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chiese medioevali entro le mura rione trastevere

 

In questa pagina:

Chiese medioevali di Roma


Rione XIII Trastevere
S. Benedetto in Piscinula
S. Cecilia in Trastevere
S. Cosimato
S. Crisogono
S. Giacomo in Settimiano
S. Maria in Cappella
S. Maria della Luce
S. Maria in Trastevere
Ss. Rufina e Seconda

Altre chiese entro le Mura
(indice alfabetico della sezione)

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Nota

In questa sezione sono descritte le chiese entro le Mura di Roma che ancora conservano cospicui resti medioevali a loro pertinenti già in origine. Le singole descrizioni privilegiano gli aspetti storici e artistici medioevali, mentre tralasciano la storia e le opere posteriori. Sono qui escluse: le chiese fuori le Mura; le chiese rifatte in età moderna; le chiese medievali scomparse; le chiese nel Vaticano; le basiliche maggiori.


titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto16.09.2007="justify" class="Stile100 Stile86">Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 16.09.2007

Ss. Rufina e Seconda (Via di S. Rufina)
La chiesa sorgerebbe, secondo un'antica tradizione, sulla casa paterna delle due martiri romane Rufina e Seconda che l'avrebbero abitata nel III secolo dopo Cristo. L'anno della trasformazione della casa e del giardino di Asterio, padre delle martiri, in chiesa ed abitazione per il clero ci è ignoto. La chiesa è comunque già presente nel Catalogo di Cencio Camerario del 1192 (al n° 176 della nostra numerazione); il Catalogo di Torino invece ci informa che intorno al 1320 essa era officiata da un solo sacerdote (al n° 395 della nostra numerazione). Nel 1611 la chiesa venne affidata da Paolo V Borghese alle religiose radunate intorno a Francesca Montioux, la quale fece costruire l'annesso monastero. Tra il 1716 e il 1722 il monastero fu ulteriormente ampliato: le strutture su cui si innalza il monastero non sono tra loro ortogonali poiché insistono su fondazioni preesistenti costituite da un'insula romana. Nel mese di settembre del 1917 l'edificio passò alle suore di Carità dell'Immacolata Concezione d'Ivrea. Della chiesa incorporata nel monastero è visibile all'esterno solo il portale sormontato da un timpano. La chiesa come si presenta oggi, dopo l'ultimo restauro del 1973-74, poco conserva dell'antica struttura: con la demolizione dell'abside anche la sua planimetria risultata alterata. Della chiesa medioevale rimangono soltanto le otto colonne di spoglio di marmo antico che dividono tre navate della chiesa e il bel campanile romanico.

 

