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torri e castelli fuori le mura ninfa

 

In questa pagina:
La città di Ninfa

1. Perché Ninfa in MR?
2. Nascita della città
3. Ninfa nel XII secolo
4. Ninfa nel XIII secolo
5. Ninfa e i Caetani
6. Ninfa nel XIV secolo
7. Ninfa nel XV secolo
8. Ninfa in età moderna
9. L'ambiente urbano
   
 → S. Maria Maggiore
    → S. Pietro fuori le Mura
    → S. Giovanni
    → S. Biagio
    → Monasteri
    → Il Castello Caetani
    → Altri edifici
10. Ripresa satellitare

Torri e castelli fuori le Mura
(indice alfabetico)

Note
In questa sezione sono descritte le fortificazioni medioevali esterne alla Mura di Aureliano (ma comunque all'interno dell'ambito territoriale odierno di Roma) che conservano cospicui resti medioevali. La sezione è ancora in lavorazione.

titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 16.11.2007

Castello Caetani
1. La torre del castello Caetani

La città di Ninfa (Località Doganella, Cisterna di Latina)
Apertura: prima domenica del mese, da aprile ad ottobre (9–12, 14,30-18).
Prevendita: portineria di Palazzo Caetani, v. Botteghe Oscure 32 Roma.
Ingresso: €.8 (+ €.2 per l'Hortus conclusus). Info: tel. 0773.633935, 06.6873056.


1. Perché parlare di Ninfa in Medioevo.Roma?
La città di Ninfa è ben nota per essere uno dei luoghi più pittoreschi del Lazio ed uno dei più bei giardini d'Europa, impiantato in un magnifico scenario di rovine medioevali e lambito dall'omonimo piccolo fiume che ne esalta e completa l'aspetto romantico. Nonostante la facilità e la rapidità con cui può essere raggiunta da Roma (tanto da farne una delle classiche gita fuori porta), Ninfa è collocata nell'ambito della provincia di Latina e quindi, a regola, fuoriuscirebbe dai confini che abbiamo finora imposto al nostro sito. Abbiamo comunque scelto di 'sforare', sia in nome dello stretto legame che alcune costruzioni ninfesine (in primo luogo il castello) hanno con analoghi edifici romani, sia per le forti correlazioni che alcuni eventi storici di Ninfa hanno con la contemporanea situazione politica a Roma. D'altronde la maggior parte delle pubblicazioni e delle pagine internet su Ninfa ne mettono in risalto l’aspetto naturalistico, a scapito dell’importanza storica che Ninfa ebbe nel Medioevo e delle testimonianze architettoniche ivi conservate; nelle guide e nei siti web lo spazio dedicato ai mille anni di storia medioevale di Ninfa è quasi sempre uguale (se non minore) a quello dedicato agli avvenimenti del Novecento e alla sua trasformazione in giardino all’inglese. Noi invece sorvoleremo su pini e noccioli, sugli aceri nani e sulla rare specie himalayane che prosperano sul fertile suolo ninfesino, mentre punteremo l’attenzione sugli avvenimenti che portarono una ricca cittadina, punto nevralgico dei commerci tra Roma e il Sud d’Italia, a diventare (per usare l’inflazionata definizione del Gregorovius) la Pompei medioevale.

Castello Caetani
2. Ponte antico detto del Macello

2. Nascita della città
In età romana, Ninfa dovette essere un piccolo centro agricolo che, sebbene sorgesse vicino alla via Appia non ebbe mai particolare importanza neanche come stazione di posta, in quanto si trovava a metà strada tra la statio di Tres Tabernae e Forum Appii.
Fu soltanto nel Medioevo che Ninfa divenne un vero e proprio centro abitato. Il motivo del cambiamento va individuato nell’'abbandono della via Appia e della via Severiana intorno all’inizio del'VIII secolo, a causa del progressivo avanzare delle paludi pontine. I traffici si spostarono così più all’interno sulla antica via Pedemontana, lungo la quale sorgeva Ninfa.
L'area ninfesina in origine era di proprietà del demanio imperiale. Fu grazie a papa Zaccaria (741-752) che essa passò tra i beni della Chiesa di Roma. Infatti il papa, nonostante i rapporti burrascosi con l’imperatore Costantino V Copronimo (718-775), fautore della politica iconoclasta, ricevette in dono da quest’ultimo le Massae di Nimphas et Normias in segno di riconoscenza per aver intercesso presso il re Liutprando, affinché l'Esarcato di Ravenna venisse preservato dall’avanzata longobarda.
All’epoca tuttavia, Ninfa aveva esclusivamente un carattere agricolo, aiutata in questo dalla presenza di numerosi corsi d’acqua nelle sue immediate vicinanze. I primi che colsero il nuovo valore strategico aveva assunto da Ninfa dopo l’abbandono dell’Appia furono i potentissimi Conti di Tuscolo, che tra X e XI secolo dominarono su Roma e buona parte del Lazio; impadronitisi di Astura e del monte Circeo, la famiglia occupò anche Ninfa, andando così a formare un importante triangolo strategico.

