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la casa dei crescenzi (o torre del monzone)

 

In questa pagina:

La Casa dei Crescenzi
Introduzione
Caratteristiche generali
Fianco Sud
Facciata
Interno
Conclusioni

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titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
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tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 24.09.2007

S. Bartolomeo all'Isola

Introduzione
La zona del Foro Boario fu oggetto, già all'inizio del Novecento, di massicci interventi demolitivi sia per la volontà di liberare il Campidoglio "dal pullulare di fabbriche volgari tra le viuzze luride che soffocano la possente rupe", sia per aprire nuove grandi arterie di scorrimento (come nel caso dell'attuale via del Teatro Marcello, che costituisce l'inizio della Via del Mare aperta nel 1925), sia infine per costruire nuovi edifici riservati alla Pubblica Amministrazione, come il palazzo dell'Anagrafe e i circostanti uffici comunali, eretti fra il 1935 e il 1937. Se i monumenti dell'antica Roma ne hanno sicuramente tratto beneficio (per esempio la liberazione del Circo Massimo e dei due templi del Foro Boario) e l'archeologia stessa ha avuto la possibilità di ricostruire una lettura storica-artistica del rione Ripa fino ad epoca remotissima, è stata invece cancellata ogni traccia delle successive sedimentazioni urbane costituite da chiese, botteghe, vicoli e casupole. In seguito a questi lavori, la maggior parte delle strutture medioevali è andata distrutta e quel poco che è stato preservato dalla distruzione è andato a fungere da elemento di raccordo tra il vuoto delle aree archeologiche e il costruito appartenente ad epoca contemporanea. Il tutto fu eseguito anche smontando e rimontando edifici, senza tener conto del contesto a cui appartenevano e addirittura considerando il monumento stesso alla stregua di un oggetto fruibile in qualsiasi condizione di tempo e di luogo, un insieme di elementi accorpabili cui veniva di fatto negata qualsiasi unicità artistica. E così oggi l'imbocco dell'attuale via Petroselli da piazza Bocca della Verità risulta inquadrato dalle due testate costituite dalla Casa dei Pierleoni sul lato verso S. Giorgio in Velabro e dalla Casa dei Crescenzi sul lato verso il Tevere; peccato che l'una si trovasse in origine in tutt'altra posizione e l'altra fosse parte integrante di un tessuto urbano oggi completamente scomparso. Contigua ed allineata con parte del nuovo edificio dell'Anagrafe (che ha cancellato ogni traccia del tessuto viario precedente) e in un primo momento non saldata ad esso, la casa dei Crescenzi (che nell'Ottocento risulta ridotta a stalla) si salvò così dal piccone demolitore e fu restaurata nel 1939 a cura dell'Associazione Cultori di Architettura.

 

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Ubicazione e caratteristiche generali
La Casa dei Crescenzi fu edificata tra il 1040 e il 1065 per volere di un certo Nicolaus della famiglia dei Crescenzi. La datazione si accorda con le caratteristiche epigrafiche delle iscrizioni poste sulla facciata, analoghe a una iscrizione coeva nella chiesa dei Ss. Cosma e Damiano ed eseguita sempre dai Crescenzi. La Casa è posta al confine del Foro Boario, di fronte al prospetto del Tempio di Portunus, in corrispondenza di una delle testate dell'antico ponte Emilio (poi detto di Santa Maria, odierno Ponte Rotto). Questo ponte era uno dei pochi attraversamenti del Tevere in età basso medioevale insieme ai ponti Fabricio e Cestio (Isola Tiberina) e Ponte S. Angelo; pertanto la posizione occupata dalla casa era sicuramente strategica. L'area del foro Boario fino al teatro Marcello, caratterizzata da una continuità d'uso dall'età antica fino a tutta l'età moderna, è una delle zone di Roma in cui si è concentrato l'abitato in età medioevale dando vita ad un fitto e complesso tessuto edilizio. La casa, che conserva il piano terreno, il primo piano e parte del secondo, presenta esternamente una cortina in laterizio molto articolata ed è caratterizzata dall'impiego di numerosi frammenti marmorei per la maggior parte di riutilizzo, tra cui mensole, trabeazioni, cornici e un lacunare (parte di un soffitto di edificio classico) utilizzato come balaustra della finestra in facciata.

