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chiese medioevali entro le mura rione s. saba

 

In questa pagina:

Chiese medioevali di Roma

Rione XXI S. Saba

S. Cesareo de Appia

SS. Nereo e Achilleo
S. Saba
S. Balbina

Altre chiese entro le Mura
(indice alfabetico della sezione)

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Nota

In questa sezione sono descritte le chiese entro le Mura di Roma che ancora conservano cospicui resti medioevali a loro pertinenti già in origine. Le singole descrizioni privilegiano gli aspetti storici e artistici medioevali, mentre tralasciano la storia e le opere posteriori. Sono qui escluse: le chiese fuori le Mura; le chiese rifatte in età moderna; le chiese medievali scomparse; le chiese nel Vaticano; le basiliche maggiori.


titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 16.09.2007

S. Balbina (Piazza di S. Balbina)
La chiesa di S. Balbina sorge sul cosiddetto Piccolo Aventino (un'appendice dell'Aventino vero e proprio), che nel Medioevo era detto Albiston. La chiesa occupa una grande aula absidata (m. 28,18 x 14,67) di una domus tardoantica a corsi regolari di pietre e mattoni, con absidi e nicchie laterali. La prima menzione come titulus Sanctae Balbinae compare in occasione del sinodo celebrato nel 595 da Gregorio I Magno. Dal secolo VIII, i pontefici Gregorio III (731-741) e Leone III (795-816) disposero i primi restauri al tetto; Gregorio IV (827-844) e Benedetto III (855-858) sostennero con donazioni la piccola chiesa. ma il carattere saltuario degli interventi non bastò a garantire la stabilità dell'edificio e a evitare che nel sec. XII il catino absidale cadesse e il mosaico che lo decorava andasse perduto. Nel Medioevo l'area ove sorge S. Balbina era una zona molto isolata; per tale motivo i monaci che vi risiedevano dovettero provvedere a creare una difesa da opporre a eventuali saccheggi; della fortificazione approntata dai monaci è oggi ancora ben riconoscibile una torre. Nei secc. XIV-XVI alla dedica a S. Balbina si affiancò quella al Salvatore, derivata probabilmente da un'immagine che si venerava in chiesa, forse quella ora al centro dell'abside.
Abbandonata nel corso del sec. XVII, la chiesa assunse l'aspetto attuale con gli interventi diretti da Antonio Muñoz nel 1927-1930. Furono riaperte le cappelle e le dodici finestre dei lati lunghi, le tre sulle facciata e le quattro nell'abside, decorate con transenne e graticci in stile. Il pavimento fu ricondotto al livello originario, la schola cantorum e l'iconostasi furono ricostruite sulla base dei pochi frammenti recuperati. Anche il pavimento è di restauro e i mosaici a tessere bianche e nere provengono dagli scavi di una necropoli del I-II secolo d.C. scoperta nelle vicinanze in quegli stessi anni. Una cancellata di ferro posta fra i pilastri chiuse l'accesso al portico in cui furono posti i reperti frammentari della chiesa antica, tra cui i resti di plutei della primitiva schola cantorum. Nella tribuna absidale, addossata alla parete di fondo, è collocata la cattedra episcopale, opera cosmatesca databile al secolo XIII, anche se molto restaurata. Nella controfacciata è di notevole interesse la tomba del prelato Stefano de Surdis (foto a sinistra), morto nel 1303 domini pape capellanus, proveniente dalla antica basilica di S. Pietro; essa è opera del celebre marmoraro romano Giovanni figlio di Cosma, come risulta dall'epigrafe (Johs filius magis Cosmati fecit hoc opus) ed è costituita dalla figura giacente del defunto e dalla cassa, con l'iscrizione centrale e mosaici cosmateschi. il prospetto del giaciglio funebre è di restauro moderno. Nella terza cappella del fianco sinistro è un affresco medioevale di alta qualità formale, benché ricoperto da un secondo affresco. Entrambi raffigurano una Madonna con il Bambino e Apostoli, ma il più antico, una Madonna con il Bambino fra i Ss. Pietro e Paolo e altri due Santi, sormontato da un medaglione con il Cristo, è opera del secolo XIII, di stile prossimo a quello del Cavallini. In basso sono due candelabri cosmateschi e un altare quadrangolare con una croce musiva, databile al sec. XIV e proveniente da una casa demolita in piazza Venezia. Nel monastero un tempo era visibile un affresco duecentesco, raffigurante la Crocifissione con i Ss. Giovanni e Francesco, e due figure non identificabili. Di quest'opera non esiste più traccia. Percorrendo il perimetro esterno della chiesa, si vede infine il piccolo campanile a vela, probabilmente di età moderna.