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S. Benedetto in Piscinula (Piazza in S. Piscinula)
La chiesa di S. Benedetto in Piscinula sorgerebbe secondo la tradizione, sui resti della sontuosa dimora dell'importante famiglia degli Anicii, alla quale sarebbe appartenuto s. Benedetto; qui egli avrebbe risieduto durante il suo soggiorno romano intorno al 470. È tuttavia discussa sia l'appartenenza di Benedetto all'antica famiglia, sia il suo soggiorno romano, sia infine l'esistenza di una Domus Aniciorum in questa zona. La chiesa è ricordata per la prima volta nel Liber Censuum di Cencio Camerario del 1192 (al n° 153 della nostra numerazione) con l'appellativo de Piscina (forse connesso ad un ambiente termale, ad un mercato del pesce o ad una fontana), che ritorna, con alcune varianti nei documenti successivi: si veda per esempio nel Catalogo di Torino (al n° 231 della nostra numerazione: Ecclesia sancti Benedicti de Piscìola). Si possono identificare nella chiesa di S. Benedetto in Piscinula diversi momenti costruttivi. Il primo nucleo originario è da identificare nella cosiddetta Cella di s. Benedetto, legata alla leggenda del soggiorno romano del santo. Che questo nucleo sia preesistente rispetto alla chiesa romanica è mostrato dall'evidente dipendenza da esso dell'intero edificio, il cui sviluppo assiale ne risulta condizionato. Di tale ambiente poco rimane oggi visibile delle sue strutture originarie: infatti il muro est risulta in gran parte rimaneggiato e di fattura moderna, mentre il muro ovest denota invece tracce di maggiore antichità sebbene mascherate da posteriori modifiche. La costruzione della chiesa vera e propria va invece con ogni probabilità assegnata al periodo tra la fine dell'XI e gli inizi del XII secolo. La chiesa (la cui situzione attuale rispecchia in parte l'originaria sistemazione) era a tre navate divise da otto colonne di spoglio (una scanalata, una di marmo grigio, quattro di granito grigio e due di granito rosso), con capitelli di varie epoche (secc. I-V); essa presentava un'unica abside semicircolare ed era preceduta da un portico a colonne che si estendeva per gran parte della sua larghezza. Il pavimento cosmatesco originario (del sec. XII e in parte sopravvissuto) doveva ravvivare l'ambiente naturalmente buio e quasi sempre in penombra. L'originario muro di facciata della chiesa corrisponde a quello attuale anche se, sul lato destro della navata centrale, risulta parzialmente interrotto da una scala ottocentesca. Oggi l'abside è accessibile all'esterno dal piano superiore, attualmente zona di clausura, tramite una scala. Il coronamento dell'abside, conservato quasi integralmente, è costituito da una cornice a tre ordini di cui quello centrale a piccole mensole marmoree e gli altri due a denti di sega inclinati in direzioni opposte fra loro. Il muro di fondo dell'edificio, su cui si innesta la curva absidale, è conservato solo in parte e mostra la muratura originaria soltanto in un piccolo tratto. I muri esterni delle navate laterali di S. Benedetto risultano inglobati nei contigui edifici, per cui è impossibile stabilire con certezza se le loro attuali strutture siano ancora nella totalità quelle originarie. Tuttavia l'altezza originaria della navata centrale dovrebbe corrispondere a quella attuale, come si deduce dalla presenza all'esterno (sia sul muro est che su quello ovest) della cornice a mensole di marmo e a denti di sega. Attualmente nei muri della navata centrale si aprono due finestre per parte, sicuramente risalenti ai restauri ottocenteschi; in tale occasione vennero chiuse le precedenti monofore romaniche di cui però restano ancora alcune tracce nel muro est. A epoca leggermente posteriore sembra doversi ascrivere l'inserimento del campanile nella navata centrale. In seguito infine (ma comunque non oltre il XIII secolo) fu edificato nel lato sinistro del portico un piccolo oratorio a pianta leggermente trapezoidale con volta a crociera impostata su quattro colonnine (tutte diverse) poggiate su alti plinti, con capitelli di reimpiego. L'ambiente, noto come Cappella della Vergine, era un tempo decorato di mosaici che dovevano essere già scomparsi alla fine del '600 e presenta un bel pavimento cosmatesco del sec. XII. L'altare, abbellito da una lastra in porfido anch'essa di tipo cosmatesco, fu consacrato nel 1604. In questa cappella si venera la Madonna col Bambino (affresco trecentesco riportato su tela, ridipinto nell'800), oggetto di particolare devozione perché si ritiene che davanti a questa immagine fosse solito pregare S. Benedetto. La chiesa, divenuta parrocchia nel 1386 sotto la guida del rettore Catallo, subì dei restauri al tetto nel 1412 da parte di Giovanni Castellani, testimoniati da un'iscrizione ancora visibile nel sec. XVII (Hoc opus factus est pro anima D. Joannis de Castellanis Anno Domini MCCCCXII). Importanti modifiche furono effettuate nei secc. XVII e XVIII; ma con bolla di Leone XII del 1° novembre 1824, la parrocchia fu soppressa e l'edificio, ormai quasi del tutto abbandonato, fu chiuso al pubblico. Nel 1844 su iniziativa della famiglia Massimo, fu condotto un radicale restauro della chiesa, alla quale fu data una nuova facciata a opera dell'architetto Pietro Camporese il Giovane (1792-1873). Durante i lavori furono trovate, ai lati della porta principale, due colonne di granito (che facevano probabilmente parte del portico medioevale), oggi scomparse. Un progetto di ripristino dell'aspetto medioevale dell'edificio fu redatto dall'architetto L. Cesanelli nel 1934, ma non ebbe alcun seguito. Nel 1941 la chiesa fu affidata alle suore dell'Istituto di N.S. del Carmelo che tuttora la custodiscono. Nell'atrio della chiesa (che occupa l'area dell'originario portico) si conservano lapidi commemorative dei vari rifacimenti e restauri, nonché resti di affreschi; a sinistra della porta d'ingresso un S. Benedetto della fine del sec. XIII, qui sistemato nel 1916 dopo essere stato staccato e restaurato; sulla parete sinistra, una Madonna col Bambino e i ss. Pietro e Paolo, della metà circa del sec. XIV. Sulla parete destra dell'atrio, dietro la porta (generalmente chiusa), al termine della rampa di scale che conduce agli ambienti delle suore, si conservano i resti della decorazione che si stendeva sulla parete interna della facciata e su quella che divide la navata centrale dalla navata destra. Occultati dai lavori del primo ventennio del sec. XVIII e in precario stato di conservazione, i dipinti raffigurano il Giudizio Finale (sulla parete di facciata), il Sacrificio di Caino e Abele e la Cacciata dal Paradiso Terrestre (parete destra della navata centrale), e sono datati alla prima metà del sec. XII. Probabilmente al ciclo veterotestamentario affrescato sul lato destro dell'edificio doveva corrispondere quello neotestamentario sulla navata sinistra, ma di quest'ultimo non rimangono tracce. Tra le altre opere di età medioevale conservate nella chiesa si annoverano: un affresco (mutilo) raffigurante S. Anna metterza (cioè messa terza con la Madonna e il Bambino e il committente) della prima metà del sec. XV; una Madonna col Bambino (sec. XIV) posta in una nicchia sopra l'altare e da collegare stilisticamente alla Madonna nell'atrio; un affresco (ormai quasi illeggibile) raffigurante S. Elena (sec. XIV) nell'abside; resti di affreschi con figure nimbate che forse raffiguravano il Battesimo di Cristo (sec. XIV) nella Sacrestia (che in origine corrispondeva al primo tratto della navata laterale sinistra). Nel settembre del 1846 poi, demolendo un muro, fu trovato nella chiesa un frammento di affresco (raffigurante la Madonna col Bambino) e datato al sec. XIII; esso fu staccato e donato alla chiesa di S. Ambrogio della Massima ove tuttora l'immagine si venera col titolo Regina Monachorum.

 

