Intestazionehome | mappa | cerca | credits | mail

chiese medioevali entro le mura rione ripa

 

In questa pagina:

Chiese medioevali di Roma


Rione XII Ripa
S. Bartolomeo all'Isola
Ss. Bonifacio e Alessio
S. Giorgio in Velabro
S. Maria del Priorato
S. Maria Egiziaca
S. Maria in Cosmedin
S. Prisca
S. Sabina

Altre chiese entro le Mura
(indice alfabetico della sezione)

 download pdf Scarica l'intera sezione
in formato pdf (920 kb)



Nota

In questa sezione sono descritte le chiese entro le Mura di Roma che ancora conservano cospicui resti medioevali a loro pertinenti già in origine. Le singole descrizioni privilegiano gli aspetti storici e artistici medioevali, mentre tralasciano la storia e le opere posteriori. Sono qui escluse: le chiese fuori le Mura; le chiese rifatte in età moderna; le chiese medievali scomparse; le chiese nel Vaticano; le basiliche maggiori.

titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 16.09.2007

S. Bartolomeo all'Isola (Isola Tiberina)
La chiesa di S. Bartolomeo all'Isola sorge sul sito dell'antico Tempio di Esculapio; fu eretta dall'imperatore Ottone III in onore di s. Adalberto martirizzato nel 998 presso Danzica. Insieme alle reliquie del vescovo di Praga, furono qui collocate anche quelle dei ss. martiri Paolo, Esuberanzio, Sabino e Marcello, quelle dell'apostolo Bartolomeo (portate da Lipari a Benevento nell' 809) e quelle dei ss. Abbondio e Abbondanzio (tratte da Rignano Flaminio). La chiesa risulta nominata anche come S. Bartholomeus a Domo loanni Cayetani dall'adiacente fortilizio. Sotto Pasquale II (1113) furono compiuti cospicui interventi, ricordati in un'epigrafe metrica sull'architrave del portale: Tertius istorum rex transtulit Otto piorum corpora quis domus haec sic redimita viget / Anno Dominice Incarnationis Mill C XIII indictione VII mense aprilis die IIII tempore paschalis II pp / Que domus ista gerit si pignora noscere queris / corpora Paulini credas Bartholomei. I lavori però proseguirono almeno sino al tempo di Alessandro III (1159-1181), anche a causa di una grave inondazione avvenuta nel 1180: a questa epoca dovrebbe risalire il mosaico di facciata. Un frammento superstite raffigurante il Salvatore benedicente con l'iscrizione Ego sum via veritas et vita si conserva nella parte superiore della facciata, nascosto dall'attuale facciata barocca. Il mosaico è piuttosto sommario nell'esecuzione: è probabilmente opera di botteghe di origine campana ed è affine al mosaico di S. Maria Nova (databile al 1161), mentre è infondata l'ipotesi che esso sia opera dello stesso mosaicista che eseguì l'abside di S. Maria in Trastevere. Altri lavori furono compiuti nel 1284 quando fu eseguito il pavimento cosmatesco e collocato un ciborio sorretto da quattro colonne di porfido, opera del maestro Ognissanti Callarario de' Taderini. La rovinosa piena del 1557 trascinò via l'ala destra della chiesa con il ciborio duecentesco e la fronte con i mosaici. Dopo quest'evento le reliquie vennero trasportate per sicurezza a S. Pietro e la chiesa abbandonata.
L'aspetto attuale si deve agli interventi del del 1583, del 1624 e del 1720-39. L'interno della chiesa fu invece restaurato nel 1852 da Pio IX. Il complesso è ora monastero francescano. La facciata è una costruzione barocca su due piani. A sinistra si innalza la torre campanaria romanica a tre piani di trifore e bifore. L'interno basilicale a tre navate si presenta nell'aspetto barocco. Le quattordici colonne di varia foggia appartengono anch'esse alla costruzione originaria: sono di spoglio e provengono forse dal Tempio di Esculapio. Alcuni capitelli sono stati rimossi ma le basi sono originali. Nelle navate laterali si aprono tre cappelle per lato. Nel corso dei restauri del sec. XVIII scomparve il pavimento cosmatesco. Di fronte ai gradini del transetto è un puteale marmoreo intagliato nell'XI secolo da un rocchio di colonna romana, con quattro figure a bassorilievo nelle edicole fra colonne tortili: il Salvatore, S. Paolino da Nola, S. Bartolomeo e Ottone III. Intorno è l'iscrizione: Os putei sancti circumdant orbe rotanti; è forse opera di Nicolò d'Angelo Vassalletto. Ai bordi sono segni di consunzione da catena. La tradizione vuole che qui sgorgasse una sorgente d'acqua dolce, già utilizzata nell'antico Tempio di Esculapio. L'altar maggiore è un dono di Pio IX (1852). Il sarcofago sottostante è una vasca di porfido con protomi leonine contenente le reliquie di S. Bartolomeo. A destra sono le tombe dei SS. Paolino e Adalberto. Nel pavimento sono due riquadri cosmateschi (XIII secolo). Nell'absidiola di destra è conservato un affresco (databile all'inizio del sec. XIII) raffigurante la Madonna in trono con il Bambino e i ss. Teodora, Abbondio, Abbondanzio e Marciano. L'affresco, di alta qualità, presenta un disegno dai colori forti e marcati, che lasciano presumere che anche questa opera sia da ascrivere ad artisti campani. purtroppo l'opera (scoperta nel 1904) risulta piuttosto rimaneggiata nel corso dei secoli. Nel transetto sinistro è la cappella di S. Paolino: era forse qui l'antica sacrestia, trasformata in cappella alla metà del Cinquecento e restaurata dalla Confraternita dei Mugnai nel 1626. A terra sono tracce di pavimento cosmatesco. Dalla sacrestia si passa nella cripta, restaurata nel 1975. L'ambiente è diviso da piccole colonne tortili, molte delle quali sormontate da un capitello recante il rilievo dell'aquila, simbolo di Ottone III. A Nicolò d'Angelo Vassalletto si devono ascrivere i lavori qui condotti nel 1180 e probabilmente anche i due leoni oggi davanti alla Cappella della Madonna, un tempo posti probabilmente davanti al portale d'ingresso.
Dal portone al n. 21 si accede al transetto superstite della chiesa medioevale. Un altro avanzo dell'arredo interno della chiesa medioevale di S. Bartolomeo sembra sia da individuare presso la chiesa dei Ss. Bonifacio e Alessio: qui al centro degli stalli lignei (sec. XVIII) sono incastonate due colonnine di marmo intarsiato con mosaici cosmateschi. In una compare la scritta: +Iacobus Laurentii fecit has decem et novem columnas cum capitellis suis. Esse sarebbero state portate sull'Aventino alla fine del sec. XVIII.

