel Medioevo fu costruita una chiesetta a navata unica a cui si accedeva da una sola porta. Denominata S. Biagio de Mercato, essa fu consacrata in un periodo sicuramente anteriore al 1192, dal momento che essa è citata nel Catalogo di Cencio Camerario (al n° 96 della nostra numerazione). Nella chiesa compaiono numerose lapidi rimandanti alla famiglia dei Boccabella ( tra cui alcune dell'XI secolo), a cui apparteneva anche la tomba sormontata dall'arcosolio ancora visibile e decorato con la raffigurazione della Pietà tra la Madonna e S. Giovanni Evangelista, del XIV secolo. Si è dunque ipotizzato che la stessa costruzione della chiesa sia da attribuire alla famiglia Boccabella, le cui case sorgevano sull'area del Palazzo Massimo Colonna. Il toponimo de mercato (o de mercatello) invece rimanda all'antica ubicazione del mercato nella piazza dell'Aracoeli, trasferito qui nel Medioevo dalla sommità del Campidoglio (dove pare fosse tenuto già dagli etruschi). Nelle demolizioni si rinvennero anche i resti del campaniletto romanico a bifore su colonnine marmoree, del sec. XI, che ancora svetta sulle strutture romane al di sopra delle quali fu direttamente costruito (visibile ancora nella pianta del Tempesta del 1593). L'edificio era parrocchia dipendente dalla basilica di S. Marco, ma priva dell'esercizio della dottrina che veniva invece svolto in un'altra chiesa che si affacciava sulla piazza, S. Giovanni de Mercatello (oggi comparsa). Nel 1627 la chiesa fu dedicata a S. Rita da Cascia, in occasione della sua beatificazione e poi, sotto Alessandro VII, nel 1655 ceduta al Sodalizio dei Casciani residenti a Roma eretto nel 1658 in Confraternita intitolata alla SS. Spina della Corona di N.S. Gesù Cristo cui fu aggiunto più tardi il nome di S. Rita. Nel 1653 su disegno del Fontana la chiesa fu rifatta a pianta ottagonale allungata per adattarsi alla strada stretta e agli edifici che l'affiancavano.

 

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S. Maria in Aracoeli (Piazza del Campidoglio)
L'antica denominazione di questa chiesa é S. Maria in Capitolio; essa sorge sulla cima più alta del Campidoglio - l'Arx -, sede del Tempio di Giunone Moneta e dell'Auguraculum (il luogo ove i sacerdoti romani traevano gli auspici mediante l'osservazione del volo degli uccelli). Si è ipotizzato che la chiesa sia in connessione con l'esistenza di un palazzo augusteo, situato appunto sul Campidoglio, la cui memoria sarebbe rimasta nella successiva stratificazione degli edifici medievali. Per tradizione si assegna la fondazione della chiesa o a s. Elena, madre dell'imperatore Costantino, o a Gregorio I Magno, che l'avrebbe consacrata nel 591; i primi dati certi tuttavia non sembrano risalire oltre il VII-VIII secolo, all'epoca cioè della fondazione del monastero detto della S. Madre di Dio che è chiamato Camellaria, di S. Giovanni Battista e di S. Giovanni Evangelista. Ai monaci greci (che per primi - sembra - si insediarono nel monastero capitolino) subentrarono intorno al X secolo i benedettini. È certo che la chiesa di s. Maria riunì in sé tutta la celebrità del Campidoglio medioevale, cosicché il monastero era comunemente detto Monasterium Capitolii (un suo abate nel 1015 si sottoscrive: Ego Dominicus Abbas Capitolii). La prima chiesa monumentale vera e propria fu costruita a metà del XII secolo, in stile romanico, sull'area dell'attuale transetto, guardando con la facciata verso piazza del Campidoglio. La chiesa primitiva doveva avere l'altare maggiore dove ora è la cappella di S. Elena e dove un tempo era venerata l'icona della Madonna Hagioritissa oggi sull'altare maggiore. A questa chiesa primitiva apparteneva anche l'ambone di Lorenzo e Jacopo Cosmati, della fine del XII secolo, poi riutilizzato nella chiesa odierna. All'esterno del muro settentrionale dell'attuale transetto di S. Maria in Aracoeli sono visibili tratti di muratura in tufo, chiaramente estranei alle strutture murarie della chiesa gotica. Anche le pareti esterne dell'attuale ottava cappella a destra, situata al posto del campanile del XII secolo, conservano tratti di muratura romanica. Nel 1249 Innocenzo