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chiese medioevali entro le mura rione celio

 

In questa pagina:

Chiese medioevali di Roma

Rione XIX Celio
S. Giovanni a Porta Latina
Ss. Giovanni e Paolo
S. Gregorio e i tre Oratori
S. Maria in Domnica
S. Maria in Tempulo
Ss. Quattro Coronati
Sette Dormienti
S. Sisto Vecchio
S. Tommaso in Formis

Altre chiese entro le Mura
(indice alfabetico della sezione)

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Nota

In questa sezione sono descritte le chiese entro le Mura di Roma che ancora conservano cospicui resti medioevali a loro pertinenti già in origine. Le singole descrizioni privilegiano gli aspetti storici e artistici medioevali, mentre tralasciano la storia e le opere posteriori. Sono qui escluse: le chiese fuori le Mura; le chiese rifatte in età moderna; le chiese medievali scomparse; le chiese nel Vaticano; le basiliche maggiori.


titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 22.09.2007

Oratorio dei Sette Dormienti (Via di Porta S. Sebastiano)
Al n. 7 di via di Porta S. Sebastiano, sul sinistro margine del tracciato urbano della via Appia, nel 1875 lo studioso Mariano Armellini identificò un ambiente della vigna Pallavicini (al tempo utilizzato come deposito di formaggio) con l'antico Oratorio dei Sette Dormienti (non aperto al pubblico). L'edificio è ricavato entro ruderi di epoca classica e ha la sua fronte rivolta alla strada. Dalla sua struttura che anche oggi mantiene, l'Armellini congetturò che in origine fosse una cella sepolcrale profana della via Appia, convertita nei secoli posteriori ad uso d'oratorio cristiano. Oggi, al di sopra di questo ambiente, è stato fabbricato un casale, che ne ha alterato all'esterno la natura e l'aspetto. Il piano antico è stato riportato alla luce negli ultimi lavori di restauro fatti eseguire dalla principessa Pallavicini nel 1962. La porta ha grossi stipiti e architrave marmorei, in cui sono profondamente graffite, o per meglio rozzamente scolpite, varie croci equilatere. L'Oratorio è ricavato in una stanza di circa m. 6 x 4, ricoperta da volta a botte, il cui intonaco è per la maggior parte caduto. Ai due lati della porta vi sono due nicchie quadrate per porvi i lumi. A metà delle due pareti laterali parte un sedile che va a terminare nella parete di fondo. Questa, anziché curva in forma d'abside, è piana, ma vi è ricavata nel basso una nicchia semisferica ove spicca un'immagine dell'Arcangelo Gabriele. Il tipo di muratura risulta alquanto irregolare, vicina ai tipi altomedievali. Nel centro della grande lunetta superiore, dentro una mandorla, si riconosce invece il busto del Cristo: con la destra sta in atteggiamento di benedire alla greca, mentre colla sinistra tiene stretto al petto il consueto volume degli Evangelii riccamente gemmato; il suo capo è cinto da un nimbo adorno di gemme. Alla destra ed alla sinistra dell'imagine due schiere di Angeli, con le ali distese e la figura dolcemente inclinata, in atto di ossequio e riverenza, fanno offerte al Salvatore. Il trovare Gabriele nella nicchia principale dell'edificio è segno che quest'oratorio sia stato a lui dedicato. Nel cosiddetto Catalogo di Torino (1320) infatti, tra la S. Cesareo e S. Giovanni a Porta Latina è citata proprio un'ecclesia Sancti Archangeli (al n° 276 della nostra numerazione: Ecclesia sancti Archangeli non habet servitorem). Nell'angolo sinistro della lunetta di fondo si osserva la figura del committente, un uomo barbato e riccamente vestito; a lettere bianche sul fondo azzurro della pittura è dipinto il nome del personaggio: Beno. Già l'Armellini sospettò che questo Beno fosse lo stesso Beno de Rapiza che fece dipingere nella Basilica sotterranea di S. Clemente due pitture che presentano l'una la conversione di Sisinnio, e l'altra il miracolo avvenuto sulla tomba di S. Clemente nel Mar Nero. In effetti, paragonando le immagini dell'oratorio con quelle di S. Clemente risulta una certa somiglianza, di vesti, di posizione, d'atteggiamento, di fisionomia; lo stesso può dirsi per la figura della consorte Domna Maria di cui nell'Oratorio rimane solo il capo e parte del cero acceso. Non è tuttavia sicuro che sia lo stesso artista che abbia eseguito per il Rapiza gli uni e gli altri dipinti. Esistendo l'ipotesi che il Beno qui rappresentato sia lo stesso degli affreschi della basilica inferiore di S. Clemente, si è pensato che forse in questa rappresentazione egli, insieme alla moglie sia stato rappresentato in un momento precedente della propria vita, visto che negli affreschi di S. Clemente (datati agli ultimi anni dell'XI secolo) compare insieme ai figli: nel complesso la datazione dell'Oratorio andrà dunque ancorata verso il V-VII decennio del secolo XI. Sotto l'immagine di Beno, si vedono poi tre santi orientali, forse Atanasio, Basilio e il Crisostomo. Dall'altro lato, in corrispondenza di questi tre personaggi, sotto l'immagine di Maria moglie di Beno rimangono le tracce di tre figure muliebri coperte d'ampia stola; il nimbo ne rivela la santità ma ogni congettura sul loro conto e sul loro nome risulterebbe priva di qualsiasi fondamento. Nella parete destra dell'Oratorio restano altre figure: un santo monaco dalla bianca barba, due angeli (uno forse da identificare con l'Arcangelo Michele), un santo vescovo e varie altre immagini di santi. Lo stile dei dipinti sembra tale da risalire all'incirca all'epoca di quelli della parete di fondo fatti eseguire per cura di Beno de Rapiza. L'Oratorio risulta in precedenza essere stato intitolato ai Sette Dormienti di Efeso che vi riscossero venerazione e dei quali qui fiorì un tempo il culto: a prima del 1000 risale il ricordo di due stanze dedicate in questa zona alla memoria dei Santi Dormienti. Purtroppo dalle pitture non è dato cogliere nulla che si leghi alla storia di questi personaggi. La denominazione si estese poi a tutta la contrada circostante. Dell'Oratorio, dopo il 1320, non si fa più menzione fino a quando il Pontefice Clemente XI (XVIII secolo), che nutriva particolare venerazione per i Sette Dormienti e per la cultura orientale, volle che esso, di cui ai suoi giorni non si era perduta la memoria, fosse restaurato e gli fece assegnare un fondo fruttifero per il mantenimento di una lampada che ardesse in perpetuo in onore di quei Santi; è possibile che ai tempi di Clemente XI fossero visibili le loro immagini poi più tardi deperite.

 