 

titolo

S. Prisca (Via di S. Prisca)
Le prime memorie documentate di un insediamento di culto nella zona risalgono al III secolo e si riferiscono al piccolo oratorio scoperto nel 1776 sotto la piazza antistante S. Prisca, inglobato nel V secolo nella basilica vera e propria che a quell'epoca era più lunga di tre campate. Un sarcofago del V secolo (oggi nella Galleria Lapidaria di S. Paolo fuori le Mura) ricorda il Titulus Priscae. Fu restaurata una prima volta da Adriano I nel 772: dovrebbero risalire a questo periodo le decorazioni nei sottarchi in sacrestia e le mensoline con rilievi sotto la grondaia dell'abside. La chiesa fu officiata dai monaci basiliani di S. Maria in Cosmedin fino alla metà dell'XI secolo, quindi dai benedettini, che la restaurarono completamente. Nuovi restauri subì sotto Pasquale II (1099-1118) nella parte posteriore che venne rinforzata con archi. Un incendio, agli inizi del sec. XV, causò il crollo delle prime tre campate: Callisto III (1455-1458) accorciò allora la chiesa e aprì tre finestre nell'abside, poi murate nel Seicento. Altri restauri ebbero luogo nel 1456, nel 1660, nel 1728, nel 1776 e nel 1935. L'interno è a tre navate con sette colonne ioniche per parte (parzialmente incorporate nei pilastri del restauro seicentesco). Nella cripta, a cui si giunge per una doppia scala, è un mosaico rappresentante S. Pietro del sec. XIII. Sul muro di fondo della navata destra si apre la sacrestia, edificata dagli Agostiniani (1934-40), allargando la sacrestia precedente. In quest'occasione sono emerse le arcate delle campate distrutte nell'incendio del Quattrocento con i sottarchi decorati a fresco (VIII secolo) e la lunghezza originaria della chiesa. Il battistero è stato sistemato nel 1948, utilizzando un capitello dorico del tempo degli Antonini, adattato nel sec. XIII a fonte battesimale: esso presenta l'epigrafe Baptismus Sancti Petri, che rimanda alla tradizione secondo cui questa fonte fu utilizzata da s. Pietro per battezzare le sante Aquila e Priscilla. Sulle pareti è una lastra del tempo di Adriano I. Agli inizi della navata destra è l'accesso ai sotterranei della chiesa, indagati fra il 1933 e il 1966 e costituiti da un'abitazione della fine del I secolo d.C. a cui fu annesso un Mitreo.

 