Torre e Municipio
3. Torre e Palazzo Comunale

3. Ninfa nel XII secolo
Soltanto agli inizi del XII secolo tuttavia la Chiesa di Roma tornò a far valere la propria autorità; nonostante fosse stato eletto grazie proprio all’appoggio dei Conti di Tuscolo, papa  Pasquale II (1099-1118), sfruttando un loro momento difficile, riuscì a riportare Ninfa sotto il proprio controllo. Il possesso venne esercitato concedendo la città ed il suo territorio alla stessa comunità che vi risiedeva, attraverso il Pactum Ninfesinum, una disposizione del 1116 (il cui testo ci è stato tramandato nel Liber Censuum) che imponeva agli abitanti della città il giuramento di fedeltà alla Chiesa, il rispetto di alcuni obblighi economici e l'obbligo di abbattere le mura di cinta, al fine di evitare che in futuro qualche fazione avversa all'autorità della Chiesa potesse di nuovo prendere il controllo della città.
Papa Eugenio III (1145-1153) delegò alla famiglia dei Frangipane il controllo di Ninfa e di tutte le tenute nella provincia di Marittima. Il possesso dei Frangipane – che durò per tutta la seconda metà del XII secolo - non fu per Ninfa un periodo felice, al contrario di quanto molti sostengono. Le scelte politiche dei Frangipane, infatti, costarono parecchio alla città e gli effetti se ne videro all’indomani dello scisma papale del 1159-1178.
Com'è noto, alla morte di Adriano IV (1154-1159) furono eletti contemporaneamente due papi, Alessandro III (al secolo Rolando Bandinelli, senese), sostenuto dalla Curia cardinalizia e dai Frangipane, e Vittore IV (Ottaviano de’ Monticelli, romano), sorretto dall’imperatore Federico Barbarossa. Appena eletto, Alessandro III fu fatto prigioniero e solo grazie all’intervento di Oddone Frangipane, poté fuggire da Roma ed essere accolto dagli stessi Frangipane a Ninfa, dove  venne incoronato papa il 20 settembre 1159 nella chiesa di Santa Maria Maggiore. E’ opinione corrente che, proprio a causa della protezione accordata ad Alessandro III, Ninfa dovette subire la ritorsione di Federico Barbarossa, che sfociò nel saccheggio della città da parte delle truppe imperiali che la incendiarono nel 1171. In realtà la situazione fu molto più complessa e i tragici avvenimenti del 1171 non furono legati tanto all’ospitalità che Ninfa diede al papa (del resto erano passati ben dodici anni), quanto al fatto che Ninfa era sottoposta ai Frangipane e quindi avversa a Federico Barbarossa.
A complicare ulteriormente la situazione di Ninfa si aggiunsero, alla fine del XII secolo, anche i debiti che i Frangipane contrassero con la famiglia Paparoni, impegnando i proventi spettanti dalle rendite dei terreni e dei diritti giurisdizionali. In poco tempo, i Frangipane perdettero quasi tutte le quote di proprietà che detenevano sui beni ninfesini.
Al tempo dei Frangipane dovrebbe risalire la prima costruzione del castello: secondo alcuni, la struttura doveva consistere soltanto di un grande torrione; per altri invece doveva trattarsi di un vero eproprio complesso fortificato sul modello di quello tuttora esistente, munito di torre e di cinta muraria. Furono poi nuovamente innalzate le mura di cinta della città (demolite al tempo di papa Pasquale II). La ricostruzione fu però realizzata in maniera piuttosto irregolare, probabilmente per far fronte a un pericolo incombente; in effetti, al momento dell'assedio di Federico Barbarossa, la cinta doveva essere già interamente in piedi.