S. Maria in Tempulo (Via Valle delle Camene)
La chiesa di S. Maria in Tempulo, oggi sconsacrata e di proprietà del Comune di Roma, si trova alle pendici del Celio, lungo il tracciato del tratto urbano dell'antica via Appia (odierna via Valle delle Camene); qui in antico era l'Area Apollinis, una piazza con un grande monumento quadrato (probabilmente una fontana) che probabilmente sorgeva proprio sul luogo dell'attuale chiesa. Benché il primo documento che ci attesti con certezza l'esistenza di un Monasterium Tempuli sin dell'806, le origini della chiesa di S. Maria in Tempulo devono probabilmenterisalire alla fine del VI secolo, quando una comunità religiosa greca edificò sui ruderi dell'Area Apollinis un primo oratorio dedicato a S. Agata; in effetti l'analisi muraria dell'edificio conferma tale ipotesi. Il primitivo oratorio svolgeva probabilmente funzione di diaconia: trovandosi infatti giusto a ridosso della via Appia, ben si prestava all'accoglienza dei pellegrini provenienti da sud e dall'Oriente. Nell' 846 l'oratorio fu coinvolto nel saccheggio dei saraceni, ma ciò non fermò la fortuna del monastero: nel 905 papa Sergio III emanò una bolla in cui conferma al conferma al Monasterium Tempuli delle proprietà sulla via Laurentina, a patto che le monache recitassero cento volte al giorno il Kyrie Eleison e il Kristi Eleison. Questa bolla è molto importante perché per la prima volta è citata la ancora oggi famosa icona acheropita di S. Maria in Tempulo. Su essa circolò una leggenda, formatasi intorno all'XI-XII secolo, secondo cui l'icona fu donata al monastero da un certo Tempulus, esule costantinopolitano e residente nei pressi dell'oratorio; essa sarebbe stata poi trafugata da papa Sergio III per collocarla in Laterano, ma miracolosamente sarebbe tornata da sola nel monastero, con conseguente pentimento del papa. Tale leggenda è stata utilizzata da alcuni studiosi per giustificare il toponimo Tempulo, che deriverebbe dunque dal nome del proprietario delle terre della zona, anche se non è mancato chi abbia fatto derivare il toponimo da templum, ipotizzando che il monastero sorgerebbe su resti di un piccolo tempio, forse collegato all'Area Apollinis. Nel 977 è documentata per la prima volta la denominazione di monasterium Sanctae Mariae qui vocatur Tempuli, mentre bisogna attendere sino al 1155 perché compaia ufficialmente anche una ecclesia S. Mariae in Tempuli; il titolo di chiesa pubblica, in sostituzione di oratorio (che comunemente indica una chiesa privata), è sintomo di un rinnovamento non solo edilizio ma anche del ruolo svolto dall'insediamento religioso nella zona. Tale rinnovamento si data tra il 1035 e il 1155, sulla base dei documenti e delle murature. Nel campanile, di cui sopravvivono soltanto due lati inglobati nella muratura dell'edificio, mostra resti di muratura stilata a falsa cortina, che si data alla fine dell'XI secolo. Il monastero in questo periodo risulta avere molte proprietà; tra XI e XII secolo dobbiamo collocare il periodo di massimo splendore del monastero. Nel 1216, su incarico di papa Onorio III, s. Domenico fondò il primo ordine monastico di clausura (le suore Domenicane). Per formare la comunità, scelse le suore del monastero di S. Maria in Tempulo, ove ancora si conservava la celebre icona, quelle di S. Bibiana e di altri monasteri: queste si dovettero trasferire nel vicino monastero di S. Sisto abbracciando la regola domenicana. Il 25 aprile del 1221 Onorio III con una bolla soppresse definitivamente la comunità di S. Maria in Tempulo. Tale atto portò a S. Sisto ingenti ricchezze nonché la fama rappresentata dalla sua icona: premesse queste necessarie affinché l'impresa avviata da s. Domenico avesse successo. Le Tempoline trasferirono a S. Sisto anche la loro storia, gli usi liturgici greci seguiti dalla comunità fin dalle sue origini, come la recita per cento volte al giorno per tutto l'anno del Kirie elison e del Kristi eleison, tradizione che proseguì fino al 1793. Da questo momento la storia delle suore di S. Maria in Tempulo segue di pari passo la storia del convento di S. Sisto sull'Appia: l'icona continuò ad essere venerata in questo nuovo monastero, e vi rimase per 356 anni: oggi si trova in S. Maria del Rosario a Monte Mario. Con l'allontanamento delle monache dal monastero di S. Maria in Tempulo termina la fase religiosa di questo complesso che subì l'ultimo colpo di grazia nel 1310-12, quando le truppe dell'imperatore Enrico IV lo saccheggiarono: non a caso, nel Catalogo di Torino del 1320 (al n° 279 della nostra numerazione) la chiesa di S. Maria in Tempulo è infatti ricordata come distrutta e senza più occupanti. Nella seconda metà del sec. XVI, Filippo Buocompagni, cardinale di S. Sisto, progetta di elevare sulle rovine di S. Maria in Tempulo una grande chiesa sui cui muri dovevano essere dipinti i miracoli attribuiti all'icona della Madonna; ma tale progetto non andò in porto. Nella pianta del Tempesta del 1593 sul sito del monastero compare una costruzione con logge nascosta tra gli alberi, che potrebbe identificarsi con il nostro edificio già nella sua trasformazione tardo-cinquecentesca. L'analisi muraria dei fronti Sud-Ovest, e Nord-Ovest ha rilevato infatti la presenza di una muratura irregolare del XVI-XVII secolo, composta di laterizi di recupero, pietra arenaria, scaglie lapidee, tubi fittili e tegole. la confusione dei materiali per la loro natura e per le loro dimensioni, messi in opera senza regolarità suggerisce tuttavia la buona qualità del conglomerato cementizio. Dai primi anni del '600 il destino dell'edificio si lega poi a quello della Villa Mattei (oggi più nota come Villa Celimontana): tra il 1581 e il 1586 Ciriaco Mattei aveva deciso di rinnovare la vigna sul Celio venuta in dote alla moglie, servendosi di Giacomo del Duca, allievo del Michelangelo, e di altri architetti. Il progetto comportò la costruzione di un edificio e la sistemazione di un parco dotato di ricchissimi arredi, secondo il gusto dell'epoca. E fu probabilmente proprio all'inizio del Seicento, nel quadro dei lavori promossi dai Mattei, che la chiesa (o, per meglio dire, l'abitazione sorta sui suoi ruderi) fu annessa nelle loro proprietà e trasformata in un ninfeo. Nel 1736-48 G. B. Nolli nel libro di appunti per la stesura della sua Pianta di Roma riporta la descrizione dell'edificio, che ormai risulta però già diventato un fienile. Soltanto nel 1927 lo Hülsen vi riconobbe quanto rimaneva dell'antico e glorioso monastero. Fu forse questo il motivo per cui nel 1935 (quando iniziarono i lavori per l'apertura della Passeggiata Archeologica) l'edificio si salvò, invece di essere demolito come altre preesistenze medievali della zona. Anzi, in tale occasione l'edificio fu consolidato con contrafforti murari sui lati sul fronte nord-ovest; furono inoltre chiuse le aperture del fienile, furono eretti due muri interni con arcata ogivale e fu aperto un lucernario sul tetto. Attualmente l'edificio, nuovamente restaurato, è utilizzato dal Comune di Roma come sede di rappresentanza e come luogo di celebrazione dei matrimoni civili.

 