titolo

S. Sabina (Piazza S. Pietro d'Illiria)
La tradizione vuole che la basilica di S. Sabina sull'Aventino sorga sull'abitazione della ricca patrizia Sabina, martire nel 114, anche se un'opinione recente tende a identificare Sabina con una martire umbra uccisa durante la persecuzione di Vespasiano (69-79), le cui reliquie sarebbero state traslate a Roma nel V secolo. La chiesa è impostata su costruzioni antiche messe in luce nel corso degli scavi avvenuti tra XIX e XX secolo: sotto la prima metà della basilica è una domus del III-IV; sotto la seconda metà della chiesa e l'abside si trovavano invece due santuari arcaici. Altri scavi nei pressi della chiesa hanno poi rimesso in luce quattro brevi tratti della cinta muraria serviana, a cui si addossarono abitazioni di età repubblicana (II secolo a.C.) e di età augustea; nel II secolo d.C. parte degli edifici repubblicani furono adattati per il culto isiaco. Scavi sotto il quadriportico della chiesa hanno infine rivelato che questo fu innalzato su un edificio termale del II secolo, restaurato nel IV. La prima chiesa sorse nella prima metà del V secolo per volontà di Pietro d'Illiria, prete ed erudito, sotto i papi Celestino I (422-432) e Sisto III (432-440); il battistero di questa prima chiesa rimase in uso fino al XIII secolo. Nella chiesa di S. Sabina fu imprigionato e deposto papa Silverio durante l'eresia monofisita (537). Nel 590 papa Gregorio I istituì qui le Litanie Settiformi. Il Liber Pontificalis ricorda che Leone III (795-816) restaurò la chiesa e le offrì addobbi e lampade. I più importanti interventi altomedioevali furono condotti nel 824 da papa Eugenio II che vi aggiunse la schola cantorum, un'iconostasi e gli amboni; la abbellì inoltre di pitture ed eresse un ciborio d'argento, che fu però trafugato durante il sacco dei Lanzichenecchi nel 1527. Lo stesso Eugenio II traslò qui le reliquie dei martiri Alessandro, Teodulo ed Evenzio, traendole dalla Catacomba di S. Alessandro sulla via Nomentana e ponendole nella cripta della chiesa sull'Aventino.
Forse già agli inizi del X secolo la chiesa fu inglobata in un fortilizio che la alterò gravemente: il portico fu chiuso, si aprirono feritoie e furono erette torri e ballatoi. Delle fortificazioni restano tracce nel quadriportico e nel muro della biblioteca del convento domenicano. Il complesso fortificato fu ereditato dai Savelli che nel XIII secolo ricostruirono la Rocca. Qui papa Onorio III Savelli ospitò nel 1219 s. Domenico che gli consegnò la Regola dell'Ordine dei Frati Predicatori. L'anno successivo i Domenicani si trasferirono qui da S. Sisto Vecchio e stabilirono il loro convento nell'antico quadriportico della chiesa. A quest'epoca risale la costruzione del chiostro e del campanile, poi mozzato nel XVII secolo. La chiesa è tuttora officiata dai Domenicani. Lungo il corso del Duecento la chiesa subì numerose modifiche e fu anche approntato il pavimento cosmatesco. Il 14 novembre 1238 papa Gregorio IX consacrò nuovi altari, mentre una cappella dedicata ai ss. Angeli fu consacrata nel 1248, per essere però demolita nel XIX secolo (se ne conservano le fondazioni nella parte terminale della navata destra). Nella navata sinistra fu dedicato nel 1263 un altare, ora demolito; ne rimangono dei frammenti cosmateschi. Al 1441 risale invece l'apertura della porta laterale con riquadratura cosmatesca e delle due bifore gotiche nell'abside. Nel 1586 Sisto V promosse un vaso intervento di restauro della chiesa, che provocò la perdita di gran parte del patrimonio medioevale della chiesa: furono chiuse le finestre dell'abside, fu demolita la schola cantorum (i cui plutei furono utilizzati per la ripavimentazione della chiesa), furono abbattuti l'iconostasi e il ciborio e fu eretta una nuova confessione per le reliquie; fu infine asportata la cornice cosmatesca della porta laterale (alcuni frammenti si conservano nel convento). All'inizio del XX secolo S. Sabina fu oggetto di un discutibile ripristino integrale, che restituì alla chiesa un aspetto medioevale, non senza aporie. Altri restauri ebbero luogo nel 1959. Si accede alla chiesa tramite un atrio sorretto da quattro colonne di marmo e quattro di granito, collocate durante le modifiche del 1208-1222 e forse provenienti dall'antica iconostasi. Qui è raccolto molto materiale di spoglio proveniente dalla chiesa: avanzi delle transenne originali delle finestre; varie lapidi e frammenti provenienti dalle numerose sepolture del quadriportico; la lapide di Ildebrando da Chiusi (+ 1309), per la quale fu riutilizzata la fronte di sarcofago del III secolo. Le finestre del portico sono del 1936.