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S. Cosimato (Piazza S. Cosimato)
In quella zona di Trastevere che nel Medioevo era detta in Mica Aurea, un certo Benedictus Campaninus fondò, fra il 936 ed il 949, un monastero benedettino in onore dei due santi medici Cosma e Damiano, i cui nomi furono poi accorpati in Cosimato; non è comunque escluso che il monastero sia sorto presso un precedente luogo di culto, come sembrerebbero provare alcuni frammenti di plutei del sec. VIII-IX trovati nella zona e oggi murati nel chiostro medioevale del complesso. Già agli inizi dell'XI secolo il monastero trasteverino annoverava numerose proprietà in città e fuori: ne è testimonianza una bolla di Giovanni XVIII del 1005. Nel 1066 fu eletto abate Odimondo, sotto cui fu ultimata la chiesa, consacrata in onore della Madonna e dei ss. Cosma, Damiano, Benedetto ed Emerenziana da Alessandro II il 15 novembre del 1069. Il 28 giugno del 1157 Adriano IV prese il monastero trasteverino sotto la sua protezione e gli confermò tutte le sue proprietà. Nel 1230 Gregorio IX concesse il complesso di S. Cosimato prima ai Camaldolesi (1230) e poi alle Clarisse (1234). Nel 1246 la badessa lacopa Cenci fece restaurare tutto il complesso. Tra il 1475 e il 1485, il complesso di S. Cosimato, oramai fatiscente, fu completamente restaurato da Sisto IV. La chiesa, il refettorio, l'aula capitolare e la foresteria furono ricostruiti dalle fondamenta e fu edificato anche un nuovo chiostro, pur conservando quello medioevale. S. Cosimato subì ulteriori interventi nel 1604, nel 1756 e nel 1871. Il complesso, oggi sede di un ospedale, è preceduto da un protiro del sec. XII, sorretto da una coppia di colonne antiche con capitelli compositi, ed è sormontato da una torretta. Esso costituiva l'antico ingresso alla chiesa e al monastero, mentre ora si accede al complesso dal n. 76 di via Roma libera. La chiesa attuale, a pianta rettangolare, è stata ricostruita dalle fondamenta da Sisto IV; si ignora l'esatta posizione di quella antica a tre navate, che forse sorgeva spostata verso est. L'interno dell'edificio fu completamente restaurato da Pio IX nel 1871. A fianco di un latare è murata la lapide (trovata nel 1892), che ricorda la consacrazione dell'antica chiesa di S. Cosimato, avvenuta il 15 novembre 1066, per volontà di papa Alessandro II: Praesul Alexander Romanae Sedis in arce / rite secundus erat precibusque flexus honestis / Patris Odimundi rectoris tunc domus huius / hanc ternis aucta sacravit sedibus aula / annorum Dni ciclus millesimus ibat / sexaginta simul sex ducens annos / volvebat ternos inditione rquia cursus / mense novembr dies terquintos forte gerentem / ad honorem specialiter vestrorum incliti martyres / sci Cosme et Damiani dichata est vobis basilica / et comuniter cunctorum quorum vel sacra hic / reconduntur pignora vel sub notata nomina / recensentur scilicet sanctissime Dei Genitricis ac / Virginis Mariae sanctorum Cosme et Damiani / sci Benedicti hac Emerentianae. Sull'altare maggiore è collocata una Madonna con il Bambino, copia di un antico dipinto su tavola. Il quadro originale, che si conserva attualmente presso l'Istituto Centrale del Restauro, è opera della fine del sec. XIII. Il chiostro medioevale, costruito intorno al 1240, è a pianta quadrangolare con arcate su pilastri, che includono una serie di quattro arcatelle sorrette da colonnine binate su basi attiche. L'ordine superiore risale all'epoca di Sisto IV. Il lato nord del porticato è stato trasformato in una galleria lapidaria: vi sono murati frammenti di plutei provenienti dall'edificio medioevale, lastre di sarcofagi, basi di colonne, capitelli e alcuni epigrafi, tra cui quella dell'abate Odimondo ( + 1075). Dal lato est del chiostro si accede alla sala capitolare del tempo di Sisto IV, che è preceduta da un ambiente nel quale sono state sistemate le vecchie campane della chiesa, fra le quali una fusa da Bartolomeo Pisano nel 1238. Sul lato ovest del chiostro si eleva il campanile.

 

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S. Maria della Luce (Via della Luce)
È l'antica S. Salvatore della Corte (forse da coorte, per il vicino Excubitorium della VII Coorte dei Vigili del Fuoco dell'antica Roma; ma un'altra ipotesi - fra le tante - piuttosto interessante vuole che il cognome della chiesa derivi dalla presenza ebraica in questa parte di Trastevere: infatti in un documento del 5 aprile 1219 la località è indicata come «contrada Corte de' Giudei»). Per tradizione si dice che la chiesa fu fondata nel sec. III da s. Bonosa, anche se le prime notizie certe risalgono al tempo di papa Giovanni XV (secolo X). Fu ampliata e restaurata nel sec. XII. Del periodo romanico rimangono il campanile (m. 18,80, con base quadrata di m. 4,60: presenta ancora 17 bacini policromi originali in ceramica islamica: erano 40 prima del restauro del 1970!), l'abside e il transetto (questi ultimi visibili da vicolo del Buco, ove si affaccia anche un altro edificio di origine medioevale). Primi pesanti interventi si ebbero già nel sec. XVII. Nel 1730 i Minimi di S. Francesco da Paola sui offrirono di ospitare una immagine miracolosa della Madonna (sec. XV), che si diceva aveva emesso della luce; con l'occasione rifecero tutta la chiesa.

 