IV cedette S. Maria in Capitolio ai francescani, che stabilirono qui la propria sede generalizia e intrapresero la ricostruzione monumentale dell'intero complesso. L'antica chiesa romanica divenne il transetto del nuovo edificio, che risultò così orientata non più verso il Campidoglio ma in direzione del nuovo centro d'attrazione costituito da S. Pietro. Sebbene la data di consacrazione dell'edificio sia fissata da un documento al 1268, il fondamentale sviluppo del complesso si ebbe nel ventennio 1280-1300, con la rielaborazione del transetto finanziato dalla famiglia Savelli, che ne fece la propria cappella di famiglia, apponendovi all'esterno gli stemmi mosaicati: la testata del transetto si apriva verso il Campidoglio in un ampio finestrone a trifora sormontato da un rosone e affiancato da bifore più piccole. Ed è proprio al tempo dell'insediamento dei francescani che compare il nuovo appellativo di S. Maria in Aracoeli. Infatti, ancora alla fine del sec. XII la chiesa è ancora ricordata come S. Maria in Capitolio e come tale è citata per esempio nel catalogo di Cencio Camerario (al n° 61 della nostra numerazione). Il particolare toponimo Aracoeli ("Altare del cielo") trae origine dalla suggestiva leggenda, riportata anche dai Mirabilia Urbis Romae (cfr. anche Le miracole de Roma, al § 8), secondo cui in questo luogo l'imperatore Ottaviano, mentre consultava la Sibilla, avrebbe avuto la visione della Madonna in cielo seduta su un altare con il Bambino tra le braccia e avrebbe udito una voce che diceva Haec est Ara Primogeniti Dei; e pertanto avrebbe fatto erigere sul Campidoglio un altare. Tale leggenda, che sembra essere anche connessa con l'interpretazione medioevale della quarta Ecloga di Virgilio (che costò al poeta la fama di mago), potrebbe essere il frutto (secondo un'ipotesi suggestiva, ma non documentata) di una corruzione di un originario appellativo di S. Maria in Arce. Il tema della leggenda fu riportato nel grande affresco absidale opera di Pietro Cavallini; purtroppo l'ampliamento del coro voluto da papa Pio IV nel 1564 causò la perdita dell'intero affresco. Nella medesima campagna di lavori, fu spostato l'ingresso laterale in corrispondenza della cappella Felici, ove ora si trova. Nel 1689 la chiesa viene completamente restaurata con la decorazione della navata centrale e la parziale chiusura delle finestre gotiche. Nel 1880 circa l'intero complesso conventuale annesso alla chiesa fu raso al suolo per l'erezione del monumento a Vittorio Emanuele II, la cui mole oggi incombe sulla basilica capitolina. Si accede alla chiesa dalla ripida scalinata (restaurata l'ultima volta nel 1964), scandita da 125 gradini raggruppati in serie di otto, eseguita nel 1348 dal marmoraro Lorenzo di Simone di Andreozzo, come ricorda la lapide collocata sulla facciata della chiesa a sinistra del portale centrale: + Magister Laurentius Simeoni Andreotii Andrea Karoli fabricator de Roma de regione Columpne fundavit prosecutus est el consumavit ut principalis magister hoc opus scalarum inceptum anno domini ann. CCCXL VIII die XXV octobris. Una consolidata tradizione vuole che la scalinata sia stata eretta quale ex voto alla Madonna per aver liberato Roma dalla pestilenza. La facciata, a guscio di mattoni (di spoglio, di diverso formato e colore) del sec. XIII, è coronata da un timpano orizzontale segnato da due gole, stretto tra i due spioventi laterali ornati da une cornice marmorea a denti di sega; essa era ornata da un mosaico di cui rimangono ancora visibili nella gola di destra, alcuni frammenti raffiguranti il soggetto francescano del Sogno di Innocenzo III, riferibili all'ultimo decennio del XIII secolo e attribuiti - senza certezza - a Jacopo Torriti. In basso, si aprono i tre portali del sec. XIV, rimaneggiati nei secc. XV e XVI. Nelle lunette archiacute degli ingressi laterali, appartenenti all'originaria configurazione della facciata insieme ai soprastanti rosoncini a raggiera, sono inseriti due bassorilievi tardocinquecenteschi. Nel 1412 fu posto sulla facciata l'orologio pubblico, spostato nel 1728 al centro della facciata in alto e nel 1806 sulla torre