S. Giovanni a Porta Latina (Via di Porta Latina 17)
La cronologia della chiesa di S. Giovanni Evangelista a Porta Latina è molto dibattuta. Secondo una notizia raccolta da Tertulliano alla fine del sec. II d.C., s. Giovanni Evangelista avrebbe subito a Roma il martirio con l'immersione in una caldaia di olio bollente e, uscitone illeso, sarebbe stato relegato a Patmos; il luogo del martirio viene localizzato nei pressi della Porta Latina. In effetti, nei pressi della basilica su via di Porta Latina, ai piedi d'una piccola altura detta nel Medioevo Monte Calvarello, esiste una cappella (che oggi si presenta in forme cinquecentesche) detta di s. Giovanni in Oleo che si crede esser propriamente il luogo ove il santo fu posto nella caldaia. La chiesa vera e propria, secondo la tradizione, sarebbe stata costruita al tempo di Papa Gelasio I (492-496); a questo periodo infatti risalgono i resti rinvenuti nell'abside e che dimostrano che la basilica aveva un impianto di tipo orientale, con abside a tre lati preceduta da un avancorpo con i due pastophòria che concludono le navatelle; la tradizione trova conferma nel tipo di muratura (in opera listata a filari irregolari) e nelle tegole del vecchio tetto, di cui una è conservata come leggio, che portano stampigli dell'epoca di Teodorico (495-526); tuttavia, l'intitolazione all'Evangelista non è documentata prima del VII secolo (683). Il Liber Pontificalis attesta che Adriano I tra il 772 e il 795 restaurò la chiesa (in omnibus noviter renovavit). Nel 1144-45 la chiesa divenne proprietà della Basilica Lateranense. A questa epoca dovrebbe risalire la ricostruzione dell'edificio, che si dovette concludere entro il 1191, anno in cui Celestino III (1191-1198) traslò qui le reliquie dei ss. Gordiano ed Epimaco e riconsacrò la chiesa, come testimoniato da un'iscrizione dedicatoria, un tempo murata in controfacciata e ora collocata sul fronte di un moderno leggio: Anno Dominicae Incarnationis MCLXXXX[I] Ecclesia Sancti Johannis ante Portam Latinam dedicata est ad honorem Dei et betai Johannis Evangeliste manu domini Celestini III pp., presentibus fere omnibus cardinalibus tam episcopis quam et aliis cardinalibus, de mense madiam die X festivitatis ss. Gordiani et Epimachi, est enim ibi remissio vere penitentibus AXI, dierum de injunctis sibi penitentiis singulis annis. La muratura, analoga a quella della chiesa superiore di S. Clemente, sembra confermare la datazione. Quando sotto Bonifacio VIII (1299-1303) S. Giovanni in Laterano passò con tutte le sue possidenze al clero secolare, S. Giovanni a Porta Latina rimase senza rendite e i canonici l'abbandonarono. Nel Catalogo delle chiese di Roma, ora presso la Biblioteca Nazionale di Torino, cod. Lat. A.381, fatto redarre intorno al secondo decennio del sec.XIV dalla Romana fraternitas in cui era riunita la gran parte del clero romano è segnalata per inciso la presenza di quindici fratres paupertatis presso la chiesa di san Giovanni a Porta Latina in Roma. Va sottolineato che i fratres paupertatis costituiscono una delle frange del cosiddetto movimento dei fraticelli, un'emanazione dissidente dell'Ordine francescano, che fu tacciata d'eresia per le opinioni sostenute sulla povertà di Cristo e di s. Francesco.É in verità già abbastanza singolare che la notizia venga riferita senza scandalo, ma poi è affatto sorprendente che, sebbene il clero romano non fosse ignaro dell'esistenza di una conventicola di fraticelli in quella chiesa, questi vi soggiornarono - per quanto possiamo ricavare dalle fonti - per almeno altri vent'anni: quei fraticelli di Porta Latina infatti già corrispondevano nel 1313 con Angelo Clareno (cf. ANGELI CLARENI, Epistulae, ed. L. von AUW, Roma, 1980, pp.1-10 e 28-32); ed erano ancora lì nel 1334 (stando a quanto afferma il fraticello Francesco Vanni al processo di Rieti del 1334: cf. R. MOSTI, L'eresia dei fraticelli nel territorio di Tivoli, "Atti e memorie della Società tiburtina di storia e d'arte", 33 (1965), pp. 41-110., p.72); eppure papa Giovanni XXII con le bolle Quorundam exigit, Sancta Romana e Gloriosam ecclesiam aveva espressamente inteso colpire senza discriminazioni tutta la dissidenza francescana. Non può non stupire che il clero pur essendo al corrente di una così ben radicata presenza ereticale, non intervenisse in alcun modo per estirparla; e anzi, sembra che esso abbia addirittura complicato certe azioni inquisitoriali dirette a questo scopo: Mariano . Armellini (Le chiese di Roma dalle origini sino al secolo XVI, Roma, 1887, pp. 36 sgg.) ha trascritto un'interessantissima lettera di Giovanni XXII ai rettori della Romana fraternitas del 1325, nella quale si tratta della giurisdizione dei rettori stessi nelle cause ecclesiastiche. In essa si legge: "...insuper ac Universis Rectoribus dicte fraternitatis qui pro tempore fuerint edicto perpetuo prohibemus, ne de usurarum et matrimonium judeorum seu judeos quocumque modo tangentibus et heretice pravitatis causis, litibus vel questionibus, nec non de ecclesiis intitulatis seu commendatis ejusdem fratribus nostri S. R. E. cardinalibus et personis ipsorum seu de capellis et parrochiis ipsarum ecclesiarum, ac clerici et parochialis eorum vos aliquatenus intromittatis aut etiam intromittant". Cf. anche Von AUW, Introduction, in ANGELI CLARENI, Epistulae cit., che ritiene in maniera assolutamente infondata che il Catalogo sia opera di un ignoto pellegrino torinese. Ultimissima cosa da notare sempre in merito al Catalogo, è che anche nelle donne romane si riflesse l'ondata del separatismo francescano. Sappiamo infatti, ancora dal Catalogo, che diciotto moniales dimoravano nel monasterium sancti Laurenti in Panisperne; questa comunità era stata retta da una tal Francisca, cui scrisse il Clareno una lettera che risale agli anni 1319-33 (ANGELI CLARENI Epistulae cit., pp.91 sgg.). É interessante che questa stessa comunità sarà retta, sul finire del sec. XIV, da Gregoria nipote del prefetto di Vico Giovanni III, il quale diede appoggio e protezione a un gruppo di fraticelli nella seconda metà del sec. XIV. A partire dal sec. XVI la chiesa subisce tutta una serie di interventi che portano, tra l'altro, al danneggiamento degli affreschi medioevali (1566). Nel 1905 le Suore Turchine della SS. Annunziata si stabilirono nel monastero che divenne di clausura e fu in questo periodo che il padre Paul Styger scoprì nel sottotetto sopra al presbiterio gli affreschi medioevali; si procedette allora al restauro sotto la direzione di monsignor Wilpert (1913-15). Nel 1937 assunsero l'officiatura della chiesa i Padri Rosminiani che ne realizzarono nel 1940-41 un restauro (con interventi non sempre legittimi) teso al ripristino delle strutture medioevali e alla demolizione di tutte le aggiunte dei secc. XVII e XVIIIl: fu allora recuperato il portico, riaperte le tre finestre della facciata e dell'abside e restaurato il campanile con lo svuotamento delle trifore; anche l'interno fu completamente liberato dalle superfetazioni. Un piccolo avanzo di velarium, probabilmente di età carolingia, ritrovato nel pastoforio destro, diede lo spunto per dipingerne uno simile tutt'intorno la chiesa. Nel sagrato, a sinistra, è un pozzo fiancheggiato da due colonne con capitelli a foglie schematiche della fine del IV secolo. La margella del pozzo (sec. IX), di forma troncoconica, è adorna da due serie sovrapposte di girali che riproducono un albero della vita che si espande su tutta la superficie. Sull'orlo è una iscrizione che recita: In nomine Pat[ris] et Filii et Spi[ritus Sanct]i. Omnes sitie[ntes venit]e ad a[quas]. Ego Stefanus... Stefano potrebbe essere o l'incisore o il committente. La chiesa è preceduta da un portico con quattro colonne (di cipollino, di granito bigio, di granito rosso, di marmo bianco scanalato) che sostengono cinque archi; i capitelli sono antichi e sono tutti ionici, tranne uno che è dorico. La porta marmorea è senza sguincio ed ha intorno un ornato cosmatesco, con una cornice a mosaico in porfido rosso e verde; sopra è disegnato a monocromo nero un busto del Redentore tracciato su finto bugnato. Il portico doveva essere totalmente affrescato, ma l'intonaco è in gran parte caduto; ne restano sulla destra alcuni frammenti affrescati, uno dei quali sembra rappresentare La folla in ascolto della predica del Battista. È opera di difficile lettura e interpretazione, in cui si è voluto vedere un rapporto stilistico con le pitture della chiesa inferiore di S. Clemente ed è stata pertanto datata alla fine del sec. XI. Il lacerto, copre di fatto la tamponatura di un'apertura a destra del portale d'ingresso, probabilmente un antico ingresso laterale. Il frammento non è isolato; altri minori, presumibilmente dello stesso strato e di uguale cromia, compaiono nell'angolo a fronte della parete destra che fa angolo con la parete del portico vero e proprio; altri ancora, assai rovinati ma certamente d'età romanica, si vedono sulla base del campanile ad angolo con la facciata. L'interno è a tre navate, divise da due file di cinque colonne di spoglio (due di granito bigio, due di granito, due di cipollino, due scanalate di pavonazzetto, una di granito rosso, una di marmo bigio lumachellato). I capitelli sono tutti ionici: due antichi, del I secolo; gli altri otto sono stati eseguiti per essere adattati alle colonne, probabilmente nel V secolo. Le pareti della navata centrale hanno una fila di monofore a tutto sesto, riaperte dopo il ritrovamento degli affreschi e la demolizione delle strutture e delle decorazioni barocche. La navata centrale, alta m. 10,07 e larga m. 7,5 è coperta, come le navate laterali, da un tetto di legno a capriate moderno; anche il pavimento è moderno, mentre il pavimento della basilica del XII secolo si trova a 48 cm. sotto l'attuale (solo il portico ha conservato il livello primitivo). Le navate laterali terminano con due ambienti rettangolari, in cui sono state ricavate le absidi; gli ambienti comunicano con il presbiterio mediante arcate. L'abside centrale è semicircolare all'interno, semiesagonale all'esterno; tre grandi finestre si aprono nell'abside. Nel presbiterio, separato da un gradino, è un pavimento in opus alexandrinum a disegno geometrico; il gradino è costituito da un rilievo con girali e testine di rara eleganza, che rappresenta un caso tra i più interessanti nel gruppo non folto delle opere di scultura a Roma tra fine XI e inizio XII. L'altare moderno utilizza come paliotto un frammento di pluteo preromanico con un arbusto centrale da cui si dipartono tralci che formano una serie di volute (IX secolo); esso è analogo a un altro frammento usato sul fronte del leggio di pietra, dove è stata sistemata anche la lastra con l'iscrizione del 1199. Nella predella dell'altare è inserita un'epigrafe che recita: Tit. S. Ioannis ante Portam La[tinam]. Il ciclo di affreschi che decora le pareti è opera di tre o quattro pittori che hanno attinto, forse attraverso le Bibbie figurate, a schemi paleocristiani. Si tratta di un esempio, ancora da approfondire, di un ciclo pittorico databile alla seconda metà del XII secolo. Nella parete sopra all'abside è raffigurato il Libro sigillato (indice dei segreti nascosti di Dio) che doveva essere sorretto da cattedra sormontata da croce gemmata; ai lati, due angeli in atteggiamento riverente e, dietro di essi, i simboli dei quattro Evangelisti. Sotto sono raffigurati gli Evangelisti (rimane solo Giovanni e frammenti di altre figure), mentre ai lati della tribuna i ventiquattro seniores dell'Apocalisse offrono le grandi corone d'oro. Le pareti laterali della navata centrale sono affrescate su tre zone. Il ciclo ha inizio sulla parete destra e si svolge anularmente.

