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le mura di aureliano nel medioevo

 

In questa pagina:

Le Mura nel Medioevo

Introduzione
Alto Medioevo
Basso Medioevo
Emergenze medioevali

Tratto Pinciana-Popolo
Tratto Pinciana-Salaria
Porta S. Lorenzo
Tratto S.Giovanni-Maggiore
Tratto Metronia-S.Giovanni
Porta Metronia
Tratto Latina
-S.Sebastiano
Tratto S.Sebastiano-S.Paolo
Porta S.Paolo
Tratto S.Paolo-Tevere

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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 24.09.2007

Castel S. Angelo

Introduzione
Agli inizi della sua storia, Roma sfruttò per la sua difesa le condizioni naturalmente accidentate del terreno (colli scoscesi e valli profonde), in maniera analoga a quanto avveniva in tutti i nuclei abitati dell'epoca (IX-VIII sec. a.C.). Soltanto nel sec. VI a.C. la città fu circondata da una cinta fortificata in opera quadrata di tufo (detta Serviana) che tuttavia, non resistendo all'assalto dei Galli del 390 a.C., fu rifatta nel 378 a.C. più forte e alta utilizzando un tipo di tufo più resistente (tufo di Grotta Oscura); il perimetro di questa cinta muraria (alta m. 10 e spessa m. 4) era di circa 11 chilometri e racchiudeva una superficie di circa 426 ettari. Per sei secoli, queste furono le mura che difesero Roma.
Fu al tempo dell'imperatore Aureliano (270-275 d.C.) che Roma, minacciata dalle invasioni barbariche provenienti dal Nord Europa, si trovò nella necessità di costruire una nuova cinta fortificata a sostituzione delle vecchie mura repubblicane ormai fuori uso, sommerse e sorpassate dalla grande espansione della città. Lo studio del nuovo tracciato fu fatto strategicamente da ingegneri militari e rimase in uso effettivo senza alterazioni fino al 1870: con i suoi km. 18,837 si tratta di uno degli esempi più importanti dell'arte della fortificazione antica. Dal momento che il costo delle nuove Mura si prospettava piuttosto ingente, il circuito fu condotto per lo più attraverso il terreno demaniale, limitando al massimo le spese d'esproprio di terreni privati o del demanio pubblico. Inoltre, per risparmiare materiale di costruzione e per evitare di lasciare a disposizione del nemico il controllo di alcune opere, molte costruzioni preesistenti (sepolcri, acquedotti, abitazioni, il Castro Pretorio, l'Anfiteatro Castrense) furono incluse nel circuito. Il muro costruito da Aureliano era alto m. 6 e spesso m. 3,50; ogni 30 metri fu posta una torre quadrata sporgente di m. 3,50, per un totale di 383 torri. La tecnica edilizia utilizzata è l'opera laterizia.
Durante il regno di Massenzio (306-312), alcuni tratti di Mura furono restaurati con la tipica cortina dell'epoca, in opera listata di tufelli e laterizi. Secondo fonti antiche, Massenzio avrebbe anche fatto scavare un fossato all'esterno delle mura che tuttavia non riuscì a portare a termine. In seguito a nuove invasioni di barbari, L'imperatore Onorio (384-423) stabilì il raddoppio dell'altezza del muro; ed è proprio questa la struttura che, eseguita tra il 401-402, si è conservata fino a noi. Sia il camminamento sia le torri furono rialzate di un piano, costruendo una nuova muratura in opera laterizia al di sopra di quella di Aureliano. La cortina onoriana è irregolare, con mattoni di recupero, di colore e misure diverse e strati di malta abbondanti. Il precedente cammino di ronda fu coperto con una galleria a volta, aperta verso l'interno della città con grandi arcate, sopra la quale correva un altro cammino di ronda, scoperto e riparato da merli verso l'esterno.

