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chiese medioevali entro le mura rione s. angelo

 

In questa pagina:

Chiese medioevali di Roma


Rione XI S. Angelo
S. Angelo in Pescheria
S. Caterina dei Funari
S. Nicola in Carcere

Altre chiese entro le Mura
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Nota

In questa sezione sono descritte le chiese entro le Mura di Roma che ancora conservano cospicui resti medioevali a loro pertinenti già in origine. Le singole descrizioni privilegiano gli aspetti storici e artistici medioevali, mentre tralasciano la storia e le opere posteriori. Sono qui escluse: le chiese fuori le Mura; le chiese rifatte in età moderna; le chiese medievali scomparse; le chiese nel Vaticano; le basiliche maggiori.


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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 16.09.2007

S. Angelo in Pescheria (Via del Portico d'Ottavia)
La chiesa di S. Angelo in Pescheria fu costruita intorno al 755 per volontà del primicerio Teodoto, zio di Adriano I e committente degli affreschi nella cappella dei Ss. Quirico e Giulitta in S. Maria Antiqua. Inizialmente intitolata a S. Paolo, la chiesa fu poi dedicata a S. Angelo e dal XII secolo ebbe l'attributo in foro piscium, dato dalla vicinanza del più famoso mercato del pesce che si tenne a Roma dal Medioevo fino alla fine dell'Ottocento. Fu restaurata sotto Pio IV (1559-1566), nel 1611, nel 1741 e nel 1867-1870. Aveva un campanile romanico a due piani del sec. XIII che purtroppo crollò nel sec. XVII. Di esso rimane, nel nuovo campanile ottocentesco, la campana maggiore di Guidotto Pisano, donata nel 1291 da Pandolfo Savelli, fratello di Onorio III e più volte senatore di Roma; sul bordo della campana si legge la seguente epigrafe: An. MCCXCI ad honorem Dei et B.M.V. et s. Angeli mentem sanctam spontaneam honorem domus et patrie liberationem d. Rodulpus de Sabello fecit fieri hoc opus. De Dottis me fecit. La formula Patrie liberationem ricorda come al suono delle campane si chiamassero i cittadini a raccolta nei momenti di pericolo. La chiesa è legata alle vicende di Cola di Rienzo: all'alba del giorno di Pentecoste del 1347, Cola e un gruppo di suoi seguaci partirono da qui alla conquista del Campidoglio. La vicenda è narrata nella Cronica dell'Anonimo Romano. La chiesa si innesta sul fronte posteriore del propileo del Portico d'Ottavia (una grande costruzione antica di m. 132x119) che fu utilizzato come accesso monumentale. Sull'arco d'ingresso in mattoni (secc. V-VI) sono dipinti stemmi di cardinali titolari; sul timpano del portico sopravvivono resti di affreschi del sec. XIII con l'Arcangelo Michele al centro e ai lati la Vergine e un altro santo, forse S. Paolo. L'interno, a tre navate divise da grossi pilastri con addossate lesene con capitello ionico, conserva (murata nella parete sinistra dell'ingresso) una lapide del sec. VIII con un catalogo di reliquie. Una preziosa Madonna con il Bambino degli inizi del sec. XII firmata da Petrus de Belizo pictor e dal presbiter Bellushomo pictor, che si trovava nella seconda cappella a sinistra, è stata rubata in tempi recenti. Sotto il presbiterio si trova una cripta a cui si accede tramite una botola; di età altomedioevale, la cripta ha pianta semicircolare ed è coperta con una volta a crociera, poggiante nel mezzo su due colonnine di riporto in marmo bianco con basi e capitelli ionici. Nella parte retrostante si aprono tre absidi, di cui quella a sinistra presenta tracce di zoccolatura dipinta a panneggio (sec. VIII-IX).