Le pareti laterali della navata centrale sono affrescate su tre zone. Il ciclo ha inizio sulla parete destra e si svolge anularmente.

Antico Testamento

Nuovo Testamento

1) Creazione del mondo 19) Annunciazione 33) Resurrezione di Lazzaro
2) Creazione di Adamo 20) Visita a S. Elisabetta 34) Ingresso di Gesù a Gerusalemme
3) Creazione di Eva 21) Andata a Betlemme 35A) Ultima Cena
22) Nascita di Gesù 35B) Lavanda dei piedi
4) Il peccato originale 23) Annuncio ai pastori 36) Tradimento di Giuda
5) Adamo e Eva condannati 24) Adorazione dei Magi 37) Trasporto della croce
6) Cacciata dall'Eden 38) Crocifissione
7) Il cherubino di guardia all'Eden 39) Deposizione

8) Adamo ed Eva dopo il peccato
9) Sacrificio di Caino ed Abele
10) Morte di Abele
11) Maledizione di Caino

47) Giudizio Universale
12) Missione di Noè 25) Sogno di Giuseppe 40) Le pie donne al sepolcro
13) Arca di Noè 26) Fuga in Egitto 41) Apparizione di Gesù alle due Marie
14) Abramo e gli angeli 27) Strage degli Innocenti 42) I discepoli di Emmaus
15) Sacrificio di Isacco 28) Gesù fra i dottori 43) Fractio panis
16) Giacobbe toglie al fratello il diritto di primogenitura 29) Battesimo di Gesù
30) Trasfigurazione
44) Incontro sulla via di Emmaus 45) Incredulità di Tommaso
17) Combattimento di Giacobbe con l'angelo
18) Sogno di Giacobbe
31) La samaritana 32) L'adultera 46) Apparizione sul lago di Tiberiade

Un aspetto degli affreschi di solito non sufficientemente messo nel giusto risalto è costituito dalla loro particolare disposizione che consente in alcuni casi di mettere in relazione episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento, in maniera da mostrare la concordanza tipologica tra le due parti della Bibbia; gli esempi più interessanti in tal senso sono costituiti dalle coppie: 4 - 36 (Peccato Originale - Tradimento di Giuda); 5 - 37 (Condanna di Adamo ed Eva - Trasporto della Croce); 6 - 38 (Cacciata dall'Eden-Crocifissione). Nella navata destra infine sopravvivono consistenti avanzi di altri affreschi identificati o come Storie di S. Elisabetta o come Storie di Anna e Gioacchino.

 