 

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Le Mura nell'Alto Medioevo
Anche quando la città antica era ormai in rovina e i suoi monumenti crollavano per l'abbandono, la conservazione delle mura urbane di Roma non venne mai meno. Gli avvenimenti drammatici che colpirono la città, a partire dal sec. VI, modificarono la pianta e l'aspetto di Roma: le invasioni barbariche, la dominazione bizantina, le epidemie e le carestie decimarono la popolazione che si concentrò lungo l'ansa del Tevere e nell'antica zona monumentale del Campo Marzio. Il Tevere, pur rappresentando da una parte un rischio costante per le frequenti piene, costituì un elemento essenziale per la sopravvivenza e la continuità della città, rappresentando un insostituibile mezzo di comunicazione con l'esterno e di approvvigionamento di acqua potabile per gli abitanti.
Sebbene le Mura di Aureliano nell'Alto Medioevo da un punto di vista difensivo non costituissero più una garanzia, sia perché alcuni tratti versavano in gravi condizioni, sia perché la loro estensione impediva un continua e completa sorveglianza, di fatto esse continuarono ad avere un forte valore simbolico e, per lo meno fino al sec. IX, anche giuridico di definizione topografica della città e quindi della natura sacra di Roma. Gli stessi pellegrini in visita alla città rimanevano impressionati al momento del loro arrivo proprio dall'imponenza delle mura che incutevano rispetto e ammirazione e molti pontefici promossero interventi di restauro delle Mura, sia per proteggere la città e i tesori cristiani in essa conservati dai pericoli (rappresentati soprattutto dal mondo islamico), sia per affermare il potere papale come potere centrale della città. Il Liber pontificalis ricorda i restauri effettuati da papa Sisinnio nel 708, da Gregorio II nel 725 (che fa restaurare il circuito partendo da Porta S. Lorenzo) e da Gregorio III (731-741).
Ad Adriano I (772-795) si deve poi un importante restauro delle fortificazioni cittadine (compiuto entro il 791), reso necessario dai danni provocati dall'assedio longobardo del 756. In tale operazione, che riguardò in primo luogo le porte Salaria, Ostiense e Portuense, furono impegnati tutti i braccianti del patrimonio ecclesiastico e tutte le comunità cittadine della Tuscia e della Campagna romana, nonché gli stessi romani. Fu il primo intervento complessivo per la difesa della città operato in epoca medioevale e acquistò anche il significato di una rinascita di una coscienza di sé.
Di fatto tuttavia la cinta muraria non proteggeva dagli attacchi via acqua; ben presto si sentì dunque la necessità di fortificare la foce del Tevere (e dunque Ostia) con la costruzione di un campo trincerato, denominato Gregoriopolis, intorno alla borgo. Ma dato che anche questa nuova munizione non riuscì nell'846 a impedire che i saraceni saccheggiassero la basilica di S. Pietro, Leone IV ordinò la fortificazione del Vaticano. Analogamente, i pontefici Gregorio V (996-999) e Gregorio VI (1045-1046) stabilirono la recinzione con mura delle due basiliche extra muros di S. Paolo e di S. Lorenzo e dei borghetti sviluppatisi intorno a loro, che acquisteranno il nome rispettivamente di Johannipolis e Laurentiopolis.

 

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Le Mura nel Basso Medioevo
Tra l'XI e il XIII sec. Roma vide un notevole incremento della popolazione e confermò il suo ruolo di centro amministrativo e sede della massima autorità giudiziaria occidentale, assumendo quella fisionomia urbana che poi manterrà fino al Rinascimento. Il primo intervento consistente di questo periodo sulle Mura si deve ad Alessandro III (1159-1181) che nel 1167 le fece restaurare in vista del pericolo costituito dalle truppe di Rainone, signore di Tuscolo, seguace di Federico Barbarossa. La manutenzione ordinaria fu demandata al Comune, come testimonia il primo Statuto della città giunto fino a noi e datato 1363. Addetti alla manutenzione della cinta muraria erano i Magistri aedificiorum et stratarum i quali, a mano a mano che la città si andava riprendendo, furono particolarmente attenti al suo decoro. Dallo statuto del 1363 si evince inoltre come non si badasse soltanto alla conservazione strutturale della cinta ma anche al suo corretto utilizzo stabilendo per essa norme ben precise:
- non si poteva occupare l'area strettamente a ridosso delle mura;
- non dovevano essere usurpate, utilizzate per altro scopo se non quello difensivo;
- le vigne dovevano essere distanti dalle mura almeno un passo;
- niente doveva impedire l'esistenza di una strada larga almeno un passo e chiunque avesse avuto vigna o altro che potesse impedire tale passaggio era tenuto a eliminarlo. Sono gli anni del rilancio delle istituzioni comunali e dunque di grande vitalità per la città che vede crescere sentimenti di forte identità. Con Cola di Rienzo si arrivò anche a ristrutturare la difesa della città sulla base di una milizia organizzata sulla leva rionale e a lui direttamente dipendente.