capitolina. All'interno, la chiesa è divisa in tre navate da ventidue colonne antiche di spoglio (di granito bianco e rosso, cipollino, pavonazzetto, marmo bianco), con capitelli e basi antichi; sopra l' imoscapo di una di esse si legge l'epigrafe (forse in collegamento con la leggenda d'Augusto): A cubiculo Augustorum. La navata centrale, aperta da finestre a sesto acuto e priva di decorazioni, si concludeva in un'abside decorata dall'affresco di Pietro Cavallini. Molte della cappelle laterali, pur rivestite in età moderna, celano ancora l'architettura del sec. XIII. La splendida stesura del pavimento cosmatesco, caratterizzata da grandi lastre rettangolari in marmo bianco riquadrati da fasce mosaicate, è capolavoro duecentesco dei celebri marmorari romani; in esso alloggiano numerose lastre tombali dei secc. XIV e XV. All'altezza della cappella di S. Diego e di S. Paolo il disegno cambia per la presenza della schola cantorum, distrutta nel corso dei lavori del sec. XVI. Particolarmente ricca è la pavimentazione del presbiterio, adorna di grandi dischi porfiretici. Nella navata sinistra, all'esterno della terza cappella (di S. Antonio da Padova) è collocata la pietra tombale di fra Mattia di S. Eustachio ministro della Provincia Romana dei Minori (+ 1300); nel pavimento della nona cappella è invece inserita la tomba del senatore Pietro Lante (+ 1403). Al centro del transetto sinistro è il tempietto circolare, distrutto nel 1798 e ricostruito nel 1833, che sorge sopra l'ara che, secondo la tradizione, venne fatta costruire da Augusto in seguito alla profezia della Sibilla. L'altare, rimasto semisepolto a causa del rialzamento del pavimento del presbiterio, è oggi posto sotto il livello di calpestio ed è visibile da una vetrata; si tratta di una raffinata opera del XII-XIII secolo, in marmo con inserzioni cosmatesche e la rappresentazione nei pennacchi dell'arco dell'Apparizione della Vergine ad Augusto. Il tempietto, dedicato a s. Elena, ne conserva le reliquie (qui traslate nel sec. XII) entro una cassetta in legno di sandalo intagliata e dipinta del XII, custodita nell'urna in porfido che funge da altare. Nel 1963 è stato effettuato un sondaggio che ha dato la certezza che dietro l'altare cosmatesco vi era un luogo di culto antichissimo, fondato su muri romani. Qui forse era l'Auguraculum e con esso è da ricollegare la colonna proveniente a cubiculo Augustorum. Nel transetto sinistro è collocato il monumento funebre del cardinale Matteo d'Acquasparta. Morto nel 1302, Matteo fu una delle figure centrali del francescanesimo medioevale e fu ricordato anche da Dante (Par. XII, 124). Il monumento presenta una bella edicola gotica nella quale è un affresco raffigurante la Madonna con il Bambino in trono tra s. Matteo e s. Francesco che presenta il cardinale defunto: l'opera è attribuita per la parte architettonica e scultorea a Giovanni di Cosma e per quella pittorica a Pietro Cavallini. Nella navata destra si apre un ingresso laterale, già vano del campanile della chiesa del XII secolo, nel quale sono conservati brani affrescati cavalliniani. Uscendo dal portale si può vedere la struttura del campanile conservata nei primi due piani, oltre ad una splendida lunetta a mosaico raffigurante una Madonna con il Bambino tra due angeli, variamente attribuito a Jacopo Torriti o a un pittore di scuola cavalliniana: il mosaico fu qui trasferito nel 1564 da Alessandro Mattei quando ottenne di costruire la sua cappella in luogo dell'ingresso laterale originario. L'ultima cappella della navata destra, intitolata a s. Pasquale Baylon, fu interamente decorata nel XVII secolo, nascondendo l'originaria struttura gotica; recentemente però, nel corso di restauri, sono tornati alla luce affreschi attribuiti a Pietro Cavallini. Il transetto destro termina nella cappella Savelli, su disegno settecentesco di Filippo Raguzzini. Alla parete sinistra è poggiata la Tomba di Luca Savelli (+ 1266) con Madonna e Bambino; sulla parete destra invece è la Tomba di Vana (Giovanna) Aldobrandeschi di S. Fiora, moglie di Luca Savelli. Nel XVI secolo sul sepolcro di Vana fu posta la statua giacente