fregio

Il paramento murario è arricchito da cornici in laterizio a denti di sega (tipiche anche di tanti campanili romanici); si riconosce anche l'imposta di alcune colonnine o pilastrini che dovevano formare un piccolo loggiato che segnava il primo piano della casa. Varie sono le denominazioni assunte da questo edificio nel corso dei secoli, tra cui più frequentemente ricorrono quelle di Casa di Pilato, Torre del Monzone e Casa di Cola di Rienzo. La prima denominazione si spiega tenendo presente che in età medioevale si celebravano nel Foro Boario sacre rappresentazioni che terminavano poi sul Testaccio (versione romana del Calvario): nel corso di tali rappresentazioni un attore interpretava Ponzio Pilato affacciandosi proprio dalla Casa dei Crescenzi; da qui la particolare denominazione. Il termine Monzone (o Monsone) per alcuni sarebbe da collegare a mansio, utilizzato sovente come sinonimo di casa (da cui deriva il nostro termine magione), termine che è in effetti utilizzato nell'epigrafe in facciata, anche se con un diverso significato. L'ultima denominazione (Casa di Cola di Rienzo) deriverebbe invece da un'errata identificazione del Nicolaus citato nell'epigrafe con il famoso tribuno romano.

 

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Esterno: fianco su via di Ponte Rotto
Il fianco sud della Casa dei Crescenzi presenta alla base semicolonne e paraste in laterizio alternate (tali da dare l'impressione di un portico), rifinite con capitelli, anch'essi in laterizio. Per lo più di stile corinzio, i capitelli sono costituiti da due ordini sovrapposti di dentelli in laterizio e sono sovrastati da semplici abachi e collarini; mentre i capitelli sono tutti conservati, niente è rimasto delle basi delle colonne essendosi molto deteriorate insieme alla parte basamentale del monumento. Nella parte superiore del fianco, sopra ogni colonna si innesta una mensola in pietra, proveniente da monumenti classici: tutte le mensole recano scolpita sulla fronte una figura di vittoria o geni alati (secondo alcuni si tratterebbe di una rappresentazione plastica della leggenda di Amore e Psiche) e rinserrano, fra l'una e l'altra, frammenti di cornice tagliati a squadra e decorati con foglie d'acanto modellate ad arte e di chiara fattura classica.

La serie di mensole supporta un primo architrave composto di vari elementi di evidente origine classica: risalta in particolare il fregio figurato con scene di caccia, sormontato da altri frammenti, riccamente decorati, forse appartenenti in origine a una cornice. Sopra i frammenti di cornice, è una serie di mensole marmoree, inalveolate in una serie di filari di mattoni e decorate con elementi vegetali; esse sorreggono una teoria di arcatelle in laterizio a sesto ribassato su cui sono adagiati altri frammenti classici lineari decorati a rosoni, in alternanza circolari e quadrati. Su questi ultimi elementi lapidei poggia il muro esterno del ballatoio coperto, che in origine girava intorno all'edificio. Del muro del ballatoio oggi resta soltanto l'elemento sul fianco (sufficiente a darci un'idea di come si articolava questa parte della fabbrica) in cui, ad intervalli irregolari, si apriva una serie di bifore rappresentate in antiche incisioni e le cui colonnine di sostegno degli archi già risultano andate perdute nel XVII secolo. Grazie alla leggera rientranza del parapetto, i piedritti delle bifore discendono fino al fregio marmoreo: sul lato sinistro del fianco rimane, mutila, l'unica bifora superstite, il cui parapetto termina con un elemento derivato da un architrave classico. La parete interna del ballatoio era anch'essa decorata da una serie di arcate, di cui ne restano alcune, legate a due a due; alla cornice esterna del ballatoio, a denti di sega su due ordini sovrapposti e con andamento diverso, faceva riscontro un'identica cornice sul muro interno. Il ballatoio infine, pur correndo intorno all'edificio, era diviso in due ambienti distinti mediante un elemento di muro impostato secondo la bisettrice dell'angolo, sul quale gira la stessa cornice in laterizio: sarà proprio questa porzione di muro a provocare un cedimento della struttura in questo punto con conseguente lesione sul fianco della fabbrica, a cui si è posto rimedio in età imprecisabile, tramite la costruzione di un pilone in muratura, tutt'ora visibile sull'angolo dell'edificio.