 

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Emergenze medioevali nella cinta muraria
Lungo i quasi 19 chilometri del perimetro originario delle Mura di Aureliano, sono ancora ben distinguibili restauri, ricostruzioni e vere e proprie trasformazioni di età medioevale: di seguito si descrivono le emergenze più significative.

 

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Tratto da Porta Pinciana a Porta del Popolo
Accanto al fornice moderno di Porta Pinciana (aperto nel 1908 per il traffico veicolare), si presenta un corpo verticale a mattoni, con tre riseghe in alto, che fu addossato come sostegno al fianco della prima torre tra Porta Pinciana e Porta del Popolo. Viene datato al VI secolo in base alla presenza di un modulo per 5 file di mattoni che si attesta sui cm. 30-34. Anche il tratto di mura che si addossa alla torre dalla parte verso la porta è stato datato al VI secolo, mentre si esclude che la torre vera e propria sia di tale epoca. Il tratto di muro ha lasciato chiare tracce della sua forma rastremata a riseghe nell'angolo con il camminamento successivo.

 

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Tratto da Porta Pinciana a Porta Salaria
La nona torre nel tratto da Porta Pinciana a Porta Salaria fu ricostruita con grandi scaglie di selce intorno XII-XIII secolo. Attualmente si presenta diroccata sulla cima. La torre nel 1964 è stata restaurata dal Comune e protetta con una copertura di tegole e vetro.

 