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S. Maria in Trastevere (Piazza S. Maria in Trastevere)
Secondo un'antica tradizione la basilica di S. Maria in Trastevere sorgerebbe in una zona ove si trovava, in epoca classica, una taberna meritoria in cui si riunivano i soldati andati in pensione dopo una lunga ferma. In essa, nell'anno 38 a.C., sarebbe scaturito l'olio dalla terra, olio che continuò a scorrere per tutto un giorno senza interruzione. Il fenomeno, certamente di origine vulcanica - una breve eruzione di petrolio - è ora spiegabile scientificamente; infatti anche recentemente, poco prima e durante la costruzione dei lungotevere, lungo le sponde del fiume sono state notate fughe di gas dal caratteristico odore di petrolio; ma gli Ebrei, che numerosissimi allora abitavano in Trastevere, interpretarono l'accaduto come un segno premonitore della venuta del Messia, e questa credenza è poi passata ai Cristiani che vi hanno visto anche la grazia del Cristo che avrebbe salvato le genti. L'iscrizione fons olei che si legge sotto il presbiterio della basilica sta ad indicare appunto il luogo ove sarebbe avvenuta l'improvvisa eruzione di petrolio. Oltre che all'avvenimento miracoloso, la chiesa trasteverina è legata anche alla memoria di Callisto (217-222), il santo pontefice che, secondo la tradizione, avrebbe qui raccolto la comunità cristiana per celebrare il culto in una chiesa domestica (domus ecclesiae), poi trasformata da papa Giulio I (337-352) in una grande basilica, forse la prima chiesa di Roma dedicata alla Vergine. Adriano I (772-795) restaurò e ingrandì la chiesa aggiungendovi le navate laterali e Leone III (795-816) l'arricchì di doni. Gregorio IV (827-844) vi apportò profondi mutamenti: sopraelevò il presbiterio di circa un metro e mezzo rispetto al piano della navata, sistemando i banchi del clero lungo il muro dell'abside davanti alla quale pose l'altare maggiore (che prima stava non nel presbiterio ma allo stesso livello della navata, più avanti verso la porta, quasi in mezzo al popolo); vi costruì davanti una recinzione presbiteriale aperta al centro per consentire ai fedeli la vista del celebrante. L'altare fu coperto da un ciborio e sotto di esso fu scavata la confessione ove furono riposti i corpi dei martiri Callisto, Calepodio e Cornelio (qui traslati già nel sec. VIII), venerati dai fedeli attraverso la fenestella confessionis aperta al centro fra le due rampe di scale che permettevano l'accesso al presbiterio. Il papa fece costruire inoltre la schola cantorum, la cappella del Presepio e un monastero per il clero addetto al culto della basilica. Benedetto III (855-858) ricostruì l'abside rovinata dal terremoto dell'847 e rinnovò il portico, il battistero e la sacrestia. Innocenzo II (1130-1143), della famiglia trasteverina dei Papareschi, riedificò la chiesa dalle fondamenta (o, quanto meno, ne completò la riedificazione avviata dal suo avversario, l'antipapa Anacleto II): vi aggiunse il transetto, rinnovò l'abside, che fece ornare con splendidi mosaici, e la cappella del Presepio con lo stesso materiale del sec. IX, dedicandone l'altare. Completata forse nel 1148, la ricostruzione si giovò di materiali provenienti dalle terme di Caracalla (o forse dall'Iseo Campense), come per esempio i capitelli, le colonne di granito e le basi di alcune colonne della navata. Innocenzo II morì prima che l'edificio venisse completato, ma lasciò i denari per portare a compimento la chiesa. Ulteriori lavori furono eseguiti da Eugenio III (1145-1153) che fece innalzare la torre campanaria, e da Alessandro III (1159-1181) che finalmente consacrò il tempio. In seguito la chiesa subì ulteriori restauri e numerose modifiche, specie alla fine del '500 durante i lavori fatti fare dal card. Marco Sittico Altemps. Tuttavia, nonostante tutte queste modifiche, l'edificio attuale è sostanzialmente ancora quello eretto da Innocenzo II. È certamente la più riuscita ed armoniosa opera dell'architettura romana dei secoli XI-XIII, tanto profondamente permeata da un sentito, rinascente classicismo, che aveva come primarie fonti d'ispirazione religiosa ed artistica l'antico S. Pietro e S. Maria Maggiore. Sopra al portico si alza la facciata della basilica sormontata da un frontone decorato nei restauri del sec. XIX dal pittore Silverio Capparoni con affreschi, ora in gran parte svaniti. Sotto al frontone, lo sguscio di protezione è decorato con un grande mosaico raffigurante la Madonna in trono con il Bambino, ai piedi della quale sono inginocchiati i due donatori; ai lati, due teorie di sante con una lampada in mano. Il mosaico è stato eseguito da varie mani in epoche diverse. Le otto figure centrali (Madonna con il Bambino, i due donatori e le quattro vergini più vicine a destra e a sinistra) sono le più antiche, eseguite nel sec. XIII; più tarde sono le tre ultime sante a destra, l'ultima delle quali e più recente e di mano diversa dalle altre due. Le rimanenti tre a sinistra sono state eseguite per ultime, ma comunque non più tardi dell'inizio del sec. XIV. La facciata aveva in origine tre finestre centinate che furono fatte chiudere nel sec.XVII, sostituite con una grande, quadrata, al centro, ed una circolare nel timpano. La forma attuale della facciata si deve al Vespignani che, distrutte tutte le finestre, sia quelle esistenti che quelle riemerse durante i restauri, vi aprì le tre attuali centinate, tra le quali vi furono affrescate, sempre dal Capparoni quattro palme e le pecore pascenti e ai lati, sui muri inclinati che coprono i tetti delle navate laterali, le città di Gerusalemme e Betlemme. Il campanile a destra della facciata è della prima metà del sec. XII e fu rimaneggiato nel '600. Il portico è a cinque arcate chiuse da cancelli disegnati da Carlo Fontana; nell'atrio si conservano resti pittorici di una più antica decorazione, una raccolta di epigrafi pagane e cristiane, di marmi e sculture che rendono l'ambiente simile ad un piccolo museo costituito nel sec. XVIII dal canonico Marcantonio Boldetti, che recuperò molto materiale anche dai cimiteri sotterranei. Tra i frammenti scultorei infissi nel portico e nell'ingresso di destra alla chiesa si ricordano resti di plutei dell'antica basilica, transenne ad incroci rettilinei e borchie centrali (fra la porta centrale e quella di sinistra), un'altra con paraste reggenti una trabeazione ed arcature negli spazi intermedi del sec. IV (parete sinistra del portico), un pluteo ad annodature circolari e cornici, ed altri con foglie d'acanto, viticci e bacche di papavero dei sec. VII-VIII, uno con gigli centrali e altri con pavoni che bevono in un vaso, del sec. IX (fra la porta di sinistra e quella centrale). Fra i frammenti di sarcofagi cristiani ce n'è uno (sec. XI-XII) con un leone passante (parete sinistra), simbolo usato per indicare un sepolcro di un personaggio illustre, forse un progenitore della