 

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S. Nicola in Carcere (Via del Teatro Marcello)
La chiesa di S. Nicola in Carcere sorge sull'area di tre templi romani (comunemente conosciuti come Templi del Foro Olitorio) di cui ha in parte utilizzato i resti: a sinistra (guardando la facciata della chiesa) il Tempio di Giano, fondato nel 260 a.C.; al centro il Tempio di Giunone Sospita consacrato nel 197 a.C. e rifatto nel I secolo d.C.; a destra infine il Tempio della Speranza, fondato nel 242 a.C. e ricostruito anch'esso nel I secolo. In particolare, la chiesa occupa la cella e il pronao del tempio mediano, mentre le sue mura laterali si fondano sui podi degli altri due templi e ne racchiudono le colonne. La chiesa (a pianta basilicale a tre navate divise da sette colonne di spoglio per lato, con transetto non sporgente e abside fiancheggiata da cappelle), si presenta oggi fortemente alterata dai restauri dei secc. XVIII-XIX; ciò nondimeno essa sembra mostrare caratteri di importazione siriaca, diffusisi a Roma dal VII secolo. Non casuale appare, in tal contesto, la dedicazione della chiesa a s. Nicola, vescovo di Mira e veneratissimo in Asia Minore, il cui culto, dopo il trafugamento delle reliquie a Bari nel 1087, ricevette particolare cura da papa Urbano II, che qui morì il 29 luglio del 1099. L'appellativo in carcere dovrebbe invece derivare da una prigione esistente nell'Alto Medioevo vicino alla chiesa. Il carcere è menzionato nel Liber Pontificalis nella biografia di Adriano I: deductisque elephanto in carcerem publicum illic coram universo populo examinati sunt. Che questo carcere si trovasse proprio nella zona della chiesa di S. Nicola è confermato dal toponimo elephanto: in età medioevale infatti la località dal Foro Olitorio fino al Ponte Rotto prese il nome ad elephanthum, probabilmente per la presenza nella zona (già in Antico) di una fontana su cui era rappresentato un elefante. Inoltre non sembrerebbe casuale che la chiesa eretta presso il carcere sia intitolata a s. Nicola, patrono dei carcerati. Agli inizi del XII secolo la chiesa appare già come diaconia cardinalizia. All'epoca la chiesa era già sotto il giuspatronato della potente famiglia dei Pierleoni, che aveva nella zona molte sue proprietà (unaTorre dei Pierleoni, anche se molto restaurata, si eleva ancora oggi proprio di fronte alla chiesa). La chiesa fu poi ricostruita e riconsacrata nel 1128, sotto il pontificato di Onorio II. La chiesa fu interamente dipinta e fu dotata di pavimento mosaicato, amboni marmorei, schola cantorum, candelabro per il cero pasquale e sedia episcopale marmorea. Nella Pinacoteca Vaticana si conservano alcuni resti della decorazione medioevale della cripta di S. Nicola in Carcere: si tratta di diciannove frammenti di affreschi e di cinque tondi raffiguranti il Battesimo di Cristo e i profeti Geremia, Mosè, Aggeo, Amos. Altre pitture (una Flagellazione, una Crocifissione e i busti dei ss. Abbondio, Abbondanzio, Marco, Marcelliano) sono andate perdute, ma sono note attraverso copie secentesche. In linea di massima tutte queste opere - databili al XIII secolo - sono di valore piuttosto modesto. Nel XIII secolo fu cardinale titolare della chiesa Giovanni Gaetano Orsini (il futuro papa Niccolò III), che intraprese nuovi interventi di restauro: a lui si deve forse l'apertura dell'ingresso sul fianco destro della chiesa (singolare portale ad arco gotico in pietra, con stipiti a colonnina e piccoli rosoni cosmateschi). In una epigrafe oggi perduta si leggeva la seguente memoria: Has de Ursinis fecit postes levita Ioannes. Nell'ambito dell'intervento edilizio promosso dal cardinal Orsini va annoverata anche la consacrazione di un altare che si dice essere avvenuta il 6 dicembre 1280, giorno della festa di s. Nicola. La chiesa è ricordata nel Catalogo di Cencio Camerario del 1192 (al numero 43 della nostra numerazione), nel Catalogo di Parigi del 1230 e nel Catalogo di Torino (al numero 227 della nostra numerazione), dove è così ricordata: Ecclesia sancti Nicolai in Carcere Tulliano, diaconia cardinalis, habet sex clericos. Nel 1932, nell'ambito dei lavori per la costruzione della Via del Mare,si isolò completamente la chiesa di S. Nicola in Carcere (fino ad allora incuneata in un labirinto di vicoli stretti e oscuri) e fu restaurata la torre campanaria che rancora acchiude le due campane di Guidotto Pisano donate da Pandolfo Savelli (1286). L'arredo medioevale invece andò perduto alla fine del sec. XV, durante gli interventi promossi dal cardinale titolare Rodrigo Borgia (poi papa Alessandro VI). In tale occasione, l'urna di porfido che stava in origine nella cripta fu riutilizzata come base alla mensa dell'altare; l'urna contiene ancor oggi le reliquie dei ss. Marco, Marcelliano, Simplicio, Faustino e Viatrice; le reliquie dei ss. Severino e Floro sono invece deposte in un sepolcro incuneato nel muro della cripta della basilica. La facciata attuale è