monofora

Nella parte basamentale i laterizi della muratura sono ricoperti da un leggero strato di malta in cui è praticata la stilatura, una tecnica adottata frequentemente a Roma fra XI -XIII secolo al fine di rendere più omogenea la struttura muraria. La parte dell'edificio che sovrasta il ballatoio non presenta invece caratteristiche importanti, anzi si differenzia dalla struttura sottostante perché la cortina, realizzata con laterizi di spoglio, è a vista senza intonacatura e stilatura. La continuità delle strutture murarie interne assicura la contemporaneità tra la parte inferiore e quella superiore la quale, di fattura più semplice e quindi più simile alle caratteristiche costruttive di una torre medioevale, fa risaltare maggiormente la parte basamentale, pretenziosamente monumentale.
All'estrema destra del fianco si apre una porta minore che immetteva nell'andito d'ingresso; di essa si scorge ancora la piattabanda sia all'esterno che all'interno dell'edificio. Che la porta faccia parte della struttura originaria è dimostrato dal fatto che la struttura della piattabanda è identica alla struttura laterizia che predomina nell'edificio e che la lesena in laterizi che sovrasta la porta, tagliata al di sopra della piattabanda, termina con un elemento accuratamente foggiato a mensola di cui l'originalità è evidente. Sulla piattabanda è leggibile l'iscrizione:

VOS QUI TRANSITIS HEC OPTIMA TECTA QUIRITIS
HAC TEMPTATE DOMO OS NICOLAUS HOMO

«O Quiriti che passate davanti a questi splendidi palazzi,
verificate in questa casa che uomo sia Nicolò».

 

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Esterno: facciata
Sul lato frontale, si apre la porta principale posta su un piano in aggetto rispetto al muro dell'edificio a cui è collegata tramite raccordi in curva, modellati a colonna e sovrastati da porzioni di capitello in laterizio simili a quelle delle colonne. La particolarità della porta è tutta nell'architrave, flesso e spezzato, che la sormonta: sicuramente segmento di cornice di edicola romana a pianta circolare, questo architrave, riquadrato da una cornice, sostenuto da due mensole romaniche foggiate a testa di leone e sovrastato da un arco di scarico a sesto ribassato in laterizio, porta incisa la famosa dichiarazione del proprietario e costruttore Niccolò de Crescenzi, dove i caratteri dell'edificio trovano un commento più che eloquente:

† NON FUIT IGNARUS CUIUS DOMUS HEC NICOLAUS QUOD NIL MOMENTI SIBI MUNDI GLORIA SENTIT / VERUM QUOD FECIT HANC NON TAM VANA COEGIT GLORIA QUAM ROME VETEREM RENOVARE DECOREM
† IN DOMIBUS PULCRIS MEMORE ESTOTE SEPULCRIS CONFISIQUE TIU NON IBI STARE DIU MORS VEHITUR PENNIS / NULLI SUA VITA PERHENNIS MANSIO NOSTRA BREVIS CURSUS ET IPSE LEVIS SI FUGIAS VENTUM SI CLAUDAS OSTIA CENTUM / LISGOR MILLE IUBES NON SINE MORTE CUBES SI MANEAS CASTRIS FERME VICINUM ET ASTRIS OCIUS INDE SOLET TOLLE/RE QUOSQUE VOLLET
† SURGIT IN ASTRA DOMUS SUBLIMIS CULMINA CUIUS PRIMUS DE PRIMIS MAGNUS NICHOLAUS AB IMIS / EREXIT PATRUM DECUS OB RENOVARE SUORUM STAT PATRIS CRESCENS MATRISQUE THEODORA NOMEN
† HOC CULMEN CLARUM CARO PRO PIGNERE GESTUM DAVIDI TRIBUIT QUI PATER EXHIBUIT