S. Maria Maggiore
4. Ruderi della chiesa di S. Maria Maggiore

4. Ninfa nel XIII secolo
Già agli inizi del XIII secolo, Ninfa era tornata sotto il controllo della Chiesa; già nel 1213 infatti, papa Innocenzo III (1198-1216) conferì l'amministrazione a suo nipote Giacomo Conti, che nel 1215 ricevette il giuramento di fedeltà da parte dei consoli e degli abitanti della città. Nel 1227, Gregorio IX (1227-1241) confermò l'amministrazione del castello a Giacomo Conti e ai suoi futuri eredi, concedendogli però di percepire solamente i redditi senza esercitarvi la giurisdizione, che veniva nuovamente riservata alla Chiesa di Roma.
La fine del Duecento portò a Ninfa l'avvicendamento tra la famiglia Conti e quella Colonna. La scarsità di documenti in nostro possesso, tuttavia, non permette di cogliere i motivi che furono alla base di tale evento. E' probabile che vi sia stata una fase intermedia con la proprietà nelle mani degli Annibaldi. Quest'ultimi, infatti, erano presenti nelle province di Campagna e Marittima sin dall'inizio del Duecento, grazie anche ai legami di parentela che anch'essi avevano con Innocenzo III. Il loro insediamento in Marittima si consolidò poi alla metà del XIII secolo con la nomina di Riccardo Annibaldi della Molara a cardinale e rettore della Campagna e della Marittima.
La scomparsa del cardinal Riccardo (1274) pose però una brusca fine alle mire espansionistiche degli Annibaldi, anche perché nel frattempo si andavano affacciando alla ribalta le famiglie Colonna e Caetani. In poco tempo, le due nuove casate iniziarono a contendersi i domini (a Roma e fuori) spinte da una forte rivalità. Per quanto riguarda Ninfa, a spuntarla furono i Colonna, che ottennero il controllo della città grazie al cardinale Pietro, come testimoniato da un atto datato 30 aprile 1293.Due documenti comunali, datati 10 e 12 febbraio 1296, confermarono quanto promulgato nel 1293, conferendo ai Colonna anche la piena giurisdizione sul castello.

Lago
5. Lago e diga

5. Ninfa e i Caetani
Nel frattempo era asceso al soglio pontificio Bonifacio VIII (1294-1303) della famiglia Caetani, acerrima nemica della casa Colonna e originaria proprio del Lazio meridionale: la famiglia Caetani deriva infatti probabilmente dalla stirpe dei duchi di Gaeta del IX-XI secolo. Bonifacio VIII cercò di impostare un grande dominio familiare sia in Roma (dove riuscì a impadronirsi della Torre delle Milizie, che fronteggiava l'insediamento romano dei Colonna, e dell'Isola Tiberina ove, alla fine del Duecento, si sostituirono agli Annibaldi: la Torre Caetani, costruita dai Pierleoni e ancora esistente, controllava uno degli attraversamenti più importanti del Tevere) sia nell’avito Lazio meridionale, garantendo ai propri familiari importanti feudi non più sotto forma di concessione bensì di vere e proprie acquisizioni. il dominio dei Caetani si attesta dunque sotto Bonifacio VIII su tutto il Lazio meridionale, dai Monti Lepini, Ausoni e Aurunci fino al mare. Nodo chiave di questa strategia di acquisizioni è il castello di Capo di Bove sull’Appia, vero e proprio punto di raccordo tra i possedimenti della Marittima  e Roma, costruito intorno al 1302 e posto da Bonifacio VIII sotto il controllo di Francesco Caetani, cardinale di S. Maria in Cosmedin.
A Ninfa, nonostante i due atti comunali in favore del cardinale Pietro Colonna, i Caetani iniziarono le acquisizioni già all'inizio del 1297. I Colonna vennero messi presto a tacere con la bolla Lapis abscissus del 1297, uin cui si sanciva la scomunica dei cardinali Pietro e Giacomo, nonché la confisca di tutti i beni della Casa.
Artefice delle operazioni fu il nipote di Bonifacio VIII, Pietro II, conte di Caserta. Le prime proprietà della Marittima a passare in mano al conte Pietro II Caetani furono i castelli (già degli Annibaldi) di Sermoneta, Bassiano e San Donato. Ad agevolare l'acquisto di questi domini concorsero le non buone condizioni finanziarie in cui versava la famiglia Annibaldi, i legami di parentela che questa aveva con i Caetani e soprattutto le insistenti pressioni del pontefice.
A Ninfa, tutti i piccoli proprietari furono invitati da Pietro II a vendere o a donare ai Caetani le proprie quote di diritti di proprietà, le quali venivano poi restituite come feudo. Le operazioni furono lunghe e laboriose, vista la complessità della suddivisione del territorio, tanto da durare ben quattordici mesi, dal 30 giugno 1297 all'8 settembre 1298.
Si procedette infine all'acquisto dei beni comunali. L'8 settembre del 1298 gli abitanti della città, al suono delle campane e della voce dei banditori, si radunarono nella piazza antistante S. Maria Maggiore e conferirono a Bartolomeo di Tagliacozzo la carica di procuratore, al fine di sottoscrivere la vendita di ogni diritto e bene comunale a Pietro II. Il 2 ottobre del 1300, Bonifacio VIII cedette in feudo perpetuo al nipote Pietro II ed ai suoi discendenti di linea maschile tutti i diritti, i beni e le ragioni della Santa Sede nel castello di Ninfa e nel suo territorio. Il 10 ottobre Pietro II ricevette l'investitura del feudo, dopo aver prestato giuramento di fedeltà e vassallaggio. Una bolla pontificia, emessa il 22 aprile del 1301, sanciva a livello giuridico l'infeudazione e la proprietà del territorio di Ninfa a beneficio di Pietro II.