famiglia Papareschi o Stefaneschi. Addossato al quarto pilastro del portico, da destra, si trova il cippo che conteneva le ceneri di Innocenzo II e l'epigrafe tombale in caratteri gotici con la data 1148 anziché 1143 (anno in cui morì il papa). La data 1148 si riferisce probabilmente al trasferimento delle spoglie del papa da questa chiesa a S. Giovanni. Quando nel 1308 avvenne la seconda traslazione della sepoltura a S. Maria in Trastevere, l'epigrafe originaria dovette essere riscritta in forma più sintetica e affrettata ma riportando la data del primo trasferimento al Laterano invece di quella della morte di Innocenzo II. Fra le altre memorie funebri si ricordano le pietre tombali di Giovanni da Lucca vescovo di Adria (+1444), di Giovan Battista Miccinelli (+1408, nel pavimento). Particolare interesse rivestono pure le porte della basilica composte nel sec. XII con splendide cornici di età imperiale. Originariamente le tre porte erano tutte aperte sulla navata maggiore. L'Altemps fece murare le due porte laterali e aprire le due nuove tuttora in situ. Sui timpani di queste ultime sono collocate delle statuine del sec. XIV, provenienti dal Monumento Alençon che si trova nell'interno. L'interno basilicale è a tre navate con transetto. Il pavimento cosmatesco è stato completamente rifatto dal Vespignani che, negli scavi effettuati per questi lavori, scoprì i resti della basilica che precedette l'attuale. Ma poiché gli scavi non furono continuati né allargati alle altre parti della chiesa e non ne fu redatta una relazione ma soltanto una pianta molto sommaria, è impossibile dire quanto ancora resti delle chiese di Giulio I e di Gregorio IV. Da essa si può tuttavia rilevare con certezza che prima della ricostruzione di Innocenzo II, in un'epoca imprecisata, la chiesa ebbe tre absidi. Le due file di undici colonne ciascuna sono di granito egizio, di differenti altezze e ineguali nel diametro, con basi molto restaurate. I capitelli sono ionici (ad eccezione del nono e dell'undicesimo a destra e a sinistra, corinzi), alcuni con insegne, emblemi e figure del culto isiaco nelle volute, o con testine di Iside, Serapide o Arpocrate sull'abaco, alcune rotte o abrase. Le due enormi colonne di granito rosso che sostengono l'arco trionfale hanno capitelli corinzi ed una trabeazione a girali d'acanto nel fregio, quasi uguale a quelli delle porte, provenienti forse dallo stesso monumento, mentre la trabeazione sopra le colonne ha nel fregio una decorazione a falso mosaico, eseguita nel sec. XIX. La cornice è sorretta da mensole ricavate da modanature classiche con differenti decorazioni. Le pareti della navata avevano delle finestre alte e strette, con una forte strombatura verso l'interno. Nel sec. XVII furono chiuse e sostituite da altre, tre a destra e quattro a sinistra, quadrate, riccamente ornate, mentre il muro rimase soltanto intonacato. Durante i restauri di Pio IX queste pareti assunsero l'aspetto che ancora conservano. I primi due intercolumni della navata destra sono tamponati dal muro del campanile. Lla chiesa conserva molte opere di età medioevale. Il presbiterio rialzato è delimitato nella parte centrale in basso da transenne e plutei in parte rifatti nel sec. XIX. I plutei cosmateschi alle estremità sembrerebbero originali. Sotto il presbiterio si trova la confessione (non accessibile). Il ciborio è stato ricomposto con resti antichi (le colonne in porfido e la trabeazione) e moderni (il tegurio). La cassa dell'altare in pavonazzetto è forse anteriore al sec. IX. Sulla destra è collocato il candelabro pasquale cosmatesco. Ai lati dell'abside sono raffigurati, a mosaico, i profeti Isaia e Geremia, i quattro simboli degli Evangelisti, i sette candelabri dell'Apocalisse, e la croce con l'alfa e l'omega. Lo schema iconografico deriva da quello della chiesa dei Ss. Cosma e Damiano. Un preciso legame ideologico lega questa figurazione a quella del catino. Infatti nei versetti, iscritti sui rotuli spiegati dai due profeti c'è una allusione chiara all'incarnazione e alla nascita di Cristo, e alla sua duplice natura, che costituiscono la premessa della Incoronazione raffigurata nell'abside. Il mistero della Divinità, che si è incarnata nella natura corporea che la tiene prigioniera, è sottolineato inoltre dalla delicata immagine dei due uccellini entro la gabbia. Nel catino absidale sono raffigurati: Cristo al centro della composizione e alla sua destra Maria incoronata, seduta sullo stesso trono; a sinistra i santi Callisto e Lorenzo e il papa Innocenzo II con il modello della chiesa, a destra i santi Pietro, Cornelio, Giulio e Calepodio. Alla sommità del catino l'Empireo, e nella parte bassa della composizione due teorie di agnelli uscenti dalle città di Gerusalemme e Betlemme, che si dirigono verso l'Agnello di Dio al centro. Questi mosaici sono della metà del sec. XII. Nella fascia sottostante Pietro Cavallini raffigurò nel 1291, in sei riquadri, altrettanti episodi della Vita della Vergine. Ognuno di questi episodi è commentato da un'iscrizione metrica dettata forse dal committente Bertoldo Stefaneschi, o da suo fratello, il card. Jacopo Stefaneschi. Sull'altare della Cappella Altemps (fatta costruire a sinistra dell'abside dal card. Marco Sittico Altemps nel 1584-1585) è collocata l'icona raffigurante la Madonna della Clemenza, forse la più venerata e celebre immagine della Vergine (attualmente conservata all'Istituto Centrale del Restauro e sostituita da una copia), la cui datazione oscilla fra il VI e I'VIII secolo. Essa fu qui trasferita il 17 marzo 1593 dalla Cappella Ferrata, nella quale si trovava in precedenza. Addossati alla parete di sinistra del transetto si trovano: il Monumento del card. Pietro Stefaneschi (+ 1417) opera di Magister Paulus, un artista romano attivo a Roma a cavallo fra il sec. XIV e il XV, il cui nome è ricordato nella epigrafe in lettere gotiche collocata sotto la statua giacente del defunto, e il Monumento del card. Filippo d'Alençon (+ 1397). Il sepolcro scomposto in due parti, fu fatto spostare per ordine del card. Altemps perché non ingombrasse il transetto, come ricorda la lapide che ora funge da dossale all'edicola gotica che copre l'altare, posta a ridosso del muro. Sotto all'edicola, nella lunetta, è scolpito il card. Alençon e S. Filippo in preghiera davanti all'Assunta. La seconda parte del monumento è costituita dal sarcofago con la figura giacente del defunto; sopra è raffigurata la Dormitio Virginis. Il complesso è stato attribuito ad un seguace dell'Orcagna e poi al Magister Paulus autore della tomba Stefaneschi. L'ingresso laterale alla chiesa è costituito da unaporta romanica del sec. XII, decorata con avvolgimenti floreali entro i quali sono animali e figure fantastiche. L'architrave, con la Vergine fra due angeli, che riprende l'iconografia della Madonna della Clemenza, è stato datato agli inizi del sec. XI.