L'epigrafe viene così tradotta: Nicolao, di cui è questa casa, non fu ignaro che la gloria del mondo non ha nessuna importanza di per sé; non fu la vanagloria a spingerlo a costruire questa casa, ma il desiderio di rinnovare l'antico decoro di Roma. Nelle belle case siate memori dei sepolcri e state certi, per Dio, che lì non resterete a lungo. La morte viene sulle ali; per nessuno la vita è eterna, la nostra permanenza è breve e il suo stesso corso è lieve. Se pure tu fuggissi il vento, se pure tu chiudessi cento porte, se tu comandassi mille scorte, non ti coricheresti senza la morte. Se pure ti chiudessi in un castello alto fino alle stelle, proprio là essa suole strappare anche più velocemente chiunque lei voglia. Sorge verso le stelle la casa sublime, la cui mole il grande Nicolao, primo fra i primi, eresse dalle fondamenta, per rinnovare il decoro dei padri. Del padre il nome è Crescenzo, della madre Teodora. Questa mole illustre eretta per il caro figlio, il padre che l'innalzò a Davide l'attribuì. Parole queste in cui si ritrova il senso della caducità della vita e insieme quel senso di rinascita dell'antico espresso nell'esaltazione dell'edificio, eretto sia a decoro della città sia per rinnovare l'antica grandezza di Roma. Sembra dunque potersi riferire a quel clima di rinnovato interesse per l'antico e alle implicazioni politiche che porteranno alla costituzione del Comune (1144). Ai lati dell'iscrizione principale sono poi incise numerose lettere isolate. A sinistra:

L C L T N R S O C N S T / T R S H / P N T T / R S H P / R T G / V B

interpretate come: Levitas, castra, Lisgor, te non reddent securum, ostia culmina non salvabunte. Tu reminiscere sepulcri heres. Palatium non tuebitur te. Rome surgit hoc palatium romane tutela gentis, urbis bono. A destra:

N T S C L P T F G R S / N I C D / D T / D D / F S

interpretate come: Nicolaus, Theodore Senator Crescentius liberum, palatium totum fecit gloriam Romae sue. Nicolaus dedit domum totam Davidi dilecto filio suo. Si tratterebbe insomma di una sintesi dei concetti espressi nell'iscrizione.
Alla destra della porta maggiore si apre una finestra i cui stipiti sono costituiti due colonnine laterizie, sovrastate da capitelli composti di frammenti classici su cui è voltato un arco ribassato. Il parapetto è ottenuto mediante l'apposizione di un elemento classico scolpito, certamente un frammento di lacunare. Sull'arco ribassato della finestra, formato da un segmento di ghiera d'arco romano, si trova un'altra iscrizione:

ADSUM ROMANIS GRANDIS HONOR POPULIS
INDICAT EFFIGIES QUIS ME P[ER]FECERIT AUCTOR

così tradotta: Sono presente come grande onore per le genti romane, l'effigie indica quale autore mi ha fatta. E' possibile che l'iscrizione faccia riferimento forse ad un busto in marmo andato perduto (ma visto dal Gregorovius), che doveva trovarsi presso la finestra.
L'architrave della porta principale, sostenuto da due mensole romaniche, foggiate a testa di leone, è sovrastato da un arco di scarico ribassato in laterizio disposto a contrasto fra le due semicolonne e decorato, verso il basso, da un duplice ordine di laterizi disposti a dente di sega. Su questo lato dell'edificio, dove mancano le colonne inalveolate nella muratura laterizia, le mensole in pietra con figura alate o eroti sono sorrette da mensole minori realizzate con più ricorsi di laterizio in aggetto successivo, facenti parte integrante della muratura. Come per il fianco, le mensole sorreggono un architrave composto da più elementi di recupero di origine classica a sua volta sormontato direttamente da altre mensole. Al piano superiore rimane la parte interna del ballatoio coperto, costituita da arcate e decorata dalla cornice a denti di sega, sormontata dalla struttura di fattura più semplice identificabile forse con una torre.