 

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S. Cesareo de Appia (Via di Porta S. Sebastiano)
La chiesa di S. Cesareo de Appia confina con la Casina del cardinal Bessarione, lungo l'antico tratto urbano della via Appia. Scavi condotti a partire dal 1936 hanno messo in luce due ambienti rettangolari contigui di età romana. L'elemento più interessante di quanto sopravvive di età romana è il pavimento musivo frammentario, di soggetto marino, a tessere bianche e nere (sec. II d. C.). Intorno all'VIII secolo si impiantò sul primo ambiente un'aula di culto cristiano, costituita da un'unica ampia sala con due absidiole. Il livello del pavimento fu innalzato di circa un metro e mezzo, mentre alle pareti romane furono addossati quattro spessi pilastri per parte. In un momento successivo (ma sempre in età altomedioevale) la chiesa primitiva fu ingrandita. Le absidiole furono demolite e fu impostata un'unica abside. Il pavimento fu innalzato di altri 40 centimetri e le mura dell'VIII secolo furono abbattute e ricostruite. Nel corso di questo secondo intervento, la chiesa fu dotata di piccole finestre strombate con ghiera in laterizio (ancora in parte visibili) e di un nartece, del quale si riconosce l'andamento della copertura nel percorso obliquo della cornice a mensole e denti di sega sulla spalla sinistra e di cui sopravvivono le spalle ai fianchi dell'ingresso alla chiesa; forse le due colonne di granito grigio che ora incorniciano il portale dividevano in tre sezioni l'apertura del nartece. Nel 1302 Bonifacio VIII (1294-1303) assegnò la chiesa ai Crociferi affinché la dotassero di ospedale con trenta letti. È probabile che risalgano a questi anni le nuove, più ampie, finestre, tamponate da successivi restauri ma visibili all'esterno sul fianco sinistro. Ai Crociferi subentrarono le monache benedettine, allontanate poi nel 1439 da Eugenio IV, quando la Chiesa venne accorpata amministrativamente alla vicina S. Sisto. Agli inizi del XVII secolo la chiesa fu oggetto delle cure del cardinale Baronio, titolare della vicina chiesa dei Ss. Nereo e Achilleo: essa fu consolidata, sopraelevata, coperta di un soffitto a cassettoni e dotata di archi ciechi sulle pareti. Nuovi e importanti restauri furono infine condotti nel 1936 dalla Soprintendenza ai Monumenti e dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. L'interno si presenta nella forma che gli diede Cesare Baronio, che arredò la chiesa aggregando parti eterogenee con integrazioni secentesche. L'altare maggiore è costruito con una porzione di un sontuoso paliotto cosmatesco, databile alla seconda metà del XIII secolo. L'elemento più pregevole dell'arredo della chiesa è l'ambone, composto di una decina di elementi eterogenei, databili al XIII secolo, tranne la nicchia quattrocentesca a conchiglia della fronte. Anche le transenne del presbiterio sono frutto dell'assemblaggio di pezzi di diversa origine: due grandi plutei con lastre di porfido (sul tipo di quelle di S. Saba), due fasce musive, due colonne tortili. È probabile che la gran parte di questi pezzi provengano dalla basilica di S. Giovanni in Laterano, in restauro proprio in quel torno di anni.

 