 

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S. Crisogono (Piazza S. Sonnino)
La chiesa di S. Crisogono si presenta oggi su due livelli. La basilica inferiore fu eretta nel V secolo, come conferma la tecnica costruttiva dei muri a moduli di tufelli e mattoni tipici di quel periodo. Essa è costituita da una grande aula a pianta rettangolare di m. 35,35 x 19,25 a unica navata, orientata in senso est-ovest (cioè in modo analogo a quello della chiesa superiore) e fu costruita utilizzando le pareti perimetrali di un grande ambiente preesistente del III secolo d.C., a cui fu poi aggiunto tutto il settore del presbiterio, comprendente l'abside e i due ambienti laterali. Questa basilica inferiore soffrì moltissimo per i continui straripamenti del vicinissimo fiume Tevere, che provocavano un continuo rialzamento del terreno. Già dopo il Mille, l'antica basilica paleocristiana di S. Crisogono risultava interrata di circa sei metri. Nel 1123 il cardinale Giovanni da Crema (titolare della basilica negli anni 1116-1137) stabilì che la chiesa doveva essere ricostruita dalle fondamenta. Per prima cosa fece edificare in prossimità della chiesa un monastero e un oratorio ove far svolgere le funzioni religiose durante i lavori; poi fece interrare l'antica basilica e fece innalzare la nuova sei metri più in alto, al livello raggiunto all'epoca dal terreno. In tale occasione fu anche alzato il campanile romanico. La nuova chiesa di S. Crisogono non fu tuttavia edificata esattamente sull'antica, ma un poco più a destra in modo tale che le fondazioni del muro perimetrale sinistro trovassero immediatamente a destra della vecchia abside. Ciò fu dovuto probabilmente all'impossibilità di riutilizzare in toto come muri di fondazione le strutture ormai fatiscenti del complesso antico e forse anche per avvicinare la chiesa alla strada principale di Trastevere, l'attuale via della Lungaretta (oggi surclassata dal moderno e brutto viale di Trastevere). La nuova fabbrica era anche più larga e più lunga, con tre navate, abside semicircolare e portico piano in prospetto. I volumi della basilica medioevale erano sostanzialmente quelli di oggi; sono tuttora visibili le murature medioevali di un fianco e dell'abside. E' peraltro nota anche la facciata della costruzione medioevale, immortalata da antiche incisioni: era preceduta da un portico con due pilastri e quattro colonne centrali di ordine ionico sorreggenti una cornice in pietra e mattoni ed il tetto ad una falda e inclinato verso l'esterno. Dal portico si accedeva alla basilica attraverso una vasta e unica apertura fortemente incorniciata. La facciata si concludeva in alto con un guscio dal ciglio orizzontale, ed era aperta da tre finestre, le laterali rettangolari, la centrale 'a mandorla'. Il caratteristico guscio dal ciglio orizzontale a conclusione della facciata, si ritrova ancora nelle basiliche di S. Maria in Trastevere e S. Maria in Aracoeli. L'altare della nuova basilica fu dedicato il 7 agosto 1127 dal cardinale Giovanni da Crema, come risulta dall'epigrafe ora nel coro, ma l'opera fu però completata due anni più tardi nel 1129, come si legge in un'altra epigrafe ora nel transetto, presso la porta della sacrestia. L'interno della chiesa era a tre navate con soffitto a capriate e transetto sopraelevato. I fusti delle colonne ed i capitelli erano di spoglio; sopra correva una trabeazione piana con la cornice a modiglioni. Antichi dipinti attribuiti a Pietro Cavallini (fine sec. XIII) dovevano trovarsi al posto degli attuali tre riquadri con scene della vita di s. Crisogono nel catino absidale, mentre ancora si conserva, al centro del tamburo, la famosa tavola musiva con la Vergine e Bambino tra i ss. Giacomo e Crisogono, forse anch'essa di mano del Cavallini. L'attuale aspetto della chiesa si deve in gran parte ai lavori promossi nel 1602 dal cardinale titolare della chiesa Scipione Caffarelli Borghese (nipote di papa Paolo V).