Ss. Giovanni e Paolo (Piazza Ss. Giovanni e Paolo)
La Basilica dei Ss. Giovanni e Paolo sorse su un gruppo di case del I-III secolo d.C. Fonti antiche attestano che un certo Pammachio vir eruditus et nobilis, morto nel 410, avrebbe fondato una basilica, la cui prima menzione risale al tempo di Leone I (440-461). Il Titulus Pammachii era un'aula absidata tripartita da colonne; grandi finestre si aprivano nell'abside e lungo i fianchi. La facciata era invece completamente traforata da cinque arcate, sia al livello del suolo, sia a quello delle finestre. La chiesa paleocristiana subì però purtroppo gravi danni sia con il Sacco di Roma del 410 sia con quello normanno del 1084. Pertanto, alla fine del sec. XI si rese necessario un drastico intervento di restauro del complesso celimontano: tra il 1099 e il 1118 il cardinale Teobaldo riedificò il monastero e cominciò a costruire il campanile, poi terminato dal cardinale Giovanni di Sutri. Alla base del campanile fu eretto un basso arco che servì di sostegno a un'ala del monastero entro cui fu sistemata l'Aula Capitolare. In poco tempo fu anche fabbricato il portico avanti alla chiesa. Adriano IV (1154-1159) completò l'opera del cardinale Giovanni di Sutri. Una nuova fase di lavori ebbe luogo nel 1216 a cura del cardinale Cencio Savelli, poi papa Onorio III, che sopraelevò il portico creandovi sopra una galleria; a lui si devono anche la suggestiva galleria ad archetti intorno all'abside, il portale cosmatesco, il pavimento in opus alexandrinum, il ciborio (rimasto in situ fino al 1725) e l'altare sul locus martyrii. Nel 1448 ai canonici si sostituirono i Gesuati, che nel XVI secolo promossero importanti restauri. Dopo vari passaggi di proprietà, nel 1773 Clemente XIV affidò la chiesa ai Passionisti che tuttora la officiano. Ultimi eventi degni di menzione sono i grandi lavori effettuati tra il 1950 e il 1952, che portarono al ripristino della facciata paleocristiana, del portico, del monastero, del campanile e allo scavo dei resti del Tempio del Divo Claudio (sec. I d.C.) sotto il monastero. Il portico, del sec. XII, è sorretto da otto colonne (tre di granito rosso, tre di granito bigio e due di marmo tasio); i capitelli sono ionici (medioevali) e corinzi. Sull'architrave corre la seguente iscrizione: Presbiter ecclesi(a)e roman(a)e rite Johannes / h(a)ec animi voto dona vovenda dedit / martyribus Christi Paulo pariterque lo(h)anni passio quos eadem contulit esse pares. Sul muro a destra è visibile lo stemma dipinto del cardinale Matteo Orsini, titolare dal 1327 al 1338. Sopra al portico è la galleria; essa era in origine più alta (l'altezza originaria è indicata dai due tronconi di muro che la sovrastano alle estremità); nel corso dei restauri del sec. XX essa fu abbassata per rendere visibile la soprastante polifora paleocristiana a cinque archi retti da colonne antiche con capitelli corinzi di spoglio e rozzi pulvini; i sottarchi sono dipinti. Sui fianchi sono visibili le finestre molto ravvicinate di epoca paleocristiana, sovrastate da oculi. Nella parete di fondo nel portico si conservano due delle colonne che sostenevano la serie di cinque archi che davano accesso alla basilica paleocristiana. Il portale cosmatesco è del sec. XIII; ai piedi sono due leoni simbolo della Chiesa militante e giudicante; sull'architrave un'aquila ad ali aperte. Vi sono tracce di affreschi della metà del sec. XIII, che sovrastano alcuni stemmi dipinti precedentemente. A destra parte della facciata del convento del card. Teobaldo (primi anni del sec. XII) al quale il portico si è addossato. L'interno della chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo fu completamente rinnovato nel 1718. Le sedici colonne di granito bigio della basilica originaria furono allora addossate ai pilastri. Nel 1911 la decorazione fu rimaneggiata con false specchiature di marmi colorati. Il pavimento, rifatto nel sec. XVIII, incluse molte parti di quello in opus alexandrinum del sec. XIII. All'inizio della navata destra sono collocate due lapidi del sec. XI con un elenco di beni posseduti dalla Chiesa e una bolla pontificia di convalida del possesso. Nella cappella del SS. Sacramento, in fondo alla navata sinistra, si conserva, dietro l'altare, un affresco raffigurante Cristo e sei Apostoli in un portico (datato 1255), che è in pratica tutto quello che rimane della decorazione duecentesca. In fondo alla navata destra è l'ingresso alle Case romane su cui sorse la chiesa paleocristiana. In particolare, un ambiente ipogeo (situato sotto la navata sinistra della chiesa) fu nel Medioevo decorato ad affresco: si distinguono ancora una Crocifissione con soldati che giocano ai dadi la veste di Cristo (sec. IX) e un Cristo in trono tra i ss. Michele, Gabriele, Giovanni e Paolo (sec. XII). Dal clivo di Scauro, scavalcata da archi di valico medioevali a blocchetti di peperino e cotto (sec. XIII o XIV, tranne quello più in basso che è del V secolo), si scorge l'abside della chiesa della fine del IV secolo, su cui Cencio Savelli nel sec.XIII eresse l'elegante galleria ad arcatelle. Il sovrastante timpano del tetto con cornice orizzontale laterizia è del tempo del cardinale Giovanni di Sutri. Sulla piazza dei SS. Giovanni e Paolo, a destra della chiesa, è il monastero del sec. XII, la cui facciata è stata ripristinata nei recenti lavori, riaprendo la porta originale su cui è una tipica bifora con alto davanzale marmoreo (un'altra analoga è rimasta chiusa entro il portico della chiesa che si è addossato alla facciata). Le strutture che seguono sulla destra, a tufelli e mattoni, fanno parte di una torre che permetteva di accedere al campanile passando sopra all'arcone ribassato costruito sulla strada romana che costeggiava le costruzioni del Tempio del Divo Claudio. Su quest'arco è fondata la facciata del tempo di Giovanni di Sutri (metà sec. XII), caratterizzata da una finestra, da due trifore e dalla bifora sovrastante. Cencio Savelli sopraelevò il monastero con una muratura a tufelli e costruì la quadrifora superiore. Il muro doveva essere interamente dipinto a fasce bianche e rosse alternate, su un sottile strato di intonaco. Nell'interno del monastero sono visibili le arcate in travertino a bugne rustiche delle sostruzioni del Tempio del Divo Claudio, su cui si eleva la facciata ovest del monastero; in questa è stata recentemente ripristinata una delle pentafore ad archi acuti, degli inizi del sec. XIV.

 


S. Gregorio e i tre Oratori (Piazza S. Gregorio) Nucleo generatore del complesso di S. Gregorio al Celio fu il monastero di S. Andrea, fondato da Gregorio I Magno nel sec. VI. Il monastero comprendeva oratori, una foresteria, un granaio, una stalla, un atrio con un ninfeo, un pozzo e una biblioteca, identificata (in maniera non del tutto persuasiva) con la cosiddetta Bibliotheca Agapiti, un edificio tuttora esistente di età tardoantica e visibile lungo il clivo di Scauro. Il monastero di S. Andrea fu un centro attivissimo di vita spirituale; qui s. Gregorio scrisse i suoi Dialoghi; da qui partirono s. Agostino e i suoi compagni per evangelizzare l'Inghilterra. Dai Benedettini il monastero celimontano passò nel sec. VIII ai monaci greci; tornò ai Benedettini nella prima metà del sec. X. Il monastero, danneggiato nel 1084 dalle truppe di Roberto il Guiscardo, fu restaurato da Pasquale II, ma fu poi demolito nel 1573, quando chiesa e monastero passarono ai Camaldolesi, che tuttora li possiedono; rimasero soltanto i muri perimetrali (per sostegno delle terrazze e per segnare i confini della proprietà monastica), i due oratori di S. Barbara e di S. Andrea, la cosiddetta Biblioteca, parti dell'antico chiostro (oggi celate dagli stucchi che decorano il cortile settecentesco) e la chiesa vera e propria. La data di fondazione della chiesa di S. Gregorio al Celio è incerta. Da un disegno del 1572 la chiesa risulta che fosse preceduta da una scala, da un portico e da un atrio; ai suoi fianchi si innalzava un campanile di tipo romanico del XII secolo; a questa stessa epoca dovrebbero risalire le strutture murarie ancora esistenti della chiesa medioevale visibili dall'esterno (in particolare l'abside). Nel 1300 nella chiesa fu consacrato un altare in onore di s. Gregorio e di Benedetto abate. Ai Camaldolesi è dovuta la costruzione della nuova sacrestia e, probabilmente, quella del nuovo portico d'ingresso. Intorno al 1600 il card. Antonio Maria Salviati, abate commendatario, costruì dalle fondamenta una cappella per custodirvi la Madonna con il Bambino, affresco molto ridipinto nel sec. XIV o XV, che, secondo la tradizione, avrebbe parlato a s. Gregorio. Nel 1608 il card. Scipione Borghese promosse la costruzione della facciata e quella del portico nell'atrio. Importanti lavori di rinnovamento ebbero luogo nel sec. XVIII. Alla chiesa medioevale appartengono le sedici colonne antiche (undici di granito, due di bigio, tre di cipollino) a cui furono successivamente addossati i pilastri che spartiscono le tre navate. In un ambiente a sinistra della chiesa sono conservati frammenti di transenne romaniche, di pavimento cosmatesco, lapidi sepolcrali, capitelli, ecc. Altri frammenti altomedioevali (IX sec.), scoperti sotto il piano del cortile, sono stati murati all'ingresso dell'hospitium nel 1973. A sinistra della facciata della chiesa, si accede agli oratori; da notare un frammento di rilievo preromanico a treccia riadoperato nella scala.
Oratorio di S. Barbara. L'ambiente, secondo la tradizione, sarebbe da identificare con il triclinio ove s. Gregorio dava da mangiare ai poveri. La costruzione è medioevale (XII-XIII secolo) e poggia su fondamenta di epoca classica. Dal clivo di Scauro è ben visibile l'opera listata medioevale poggiante sui resti di costruzioni antiche. In origine l'oratorio presentava un ingresso costituito da due archi retti al centro da una colonna; sul fianco sinistro era una serie di quattro archi divisi da colonne. L'interno fu fatto sistemare verso il 1602 dal card. Cesare Baronio. Al centro è posta la tavola marmorea (III sec. d.C.), usata da s. Gregorio come mensa. Sulla tavola è inciso un distico che ricorda il miracolo dell'Angelo.
Oratorio di S. Andrea.
Antica costruzione (XI-XII secolo) restaurata intorno al 1603 dal card. Cesare Baronio. Sulla porta l'iscrizione: Oratorium S. Mariae Virg(inis) et S. Andreae Apost. / a S. Gregorio erectum iterum restitutum. A sinistra è collocata l'iscrizione di un privilegio di Gregorio IX. Tra il soffitto e il tetto sono stati scoperti resti di affreschi (variamente datati o agli inizi del secolo XI, o - forse più fondatamente - al pieno XII secolo) con un Cristo pantocrator benedicente, due Angeli e due Profeti.
Oratorio di S. Silvia.
È l'unico degli Oratori che non sia di origine medioevale; fu infatti costruito dal card. Cesare Baronio nel 1603 e completato dal card. Scipione Borghese. Sul timpano della porta è stato collocato un frontone marmoreo mosaicato del sec. XIV.