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S. Saba (Piazza G. L. Bernini)
L'attuale chiesa di S. Saba sorge sui resti di un precedente oratorio altomedioevale (oggi nei sotterranei della chiesa e non aperto al pubblico), che a sua volta sfruttava un preesistente edificio romano (forse la Caserma della IV Coorte dei Vigili). Contraddittori sono gli elementi storici riferibili ai primordi del monastero, la cui fondazione si fa risalire per tradizione a Gregorio I Magno (che, prima di diventare papa, avrebbe qui dimorato, cibandosi con i legumi che gli inviava la madre Silvia). In realtà è probabile che la fondazione sia da datare alla prima metà del sec. VII, quando un gruppo di monaci fuggiti da Gerusalemme in seguito all'avanzata islamica in Palestina, si insediò qui: nel 649 l'abate Giovanni di S. Saba, residente iam per annos… in hac Romana civitate, presentò una petizione per essere ammesso al Sinodo Lateranense. Nel 768 nel monastero di S. Saba è imprigionato l'antipapa Costantino (768), prima di essere accecato e abbandonato a sé stesso. Il monastero acquisì presto grande prestigio soprattutto per la funzione di tramite che gli demandarono i pontefici nei rapporti con l'Oriente e in missioni diplomatiche: Adriano I (772-795) mandò dapprima Pardus, egumenum monasterii beati Sabae, come inviato presso Desiderio, re dei Longobardi; e poi Pietro, abbatem venerabilis monasterii sancti Sabae qui appelatur Cellanova, come suo legato presso Costantino VI. Leone III (795-816) e Gregorio IV (827-844) donarono preziose suppellettili al monastero, a testimonianza dell'importanza assunta dal monastero tra VIII e IX secolo. A questa epoca la chiesa era ancora quella inferiore, riccamente decorata con affreschi oggi staccati. In epoca imprecisata il pavimento dell'oratorio e l'area limitrofa sulla destra divennero piano di posa delle sepolture dei monaci. Per questa ragione fu realizzato, circa cm. 65 più in alto, un nuovo pavimento, sopraelevando adeguatamente le strutture murarie e ridecorando le pareti con un nuovo strato di affreschi. Intorno al IX secolo dovette però verificarsi un progressivo declino della vita della comunità sabaitica, tanto che essa finì, probabilmente nel X secolo, per essere sostituita da quella di Montecassino. Questa ipotesi si basa sulla raffigurazione di monaci benedettini in un affresco rinvenuto nell'oratorio (anch'esso oggi staccato). Nel 1144 papa Lucio II (1144-1145) affidò il complesso ai cluniacensi perché vi introducessero la Riforma. Fu forse in questo periodo che si decise la ricostruzione dell'edificio nelle forme attuali. La nuova chiesa, sopraelevata e assai più ampia, fu dotata anche di un campanile; la campagna edilizia terminò nel XIII secolo con l'inserzione del portale e con la messa in opera del pavimento cosmatesco. Vari interventi sotto Pio II (1458-1464), Gregorio XIII (1572-1581) e Pio VI (1775-1799) modificarono l'aspetto medioevale della chiesa, in parte ripristinato grazie ai restauri del 1900-1901 e del 1943. Si accede alla chiesa o da piazza G. L. Bernini o tramite il protiro (sec. XIII) su via di S. Saba.
La primitiva facciata della chiesa è attualmente occultata fin quasi alla sommità da un corpo di fabbrica con portico, a sua volta sovrastato da un loggiato eretto nel 1463. Il portico attuale è scandito da rozzi pilastri in laterizio del sec. XVIII, che sostituiscono le sei colonne originarie, quattro in giallo antico e due centrali di porfido con leoni stilofori. Le cinque finestre che danno luce all'ambiente superiore sono posteriori e sostituiscono le due bifore e le due monofore originarie, oggi tamponate. Gli spioventi del timpano della facciata e la parte superiore delle absidi sono decorate da una cornice a denti di sega in cotto. Nel portico sono raccolti numerosi reperti archeologici: fra gli arredi scultorei provenienti dall'oratorio altomedioevale si annoverano un Uomo con bastone (forse del sec. VII); un Cavaliere con falco (sec. VIII); un grosso frammento di architrave in marmo bianco ornato da una decorazione scadente forse pertinente alla porta principale dell'oratorio; un pilastro in marmo bianco che doveva probabilmente costituire il tramezzo di una bifora. Sulla parete lunga del portico si apre l'ingresso alla chiesa, affiancato dalle arcate di due varchi tamponati. Tutti e tre segnalano il sito delle originarie entrate dell'oratorio, benché la porta centrale sia stata rialzata e dotata di una cornice cosmatesca a tessere oro, rosso e blu, in cui corre un'iscrizione del tempo di Innocenzo III: + Ad honorem domini nostri IHV XPI, Anno VII pontificatvs domini Innocentii III pp., hoc opus domino Iohanne abbate iubente factvm est per manvs magistri Iacobi (si tratta del Giacomo padre di Cosma dal quale discende la celebre stirpe di marmorari). Le pitture in cattivo stato al di sopra del portale risalgono all'intervento del 1575. L'aula benedettina ha pianta basilicale (m. 30x20), con le tre navate spartite da quattordici colonne di spoglio e terminanti in altrettante absidi; sulla sinistra si apre poi la cosiddetta quarta navata, sensibilmente più corta e larga circa quattro metri. La navata centrale, che occupa la larghezza dell'oratorio sottostante, ha una