 

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Interno
L'interno (non visitabile) mostra una divisione degli spazi scandita dalla presenza di volte a crociera e, al primo piano, dal riutilizzo di elementi antichi. Al pianterreno, attraverso un atrio di m. 1,55 di larghezza e coperto con volta a botte (da cui parte, sulla destra, la scala di accesso al piano superiore), si accede a una sala coperta con volta a crociera: gli archi generatori delle crociere hanno cornici laterizie a denti di sega che insistono su una cornice orizzontale, sempre a denti di sega, che gira tutt'intorno alla stanza. La scala conduce attualmente nel vasto ambiente del primo piano, anche se in origine ne rimaneva separata grazie alla presenza di un muro che creava un vano scala che proseguiva verso l'alto. L'ambiente del primo piano aveva in origine una copertura costituita da due crociere i cui archi generatori erano impostati su mensole classiche disposti in serie a formare una sorta di peducci. Mensole di minori dimensioni sono inoltre disposte intorno alla curva di imposta degli archi che generano le volte. Sul muro di prospetto e su quello del fianco originario sono inoltre presenti due absidi di m. 4,50 di apertura, inserite nei muri perimetrali e non coassiali con gli elementi della crociera. Inoltre sempre sul muro originario del fianco, la presenza di una cornice di imposta di un arco, a m. 3 di altezza dal pavimento, fa presupporre la presenza in origine di due archi affiancati, insistenti su un peduccio centrale: un sostegno di un probabile soppalco in legno andato distrutto. La ricostruzione di questo ambiente risulta dunque abbastanza chiara: una grande sala di pianta rettangolare coperta da due crociere e suddivisa nella metà ovest dal soppalco, contornata dal rimanente perimetro da balconi o ballatoi lignei all'altezza in cui terminano le due absidi. Altri piani dovevano poi proseguire nella parte alta, identificata come una torre, di cui non ci resta nulla per stabilirne la conformazione. Con i restauri dell'edificio sono stati ripristinati nella proporzione e posizione originaria sia il soppalco che la scala.

 

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Conclusioni
La Casa dei Crescenzi non doveva presentarsi in origine così come noi oggi la vediamo; sul lato verso il fiume, la presenza dell'imposta di una volta (ad una altezza che grosso modo corrisponde a quella delle volte dell'ambiente del piano terra) e il prolungamento delle fondazioni dell'edificio fa supporre che la struttura avanzasse verso il Tevere (supposizione del resto suffragata del resto anche dalla pianta del Bufalini del 1551 che la indica come Domus Pilati); allo stesso modo, la presenza di un resto di muro decorato con cornice a dente di sega sul fianco opposto all'Anagrafe, fa ipotizzare che le proprietà dei Crescenzi si estendessero nella zona andando a comprendere altri edifici. Stabilire comunque quale fosse la reale vastità dell'edificio è tuttavia impossibile, dal momento che dalle stampe antiche risulta che già nel XVII secolo l'edificio era isolato dalle fabbriche adiacenti e ridotto alle attuali condizioni. E' possibile che su di esso, nel corso dei secoli, si siano abbattute tragiche vicende, tuttavia a noi è giunta notizia solo di quella ricordata in un'epigrafe pubblicata dal Muratori (XVIII secolo), che ricorda la sua rovina a causa di Iacopo Stefaneschi (1312):

IACOBUS DE STEPHANEXIS (UT SIQUIDEM BRANCALEONEM BONONIENSEM QUI REGUM AC DUCUM PER TOT AB URBE CONDITA SAECULA PALATIA, THERMAS, FAMA, COLUMNAS VERTERET IN RUINAS IPSO MEMORABILIUS SUPERARET), AD DEMOLIENDA EMINENTIA QUAEQUE NOVA AC VETERA INSURREXIT, PRAESUMPSITQUE; MAUZONEM TURRIM SCILICET SECUS S. MARIAE PONTEM, EUM OPPOSITIS AD ALETERUM LATUS VALVIS, UNO MONUMENTO SUB PLEBIS FURORE DIRIPIENS.

Ma seppure ridotta nella sua estensione e nella sua altezza, sebbene decontestualizzata e vittima di eventi tragici e di improvvidi interventi urbanistici, schiacciata e nascosta dalla mole del palazzo dell'Anagrafe, la Casa dei Crescenzi si erge ancora oggi; e se magari sembra meno fiera di come doveva mostrarsi un tempo, essa rimane una fondamentale e magnifica testimonianza del Medioevo romano.

 


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