 

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S. Cecilia (Piazza di S. Cecilia)
La basilica di S. Cecilia sorge sulle fondamenta di una casa romana tuttora esistente, che sarebbe appartenuta a Valeriano e a sua moglie Cecilia, alla cui morte l'edificio sarebbe passato in eredità alla Chiesa di Roma, conservando nel nome del titulus il ricordo dell'antica proprietaria. La fonte più antica relativa al titulus è quella del Martirologio Geronimiano degli inizi del V sec. nel quale si ricorda: Romae transtibere, Cecilii. L'edificio, che agli inizi del sec. IX doveva trovarsi in condizioni di estrema fatiscenza, fu ricostruito da papa Pasquale I (817-824), che provvide a traslare qui le reliquie dei ss. Cecilia, Valeriano, Tiburzio e Massimo. Secondo una pia leggenda, Cecilia sarebbe apparsa a Pasquale I per rivelargli il luogo della sua sepoltura, nelle Catacombe di Callisto sull'Appia. Pasquale I fece decorare la nuova basilica con uno splendido mosaico (che si conserva ancora) e con altre decorazioni (tra cui le raffigurazioni dei predecessori del papa) oggi perdute. La basilica di Pasquale I era a tre navate divise da dodici colonne corinzie per lato e terminava con un'abside sovrastante una cripta semianulare (poi trasformata alla fine del sec. XI in un ambiente completamente chiuso). Nel 1100 Pasquale II ricostruì il monastero, e a quell'epoca risale la parte più antica del chiostro. Tra il XII e il XIII secolo furono poi costruiti il portico e il campanile tuttora esistente. Alla fine del sec. XIII, fu affidata al Cavallini la decorazione della chiesa (parti della quale furono rinvenute nel 1900) e ad Arnolfo di Cambio il nuovo ciborio. Altri lavori furono effettuati in più riprese nel corso dei secc. XV, XVI e XVIII. Nel 1823 a S. Cecilia ebbe luogo un nuovo intervento che conferì all'edificio il suo aspetto attuale. Gli ultimi lavori nella basilica ebbero luogo alla fine del sec. XIX. Nel portico della chiesa si conserva il fregio musivo del sec. XII inoltrato raffigurante S. Cecilia (ripetuta due volte; la seconda sostituì Valeriano durante un restauro), S. Agata, S. Tiburzio, S. Urbano e S. Lucio entro clipei, con al centro la croce con l'alfa e l'omega intercalati a girari. Lungo le pareti del portico sono collocate pietre tombali dei secoli XIV e XV e frammenti di plutei (uno del sec. IX). L'interno dell'edificio è a tre navate: separate dalle due laterali da dodici pilastri in muratura (eseguiti nel 1823) che inglobano le colonne della basilica antica A destra dell'ingresso è collocato il monumento del cardinale inglese Adam de Eston (+1398): originariamente coperto da un tegurio su colonne tortili, era collocato presso l'abside in una cappella dedicata alla Madonna. A quest'opera, apparteneva inoltre una statua (attribuita a Lorenzo di Giovanni d'Ambrogio) raffigurante la Vergine col Bambino e due Angeli reggicandelabro, tuttora conservata nel monastero, La cappella del Crocifisso (eretta nel 1660) consta di due ambienti fra loro comunicanti; nel primo è visibile una colonna dell'edificio di Pasquale I; sull'altare è collocato un Crocifisso fra la Madonna e l'Evangelista, affresco di un artista romano del tardo '300, staccato nel sec. XVII dalle pareti di una casa di proprietà del monastero di S. Cecilia. In terra è poggiato, in attesa di sistemazione, un ciborio cosmatesco. Nella Cappella del Bagno (corrispondente, secono la tradizione, all'ambiente in cui Cecilia avrebbe subìto il martirio dell'acqua bollente) conserva un paliotto d'altare con colonnine cosmatesche. Anche la cappella dei Ponziani (sec. XV) conserva un paliotto d'altare di tipo cosmatesco. Nella navata destra, in fondo, si conserva un affresco del sec. XII proveniente dal portico e raffigurante l'Apparizione di S. Cecilia a Pasquale I e il ritrovamento delle spoglie della Santa, qui sistemato nel 1785. Al centro dell'abside, sopra la confessione, si leva il ciborio di Arnolfo di Cambio, compiuto il 20 novembre 1293. Esso è costituito da quattro colonne di marmo nero con capitelli corinzi sovrastate da pulvini a dado con ornato musivo, su cui si impostano le arcate (nei pennacchi delle quali trovano posto due profeti, quattro Evangelisti e le due Vergini sagge), ed agli angoli quattro nicchie nelle quali sono poste le statue di S. Cecilia, Valeriano, Urbano e Tiburzio a cavallo. In alto, quattro triangoli con rose traforate sostenute da coppie di angeli. Accanto al ciborio si conserva il cero pasquale cosmatesco. Il catino absidale è decorato con il celebre mosaico di Pasquale I; la composizione raffigura: al centro Cristo barbuto, al quale la mano di Dio Padre porge la corona; a sinistra S. Paolo e S. Cecilia che presenta Pasquale I con il nimbo quadrato e il modello della chiesa; a destra S. Pietro, S. Valeriano, e S. Agata; due palme (simbolo del Paradiso) fiancheggiano la composizione. Nella fascia sottostante sono rappresentate due teorie di agnelli che escono dalle città gemmate per dirigersi verso l'Agnello al centro, e una iscrizione commemorativa:Haec domus ampla micat variis fabricata metallis olim quae fuerat confracta sub tempore prisco condidit in melis Paschalis praesul opimus hanc aulam Domini firmans fundamine claro aurea gemmatis resonant haec dindima templi laetus amore Dei hic coniunxit corpora sancta Ceciliae et sociis rutilat hic flore juventus quae pridem in cryptis pausabant membra beata Roma resultat ovans semper ornata per aevum. La decorazione musiva si completava, nell'arco trionfale, con due file di sante procedenti verso la Vergine con il Bambino in braccio al centro della composizione, mentre in basso i Seniori dell'Apocalisse offrivano corone. Questa parte del mosaico è andata perduta durante i lavori del sec. XVIII, ma un suo resto è ancora visibile nel sottotetto. Nella navata sinistra si aprono due porte: tramite la prima si accede al chiostro delle monache (di cui si conservano tutte le ali medioevali ad arcatelle su colonnine lisce, del sec. XII avanzato) e agli affreschi di Pietro Cavallini; attraverso la seconda si passa invece in un ambiente che immette agli scavi, nel quale sono visibili altre due colonne della basilica di Pasquale I, lastre con decorazione cosmatesca ed una transenna di finestra. Di qui si scende al vasto complesso archeologico di epoca romana che si distende sotto la chiesa. In uno degli ambienti ipogei - oggi adattato a piccolo Museo - è collocato un frammento di sarcofago cristiano risalente agli inizi del III sec., che fu trovato davanti al martyrium, sul quale è scolpito su un lato il Buon Pastore, e sull'altro un'iscrizione metrica relativa alla traslazione delle reliquie da parte di Pasquale I. La cripta, fu sistemata agli inizi del XX secolo dal Giovenale che trasformò il vecchio ambiente costituito da un corridoio risalente al 1599 e da un ambulacro semicircolare di origine medioevale, decorato lungo le pareti con lastre marmoree provenienti dalle catacombe, e da modeste pitture nel soffitto.