I documenti riportano che Pietro II iniziò con il consolidare e soprelevare il grande muraglione della diga, così che il piccolo laghetto esistente, formato dal confluire del corso del fiume Ninfa, divenisse un grande lago. Poi ristrutturò ed ampliò l'originaria rocca del XII secolo e consolidò le strutture murarie dell'intera città. Fra le migliorie trecentesche, vanno infine annoverate la costruzione di nuovi mulini e quella di due ospedali, l'uno denominato S. Matteo e l'altro Le Mancinule, di cui oggi si è persa qualsiasi traccia. Un'altra importante costruzione di quest'epoca è il Palazzo Comunale, situato nei pressi del castello. L'edificio era anch'esso sicuramente preesistente all'arrivo di Pietro II, poiché le fonti letterarie lo menzionano come il luogo in cui fu redatto il documento che sancì la fine del libero comune di Ninfa a favore della signoria Caetani. Originariamente, all'interno del palazzo era disposta una grande sala voltata, sostenuta da una colonna centrale, con sette bifore di tipo romanico. Pietro II stravolse questa precedente costruzione, lasciando però intatte le bifore. I Caetani intrapresero poi i lavori per il prosciugamento delle paludi Pontine, che di certo migliorarono le condizioni degli abitanti di Ninfa.


6. Turricella della cinta muraria

6. Ninfa nel XIV secolo
Alla morte di papa Bonifacio VIII, tutti i più acerrimi nemici di casa Caetani si scagliarono violentemente contro Pietro II e la famiglia Caetani. Presto tutte le tenute della famiglia, sia in Roma sia nelle province di Campagna e Marittima, subirono pesanti attacchi. A Roma si stabilì di reintegrare i Colonna nel possesso dei beni di famiglia e di revocare ai Caetani tutte le donazioni fatte in loro favore da Bonifacio VIII, nonché venne imposto ad entrambe le famiglie di siglare un trattato di pace; la sentenza del popolo romano non fu però accettata dalla famiglia Caetani. Anche gli Annibaldi risvegliarono i propri rancori verso la famiglia di Bonifacio VIII: appoggiati dai Colonna, mossero guerra ai Caetani, con l'intento di recuperare tutti i domini della Marittima che avevano venduto a Pietro II. In effetti, gli Annibaldi conquistarono presto Ninfa, la saccheggiarono completamente ed infine, per riuscire a mantenere il possesso del feudo, chiesero aiuto al popolo romano, che inviò un poderoso esercito: nel 1312 Ninfa era ancora controllata dai romani.
Soltanto le mutate condizioni politiche nell'Italia centro-meridionale permisero ai Caetani di tornare in possesso di Ninfa. All'inizio del Trecento infatti, la Campagna e la Marittima erano passate in mano ai guelfi, capeggiati dal re di Napoli, Roberto d'Angiò. La famiglia Caetani, schieratasi al fianco di quet'ultimo, sfruttò la situazionea proprio vantaggio: nel 1314 a Roffredo III e a Benedetto III, figli di Pietro II, furono nominati rettori di Campagna e Marittima, incarichi che permisero ai Caetani di recuperare il controllo di Ninfa.
Alla morte del cardinale Francesco Caetani, il 17 maggio 1317, la famiglia decise di suddividere i beni della famiglia, che fino ad allora erano rimasti in comune tra tutti gli eredi: alla fine del 1317, Ninfa, Sermoneta, Bassiano, Norma, San Felice, Sgurgola, la Torre delle Milizie a Roma e le proprietà nella Tuscia furono assegnate a Benedetto III, conte palatino. Questi beni furono a loro volta suddivisi nel 1355 tra i due nipoti di Benedetto III, Giovanni e Nicolò; Ninfa fu assegnata a Giovanni. Tuttavia, con il passare degli anni, il ramo dei Palatini subì un precoce declino, divenendo dapprima una famiglia nobile di second'ordine nella provincia romana, per poi estinguersi nel XVI secolo.
La debacle dei conti Palatini portò al passaggio di Ninfa al ramo dei Caetani di Fondi. Il contratto di compravendita tra i due rami dei Caetani fu stipulato nel 1369 nel monastero di Valvisciolo, alla presenza dei Palatini e di Giacomo Simone de Magistro, procuratore di Onorato I, conte di Fondi. Attraverso quest'operazione, i Caetani di Fondi ottennero la giurisdizione di metà dei diritti sul feudo di Ninfa. Onorato I, da parte sua, s'impegnava nell'opera di restauro della cinta muraria e si prese anche l'onere di far fronte ai numerosi debiti contratti da Giovanni Palatino nei confronti dei vassalli ninfesini.
Onorato I legò la sua fortuna ai papi avignonesi, tanto che fu proprio la rocca Caetani di Fondi la sede nella quale si svolse il conclave dei cardinali francesi che decretarono l'elezione scismatica del 20 settembre 1378.
IL papa avignonese Clemente VII (1378-1394), in segno di riconoscenza, confermò ad Onorato la carica di rettore di Campagna e Marittima e dichiarò Giacomo II (fratello di Onorato) e i Palatini decaduti da tutti i diritti che detenevano su Ninfa e su gli altri feudi della Marittima, concedendo tali domini in enfiteusi al conte di Fondi. Nel frattempo tuttavia il papa di Roma Urbano VI (1378-1389) dichiarò Onorato I ribelle, lo scomunicò e lo privò di tutti i beni nello Stato della Chiesa. Forti di ciò, Giacomo II e i Caetani Palatini, fautori di Urbano VI, si rifiutarono di riconoscere a Onorato I qualsiasi diritto di proprietà su Ninfa. Lo scontro divenne inevitabile: nel 1380 i Caetani Palatini Benedetto e Bonifacio si asserragliarono l'uno entro la città di Ninfa e l'altro in quella vicina di Norma, pronti a respingere qualsiasi attacco. Onorato I contava invece su un esercito di truppe mercenarie d’origine bretone, basca e italiana, rinforzato anche da soldati del feudo di Sermoneta. Questo schieramento attaccò Ninfa nel giugno del 1380, mettendo a ferro e fuoco la città. Le mura e la piccola rocca opposero ben poca resistenza e la città in breve tempo fu preda dei saccheggiatori. Nell'autunno del 1381 tuttavia, Benedetto Palatino si rivolse a papa Urbano VI per rivendicare il possesso di Ninfa e Norma. Fu quindi intentato un regolare processo, la cui relativa sentenza, promulgata ad Alatri, decretò la condanna di Onorato I a morte in contumacia; ma ovviamente questo processo non portò a nulla di fatto. In questo clima di ostilità, i cittadini dei centri urbani antagonisti, sul finire del 1381, decretarono di distruggere completamente Ninfa. Gli uomini di Sermoneta, Bassiano e Sezze, nel giorno convenuto, si radunarono al suono delle campane e conversero tutti su Ninfa, con gli stendardi delle loro città levati in alto e scortati dai mercenari del conte di Fondi. Entrati nella città nemica, muniti di picconi ed altre armi, demolirono e bruciarono ogni casa e la rocca stessa.
Ormai distrutta, la città non venne più ricostruita.