 


S. Sisto Vecchio (Piazza Numa Pompilio)
La chiesa è denominata S. Sisto Vecchio, per distinguerla dalla nuova chiesa nel rione Monti intitolata ai Ss. Domenico e Sisto, dove le domenicane di S. Sisto si trasferirono nel sec. XVIII. La prima menzione della chiesa di S. Sisto Vecchio è nel Liber Pontificalis, in cui si ricorda che papa Anastasio I (399-401) fecit autem et basilicam, quae dicitur "Crescentiana" in regione II, via Mamurtini, in urbe Roma; ove la via Mamurtini (da correggere in via Mamertina) è da identificare con l'attuale via Druso. La denominazione di titulus Crescentianae compare ancora nel 499 mentre a partire dal 595 essa è sostituita dall'intitolazione a S. Sisto. La basilica paleocristiana (sec. IV) era a tre navate divise da arcate poggianti su ventiquattro colonne, di cui sei (di granito bigio con capitelli a foglie d'acqua e pulvini) sono ancora in situ; altre colonne e capitelli sono state riadoperate nel monastero; la chiesa primitiva aveva il pavimento in opus sectile a m. 3,45 sotto l'attuale e misurava m. 47,40 x 17,80. La navata centrale, alta m. 13,25, era illuminata da dodici finestre per parte. L'antica abside, priva di calotta, era coperta a tetto e vi erano praticate tre finestre. La facciata, preceduta da un quadriportico, era costituita da una trifora sormontata da tre finestrema fu modificata al tempo di Adriano I (772-795). La chiesa ebbe importanti donazioni al tempo di Leone III (802-806) e Gregorio IV (827-844) e poi subì una radicale trasformazione sotto Innocenzo III (1198-1216); la fabbrica paleocristiana, parzialmente interrata, fu ricostruita a livello più alto (oltre due metri) ad unica navata e in proporzioni più piccole; dell'antico edificio si conservò soltanto l'abside (che fu decorata con importanti affreschi ancor oggi visibili) e si eresse ex novo il campanile. A partire dal sec. XIII, la storia di S. Sisto si intreccia con quella del vicino monastero di S. Maria in Tempulo. Onorio III nel 1219 affidò la chiesa di S. Sisto a s. Domenico che, nel 1220-21, vi trasferì le Suore Domenicane, primo ordine monastico di clausura: molte di loro provenivano dal Monasterium Tempuli. Esse condussero con loro ingenti ricchezze e la famosa icona di S. Maria in Tempulo: premesse queste necessarie affinché l'impresa avviata da s. Domenico avesse successo. Le Tempoline trasferirono a S. Sisto anche la loro storia, gli usi liturgici greci seguiti dalla comunità fin dalle sue origini, come la recita per cento volte al giorno per tutto l'anno del Kirie elison e del Kristi eleison, tradizione che proseguì fino al 1793. L'icona continuò ad essere venerata in questo nuovo monastero, e vi rimase per 356 anni: oggi si trova in S. Maria del Rosario a Monte Mario, col titolo di Nostra Signora del Rosario. II Catalogo di Torino delle chiese di Roma (al numero 278 della nostra numerazione) rende noto che intorno al 1320 nel monastero risiedevano settanta monache e sedici frati predicatori. La chiesa fu restaurata sotto Sisto IV (1471-1484: di questo restauro resta, non in situ, la porta principale marmorea con l'iscrizione commemorativa), sotto Gregorio XIII (1572-1585) - epoca in cui fu anche costruito il chiostro che fiancheggia la chiesa - e sotto Benedetto XIII. Con la Rivoluzione Francese l'edificio decadde. Dopo alterne vicende, nel 1892 il complesso risorse grazie alla iniziativa di una terziaria domenicana, Maria Antonia Lalia, che ottenne l'autorizzazione di fondarvi una nuova Congregazione di Suore Domenicane, che è tuttora fiorente. A seguito dei restauri effettuati negli anni 1930-35 furono scavati i resti della basilica primitiva, ulteriormente esplorati nel 1967-68. Un importante ciclo di affreschi è stato individuato nella stretta intercapedine tra l'abside dell'epoca di Innocenzo III e quella creata nel corso degli interventi quattrocenteschi. Gli affreschi sono divisi in due parti dall'inserimento dell'abside posteriore. Nella parte sinistra dell'abside sono malamente visibili una serie di Santi e un pannello con angeli oranti; segue una Pentecoste e una duplice scena relativa alla Vita di s. Caterina da Siena con accanto un santo martire e due santi giovani. Nella parte destra sono una mezza figura di santo, una Presentazione della Vergine al Tempio, rappresentazioni di quattro santi. Le scene della Vita di s. Caterina e queste ultime rappresentazioni di Santi sono da ascrivere ad un maestro che ha operato tra la fine del sec. XIV e l'inizio del successivo, mentre tutti gli altri affreschi risalgono alla prima metà del sec. XIV: in particolare gli angeli oranti sono stati datati ai primi anni del secolo, mentre agli anni intorno al 1320 dovrebbero risalire i santi e i due pannelli della Presentazione al tempio e della Pentecoste che si collocano nell'ambito della bottega di Pietro Cavallini. Accanto alla chiesa è il chiostro in cui sono visibili parti decorative della chiesa paleocristiana. Sul lato destro è l'ingresso alla Sala Capitolare con portale e due finestre a bifora; in essa si conservano quattro colonne della chiesa primitiva (due con i capitelli originali). Sull'ala del chiostro dalla parte della chiesa, affiorano archi, colonne e capitelli della chiesa primitiva.

 