Gli ingressi in chiesa erano originariamente tre, uno fu poi chiuso per la costruzione del campanile (XIII secolo). Le due porte superstiti sono una diversa dall'altra. Gli stipiti marmorei sono del V secolo. La porta centrale è un raro e ben conservato esempio di scultura lignea della seconda metà del V secolo. La buona conservazione dei pannelli superstiti è dovuta al fatto che il portico fu chiuso nelle fortificazioni medioevali. La porta di m. 5,35 x 3,35, è formata da ventotto riquadri, di cui dieci perduti; il tema iconografico è il parallelismo fra Mosè, Elia e Cristo:
1) Cristo in croce, con occhi aperti e senza nimbo;
2) Le nozze di Cana; la moltiplicazione dei pani e dei pesci; la guarigione del cieco;
3) Cristo rimprovera Tommaso;
4) Mosè sul monte Horeb;
5) Cristo condannato da Pilato;
6) L'Angelo e le Donne al Sepolcro;
7) Mosè e gli ebrei nel deserto;
8) Cristo risorto appare alle due Marie;
9) Scena d'acclamazione di difficile interpretazione;
10) Epifania;
11) Ascensione;
12) Cristo preannuncia la negazione di Pietro;
13) Mosè e l'esodo dall'Egitto (questo pannello molto rimaneggiato);
14) Cristo sulla via di Emmaus;
15) Il trionfo di Cristo e della Chiesa;
16) Abacuc vola verso Daniele;
17) Ascensione di Elia;
18) Cristo dinnanzi a Caifa.
L'interno della chiesa misura m. 56x25 ed è a tre navate separate da ventiquattro colonne corinzie scanalate e rudentate, su cui poggia una snella arcatura su capitelli. Sopra corre un raffinato fregio del V secolo in marmi policromi in giallo antico, pavonazzetto, africano, porfido e serpentino, con molte integrazioni posteriori in marmo e pittura. Sopra ogni colonna sono insegne militari sormontate da croci. Sulle pareti della navata maggiore sono tracce del rivestimento in opus sectile. Nelle navate laterali c'era una parametro a stucco con decorazione floreale a fresco del V secolo, completata con un finto velario a tempera del IX secolo, ritoccato nel XIII. Sopra la porta d'ingresso si trova un ampio frammento musivo con una lunga iscrizione metrica attribuita a Paolino da Nola, che ricorda i nomi di Pietro d'Illiria e di papa Celestino I (422-432): Culmen apostolicum cum Caelestinus haberet / primus et in toto fulgeret episcopus orbe / haec quae miraris fundavit presbyter urbis / illirica de gente Petrus vir nomine tanto / dignus ab exortu Christi nutritus in aula / pauperibus locuples sibi pauper qui bona vitae / praesentis fugiens meruit sperare futuram. Le due figure in tunica e mantello ai lati rappresentano l'Ecclesia ex gentibus con in mano il Nuovo Testamento e l'Ecclesia ex circumcisione con in mano il Vecchio Testamento. Il mosaico doveva coprire l'intera parete con le figure di Pietro e Paolo e i simboli degli evangelisti fra gli archi, visibili in un disegno del 1690 e distrutti in seguito; è andata perduta anche la decorazione dell'arco trionfale con le due città celesti e i diciassette medaglioni con il Cristo al centro e almeno otto personaggi per parte, riprodotti dal Cisterna per il restauro di Muñoz (sec. XX). All'inizio della navata centrale è una piccola colonna che indica il luogo in cui S. Domenico vegliava pregando. La pietra nera che la sormonta è un peso romano in basalto che la leggenda vuole sia stato scagliato dal diavolo all'indirizzo del santo e che invece avrebbe colpito la lastra con la descrizione della reliquie di chiesa, ora ricomposta al centro della schola cantorum. La lastra (forse del X secolo) commemora la traslazione delle reliquie di Alessandro, Evenzio e Teodulo dal cimitero sulla Nomentana. Nella navata centrale è la lastra sepolcrale terragna a mosaico di fra Muñoz da Zamora (+ 1300) ottavo generale dei Domenicani. Si tratta di uno degli esempi più significativi di lastra tombale medioevale di ambito romano; il defunto è rappresentato sotto un baldacchino con gli occhi chiusi e con le mani disposte una sopra l'altra. La schola cantorum (rialzata nel 1914-19 e risistemata nel 1936) conserva ancora alcune parti originali (frammenti dei plutei del IX secolo a motivi decorativi vegetali con croci). Nella navata destra, presso la Cappella di s. Giacinto si conserva l'iscrizione di Teodora, moglie di Teofilatto (X secolo). La colonna (sec.IV) che poggia su un piano più basso della pavimentazione della chiesa appartiene alle sostruzioni romane. In fondo è un tabernacolo cosmatesco del XIII secolo. Accanto alla porta centrale sono due fra le più antiche sepolture della chiesa: quella di Perna Savelli (+ 1215) e quella di Odilena Manganelli (+ XIII secolo).
Annesso alla chiesa è il convento, fondato nel 1220 da s. Domenico su parte della Rocca Savella. Era formato dall'aula capitolare (rimasta nelle linee essenziali come ai tempi di s. Domenico), dal refettorio, e da due piani di dormitori, ridotti a uno nel Seicento. Nel 1222 furono costruite due ali perpendicolari, chiuse dal chiostro duecentesco. Il chiostro è ornato da centoquattro colonnine a pilastri con capitelli a fogliami di loto stilizzato. Nel chiostro furono reimpiegate numerose lapidi delle sepolture medievali del quadriportico. Le volte sono cinquecentesche. Il pozzo marmoreo al centro è un ripristino del Muñoz.