7. Ambienti all'interno del Castello Caetani

7. Ninfa nel XV secolo
A partire dal XV secolo, Ninfa perse completamente la sua connotazione urbana, per tornare lentamente ad assumere l’antico aspetto di piccolo centro agricolo. Nel 1457 i Caetani decisero poi di installare qui una ferriera, che fu completata solo nel 1471, ma che già nel XVII secolo era scomparsa. Il castello nel frattempo era divenuta una sorta di prigione, che nel 1447 fu di un triste fatto di sangue, il cosidetto eccidio di Ninfa.
Protagonista ne fu Onorato III Caetani, il quale, venuto a conoscenza di una congiura ordita da alcuni vassalli, li fece arrestare e richiudere nella torre del castello di Ninfa. Uno dei prigionieri, però, si ribellò e uccise il carceriere. Per ritorsione, Onorato III face gettare giù dalla cima della torre tutti i prigionieri, tra cui un suddiacono. Dato che però Onorato III poteva esercitare il diritto di vita o di morte sui suoi sudditi ma non su un uomo di Chiesa, fu scomunicato; per ricevere l'assoluzione, dovette assoggettarsi ad una dura penitenza: fare il giro delle chiese di Ninfa, brachis duntaxat retentis, portando una correggia intorno al collo e facendosi battere pubblicamente con la verga dai presbiteri. Soltanto dopo aver assistito alla penitenza, il priore del monastero di Fossanova, Andrea di Giacomo da Massa, assolse Onorato III dalla scomunica.
Nel 1499, papa Alessandro VI Borgia, con un colpo di mano, dichiarò i Caetani ribelli e scomunicati, privandoli di tutti i feudi. Subito dopo fece in modo che le tenute di Ninfa, Norma, Cisterna, San Donato, San Felice e Tivera, passassero alla figlia Lucrezia; soltanto con la bolla Romani Pontificis Providentia, emessa da Giulio II nel 1504, i Caetani furono reintegrati nel pieno possesso dei propri feudi.