del figlio, papa Onorio IV (1285-1287), che era in S. Pietro. Originariamente sistemate sotto baldacchini gotici, le due tombe Savelli furono nel 1728 coperte dal baldacchino a foggia di camino. Entrambi i monumenti sono attribuiti alla bottega di Arnolfo di Cambio. Nella soffitta si conservano resti della decorazione a fresco della scuola di Pietro Cavallini. A destra dell'abside, nella cappella di S. Rosa, si trova il mosaico con la Madonna in trono con il Bambino tra S. Giovanni Battista e S. Francesco che presenta il commitente (forse il senatore Giacomo Capocci, morte nel 1254). Il mosaico è variamente attribuito sia a Pietro Cavallini sia a Jacopo Torriti. Alla congiunzione tra la navata mediana e il transetto sono collocati due amboni cosmateschi, databili circa al 1200. Ritenuti solitamente come il risultato dello smembramento di un unico ambone (forse della precedente chiesa benedettina), essi sembrano in realtà pezzi di diversa provenienza. Quello meridionale, firmato da Lorenzo di Tebaldo (Laurentius cum Jacobo filio suo [h]uius operis magister fuit), appare forse più antico dell'altro, che reca sulla fronte due colonnine tortili inquadranti al centro un'aquila. Rifacimenti e manomissioni sono comunque sicuramente avvenuti, tanto che oggi la lastra che in origine ornava la parte convessa del pulpito si trova nei Musei Capitolini. In essa, l'intarsio cosmatesco inquadra un rilievo circolare del sec. IV, raffigurante sette episodi della Vita di Achille, rilavorato nel Medioevo.

 

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S. Maria Antiqua (Foro Romano)
S. Maria Antiqua sorse nel Foro Romano all'interno di un complesso di edifici della seconda metà del I secolo. Uno di questi ambienti, in origine un vestibolo con corpo di guardia a protezione della rampa che conduceva ai palazzi imperiali, già a metà del V secolo divenne sede di un culto mariano, anche se la trasformazione in chiesa sembra risalire all'epoca dell'imperatore Giustino II (567-578). Dalla ricchezza dell'apparato decorativo si può dedurre che la chiesa fu oggetto di particolari cure da parte dei pontefici che si succedettero fino alla metà del IX secolo. Fu continuamente restaurata e abbellita da Martino I (649-655), Giovanni VII (705-707), Zaccaria (741-752), Paolo I (757-767) e Adriano I (774-795). II carattere fortemente bizantino delle pitture è confermato dalla presenza di rappresentazioni di martiri orientali e di iscrizioni in greco. Nell'847 una frana, forse causata da un terremoto, seppellì parzialmente l'edificio di culto e ne causò l'abbandono; Leone IV (847-855) decise allora di trasferire i beni e i diritti della chiesa in S. Maria Nova. Ciò nondimeno, una serie di interventi databili al X secolo testimoniano che la chiesa non cadde nell'oblio. Nell'atrio si trovano infatti alcune testimonianze di un utilizzo del luogo successivo al crollo della chiesa a metà del IX secolo: al centro dell'ambiente scoperto si conserva la base di un grande pilastro in muratura che servì probabilmente a rinforzare la copertura a volta allora esistente. Inoltre, in uno stretto passaggio nel muro occidentale, che dall'atrio conduceva a una struttura adiacente, sono state rinvenute cinque figure di santi: tranne il secondo da destra, che resta anonimo, le altre figure sono state identificate con i ss. Biagio, Basilio, Lorenzo e Cristoforo. Poiché il culto di s. Biagio fu introdotto durante il regno di Alberico, tra il 932 e il 954, si è dedotto che almeno questa zona della chiesa continuò a essere utilizzata anche dopo il trasferimento del culto mariano, forse da una comunità di monaci. Sui resti di S. Maria Antiqua fu edificata nel XIII secolo la chiesa di S. Maria Liberatrice, poi interamente ricostruita nel 1617. Secondo la leggenda papa Silvestro I avrebbe qui sconfitto un drago (da cui l'appellativo di Liberatrice della chiesa); fu detta anche de inferno e libera nos a poenis inferni. Vi era annesso un monastero benedettino. Nel 1900 fu decisa la demolizione della chiesa secentesca per riportare alla luce l'edificio più antico. L'intitolazione a S. Maria Liberatrice fu allora