 

titolo

Ss. Bonifacio e Alessio (Piazza di S. Alessio)
Le origini della chiesa si fanno risalire al II o al IV secolo, collegando la sua fondazione alla leggenda di S. Bonifacio, riportata anche nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (XIII secolo). Al tempo di Diocleziano e Massimiano, Bonifacio sarebbe stato l'amministratore di una ricca matrona romana di nome Aglae. Entrambi un giorno si sarebbero pentiti della loro vita e Bonifacio avrebbe deciso di andare a Tarso a cercare le reliquie dei martiri. Giunto in questa città e recatosi alla stadio ove molti cristiani stavano subendo il martirio, rimase colpito dal coraggio dimostrato da questi uomini, e professata la propria fede andò incontro ai più atroci supplizi: fu scorticato vivo, gli fu gettato il piombo in bocca, fu gettato egli stesso nella pece bollente. Poiché tuttavia nessuno di questi tormenti lo piegava il giudice ne decise la morte per decapitazione. Il suo corpo venne poi raccolto dai suoi compagni di viaggio che lo riportarono a Roma ove fu sepolto presso la via Latina. La matrona Aglae, affranta dal dolore, avrebbe allora distribuito tutto il suo denaro ai poveri e, preso l'abito monacale, avrebbe fondato la chiesa sull'Aventino, dedicandola a Bonifacio. La chiesa divenuta diaconia nell'VIII secolo sotto il pontificato di papa Leone III, fu donata nel X secolo da papa Benedetto VII al metropolita di Damasco Sergio, giunto nell'Urbe nel 977. Sergio trasformò la chiesa in un'abbazia, che divenne l'epicentro da cui si irradiarono le missioni nei paesi slavi (da qui partì s. Adalberto, che morì martire tra i Prussiani il 23 aprile del 997). In questo periodo S. Bonifacio diventa uno dei monasteri più importanti della città; qui nel 984 si ritira Crescenzio , figlio di Giovanni e Teodora, la cui lapide funeraria si trova all'interno del chiostro, dove si conserva anche l' epigrafe funeraria di Sergio, che qui morì nel 981. Sempre in questo periodo comparve la seconda intitolazione della chiesa, dedicata a S. Alessio. Anche questa intitolazione trova origine in una leggenda, fiorita in seguito ad un racconto siriaco del V secolo. Nella leggenda latina, un senatore romano di nome Eufemiano che avrebbe abitato proprio dove poi sorse la chiesa, aveva un figlio, Alessio, che passava la maggior parte del suo tempo ad aiutare i poveri e gli ammalati. Dacché il padre lo obbligava a prendere moglie, egli sarebbe fuggito la notte stessa delle nozze, partendo pellegrino per l'Oriente. Dopo diciassette anni avrebbe quindi fatto ritorno a Roma, in incognito, vestito da pellegrino, presentandosi come servo alla casa dei genitori che non lo riconobbero e lo alloggiarono in un'angusta scala. Dopo aver vissuto sotto la scala dell'ingresso per molti anni, in punto di morte consegnò la storia della sua vita al papa affinché la rivelasse al padre e alla sposa. Non sappiamo quanto di vero ci sia in questa storia, in cui sono fusi racconti diversi, ma ad ogni modo un pezzo della scala di legno sotto la quale sarebbe spirato il santo si conserva in una cappella a sinistra dell'ingresso della chiesa a lui dedicata. La chiesa fu poi ricostruita dalle fondamenta nel 1215 sotto Onorio III che fece porre sotto l'altare maggiore i corpi dei due santi che vi rimasero fino al 1680. L'alterazione maggiore della chiesa si ebbe nel 1750, quando i resti antichi furono occultati completamente, asportando i mosaici del pavimento, innalzando la navata e aprendo nella crociera due cappelle. Ulteriori restauri furono operati tra il 1852 e il 1860.
La chiesa è preceduta da un quadriportico sul cui muro destro di recinzione si conserva un frammento di guglia gotica con il duplice ritratto di Bonifacio e Alessio. Sebbene la chiesa ci appaia nella sua facciata settecentesca, sulla destra rimane il ricordo del monumento medioevale, nell'elegante torre campanaria romanica, residuo della costruzione di Onorio III del 1217. Il portico stesso ricalca la struttura medioevale: all'interno di questo si conserva il portale cosmatesco del tempo di Onorio III, con le due statuine di angeli reggi candelabro ai lati. L'interno della chiesa, di fattura settecentesca, ha invece ben poco di medioevale: nel braccio destro del transetto nella cappella eretta da Carlo IV, si conserva una Madonna duecentesca ritenuta la stessa venerata da s. Alessio in Oriente e portata a Roma dal Metropolita Sergio. Al centro degli stalli lignei (sec. XVIII) nell'abside sono poi incastonate due colonnine di marmo intarsiato; quella a spirale di destra porta anche la firma di Jacopo di Lorenzo che dichiara di averne scolpite diciannove con relativi capitelli(+Iacobus Laurentii fecit has decem et novem columnas cum capitellis suis). Le colonnine racchiudono una lapide che illustra le reliquie dei due santi titolari della chiesa. E' tuttavia discussa la provenienza delle due colonnine: infatti secondo alcuni esse risalgono alla ricostruzione onoriana, mentre secondo altri esse sarebbero state tolte dalla non lontana chiesa di S. Bartolomeo all'Isola e portate qui alla fine del sec. XVIII. Al di sotto del presbiterio èla cripta romanica, decorata con affreschi del XII-XIII sec., conserva i resti di S. Tommaso di Canterbury.

 

titolo

S. Maria del Priorato (Piazza dei Cavalieri di Malta)
S. Maria del Priorato è proprietà del Sovrano Ordine Militare di Malta. Le sue origini risalgono al 939, quando il principe Alberico II, convertì il suo palazzo sull'Aventino in un monastero benedettino, affidandolo a Oddone di Cluny. Alla metà del XII secolo il complesso divenne proprietà dei Templari e quando quest'ordine fu soppresso da Clemente V (1312), fu dato ai Cavalieri Gerosolimitani, che vi stabilirono il loro priorato a partire dalla fine del sec. XIV (da cui l'appellativo della chiesa). Nel 1765 Piranesi curò un generale rinnovamento della chiesa. All'interno scomparvero gli affreschi antichi dell'abside e del presbiterio; mentre si sono conservati il sepolcro di Bartolomeo Carafa (+ 1405), alcune lapidi (fra cui una del 1222) oggi conservate nella sacrestia, e un altare, adorno di simboli, datato all'epoca di Niccolò I (858-865), anche se restaurato nel 1765 quando vi fu rinvenuta all'interno un reliquiario d'argento, ora sotto l'altare maggiore. Nella terza cappella a destra è il sepolcro del Gran Maestro G. di Thun e Hohenstein (+ 1931) sopra un basamento formato da frammenti marmorei medioevali.