dimensione doppia rispetto a quelle laterali. L'illuminazione è data da otto finestre per lato nella navata centrale. La navata laterale destra presenta i segni tamponati di piccole finestre. Il pavimento cosmatesco appartiene probabilmente all'epoca della decorazione del portale d'ingresso (1205); esso fu manomesso e poi reintegrato (con l'eliminazione delle lastre tombali) nel 1907. Nella stessa occasione fu ricostruita al centro della navata maggiore la schola cantorum, poi ridemolita nel 1943; la parte frontale della schola, costituita da due grandi lastre scandite da fasce musive contenenti riquadri di porfido, è oggi addossata alla parete destra della chiesa; sull'architrave si legge: Magister Bassallectus me fecit qui sit benedictus. Un elemento curioso è costituito dalla piccola testa nel fregio in alto a destra dell'architrave, con gli occhi di piccole pietre nere. L'altare maggiore, il ciborio e la cattedra episcopale furono ricostruiti agli inizi del sec. XX sulla base della descrizione di Pompeo Ugonio con pezzi antichi reperiti in loco e altrove.
La cattedra episcopale conserva integro il disco adorno di motivi cosmateschi a mosaici di smalto. L'abside - piuttosto alta e stretta - ebbe probabilmente in origine una decorazione a mosaico, della quale gli affreschi del 1575 ricalcano forse il soggetto. Subito sotto, sopra la cattedra, si trova un grande Crocifissione fra la Vergine e S. Giovanni dipinta nel sec. XIV (ma poi molto ritoccata nei secoli successivi). Su entrambi i lati della gradinata di accesso al presbiterio una piccola scala immette nella cripta semianulare con un rivestimento marmoreo e tracce di un affresco di difficile datazione. Un'iscrizione (variamente datata ai secoli IX-XI) nomina un pontefice Gregorio, un abate Eugenio e la Cella Muroniana sopra porta S. Paolo. Alla navata sinistra si affianca un lungo ambiente a crociera indicato impropriamente come quarta navata, che in realtà fu probabilmente una sorta di portico (databile per le murature all'XI secolo), tramite il quale erano messi in comunicazione la chiesa e il monastero. Le tamponature dovrebbero risalire al XIII secolo, se precedono di poco gli affreschi che le ricoprono. Questi raffigurano la Vergine con il Bambino fra i ss. Andrea e Saba; s. Gregorio Magno in trono tra due santi (uno forse è s. Benedetto); s. Nicola di Bari e le tre zitelle. Gli affreschi, dotati di una certa liricità e freschezza di narrazione, si datano al 1296 e si attribuiscono a un pittore vicino a Jacopo Torriti (ma non è mancato chi vi ha voluto riconoscere la mano del Torriti stesso), detto il Maestro di S. Saba, a cui si deve attribuire forse anche il frammentario Calendario conservato in un ambiente, di non chiara destinazione funzionale, ai piedi del campanile (chiuso al pubblico), a cui si accede dal loggiato sopra il portico. Si tratta di otto tondi, cinque con le raffigurazioni di mesi da agosto a dicembre e tre con le immagini di un re in trono e di due arcieri, al di sotto dei quali si stende un velario simile a quello del s. Nicola di Bari nella quarta navata. Al Maestro di S. Saba si attribuiscono anche la Madonna con il Bambino di S. Maria del Popolo, un'Annunciazione in S. Maria Maggiore e (forse) i due affreschi (un'Incoronazione della Vergine e una Natività) dipinti nell'antica sacrestia dell'Abbazia delle Tre Fontane.
Nella sacrestia e nei locali annessi si conservano i resti delle pitture staccati dall'oratorio sotterraneo. I resti più antichi, datati tra la fondazione del monastero (645) e l'età di Giovanni VII (705-707), sono costituiti da una teoria di Santi al di sopra di un velario; sono state recuperate sette teste di santi, tra cui si identificano Sebastiano, Lorenzo, Stefano e Pietro d'Alessandria, due presbiteri e un vescovo. A una fase cronologicamente successiva dovrebbero risalire invece i resti del ciclo di Storie neotestamentarie, forse in ventiquattro riquadri: si sono potuti identificare (non senza incertezza) un Gioacchino e Anna al Tempio, uno Sposalizio di Maria, una Presentazione al Tempio, un Battesimo, una Pesca miracolosa, una Guarigione del paralitico, Gesù che placa la tempesta, Pietro che cammina sulle acque, una Trasfigurazione, un'Entrata di Gesù in Gerusalemme. Le pitture mostrano una notevole finezza di esecuzione; le iscrizioni in greco attestano la presenza di originali bizantini. All'epoca del subentro dei benedettini (sec. X) dovrebbero invece essere assegnati i resti di due affreschi raffiguranti rispettivamente un gruppo di monaci dal cappuccio scuro ( che trovano riscontro in manoscritti cassinesi del X e dell'XI secolo) e un monaco pittore, rappresentato in tunica e scapolare (veste da lavoro tipica dei monaci di Montecassino) con gli arnesi del mestiere; è accompagnato dall'iscrizione in caratteri latini Martinus monachus magister. Sempre in un ambiente presso la sacrestia è murato un affresco raffigurante una Dormitio Virginis (inizio sec. XIV), in origine posta in una lunetta all'esterno della parete meridionale della chiesa. Ascritta a un pittore vicino a Pietro Cavallini, sembra riecheggiare i mosaici di S. Maria in Trastevere. Accanto alla chiesa è il complesso monastico, oggi quasi completamente rifatto.