trasferita nella nuova chiesa di Testaccio, e i dipinti furono trasportati nel monastero di Tor de Specchi. La chiesa di S. Maria Antiqua è di forma basilicale, con piccola abside; è preceduta da un atrio e all'interno è divisa in tre navate con piccole cappelle in fondo alle navate minori. Ai lati dell'ingresso sono due piccole nicchie, nelle quali si individuano le raffigurazioni di Tre Santi (nicchia di sinistra), S. Agnese e S. Cecilia (nicchia di destra), che sembrano costituire una delle ultima fasi della decorazione di S. Maria Antiqua prima del crollo dell'847. La chiesa di S. Maria antiqua è un vero e proprio museo di pittura altomedioevale. Nell'atrio sono visibili ancora i resti di diverse campagne decorative. A destra, sul muro orientale, in una nicchia ricavata nel primo pilastro, è ritratto s. Abbaciro. Sullo stesso muro sono leggibili anche parti della decorazione della grande nicchia rettangolare centrale, all'interno della quale restano alcune sezioni di un velum dipinto in tonalità vivaci (la realizzazione di questa campagna decorativa sembra risalire al X secolo). Nella navata sinistra, due cicli di affreschi si dispiegano sulla parete, divisi in tre fasce: le prime due in alto comprendono le Storie del Vecchio Testamento mentre nel registro inferiore, al di sopra del Velum, è raffigurato Cristo in trono fra santi orientali e santi occidentali. Tutta la decorazione della parete dovrebbe essere databile al tempo di Paolo I (757-767). Nella stessa navata, su una delle colonne, sono i resti molto danneggiati di un dipinto che ritrae la Vergine Eleousa (metà del VII secolo). Forse dell'epoca di Giovanni VII è invece l'Annunciazione ora collocata su uno dei pilastro a «L». Tra i resti di decorazioni marmoree disposti nella navata, è la base ottagonale del pulpito dedicato, come testimoniano le due iscrizioni in greco e in latino, da Giovanni VII (705-707). Sempre del tempo di Giovanni VII è La discesa nel Limbo affrescata nel vano della porta che conduce dalla chiesa alla rampa palatina. Al tempo di papa Zaccaria (741-752) risale la decorazione della cappella in fondo alla navata, a sinistra del presbiterio, nota come Cappella di Teodoto. Gli affreschi raffigurano la Crocifissione, le Storie dei ss. Quirico e Giulitta, una Teoria di santi. Una Madonna con il Bambino e i ss. Pietro e Paolo invece è stato strappato e trasportato su tela, ed è conservato ora nell'Antiquarium del Foro. Nel presbiterio, è ancora apprezzabile la decorazione pavimentale in opus sectile, mentre più avanti il pavimento è in mosaico marmoreo a larghe tessere. La messa in opera di entrambe le zone sembra risalire al VI secolo. Dell'antico rivestimento parietale in opus sectile non restano che alcuni frammenti. Sulle pareti laterali del presbiterio sono ancora visibili, oltre ai riquadri molto rovinati di un Ciclo cristologico più antico risalente all'epoca di Martino I (649-655), i resti della vasta campagna decorativa voluta da Giovanni VII (705-707) e comprendente, in questa zona della chiesa, i Tondi con busti degli Apostoli e un altro ciclo dedicato alla Vita di Cristo; di questa più tarda decorazione sono ancora leggibili l'Adorazione dei Magi, una Andata al Calvario e altri frammenti. Inoltre Giovanni VII fece anche decorare i muri bassi (transenne) che separavano il presbiterio dalla navata centrale; a questa decorazione appartengono le Scene dal Vecchio Testamento ancora visibili (Ezechiele morente e Davide e Golia). Le pitture che ornano i pilastri a «L» davanti al coro risalgono per lo più al pontificato di Martino I (649-655); esse rappresentano Tre santi, una S. Barbara, Salomone con i martiri Maccabei, una Annunciazione, S. Demetrio, la Deesis e una Madonna con le mani incrociate. Sulla parete a sinistra dell'abside sono raffigurati i ss. Leone e Gregorio (seconda metà del sec. VII). In basso è visbile una decorazione a finto marmo di difficile datazione. Nell'abside, la decorazione pittorica è purtroppo quasi scomparsa; nel catino era una grande figura di Cristo benedicente e la Vergine che presenta Paolo I (sec. VIII). Sulla destra dell'abside è la famosa parete-palinsesto, che testimonia quattro differenti momenti della decorazione pittorica della chiesa, dal VI all'VIII secolo. 