 

titolo

S. Maria Egiziaca (Piazza della Bocca della Verità)
La chiesa di S. Maria Egiziaca (oggi sconsacrata) è insediata nel Tempio di Portunus (comunemente denominato Tempio della Fortuna Virile), un raro esempio di architettura greco-italica di età repubblicana. È un tempio pseudoperiptero, d'ordine ionico, tetrastilo, costruito in opera quadrata di pietra, su un alto podio rivestito in travertino e incorniciato. Mentre le colonne del pronao e degli angoli della cella sono in travertino, le semicolonne intermedie sono in tufo con base e capitelli in travertino. Gli architravi e i conci sono in tufo. La trabeazione sul fianco est è di restauro. Tutti questi materiali diversi erano poi ricoperti dall'intonaco, con fregi e festoncini appesi fra candelabre, dentelli, ovoli, cornicioni con protomi leonine. La sorte ha voluto che tale grandioso edificio sia giunto sino a noi senza alcuna superfetazione, se non quella della sua trasformazione nell'872 in chiesa dedicata a S. Maria Egiziaca, in occasione della quale gli intercolumni furono murati. La chiesa fu detta anche in Secundicerio perché posta sotto la giurisdizione di Stefano Stefaneschi, giudice e secundicerio di papa Giovanni VIII (ossia il secondo dei sette più importanti personaggi della corte papale).
Alla stessa epoca risalgono le pitture presenti all'interno della chiesa: teorie di santi e storie relative alla vita della Vergine, alla vita di S. Basilio (attribuita ad Anfilochio e tràdita a Roma all'epoca di papa Niccolò I) e la storia di S. Maria Egiziaca, la cui vita è narrata in alcuni affreschi presenti all'interno della chiesa e risalenti all'epoca della consacrazione. Pio V (1566-1572) concesse la chiesa di S. Maria Egiziaca agli Armeni che avevano perso la loro chiesa durante la costruzione del ghetto e che la tennero fino al 1921. Clemente XI (1700-1721) la restaurò e abbellì insieme all'annesso ospizio dei pellegrini Armeni, demolito poi nel 1930. Gli arredi sono dal 1924 in S. Nicola da Tolentino, dove si è trasferito il clero armeno in conseguenza della soppressione della chiesa di S. Maria Egiziaca e del suo ripristino come tempio repubblicano.

 