 

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Ss. Nereo e Achilleo (Via delle Terme di Caracalla)
La chiesa sorge nel luogo del Titulus Fasciole, un insediamento religioso documentato fin dal IV secolo. La spiegazione oggi comunemente accettata della particolare denominazione del titulus è basata sugli Atti dei martiri Processo e Martiniano, ove si legge che qui s. Pietro perse una piccola benda (fasciola) che gli fasciava una caviglia piagata dalle catene. Tuttavia non è mancato chi ha voluto mettere la denominazione in relazione con una non meglio identificata matrona cristiana di nome Fasciola o Fabiola. Nel 595 è documentata per la prima volta l'intitolazione del titulus ai Ss. Nerèo e Achìlleo; denominazione peraltro ribadita il 5 ottobre dell'anno 600 in una lettera di Gregorio I Magno e rammentata alla fine dell'VIII secolo nell'ltinerarium Einsidlense. Fu probabilmente papa Leone III (795-816) a promuovere il rinnovamento della chiesa, ricostruendola dalle fondamenta e arricchendola con decorazioni e donazioni (tessuti preziosi e varie suppellettili, tra cui un grande ciborio d'argento). Sui lati esterni, dove si aprono tre finestre tardocinquentesche per parte, è ben visibile la muratura della costruzione leoniana, cui sono pertinenti anche due basse torri che corrispondono alla testa delle navate laterali e che affiancano l'abside semicircolare, originariamente illuminata da tre finestre ora murate. Di fatto tuttavia il sito nel Medioevo era assai malsano e quindi nel Basso Medioevo la chiesa andò nuovamente in rovina: il Catalogo di Torino (al numero 273 della nostra numerazione) ricorda che nel 1320 l'Ecclesia sanctorum Nerei et Achillei titulus presbiteri cardinalis non habet servitorem. Sarà Sisto IV, alla vigilia dell'Anno santo del 1475, a disporre un importante restauro della chiesa, che comportò anche la riduzione delle sue dimensioni e la sostituzione, all'interno, delle colonne fra le navate con pilastri ottagoni in muratura. Sono quattrocentesche anche le due finestre ogivali tamponate. Nuovi interventi furono promossi dal cardinal Baronio intorno al 1600, che conferirono alla chiesa l'aspetto attuale. Altri restauri si ebbero infine negli anni 1903-1905 e nel 1941.
Della decorazione dell'VIII secolo non resta che il mosaico dell'arco absidale, abbondantemente restaurato nel secolo scorso, che raffigura la Trasfigurazione (con la figura di Cristo tra Mosè ed Elia e con Pietro, Giovanni e Giacomo prostrati ai suoi piedi), l'Annunciazione, e una Madonna con il Bambino e un angelo. L'arredo scultoreo è pressoché tutto di recupero e il suo allestimento risale all'epoca dei lavori del Baronio. Il recinto del coro è ricomposto con pezzi cosmateschi del sec. XII; l'altare maggiore è costituito da un pluteo cosmatesco, da un cancello paleocristiano e da un frammento romano, provenienti dalla basilica di S. Paolo fuori le mura. La cattedra episcopale con due leoni stilofori è della bottega dei Vassalletto (nella nicchia del dossale è inciso un brano della XXVII Omelia che Gregorio I Magno pronunciò sulla tomba dei Ss. Nereo e Achilleo) ma contiene anche rammenti di sculture cosmatesche. Ugualmente proveniente dalla basilica di S. Paolo fuori le mura è il grande candelabro (sec. XV) appoggiato all'ultimo pilastro della navata destra. Nel dicembre del 1984 fu abbattuta un'antica colonna di granito posta dinanzi all'ingresso della chiesa, per poter rubare il capitello con teste leonine che ne ornava la sommità.

 


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