S. Tommaso in Formis (Via S. Paolo della Croce)
Presso l'Arco di Dolabella sul Celio sorse nell'XI secolo un monastero benedettino, che nel 1207 fu donato da papa Innocenzo III a s. Giovanni de Matha, fondatore dell'Ordine dei Trinitari. Nel 1209 Giovanni de Matha vi costruì accanto un ospedale per curare gli schiavi riscattati e in quello stesso anno sembra che s. Francesco fu ospitato nel monastero. Papa Onorio III nel 1217 confermò ai Trinitari il possesso della chiesa e dell'ospedale e Urbano IV nel 1261nominò protettore dell'Ordine il cardinale Riccardo Annibaldi della Molara. Con il sec. XIV ha inizio la decadenza del complesso; in questo periodo, e precisamente nel 1379, i Trinitari dovettero lasciare Roma e il card. Poncello Orsini fu nominato amministratore dell'Ospedale. Dieci anni dopo, sotto Bonifacio IX, ospedale, chiesa e monastero passarono al Capitolo Vaticano, che dapprima vi tenne un proprio custode e poi affittò gli immobili. Dopo alterne vicende, nel 1898 il Capitolo Vaticano, per il centenario della fondazione dell'Ordine, lo restituì ai Trinitari che tuttora ne dispongono. Tuttavia, quando la chiesa fu finalmente riaperta al culto (1926), le strutture dell'Ospedale erano già state completamente distrutte per la costruzione della sede dell'Istituto Sperimentale per la Nutrizione delle Piante (1925). L'accesso alla chiesa di S. Tommaso in Formis è al n. 10 di via di s. Paolo della Croce. Percorrendo lo stretto andito scoperto che conduce all'ingresso vero e proprio si può notare che la chiesa sfrutta in basso un muro in opera mista di reticolato e mattoni di epoca romana, poi sopraelevato in epoca medioevale a tufelli. Ulteriori sopraelevazioni della chiesa si ebbero nel sec. XVII, quando furono chiuse le antiche finestre e aperte tre finestre rettangolari per parte; allora fu anche rifatta la facciata spartita da lesene con porta unica e sovrastante finestra. Sulla porta è scritto: Divo Thomae apost(olo) d(icatum). Sulla destra della facciata è murato un emblema di s. Bernardino (sec. XV) con il Nome di Gesù in lettere gotiche entro un cerchio radiante. La costruzione antica, visibile da Villa Celimontana, aveva apparentemente solo due finestre a sesto semicircolare per parte; esse furono ridotte di ampiezza in alto e lateralmente con murature a strombo; la parte restante era occupata da una transenna in travertino. L'abside semicircolare termina con una cornice a mensole. All'interno nulla rimane della decorazione medioevale. Sopra l'Arco di Dolabella è la Cella, oggi trasformata in oratorio, dove s. Giovanni de Matha, secondo una tradizione che risale al sec. XVIII, abitò dal 1209 e nella quale si spense il 17 dicembre 1213; erano in origine due vani cui si accede da una scaletta a chiocciola terminante in una piccola loggia, il tutto ricavato in un pilone dell'acquedotto neroniano. L'Ospedale consisteva in una lunghissima corsia illuminata da ventisei finestre; unico superstite, sulla testata è ora il grande portale marmoreo a sesto semicircolare su via della Navicella (ora è stato ridotto di proporzioni per l'inserimento di una porta rettangolare), del tempo di Innocenzo III, firmato sull'estradosso da Iacopo e dal figlio Cosma (+ Magister Iacobus cum filio suo Cosmato fecit hoc opus). Sopra il portale è una edicola, pure in marmo, con due colonnine, che racchiude l'emblema a mosaico dell'Ordine dei Trinitari sormontato da una croce: Cristo in trono con ai lati due schiavi liberati, uno bianco e uno nero; intorno è la scritta: Signum Ordinis Sanctae Trinitatis et Captivorum (Emblema dell'Ordine della Santa Trinità e degli Schiavi). Del Monastero invece resta una parte della facciata laterizia medioevale con finestrelle rettangolari in marmo e una porta a sesto acuto in peperino (n. 2 di via della Navicella).

 