8. Torre angolare del Castello Caetani

8. Ninfa in età moderna
A metà del XVI secolo Ninfa ebbe un sussulto di vitalità con il cardinale Nicolò III Caetani, uno dei più influenti prelati nella Roma del Cinquecento, il quale volle che nella città sorgesse un giardino. Il lavoro venne messo in opera dall'architetto Francesco Capriani da Volterra, il quale recinse un’area (oggi detta Hortus conclusus) cui si accedeva tramite un portale di travertino. Su quest'ultimo venne scolpito lo stemma della Casa con l’iscrizione Horti Nympharum Domus Caetanorum. All'interno di questo giardino vi erano due viali ad angolo retto, alle cui estremità, adiacenti al lago, furono ricavate due nicchie di muratura da cui fluiva l'acqua che andava a rifornire i vivai nei quali erano allevate le trote del fiume; ma il tutto cadde di nuovo nell'oblio subito dopo la morte di Nicolò (1585).
Presto anche le poche attività economiche sopravvissute a Ninfa iniziarono a declinare. Intorno al 1640, restavano in vita solamente i mulini da farina e la gualchiera, che scomparvero intorno alla seconda metà del XVIII secolo.
Nel 1765, Il duca Francesco V volle trasformare il Palazzo Comunale, ormai in rovina a causa dell'incuria, in una casa moderna con un granaio annesso, e vi collocò una iscrizione marmorea sulla porta in lode sua e dell'affittuario Antonio Spaziani, con le seguenti parole: D. Franciscus Caetani / Sermonetae dux Nymphae dominus etc / aquis congestis / pontibus constructis molendinis undiq. / reparatis commodiore via ad accessum / restitutam domum et amplum horreum / a fundamentis erexerit / conductor D. Antonius Spaziani / auctor et suasor hoc studiosissime / poni curavit Anno Sal. MDCCLXV. Il duca autorizzò poi il canonico lucchese Dini, a costruire una piccola chiesa dedicata alla Vergine, sulla cui facciata fu posta la seguente iscrizione: Sacellum hoc / Deo et B. Virgini Mariae dicatum / Georgius Dini sacerdos lucensis / inter beneficiatos Nympharum / canonicus / eximii dni Francisci Caetani / XII Sermonetae ducis permissu / a fundamentis exc. et p. ivssit / A.D. MDCCLXXI. I lavori realizzati all'epoca del duca Francesco V furono favoriti dal grande tentativo di bonifica delle paludi Pontine da parte di papa Pio VI. Purtroppo quest'imponente opera pontificia non condusse ai risultati sperati e l'intera regione della Marittima tornò presto alla sua desolazione.
All'inizio del Novecento, Gelasio Caetani iniziò ad interessarsi al possedimento di Ninfa. Egli diede vita al recupero della rocca, delle mura e del Palazzo Comunale. Si adoperò, quindi, nel trasformare la città in un giardino. L'antica città divenne così la residenza di campagna della famiglia e Gelasio pose la sua dimora nel Palazzo Comunale appena restaurato, dove ancora oggi si legge l'iscrizione: Nell'anno MCMXX io Gelasio Caetani feci piantare gli alberi in Ninfa e restaurare questa sala che minacciava rovina. Alla sua morte, l'opera venne proseguita da suo fratello Roffredo, duca di Sermoneta, che lasciò alla moglie Marguerite il compito di dare forma al nascente giardino. Ma fu la loro figlia Lelia che impresse quell’aspetto decisamente romantico che connota ancor oggi Ninfa.

Di fatto tuttavia, gli interventi novecenteschi hanno ridotto tutte le imponenti sopravvivenze medioevali di Ninfa a mero scenario: mura, campanili e torri e fanno da quinta o da fondale al lussureggiante rigoglio vegetale; pressoché tutte le chiese dirute si vedono soltanto in lontananza (e qualcuna non si vede affatto, essendo esclusa dal circuito), mentre l’interno delle rovine di palazzo Caetani non è incluso nel percorso guidato (per accedervi bisogna entrare nel cosiddetto Hortus conclusus). E così i visitatori finiscono il più delle volte per lasciare Ninfa con l’impressione di aver visto un magnifico giardino privato piuttosto che una vera e propria città medioevale.