1° strato (sec. VI): affresco con Maria Regina tra gli angeli e risale a prima della trasformazione dell'edificio in chiesa. La composizione è stata mutilata (resta infatti visibile un solo angelo) quando fu costruita la grande abside della chiesa al posto della preesistente nicchia rettangolare; 2°strato (prima metà del sec. VII): affresco con l'Annunciazione, di cui sopravvivono un angelo e parte del volto della Madonna; 3° strato (seconda metà del sec. VII): affresco con i Ss. Basilio e Giovanni Crisostomo; corrispondono ai Ss. Leone e Gregorio sulla parete a sinistra dell'abside; 4°strato (inizio sec. VIII): affresco con S. Gregorio Nazianzeno (visibile a destra della Maria Regina), che fa parte della campagna decorativa voluta da Giovanni VII (705-707). Alla stessa età di Giovanni VII risale probabilmente la decorazione della Cappella dei santi medici a destra dell'abside; la nicchia della parete di fondo è decorata con le raffigurazioni dei Cinque santi medici (tra cui si riconoscono Cosma, Damiano e Abbaciro), mentre i muri perimetrali erano interamente affrescati in alto con Teorie di Santi; in basso un panneggio dipinto simula un velum. Nella navata destra si trova l'affresco con Maria regina in trono con angeli e Santi e il papa Adriano I, staccato dalla parete orientale dell'atrio (sec. VIII). Sullo stesso pannello, a sinistra, sono due frammenti di minori dimensioni provenienti dal muro occidentale dell'atrio, sul quale furono dipinti (probabilmente nel corso del X secolo) Cristo benedicente con due angeli e una figura più piccola in ai piedi del trono; un Santo con S. Maria Egiziaca. Della decorazione delle porzioni più alte della parete resta soltanto qualche piccolo brano; si conserva invece ancora l'affresco della nicchia più avanti che rappresenta le Tre Sante Madri (S. Anna, S. Maria, S. Elisabetta), dell'epoca di Paolo I (757-767).

 

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SS. Cosma e Damiano (Via in Miranda)
La chiesa dei Ss. Cosma e Damiano fu fondata da papa Felice IV (526-530), che adattò al culto cristiano due edifici classici ricevuti in dono dalla figlia di Teodorico, Amalasunta: la biblioteca del Forum Pacis, (sec. I d.C.) e la rotonda massenziana comunemente nota come Tempio del Divo Romolo, ma ora piuttosto identificata con il Tempio dei Penati. La chiesa fu, con S. Maria Antiqua, il primo luogo di culto cristiano nella zona del Foro; poiché non aveva una funzione parrocchiale, divenne un vero e proprio santuario dove i fedeli andavano a invocare la guarigione ai due santi taumaturghi Cosma e Damiano, medici militari martirizzati. Sotto Sergio I (695) la chiesa si arricchì dell'ambone, del ciborio e della decorazione dell'arco absidale; al tempo di Adriano I (772) divenne diaconia cardinalizia e collegiata e le furono assegnate proprietà fondiarie per provvedere alle sue funzioni. L'interno della chiesa non subì, nel corso del Medioevo, grosse trasformazioni; probabilmente già al tempo di Felice IV l'ambiente si presentava come un'aula absidata, richiedendo così un intervento minimo per essere trasformata in edificio sacro. Nel XII secolo fu costruito, tra la terza e la quarta finestra, un muro trasversale sostenuto da colonne, probabilmente per assicurare la statica dell'edificio. Per il resto, l'interno del santuario rimase sostanzialmente immutato fino a tutto il XVI secolo. Nel 1512 la chiesa fu concessa al Terz'Ordine Regolare di S. Francesco, che tuttora la officia. Tra il 1597 e il 1602 si ebbe il primo rilevante intervento sull'edificio, reso necessario dal crollo di parti dei pilastri, che comportò tuttavia l'irrimediabile perdita di parte dei mosaici dell'arco absidale. Tra il 1626 e il 1632 si ebbe un rifacimento più radicale: a causa dell'interramento del Foro, provocato dalle frequenti inondazioni del Tevere, fu deciso di innalzare il livello della chiesa di circa sette metri, lasciando però praticabile la parte inferiore; furono sopraelevati di cm. 90 anche i pavimenti della sottochiesa