 

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S. Giacomo in Settimiano (Via della Lungara),
Delle strutture medioevali della chiesa di S. Giacomo sopravvive soltanto il campanile, trattato nella sezione Campanili medioevali di Roma alla voce S. Giacomo alla Lungara.

 

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S. Maria in Cappella (Vicolo di S. Maria in Cappella)
La chiesa di S. Maria in Cappella è ricordata per la prima volta in un'epigrafe (conservata a destra della porta d'ingresso, insieme ad altre iscrizioni) in cui si ricorda che essa fu consacrata il 25 marzo 1090, durante il pontificato di papa Urbano II (1088-1099): +Ann Dni Mill XC, ind XIII, men mar, d XXV, dedicata e / hec æccla sce Marie que appell ad pinea per epos Ubaldu / Savin et Iohm Tusculans tem dmi Urbani II papae / in qua sunt reliqe ex vestimentis sce Marie virg rel pet / apli Cornelii pp Calisti pp Felicis pp Yppoliti mar Ynas / tasii mar Melix marmeniae martiris / da Damaso vitam post morte XP e redemptor. Interessante è la dedica originaria a S. Maria ad Pineam, che precede l'attuale denominazione in Cappella, con la quale la chiesa è ricordata già dal Catalogo di Cencio Camerario (al n° 91 della nostra numerazione). L'odierno appellativo deriverebbe da un'erronea lettura delle parole Eccl(esi)a S(an)c(te) Marie que appell(atur) ad Pinea(m) della seconda riga della sopra citata epigrafe: da ...que appell ad... sarebbe derivato cappella. Non sono ovviamente da escludere altre ipotesi: o che l'appellativo ricordi che in origine la chiesa era semplicemente una cappellina; o che cappella derivi da cupella, il barilotto costruito dai barilai alla cui confraternita fu affidata la chiesa nel sec. XVI. La seconda fonte conosciuta sulla chiesa è costituita da un documento che ricorda la consacrazione di un altare, avvenuta l'8 marzo 1113, da parte dei vescovi di Sabina, Palestrina, Ascoli e Tivoli. Nei secoli successivi le notizie che la riguardano diventano sempre più rare; essa cadde in abbandono e motivi statici consigliarono la chiusura delle navate laterali. In particolare, nella navata di destra Andreozzo Ponziani (suocero di S. Francesca Romana) fondò nel 1391 l'ospedale del SS. Salvatore; alla morte di Andreozzo (1401), si prese cura dell'ospedale s. Francesca Romana, dalla quale il complesso passò in eredità alle Oblate di Tor de Specchi. Ma già nel secolo successivo l'ospedale decadde finchè venne chiuso. Nel 1653 Innocenzo X diede il giuspatronato della chiesa ai Pamphilj. Nel 1797 fu concessa in uso al Sodalizio dei Marinari di Ripa e Ripetta, i quali la restaurarono. Verso la metà del XIX secolo furono intrapresi grossi lavori di restauro, sia alla facciata che all'interno, che conferirono alla chiesa l'aspetto attuale. L'interno, dipinto a fasce policrome nel secolo scorso, è a tre navate trabeate, con cinque colonne di spoglio per lato, che si divaricano verso la profonda abside. Le cinque colonne della navata destra poggiano su basi antiche di forma diversa; i capitelli sono corinzi. Le navate laterali sono coperte da volte a crociera ribassata (quelle originarie erano coperte a tetto). Delle finestre originarie ne rimane solo una, murata, visibile dall'esterno, posta più in basso delle attuali. Vicino all'altare, nel muro perimetrale (che nella prima parte è leggermente obliquo rispetto all'asse centrale) è incassata una colonna. La navata di sinistra, nella quale si aprono tre grandi finestre, fu interamente riedificata nel secolo scorso. Nulla è rimasto della decorazione medioevale, anche se le antiche descrizioni della chiesa ricordano un dipinto attribuito alla scuola del Cavallini ora scomparso. Sulla destra della facciata si erge il campanile a due piani.

 


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