titolo

S. Maria in Cosmedin (Piazza della Bocca della Verità)
Sorta sui resti dell'Ara Maxima Herculis Victoris (distrutta dall'incendio neroniano) e di un altro edificio identificato comunemente come la Statio Annonae (oppure come un sacello connesso con l'Ara), la chiesa di S. Maria in Cosmedin trae origine da un primo insediamento cristiano risalente al III secolo, anche se le prime notizie certe sono del VI secolo. A quest'epoca, il complesso fu trasformato in diaconia e andò a inglobare una struttura tardoantica (comunemente ricordata come la 'loggia'), attualmente visibile in controfacciata. Nel 782 Adriano I raddoppiò l'edificio, demolendo un maximum monumentum de tiburtino lapide (forse un muro della Statio Annonae), di cui utilizzò le macerie per costruire la nuova abside. Questa nuova chiesa si presentava con colonne trabeate e con le pareti della navata centrale movimentate da gallerie (matroneo). Rovinatasi in seguito a un terremoto (forse quello dell'847, che causò probabilmente anche l'abbandono di S. Maria Antiqua), la chiesa fu restaurata da papa Niccolò I (858-867), che vi aggiunse anche una sacrestia, un oratorio dedicato a S. Niccolò in Schola Graeca e un edificio adibito a dimora pontificia, poi trasformato in palazzo diaconale. Parzialmente distrutta durante l'invasione di Roberto il Guiscardo nella seconda metà dell'XI secolo, la chiesa fu restaurata sotto i papi Gelasio II (1118-1119) e Callisto II (1119-1124); artefice di questa grande campagna fu Alfano Camerario, a cui si deve sostanzialmente l'aspetto attuale della chiesa. Alfano, pur non modificando la pianta dell'edificio d'età carolingia, coprì la 'loggia' con un nartece a due piani, provvisto sul davanti da un protiro su quattro colonne e tamponò il matroneo (poi riaperto alla fine del sec. XIX) per avere più vaste porzioni di muri da dipingere; infine alternò le colonne a pilastri collegandole con arcate, secondo uno schema non specificamente classico, adottato anche a S. Clemente e ai Ss. Quattro Coronati. Francesco Caetani, diacono dal 1295 al 1304, restaurò nuovamente la chiesa, dotandola probabilmente di una nuova facciata e trasformò l'adiacente palazzo diaconale. Nel 1718 alla chiesa fu conferito un aspetto barocco, che sparì tuttavia con la radicale campagna di restauri, condotti a partire dal 1893 e diretti da Giovanni Battista Giovenale: in tale circostanza fu distrutta la facciata settecentesca, la quale a sua volta aveva sostituito quella tardoduecentesca; inoltre furono eliminate le false volte del XVII secolo, rimettendo in luce quanto rimaneva (nel sottotetto barocco) del ciclo affrescato nel 1123. Gli ultimi restauri risalgono al 1964 e riguardano il portico e il campanile.
L'esterno oggi dunque si presenta nelle forme romaniche, frutto del rifacimento del Giovenale. La facciata è preceduta da un portico (con protiro) ad arcate, sopra le quali si impostano monofore chiuse da transenne. Il portico è sovrastato dalla parte alta della facciata della navata centrale (in cui si aprono tre finestre) e dal campanile romanico a sette piani. Nel muro sotto il portico, oltre alla famosa Bocca della Verità (in realtà un chiusino di età romana, posto qui nel 1632), sono murate alcune iscrizioni con atti di donazione: 1) un'epigrafe del X secolo con l'elenco dei doni fatti da un certo Teubaldo (case, orti, vigne, oggetti liturgici) alla chiesa di S. Valentino sulla Via Flaminia; 2) un'iscrizione dell'VIII secolo da cui risulta la donazione da parte di un certo Eustazio e di suo fratello (Giorgio o Gregorio) di alcuni vigneti …qui sunt in Testacio (si tratta della prima attestazione di questo toponimo per la collina artificiale presso il Tevere); 3) una scultura con un'epigrafe mutila letta completamente nel XV secolo: Honoris Dei et Sancte Dei Genitricis Marie, pontificatus Domini Adriani pape, ego Gregorius notarius. E infine la tomba di Alfano, corredata da un'iscrizione: Vir probus Alfanus cernens quia cuncta perirent / hoc sibi sarcofagum statuit ne totus obiret / fabrica delectat pollet quia penitus extra / sed monet interius quia post haec tristia restant. La tomba è sovrastata da una copertura a tetto di sapore fortemente antichizzante e doveva essere completata da una lunetta affrescata, ora praticamente distrutta, raffigurante la Vergine con il Bambino tra Gelasio II e Callisto II. Sul muro del portico sono visibili anche tracce di un affresco con l'Annunciazione e la Natività. Il portale d'ingresso alla chiesa ha un'incorniciatura scolpita con una serie di figurazioni: racemi con uccellini, fogliette, piccoli ovoli, una mano benedicente, due agnelli, due croci, i simboli degli Evangelisti, due pissidi, due uccelli; al di sopra corre la scritta Ioannes de Venetia me fecit.
L'interno, radicalmente restaurato nel 1893, è a tre navate con quattro pilastri e diciotto colonne di recupero; cinque capitelli sono dell'epoca di Gelasio. Un po' ovunque sono visibili, inglobate nei muri, le antiche colonne superstiti dell'edificio antico identificato come Statio Annonae. Il pavimento cosmatesco è composto da un motivo centrale con una rota di grandissime dimensioni, affiancata da quattro rotae più piccole e da altri motivi rettangolari. Il Giovenale ci ha lasciato un ampio resoconto dei lacerti affrescati allora esistenti. Il ciclo della navata è oggi purtroppo quasi completamente perduto. La parete è divisa in riquadri sormontati da un fregio nel quale si affacciano clipei con maschere classiche; i riquadri stessi sono coronati da lunette dove appaiono cornucopie e sono affiancati da un fregio a candelabro. Sotto, dopo un altro fregio a motivi vegetali, altri riquadri rettangolari recano una grande cornice con un motivo di drappeggi in cui si affacciano amorini. Da notare che il Giovenale identificò frammenti d'affresco, purtroppo ridottissimi, anche negli strombi delle finestre absidali. Il registro inferiore raffigurava scene dal Nuovo Testamento; quello superiore destro, scene dall'Antico, e precisamente dal Libro di Daniele, con Storie di Nabucodonosor. Il registro alto della parete sinistra (doveva invece raffigurare storie tratte dal Libro di Ezechiele, relative alle vicende degli Ebrei che si ribellano a Dio e alla conseguente distruzione di Gerusalemme: negli exempla biblici scelti (il superbo e idolatra Nabucodonosor, gli Ebrei ribelli) si è voluto intravvedere un monito rivolto a chi volesse ribellarsi alla potestà pontificia. Gran parte della navata centrale è occupata dalla schola cantorum con due pulpiti. Il cero pasquale con piccolo leone marmoreo alla base e con stemma Caetani è firmato da Pasquale, un frate domenicano della fine del XIII secolo. I plutei del restauro di Alfano portano sul retro, in due casi, decorazioni dell'VIII secolo. Su un marmo collocato attualmente nell'iconostasi (ma originariamente inserito nel pavimento) è scritto: Alfanus fieri tibi fecit Virgo Maria / et Genetrix Regis Summi Patris alma Sophya. Al centro del presbiterio sorge l'altare, un antico pezzo lavorato di granito rosso, contenente le reliquie dei ss. Cirilla, Ilario e Coronato, forse del tempo di Adriano I; esso è coperto dalla mensa marmorea dell'età di Callisto II con l'epigrafe della consacrazione: +Anno MCXXIII, indictione I, est dedicatum hoc altare per manus Domini Calixti PP. II, V sui pontificatus anno, mense maio, die VI, Alfano Camerario eius dona plurima largienti. L'altare è sormontato dal piccolo ciborio, opera di Deodato, terzo figlio di Cosma il Giovane (1294). Sulla sedia episcopale si legge, attorno al disco, l'iscrizione dedicatoria di Alfano: Alfanus fieri tibi fecit Virgo Maria. Nella navata destra, una porta conduce nella sagrestia, costruita nel 1647 e rinnovata nel 1767. Qui si trova il mosaico di Giovanni VII (706-707) raffigurante l'Epifania e proveniente dall'oratorio di quel papa in S. Pietro, trasferito qui nel 1639. Accanto è la cappella del coro eretta nel 1686; qui nel 1900 fu posta la Madonna Theotokos, opera trecentesca di scuola romana ridipinta più volte nel corso dei secoli.
Da una scala sotto la schola cantorum si scende nella cripta, ricavata nei resti dell'Ara Maxima Herculis Victoris e riaperta nel 1717. E' un ambiente a tre navate, spartito da sei colonne romane di recupero. Costruita da Adriano I, è l'unica cripta altomedioevale di Roma non seminanulare. In fondo all'absidiola della cripta è un altare del VI secolo. Dal portico si accede al piano superiore ove è allestito un Antiquarium. Qui insieme ad altri frammenti di opere recuperate durante i restauri di fine Ottocento, si conservano frammenti dell'arredo del tempo di Adriano I e una croce di consacrazione del 1123 in mosaico cosmatesco. Da questi ambienti si può esaminare da vicino una cortina in tufelli, appartenente forse alla chiesa altomedioevale.