e della rotonda, la cui antica porta bronzea venne innalzata e spostata a sinistra. Il rialzamento del piano di calpestio modificò inevitabilmente sia la spazialità della chiesa, sia la visione dei mosaici absidali, che subirono un'ulteriore mortificazione con l'inserimento dell'altare maggiore. Realizzato da Domenico Castelli (1637-38), riutilizzando per baldacchino le colonne marmoree di quello antico, il nuovo altare oscurò talmente la decorazione musiva e il coro, che si rese necessaria l'apertura di un lanternino al sommo della calotta absidale, operazione questa che a sua volta comportò la perdita della parte della decorazione raffigurante La mano dell'Eterno che porge la corona a Cristo. Infine, probabilmente ai tempi di Clemente IX (1667-69), venne inserito un sottarco a rinforzo dell'arco absidale, che finì per coprirne la decorazione musiva. Nel 1897, a seguito degli scavi del Foro, la porta bronzea della rotonda fu ricollocata nella posizione originaria, mentre nel 1947 fu innalzato l'attuale prospetto della basilica su via in Miranda. La chiesa dei Ss. Cosma e Damiano conserva al suo interno molte opere di età medioevale. La prima cappella a destra, detta del Crocifisso, deriva il suo nome dalla pala d'altare: si tratta in realtà di un affresco del XIII secolo staccato dalla chiesa inferiore, interamente ridipinto a olio nel XVII secolo, interessante per l'iconografia di origine bizantina che ritrae il Cristo vestito di un lungo colobio. Sull'altare si conserva una Madonna con il Bambino, detta della Salute o di s. Gregorio, databile alla fine del XIII secolo e attribuibile a un pittore romano, non esente da influenze toscane. Il dipinto rappresentava in origine la Vergine a figura intera, seduta e con il Bambino benedicente in braccio; la tavola ha però subito la decurtazione della parte inferiore, forse a causa di diffuse cadute di colore nella zona in basso. A destra dell'altare è posto un candelabro per il cero pasquale, rielaborazione secentesca di un lavoro cosmatesco (sec. XIII). Il catino absidale conserva lo splendido mosaico dell'epoca di Felice IV, raffigurante il Cristo che scende sulla Terra nel momento del secondo avvento apocalittico. Posato su di un tappeto di nuvole rosa e celesti, Cristo ha ai suoi lati i ss. Pietro e Paolo che presentano rispettivamente i ss. Cosma e Damiano; a sinistra, Felice IV offre il modello della chiesa da lui dedicata, mentre a destra è raffigurato s. Teodoro; al di sotto, nel fascione, sono raffigurati i Dodici Agnelli che avanzano verso l'Agnello Divino, posto su un monticello centrale. Questo mosaico è un'opera fondamentale dell'arte del VI secolo, in quanto è ancora impregnata dello stile aulico dell'arte imperiale tardoromana. Realizzato con tessere in pasta vitrea di eccezionale qualità, il mosaico ha subito nel tempo diversi rimaneggiamenti; Gregorio XIII (1572-85), fece sostituire alla testa di Felice IV quella del suo omonimo predecessore Gregorio I Magno; nel 1669 il cardinale Francesco Barberini commissiò ad Orazio Manenti un vero e proprio rifacimento della parte sinistra del mosaico, che comportò anche il ripristino della testa di Felice IV. Altri interventi conservativi si sono succeduti tra il XIX e il XX secolo; infine, nel 1988-89 il mosaico è stato di nuovo restaurato. La decorazione musiva dell'arco absidale, purtroppo mutila ai lati e nel sottarco, rappresenta invece la Prima visione dell'Apocalisse: al centro è raffigurato l'Agnello sul trono, con il rotulo dai sette sigilli, mentre ai lati si dispiegano i sette candelabri fiammeggianti e i quattro angeli; dei quattro simboli degli evangelisti si sono conservati purtroppo solo Matteo (l'angelo a destra) e Giovanni (l'aquila a sinistra), così come dei Ventiquattro Vegliardi che offrono corone, soltanto sei sono sopravvissuti alla trasformazione seicentesca della chiesa. In questo mosaico i simboli apocalittici sono immersi nel fondo oro e presentano un carattere di astrazione simbolica molto evidente. L'esecuzione di questo mosaico risale alla campagna di restauro promossa da papa Sergio I nel 695. La parte centrale della decorazione