Ss. Quattro Coronati (Via Ss. Quattro)
Fin dal 499 si ha notizia dell'esistenza di un Titulus Aemilianae, denominazione a cui presto si sovrappose quella di Titulus SS. Quattuor Coronatorum ricordata per la prima volta nel 595. La chiesa, dedicata a un gruppo di martiri tumulati nel cimitero dei Ss. Pietro e Marcellino ad duas lauros, si inserì presumibilmente in un'aula absidata di età tardoantica di proporzioni assai grandi. Essa fu oggetto di grandi cure da parte dei papi Onorio I (625-638), Adriano I (772-795), Leone III (795-816), Gregorio IV (827-844). Leone IV (847-855) la fece poi trasformare in una basilica a tre navate con cripta semianulare preceduta da un quadriportico, all'ingresso del quale si inserì la torre campanaria; inoltre sistemò la cripta ed eresse le cappelle di s. Barbara, di s. Nicola e di s. Sisto (oggi scomparsa). Per riparare i gravi danni subiti dalla chiesa a causa del sacco dei Normanni nel 1084, papa Pasquale II (1099-1118) intervenne energicamente sulla struttura dell'edificio: le navate laterali furono chiuse tamponando i colonnati che le dividevano dalla navata centrale ( resti del colonnato ionico della chiesa leoniana affiorano ancora lungo i muri perimetrali) e questa fu tripartita con nuove colonne. Il nuovo edificio fu consacrato il 20 gennaio 1110. Nel 1138 la chiesa fu affidata ai monaci Benedettini, che la tennero fino al sec. XV; sotto di loro furono costruiti il monastero (fine sec. XII), il chiostro (sec. XIII) e la cappella di s. Silvestro (1246). Nel 1521 il complesso passò a Camaldolesi e dal 1560 fu affidato alle Suore Agostiniane che tuttora la custodiscono. Importanti lavori furono eseguiti all'interno del complesso nel 1570, nel 1580, nel 1588 e nella prima metà del sec. XVII. Negli anni 1912-1914 la chiesa fu restaurata sotto la direzione di Antonio Muñoz. Un nuovo restauro, avvenuto nel 1957, ha messo allo scoperto i muri di fondazione della chiesa del IV secolo, liberando i resti della navata carolingia entro il recinto monastico e gli archi della prima chiesa romanica. Da via dei Querceti sono ben visibili l'abside della basilica primitiva del IV secolo e il muro sulla sua sinistra che è quello di fondo della navata destra della stessa basilica; le strutture del IV secolo sono alte sulla sinistra dell'abside circa m. 10 (circa m. 7 nel muro adiacente) e sulla destra fino a circa m. 15. Al centro dell'abside e per circa m. 4 sopra alle strutture paleocristiane sono visibili quelle del IX secolo; più in alto, fino al coronamento a mensole marmoree, sono le strutture del tempo di Pasquale II. La facciata del complesso monumentale è oggi intonacata, ma a sinistra si individuano ancora tracce di murature medioevali a scaglie di tufo; sopra, si eleva il campanile del IX secolo. Attraverso una una porta con lunetta (in cui sono raffigurati i santi titolari, con la scritta Monasterium SS. Martyr. Quattuor Coronatorum), si entra nel primo cortile, corrispondente al luogo ove sorgeva il quadriportico della chiesa primitiva. Qui un'iscrizione metrica e un frammento di bifora testimoniano i restauri avvenuti tra il 1423 e il 1434. In alto spuntano tracce di mura merlate e di un cammino di ronda, ultime residui dell'incastellatura medioevale del monastero. Il secondo cortile fu invece ricavato dalla navata centrale della basilica primitiva; sulla destra sono visibili resti della basilica di Leone IV: tre arcate sorrette da colonne, un frammento di architrave, una traccia di decorazione nell'intradosso di uno degli archi a girali d'acanto in rosso chiaroscurato su fondo bianco. Il portico con quattro colonne risale invece al tempo di Pasquale II e fu reso necessario per dare maggiore spazio al matroneo. L'interno della chiesa è tutto ricavato entro la navata mediana (m. 14) della chiesa carolingia; il transetto occupa l'intera larghezza della navata centrale della chiesa primitiva. Il presbiterio è invece ancora quello della chiesa originaria; esso fu rialzato nel sec. IX per ricavarvi la cripta semianulare. Il pavimento della navata centrale e del transetto è un tappeto cosmatesco del sec. XII, mentre nelle navate laterali sono state utilizzate lastre marmoree. Sulle pareti della chiesa sono resti di affreschi del sec. XIV con funzione votiva. Nella navata sinistra sono raffigurati un santo vescovo, un monaco benedettino (sotto cui è scritto Mag. Rainald.) e uno cistercense; s. Agostino; tre santi seduti; la Navicella; una scena di martirio. Nella navata destra sono raffigurati s. Antonio abate tra due sante; due stemmi di donatori non identificati; una Pietà tra i ss. Pietro e Paolo; s. Bartolomeo e un vescovo; s. Bernardo e un piccolo monaco inginocchiato; i ss. Stefano e Lorenzo. A metà della navata destra è posto l'altare del SS. Sacramento, con paliotto limitato da pilastrini cosmateschi. Nella navata sinistra, poco discosta dalla parete, si erge una colonnina con capitello, lavorati in un unico pezzo di marmo bianco (sec. IX): si tratta di un tipo di colonnina utilizzata di solioto per sorreggere le arcate di un ciborio (forse quello donato da Leone IV alla chiesa). Nella parete di sinistra presso la scala che scende alla cripta, è murato il paliotto dell'altare del tempio di Pasquale II (sec. XII) con ai lati due iscrizioni: quella a sinistra ricorda la deposizione dei corpi sotto Leone IV con l'elenco delle reliquie; a destra la ricognizione di Pasquale II nel 1111. La cripta semianulare risale al sec. IX, ma fu profondamente manomessa nel sec. XVII, quando fu disfatta anche l'antica recinzione presbiteriale. Nella cripta si conservano quattro arche ritrovate nella ricognizione duecentesca. Dalla navata sinistra si accede al chiostro (secolo XIII). È a pianta rettangolare, con quattro gallerie divise in due campate da pilastrini sui quali sono scolpite paraste scanalate e rudentate. Le campate sono formate da una serie di otto archetti nei lati lunghi e di sei nei corti. Tutti gli archetti hanno la doppia ghiera, e sono sostenuti da colonnine binate con capitelli. Il loggiato gira intorno a uno spazio libero di m. 10 x 15 piantato a giardino, al centro del quale è una càntaro romanico (sec. XII) in origine collocato nel secondo cortile. La parte medioevale termina con una trabeazione in laterizio, composta da corsi di mattoni lisci e a denti di sega alternati, intrammezzati da una zona di marmo dove compare una decorazione a mosaico, formata da rombi che inscrivono stelle, croci e quadrati. La decorazione è presente anche negli intradossi degli archetti, dipinti nei lati lunghi con gocce rosse e verdi, e con triangoli bianchi e neri in quelli corti. Sulle pareti sono murate numerose iscrizioni romane e paleocristiane, frammenti architettonici e decorativi, plutei preromanici. Autore del chiostro fu probabilmente un marmoraro romano, Pietro de Maria, che eresse il chiostro dell'abbazia di Sassovivo, la quale fino al Quattrocento fu officiata dagli stessi Benedettini del monastero dei Ss. Quattro. Quando nel 1560 le suore Agostiniane si insediarono qui, per adattare il monastero alle loro esigenze ordinarono una serie di lavori che interessarono anche il chiostro. Risale infatti a questo periodo la costruzione del secondo ordine di questo, che permetteva la comunicazione, al primo piano, di quest'ala con l'edificio che sorgeva sul lato occidentale. Per sopportare il peso del piano superiore il tetto ligneo del chiostro fu sostituito con volte in muratura; di conseguenza fu necessario rinforzare anche la struttura sottostante: molti archetti vennero sostituiti da grandi archi di scarico, e nuovi pilastri in muratura si aggiunsero a quelli di marmo già esistenti. Sul lato orientale del chiostro si apre ora la cappella di s. Barbara, del tempo di Leone IV. In origine si accedeva a essa dalla navata sinistra della chiesa primitiva; è a pianta centrale con tre absidi su tre lati ed è illuminata da finestre rettangolari, una delle quali conserva ancora la transenna originaria. Caratteristica della cappella sono le mensole trabeate riccamente adorne che sostengono la volta a crociera. La volta e le pareti erano coperte di affreschi (sec. XII) ora quasi completamente svaniti: si riconoscono ancora i Simboli degli Evangelisti, le Storie di s. Barbara, una Vergine con il Bambino e santi, un santo vescovo in piedi con la tunica bianca. Questa cappella ne ha un'altra gemella dedicata a S. Nicola situata simmetricamente dall'altra parte. La cappella di s. Nicola non è visitabile, perché posta nell'attuale area di clausura; tuttavia dall'esterno (in corrispondenza del n° 8 di via dei Ss. Quattro Coronati) si riconosce il suo muro esterno, caratterizzato da un duplice ordine di mensole. Sempre nella zona di clausura è situato l'antico Refettorio, che occupa parte della navata destra della basilica primitiva. Qui sono stati condotti una serie di lavori di restauro che hanno messo in luce i colonnati e le altre strutture della basilica raggiungendo anche il pavimento del IX secolo, a mosaico di grandi tessere policrome con fiori stilizzati. Dal secondo cortile si accede alla Stanza del Calendario: è un ambiente ricavato nella navata sinistra della basilica primitiva che ha dipinto sulle pareti un raro Calendario liturgico (seconda metà del sec. XIII). È ordinato a colonne, quattro per ogni parete. Una porta nel primo cortile, datata 1570, dà accesso alla cappella di s. Silvestro, costruita nel 1246 dal cardianle Stefano, titolare di S. Maria in Trastevere; nel sec. XVI divenne proprietà dell'Università dei Marmorari, che tuttora la detiene. È a pianta rettangolare, coperta da volta a botte decorata a stelle policrome; al centro è inserita una croce formata con scodelle di maiolica, di produzione islamica; il pavimento è di tipo cosmatesco. A parte la decorazione della lunetta (in cui sono raggigurati Cristo giudice, la Vergine, s. Giovanni e gli Apostoli), tutti gli affreschi di età medioevale conservati nella cappella si riferiscono alla vita di Costantino e sono desunti dagli Acta Silvestri. Parete d'ingresso: 1. Costantino colpito dalla lebbra; 2. Pietro e Paolo appaiono in sogno a Costantino malato e lo esortano ad affidarsi a papa Silvestro; 3. i messi imperiali si dirigono al monte Soratte per incontrare Silvestro. Parete sinistra: 4. I messi di Costantino salgono sul monte Soratte; 5. Silvestro rientra a Roma e mostra a Costantino le effigi di Pietro e Paolo; 6. Costantino riceve da Silvestro il battesimo; 7. Costantino, curato dalla lebbra, siede in trono di fronte a Silvestro; 8. Silvestro a cavallo, in corteo, è accompagnato da Costantino. Parete destra: 9. Silvestro risuscita il toro ucciso dal sacerdote ebreo; 10. Elena, madre di Costantino, ritrova la vera Croce; 11. Silvestro libera il popolo romano da un drago. Sotto il ciclo è collocata una serie di clipei con busti di profeti e patriarchi.

Sulla aula gotica recentemente restaurata, leggi QUI.

 


S. Maria in Domnica (Via della Navicella)
La chiesa di S. Maria in Domnica è un'antica diaconia sorta intorno al sec. VII in una zona scarsamente popolata, sfruttando un edificio pubblico di età romana: la caserma della V Coorte dei Vigili, allora inutilizzata, che sorgeva in quei pressi, e i cui resti sono tornati in luce anche recentemente. Le prime notizie sulla diaconia compaiono nell'Itinerario di Einsiedeln e poi nel Liber Pontificalis nella vita di Leone III (795-816) che elargì ricchi doni alla ecclesia sanctae Dei genitricis quae appellatur dominica. La primitiva basilica giunse in cattive condizioni ai tempi di papa Pasquale I (817-824), il quale volle restaurarla dalle fondamenta, ampliandola e arricchendola di decorazioni. Il nuovo edificio, con un portico a quattro colonne antistante la facciata, con l'abside e l'arco trionfale preziosamente decorati di mosaici, è è giunto quasi intatto fino ai nostri giorni. Dopo alcuni interventi del tempo di Innocenzo VIII (1484-1492), nuovi e importanti restauri furono eseguiti tra il 1513 e il 1514 dal cardinale titolare Giovanni de' Medici, il futuro Leone X. Sul fianco destro è il campanile a vela del sec. XVIII, con una campana del 1288. L'interno della chiesa è a pianta basilicale, diviso in tre navate da diciotto colonne di granito di spoglio con capitelli corinzi antichi (I-V secolo); il pavimento è moderno. Tramite cinque gradini si accede al presbiterio: qui si individuano avanzi di opera cormatesca nel pavimento. Il presbiterio è adorno del mosaico voluto da Pasquale I. Nell'arco absidale è raffigurato al centro Cristo tra due angeli e gli Apostoli; sotto, Mosè ed Elia. nel catino è raffigurata la Madonna con il Bambino fra due schiere di angeli e Pasquale I. Le due colonne di porfido ai lati dell'abside appartengono alla fase del IX secolo.

 


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