 

titolo

S. Giorgio in Velabro (Via del Velabro)
La chiesa di S. Giorgio in Velabro ha subito numerose trasformazioni nel corso dei secoli. Oggi noi possiamo ammirare il suo semplice aspetto medioevale grazie ai restauri del 1923-25, che hanno rimosso tutte le superfetazioni di Età Moderna e che hanno consentito anche di rinvenire porzioni di muro, probabilmente appartenenti ad una abitazione del II-III secolo che occupava la prima metà della navata laterale destra, dove il pavimento si presenta più elevato. Nel V-VI secolo questo edificio primitivo fu poi modificato e allargato per poter essere usato come diaconia, subentrando così alla carente organizzazione statale nella distribuzione delle derrate ai poveri. Il più antico documento scritto (una annotazione del X secolo alla Vita di papa Leone II) indica che la maggior parte della struttura attuale di S. Giorgio fu edificata sotto il breve pontificato di papa Leone II (682-683). A tale epoca, risalirebbe (ma le opinioni degli studiosi su questo punto non convergono) l'attuale forma basilicale dell'edificio: in particolare, sarebbero da datare al 683 buona parte della muratura di facciata, i muri esterni delle due navate e i muri sopra le colonne e le colonne stesse (di spoglio, diverse una dall'altra nella forma, nella lunghezza e nel materiale). Resti dell'edificio del VII secolo sono stati trovati (insieme a un affresco contemporaneo) alla base del campanile. Nel VII secolo la chiesa non era ancora dedicata non a S. Giorgio, ma a S. Sebastiano il quale, secondo la tradizione, sarebbe stato gettato nella vicina Cloaca Massima dopo aver subito il martirio proprioqui: l'affresco del VII secolo raffigurerebbe proprio S. Sebastiano gettato nella Cloaca. Circa un secolo più tardi il papa greco Zaccaria (741-752) con solenne processione trasportò qui dal Patriarchio Lateranense la testa di S. Giorgio, soldato ucciso in seguito a un terribile martirio durante l'impero di Diocleziano (IV secolo). Fu a quei tempi che la chiesa mutò denominazione e fu intitolata a S. Giorgio; in questa epoca la zona divenne sede di una fiorente colonia greca, comprendente i funzionari bizantini che vivevano sul Palatino e i commercianti del Foro Boario. La presenza di iscrizioni greche dimostrerebbe anche che tra il IX e il X secolo la chiesa fosse officiata da monaci greci e che sia stata luogo di loro sepoltura. Lavori importanti furono poi eseguiti nel IX secolo, sotto il pontificato di Gregorio IV (827-844). A questa epoca risalirebbe anche la costruzione dell'abside, del portico originale e della schola cantorum. Secondo molti studiosi l'opera di Gregorio IV è così estesa che la costruzione attuale sarebbe sostanzialmente legata al suo nome più che a quello di Leone II.
Al XII secolo risalgono il bel campanile romanico, il rialzamento del presbiterio e la costruzione dell'altare con lo splendido ciborio ancora in loco. Agli inizi del XIII secolo risale invece la parte superiore del portico, con ghiere di scarico in mattoni interi ad andamento regolare, mentre la sovrastante muratura in opera listata è riferibile ad un periodo compreso fra il VII e il XII secolo. L'iscrizione metrica in esametri che corre sull'architrave ricorda che questi restauri furono fatti eseguire da un certo Stefano della Stella, priore della chiesa. Sempre al XIII secolo si datano sia la distruzione della schola cantorum altomedioevale, sia la decorazione ad affresco del catino absidale rappresentante Cristo, la Vergine, S. Giorgio, S. Pietro e S. Sebastiano. Il dipinto, ritoccato a più riprese e risalente ai restauri ordinati dal cardinale Jacopo Stefaneschi tra il 1295 e il 1302, è passato dall'attribuzione a Giotto a quella del Cavallini, anche se rimangono ancora molti dubbi.
All'interno del portico si conserva un tratto di pavimento più basso, testimone delle continue sopraelevazioni messe in opera per riparare l'edificio dalle continue inondazioni. Tra i numerosi resti marmorei altomedioevali conservati all'interno della chiesa merita particolare riguardo il resto di architrave rappresentante l'Annunciazione dell'Angelo a Zaccaria con il particolare dell'ancella che guarda da un'apertura, di chiaro stampo palestinese. Di quest'epoca è anche il famoso Codice di S. Giorgio, composto da Jacopo Stefaneschi agli inizi del sec. XIV e narrante le vite di S. Giorgio e di S. Pier Celestino; è attualmente conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Molti i lavori che la chiesa subì in età moderna. Il portico fu restaurato sotto Clemente IX (1667-1669), alla cui epoca risale la bella cancellata di ferro. Nel 1704 fu invece eseguito l'affresco della soffitto ad opera del Civalli, allievo del Baciccia. I lavori di restauro della chiesa iniziarono nel 1828 e si protrassero per circa un secolo. L'attuale livello del pavimento della chiesa è quello ripristinato dai lavori del Muñoz: i segni sulle colonne e le due porticine con stipiti in marmo che si trovano a metà delle navate laterali indicano l'altezza raggiunta dal pavimento prima dei restauri del 1923-26.

 


inizio pagina | home page | mappa del sito (indice generale) | ricerca nel sito | disclaimer & credits | mail