musiva ha subito estese reintegrazioni nella campagna di restauro del 1936-37. Nella Sagrestia sono conservati il piccolo ciborio del cardinale Guido Pisani (opera cosmatesca con decorazione a mosaico), il reliquiario in argento di s. Matteo (XI secolo) e un calice altomedievale. La chiesa inferiore conserva tracce della fase più antica della chiesa nel pavimento precosmatesco della zona absidale, forse dell'VIII secolo, e nell'altare in pavonazzetto risalente al VI-VII secolo. che si ritiene consacrato da S. Gregorio Magno ma che più probabilmente è del tempo di Felice IV o di Sergio I. Nel vano sottostante la Rotonda (accessibile dal recinto del Foro Romano) sono conservati alcuni affreschi molto deperiti che vengono fatti risalire al pontificato di Urbano IV (1261-1264); attribuiti a un anonimo artista romano, gli affreschi costituiscono un momento intermedio tra la grande pittura di stile bizantino e le nuove tendenze che si esprimeranno alla fine del Duecento con Cavallini e Torriti. Essi rappresentano il convito in casa del fariseo, di cui resta soltanto la parte raffigurante Maddalena che lava i piedi al Redentore, le pie donne al sepolcro, il Salvatore tra Maddalena e Salomé e i Simboli degli Evangelisti. Qui si conserva anche l'anonima, ma straordinaria tomba destinata forse al cardinale titolare Guido (morto nel 1149), che probabilmente sembra modellata sull'esempio della tomba di Alfano camerario a S. Maria in Cosmedin.

 

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Ss. Quaranta Martiri Sebasteni (Foro Romano)
Nell'angolo compreso tra il tempio di Vesta e il tempio dei Dioscuri si trova un altro dei luoghi più antichi e significativi del Foro, legato al nome della ninfa Giuturna, sorella di Turno, re dei Rutuli. In questo luogo, il Lacus Iuturnae, sgorgava una sorgente a cui, sin dai primordi di Roma, si attribuirono virtù salutari. Il Lacus è un bacino quadrangolare rivestito di marmi, databile per la tecnica edilizia alla fine del II secolo a.C., con restauri di età imperiale. Proprio a causa delle sue caratteristiche curative il culto di Giuturna sopravvisse per lungo tempo nel Foro; gli scavi hanno messo in luce una serie di ambienti vicini al Lacus dove si curavano i malati. Forse alla fine del III-inizio del IV secolo d.C. sul lato est del complesso si istituì la Statio Aquarum, preposta alla cura delle acque e degli acquedotti della città. Nel VI secolo d.C. cominciò la trasformazione degli edifici della zona in luoghi di culto cristiani. Immediatamente a sud del Lacus Iuturnae è visibile un ambiente di forma quadrangolare, noto come Oratorio dei Quaranta Martiri Sebasteni e dedicato ai quaranta soldati della XII Legione di stanza a Melitene in Armenia Seconda che, secondo fonti di discusso valore storico, agli inizi del sec. IV sarebbero stati posti nell'alternativa di sacrificare agli idoli o morire: avendo rifiutato di apostatare, furono lasciati assiderare nelle acque di un lago ghiacciato a Sebaste (ora Sivas, in Turchia). L'oratorio, scoperto nel 1901, fu probabilmente collocato qui su un precedente edificio antico in relazione con le sistemazioni della chiesa di S. Maria Antiqua, ma non sappiamo cosa esso fosse precedentemente, anche se possiamo datarlo ad età domizianeo-traianea per confronto con gli edifici circostanti. C'è chi vi ha voluto riconoscere proprio la sede della Statio Aquarum, mentre altri ipotizzano che esso fosse il vestibolo monumentale dei palazzi imperiali sul Palatino a causa delle vicinanza con una rampa, posta sul lato orientale dell'ambiente, che saliva sul colle. Le murature conservano ancora resti di pitture: nell'abside era effigiata la scena del martirio dei ss. Quaranta, a sinistra sono due croci adorne di medaglioni istoriati, con festoni pendenti dalle braccia. Sulla parete sinistra è un affresco con una teoria di santi; sul muro di destra dell'ambiente è conservato un affresco che forse rappresenta s. Antonio eremita. Le pitture sono databili al sec. VIII. Anche il pavimento in frammenti marmorei è risalente all'epoca medioevale.

 


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