del 1599. Altri interventi si ebbero nel 1733, 1808, 1815, 1848-1865. Le uniche testimonianze medioevali conservatesi all'interno della chiesa sono epigrafiche. Sulla seconda colonna della navata destra (di marmo cipollino) è scolpita questa iscrizione databile al sec. IX, relativa a una donazione fatta da un certo Anastasius maiordomus: De donis Di et / sce Di Genetrici Marie / sce Anne scs Simeon et sce / Lucie ego Anastasius ma/ior domu ofero bobis pro nata / licies best binea tabul. VI / q. p. in portuseu / bobes paria II iumenta S.V. pecora / XXX porci X furma de rame libras / XXVI lectus itrat vinutilita/te pbr sevaleo lecto si tra/to at mansionaris equi / sequentibus. Più in basso poi si legge: + Ic requiescit IG ante. Non è chiaro tuttavia se l'iscrizione risale a prima o dopo la collocazione della colonna nella chiesa. A destra della teca con le reliquie è collocata l'iscrizione commemorativa della riconsacrazione della chiesa (1128): Anno dnicae incar/nationis MCXXVIII pon/tificat dni Honorii II pp. / IIII . XII die mense madii ind. / VI dedicata est haec ecclesia in / honore sancti Nicolai confessoris. Nella parete destra della chiesa è poi infissa una lapide dell'epoca di papa Urbano II (1088-1099), che di fatto è il più antico documento sicuramente relativo alla chiesa. La lapide riporta il catalogo dei doni offerti alla diaconia da un suo rettore: Ego Romanus Presbyter divinae dispensationis gratia sanctissimi confessoris Christi Nicolai ecelesiae, quae in Carcere dicitur, Procurator, vel Rector, decerno, et firmiter statuo, ut quecumque Bona, taro ex Parentibus meis, quam ex multis amicis Divinae bonitatis largitione acquisivi, vel quae hactenus possidere videor, praedicta sancti patris Nicolai Ecclesia pro salute animae mee post obitum meum perpetuo jure possideat, haec scilicet. Aquimolum unum. Unam Pedicam Terrae, quam cmi cum Monasterio S. Mariae in Aventino. Aliam Pedicam quam emi ad Alberto Cimoviensi. Itero Pedicam, quam emi a Crescentio filio Zenonis de Sergio; similiter terram, quam emi simul cum Pantano a Rustico filio Ioannes Irsuti, et terram, quam emi a Georgio fratre praedicti Rustici. Item duas Pedicas, quas emi cum Ecclesia s. Mariae in Campo Martio. Item quidem istae omnes sunt in Mustacciano. Item in casa Ferrata Terram, quam cum Vineis suis emi a Stepbano de Paulo, et Terram, quam acquisivi a Boccone cum horto in territorio vocato albanensi ad cantarum quatuor. Pedicas vinearum similiter tres. Domum unuam, quam ami ab Eudone. Aliam, quam modo habito. Aliam, quae intra se puteum continet. Item unus Piuvialis. Unum optimum, atque integrum Paratum, Dalmatica una, Tunica una, tres Albae cum tribus Stolis, et Manipulis, et Amictibus, atque Cinguli. Item quinque libri de pratico Moralia Job, Beda super Psalterium, libar Prhetarum, liber Sermonum, unus liber Concordiae, liber Manuales, unus Calix argenteus cum patena. C[r]ucem argenteam unam. Unum integrum paratum, minoris pretii. Ex iis autem bonis quiscumque meo studio, vel labore, vel quoliber modo dictae Ecclesiae sua bonitate largitus est Dominus mei temporis regimine. fideliter, et devotissime omnia ista, quae subscribuntur praeparare studui. In Mustacoiano Pedica una de terra. In Casa Ferrata XI Horti cum quatuor petris vinearum. Item ad sanctam Mariam, quae appellatur in pariu VII. Periae vinearum; et in albanensi territorio ad Cantarum quatuor petiae vinearum. Una Domus, quae fuit Jodnnis de Ghisio. Item alia Domus, quae est sub Domo Theophulati manduca farina. Similiter alia Domus, quae fuit Ecudonis. Item textus Evangeliorum cum tabulis deauratis. Una Crux, et unus Calix argentes et duo Turibula, et Dorsale, et Solcrorum, et duae Cassellae argenteae, et duo Parata integra. Unius Aquimoli mediatas in Insula in Macello. Angasteria quatuor. Quicumque igitur Sacrorum Canonum trasgressor,vel violator, et sanctae religionis inimicus tremendum Domini judicium non pertimescens, aliquid ex supradictis Bonis a Sancti Nicolai Ecclesia quolibet modo alienari praesumpserit, excepta pauperum causa tempore famis, omnipotentis Dei, et Beatorum Apostolorum Principum Petri, et Pauli, et Beatissimi Nicolai cujus res agitur, et omnibus communiter; nec non Domini Urbani Papae, atque omnium Romanorum Pontificum judicio una cum catholicis omnibus, quorum consilio, et auxilio Anathema hoc composuimus, non solum a Corporis, et Sanguinis Domini Perceptione eum separamus, sed etiam a sanctae Ecclesiae liminibus in praesenti et in futuro excludimus, et a totius christianitatis societate eum saequestramus, et perpetuo maleditionis Anathemate illum constringentes cum Diabulo, et Angelis ejus omnibus reprobis in aeterno supplicio condemnamus, nisi resipuerit. Fiat, fiat, fiat. Amen. Fra le pietre sepolcrali di quell'epoca si conserva la seguente dell'anno 1370: Hic requiescit corpu/s s. andreas bartholom / ei valtrameti dictus / cahetu qui hobiit anno / do MCCC septuagesi/mo in die XXVI ianuarii.