Planimetria9. Planimetria di Ninfa (da: www.fondazionecaetani.org)

9. L’ambiente urbano
Oggi ninfa si presenta come una pittoresca città in rovina, con avanzi di un castello, di palazzi, di chiese, racchiusa da una doppia cinta muraria, formante un quadrilatero irregolare di circa 1400 metri e intervallata da undici turricellae salienti (ma in origine dovevano essere molte di più) aperte verso l’interno, in modo da non poter essere usate contro gli stessi abitanti, analogamente al Castello Caetani a Roma sull’Appia; il tutto semisepolto dalla vegetazione. Nel Trecento invece Ninfa era una vasta città con strade, ospedali, mulini, ponti e oltre centocinquanta case. All'interno della città o poco fuori le mura di cinta sono attestate almeno quattordici chiese: S. Maria Maggiore, S. Giovanni, S. Biagio, S. Salvatore, S. Paolo, S. Pietro fuori le mura, S. Angelo, S. Clemente, S. Eufemia, S. Leone, S. Martino, S. Parasceve, S. Quintino e S. Vincenziano.


10. Campanile di S. Maria Maggiore

S. Maria Maggiore era probabilmente la chiesa più importante della città; eretta probabilmente intorno al X secolo, fu ricostruita in forme più grandiose nella prima metà del XII secolo, a tre navate su pilastri quadrati, con abside semicircolare e presbiterio rialzato sulla cripta. Risale invece ai primi anni del XIII secolo il campanile addossato alla chiesa: di struttura tipicamente romanica, il campanile presenta bifore, cornici a mensola e denti di sega, e la comune decorazione con piatti in ceramica. La navata centrale della chiesa doveva essere coperta con u tetto a doppio spiovente, mentre le laterali presentavano volte di muratura, probabilmente frutto di modifiche avvenute nel corso del Trecento. La chiesa fu ampiamente restaurata da Onorato III nel XV secolo, in segno di espiazione all'indomani del famoso eccidio sopra ricordato. S. Maria Maggiore fu l'ultima chiesa a restare in attività, per essere poi definitivamente abbandonata nel XVI secolo. Ciò comportò il progressivo e inesorabile degrado delle strutture murarie. Gli affreschi superstiti dell'abside (tra cui si riconosce una bella figura di un S. Pietro) sono tradizionalmente datati al 1160-1170 circa, all’indomani cioè dell’incoronazione di papa Alessandro III qui avvenuta nel 1159; ma sono forse più tardi di qualche decennio. Altri affreschi, insieme a quelli delle restanti chiese della città, sono stati distaccati tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta del Novecento, e conservati nel Castello Caetani di Sermoneta.


11. Affreschi superstiti nell'abside di S. Maria Maggiore


S. Pietro fuori le mura è ubicata a un centinaio di metri dall'abitato, nei pressi della riva orientale del lago. L'edificio, piuttosto grande e con l'interno diviso in tre navate sostenute da pilastri rettangolari e abside unica, venne realizzato alla fine dell'XI secolo o all'inizio del XII. Nei tratti di muratura esterna dell'abside, motivi ad opus reticulatum e con inserti decorativi in cotto sembrano ricondurre l’edificio al mondo mediobizantino e alle sue propaggini nell'Italia meridionale (si veda per esempio il campanile di Telese in Campania). Anche lo stesso uso dei pilastri è un tratto che sembra  riconnettersi con prototipi ottoniani e carolingi meridionali. Nel corso del XIII secolo la chiesa venne poi ampliata e modificata secondo modelli prettamente gotici, soprattutto nelle volte delle navate laterali. La struttura muraria nel suo insieme, ad ogni modo, risulta oggi piuttosto omogenea. I resti della Teofania affrescata nell'abside (frammenti di drappeggi, un angelo, il bordo decorato da un fregio a motivi vegetali piuttosto geometrizzati) denunciano che doveva essere un lavoro di notevole qualità; la cronologia si approssima alla fine XII-inizio XIII secolo.


12. Ruderi della chiesa di S. Giovanni

S. Giovanni risale probabilmente intorno all'XI secolo, ma è talmente rovinata che non è possibile avere certezza nemmeno del suo impianto. Sorta, sembra, su resti di un edificio d’età romana, era probabilmente a navata unica e cappelle laterali con una sola abside semicircolare e presbiterio rialzato. Accanto erano presenti anche strutture conventuali, in cui trovò dimora stabile una comunità francescana, la quale rimase a Ninfa sino al 1388, quando, con la città ormai ridotta a desolanti rovine e quasi del tutto spopolata, scelse di ritirarsi nella chiesa di S. Nicola a Sermoneta, su invito di Giacomo II Caetani. Durante il trasferimento, i Minori portarono con sé nella nuova sede un oculo, gli stipiti della porta principale e una campana gotica. In ciò che resta dell'abside crollata si intravvedono frammenti di figure d'angeli che potrebbero essere contemporanee agli affreschi di S. Pietro: all'inizio del Novecento si vedevano invece ancora interi registri di storie (Traslazione del corpo di un santo, Guarigione di un cieco).


S. Biagio, databile alla metà del XII secolo, era una chiesa di dimensioni piuttosto modeste a navata è unica e abside semicircolare. È interessante il fatto che la chiesa costrinse a una deviazione l'andamento delle mura della città, al fine di comprenderla nel loro perimetro. Nell'abside era affrescato un Cristo in Gloria, e più in basso la Vergine tra gli Apostoli; questo affresco, della fine del XII o dell'inizio del XIII secolo, è stato in parte staccato ed esposto nel castello di Sermoneta.


Monasteri. Nei pressi delle mura della città sorsero nel Medioevo i due monasteri di Marmosolio e di S. Maria di Monte Mirteto. Il primo era un complesso benedettino realizzato nella zona denominata Vaccareccia probabilmente alla fine dell'XI secolo o all'inizio del XII, passato poi ai cistercensi intorno alla seconda metà del XII secolo, per essere infine distrutto durante i tragici avvenimenti del 1171. Il secondo invece fu fondato nel 1216 adiacente a una grotta che nel corso del XII secolo divenne meta di pellegrinaggi e di devozione da parte delle popolazioni vicine, tanto da essere trasformato in un vero e proprio santuario, dedicato nel 1183 all'arcangelo Michele. Il piccolo monastero fu affidato ai monaci cistercensi di Fonte Laureato, in Calabria. Nel corso degli anni il monastero acquisì notevoli ricchezze; a conferire solidità economica alla comunità monastica concorsero le rendite derivanti dal possesso di terreni e di due mulini. L'antica grotta nei pressi del monastero continuò comunque a restare un luogo di culto, come dimostrano gli affreschi, datati XIV secolo ed oggi purtroppo quasi completamente cancellati. Nel 1432 papa Eugenio IV (1431-1447) unì S. Maria di Monte Mirteto a S. Scolastica di Subiaco. A quel punto, i monaci sublacensi cominciarono a dar vita ad azioni legali per cercare di recuperare i beni nell'area di Ninfa, ma senza successo e presto Santa Maria di Monte Mirteto fu lasciata in totale abbandono. Nel 1703 un terremoto completò il disfacimento della chiesa, che fu ricostruita nel XVIII secolo, anche se presto decadde di nuovo per essere ridotta a magazzino e ricovero per animali.


13. Castello Caetani - Torre angolare S-O, torre centrale e parete sud

Il Castello Caetani prospetta ancora oggi sul laghetto alimentato dal fiume Ninfa. L’impianto originario doveva risalire al XII secolo e constava soltanto di una torre circondata da un basso recinto murario, benché alcuni (come s'è già detto sopra) ritengano che doveva trattarsi di un vero e proprio complesso fortificato.
L'edificio tuttora esistente fu invece costruito intorno al 1308 da Pietro II Caetani. A pianta quadrata e muratura in tufelli, il Castello ha la singolare caratteristica di essere ubicato fuori la cinta muraria; presenta quattro torri angolari ruotate di 45° rispetto alla cortina, al fine di evitare angoli morti. Pietro II fece costruire all'interno del castello una piccola casa signorile, collegata alla torre da uno stretto ponte sospeso che attraversava il cortiletto antistante. Tale edificio era addossato alla cinta muraria, tanto che il camminamento di ronda fungeva da grondaia del palazzo stesso. L'interno di questa casa signorile era piuttosto elegante e presentava una grande sala, le cui bifore gotiche si affacciavano sulla città. Qualche anno più tardi l'edificio venne ampliato da Roffredo III, con la costruzione di altre sale contigue all'antecedente struttura.
L’intero perimetro del castello è coronato da  merlature a coda di rondine. Al centro si eleva la torre,  una delle più belle e imponenti di tutto il Lazio. Di forma quadrata (m. 10 per lato) e alta m. 32, è fornita di feritoie ed è coronata da merli a coda di rondine modernamente restaurati. La distruzione di Ninfa alla fine del XIV secolo coinvolse ovviamente anche il castello, che subì una devastazione tale da causare il crollo di alcune strutture. Fu comunque utilizzato ancora fino a tutto il XV secolo soprattutto come prigione (la torre fu teatro del celebre eccidio del 1447), per essere poi definitivamente abbandonato.



14. Palazzo Comunale(attuale Direzione)

Si segnalano infine: il Palazzo Comunale dell’antica cittadina è stato restaurato nel Novecento e ora ospita gli uffici della direzione; tre ponti (il più antico dei quali è d’epoca romana) e una torre presso la chiesa di S. Giovanni; quadrilatera e in tufelli, la torre, databile al XIII secolo, è alta una decina metri, ma doveva di certo essere più alta (la sommità è crollata); si distinguono due ordini di buchi per le travature e al primo piano delle finestre originali centrate nel mezzo delle pareti, a cui sono stati asportati gli stipiti.


15. Torre presso S. Giovanni


10. Ripresa satellitare del Castello Caetani


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