 

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S. Caterina dei Funari (Via dei Funari)
S. Caterina dei Funari è un rifacimento tardorinascimentale di una chiesa medioevale, S. Maria Domine Rose, sorta intorno al IX secolo sui resti della Crypta Balbi e in diretto collegamento con il Castrum Aureum. Probabilmente all'inizio del XIII secolo, la chiesa di S. Maria Domine Rose subì un primo complessivo rifacimento che la trasformò in un ampio edificio a pianta basilicale a tre navate, con la facciata rivolta verso l'attuale via Caetani. Nel muro di fondo della navata sinistra della chiesa è recentemente tornato alla luce un frammento di affresco pertinente proprio alla fase bassomedievale della chiesa: esso presenta un fregio composto da fasce di colore rosso e verde scuro e da un settore centrale a girali neri su fondo ocra. In alto, restano tracce di un'iscrizione dipinta in bianco a lettere capitali, con il nome di S. LAVRENTIV[S]. È possibile che parte della navata sinistra della chiesa fungesse nel XIII secolo da cappella dedicata al protomartire, la cui esistenza è documentata da una bolla di Martino V del 1422. Nel 1564, si decise di ricostruire la chiesa che fu dedicata a S. Caterina; l'incarico fu affidato a Guidetto Guidetti, allievo di Michelangelo. L'interno, a navata unica con tre cappelle su ogni lato, contiene numerose opere dei più famosi artisti del manierismo romano (sec. XVI-XVII). Particolare interessante della attuale chiesa di S. Caterina è il campanile, che ingloba una torre tardomedioevale.

 


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