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Porta Tiburtina (o S. Lorenzo)
La porta come noi oggi la vediamo appartiene ai lavori di consolidamento e rinforzo delle mura attuati sotto l'imperatore Onorio nel 403. Come attesta l'iscrizione nella facciata posteriore (sul viale di porta Tiburtina), egli fece aggiungere un nuovo fornice, con arco a ventaglio e paramento in travertino che ricopre per intero l'insolita altezza dell'attico esterno, dovuta al forzato adeguamento altimetrico con quello di Augusto contenente il triplice acquedotto che vi passa dietro, e ha cinque finestre arcuate: la porta venne fornita di un complesso difensivo, con camera di manovra, su cui si affacciano cinque finestre, con fronte spalleggiato da due torri rotonde. Nella porta sono evidenti i resti della traccia per la saracinesca, i battenti, le imposte, e una iscrizione in marmo moderna dalla parte della città "Bagiando la / S. Croce ci e / cento giorni / d'indulgenza". Papa Adriano I, nell'ambito della vasta campagna di restauro delle Mura Aureliane da lui promossa, fece costruire anche un percorso porticato da Porta Tiburtina fino all piccolo borgo sorto intorno alla basilica di S. Lorenzo, che nell'XI secolo verrà fortificato e prenderà il nome di Laurentiopolis. In epoca medioevale la porta era detta Porta S. Lorenzo dall'usanza di denominare le porte dalla basilica alla quale conducevano: l'appellativo è sopravvissuto dando il nome alla strada e all'attuale attraversamento tagliato nelle mura aureliane.
Grandiosi lavori furono eseguiti nel 1917 a Porta S. Lorenzo che era sepolta fino alla metà dell'arco e soffocata dalle fabbriche che ne nascondevano anche le adiacenze. Negli scavi sono venuti alla luce resti di muri laterizi e chiaviche dei bassi tempi dell'Impero, tolte perché di impedimento alla vista del monumento. Durante i lavori è venuto alla luce anche il piano della strada, rialzato e lastricato con grossi lastroni di travertino, attribuibile all'epoca tra i Flavi e Caracalla. (fine I sec. d.C - III sec.). I lavori portarono al rinvenimento della parte anteriore di un edificio rettangolare di tufo (forse un monumento sepolcrale o un sacello di epoca repubblicana) e di una cappella forse dell'XI secolo annidatasi nel fornice a nord della porta e decorata con rozze pitture di santi. Nei pressi c'era anche un pozzo che doveva servire per il corpo di guardia.
La Porta fu testimone di importanti avvenimenti per la storia medioevale di Roma. Al tramonto del 28 maggio del 1084 Roberto il Guiscardo, che cingeva di assedio la città, si presentò improvvisamente con 1.300 uomini ad portam quae sancti Laurentii dicitur, sub aquaeductu juxta Tiberim, ove la minore sorveglianza e scalis silenter appositis, muros trascendit e aperta la Porta Flaminia, fece irrompere i suoi Normanni in città, liberò Gregorio VII da Castel Sant'Angelo e lo scortò fino al Laterano.
La sera del 20 novembre del 1347, Cola di Rienzo toccò qui l'apogeo della sua potenza, sconfiggendo in modo forse involontario, ma comunque schiacciante, la superbia della nobiltà romana. Caddero nel fango delle vigne addossate alle mura Giovanni Colonna, suo padre Stefano, Pietro Colonna e Pietro barone di Belvedere, cugino dei Colonna. Giordano Orsini ed il conte di Fondi feriti fuggirono verso Marino, altri scamparono a Palestrina. "Fino al pomeriggio - scrive il Gregorovius - cadaveri nudi di più di ottanta signori, che un tempo erano stati temutissimi aguzzini del popolo, rimasero esposti al feroce dileggio della plebe". Cola proibì che ai Colonna venissero celebrati solenni funerali all'Aracoeli, e acconsentì che i loro corpi venissero sepolti nella chiesa di S. Silvestro in Capite. Il giorno 24 novembre Cola ritornò sul luogo dello scontro con il figlio Lorenzo, il quale bagnò con il sangue di uno dei Colonna uccisi e lo nominò cavaliere della vittoria.
La notte del 17 giugno 1407 i soldati del re Ladislao di Napoli entrarono a Roma per murum fractum inter portam della Donna et portam Sancti Laurentii extra muros costringendo Gregorio XII a mettersi in salvo a Castel Sant'Angelo. Il mattino successivo sopraggiunse Paolo Orsini con le sue truppe che guidò versus Terminem et portam Sancti Laurentii extra muros et ibi ante dictam portam fuit magna rissa. Vi furono molti morti da entrambe le parti ma alla fine la vittoria arrise alle armi del pontefice. Non vi fu pietà per i baroni fatti prigionieri, alcuni dei quali furono esposti al pubblico ludibrio e decapitati sul Campidoglio mentre per la città si celebrava la vittoria con processioni e feste. Un anno dopo Paolo Orsini, capitano di ventura pronto a vendersi al migliore offerente, lasciò che Ladislao rientrasse in Roma mentre il papa era a Savona. In questa occasione il re ordinò di murare le porte, compresa Porta S. Lorenzo. Sempre da questa porta rientrò l'anno successivo ancora il re di ritorno da Marino. Ma nel 1410 (13 gennaio) alcuni partigiani del re si asserragliarono nella porta e furono attaccati proprio da Paolo Orsini che, schierandosi dalla parte del Popolo romano, li fece attaccare con 3 bombarde; dopo tre giorni di cannoneggiamento questi si arresero.

 

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Tratto da Porta S. Giovanni a Porta Maggiore
Nella quarta torre delle Mura Aureliane da Porta S. Giovanni a Porta Maggiore si stabilì nel Medioevo un oratorio, testimonianza dell'uso delle Mura (soprattutto nel tratto meridionale, tra Porta S. Giovanni e Porta S. Paolo) come luoghi di preghiera e di isolamento contemplativo. L'oratorio fu intitolato a s. Magherita di Antiochia di Pisidia, una martire dell'epoca di Diocleziano e Massimiano il cui culto ebbe grande diffusione in età medioevale soprattutto fra le classi popolari in quanto protettrice di partorienti. L'oratorio vero e proprio venne sistemato nel piano inferiore della torre, coincidente con la fine del camminamento inferiore; nel piano superiore, fornito di finestre sia verso l'esterno che verso l'interno della città, trovava alloggio il romito che accedeva all'oratorio tramite una scala, probabilmente di facile rimozione, accessibile da una apertura praticata su una delle tre volte a botte dell'oratorio. Un documento dei Bollandisti riferisce che alla metà del XIII secolo S. Domenico era solito fare il giro delle mura a fare visita agli immurati, ovvero reclusi volontari all'interno delle Mura. Tra questi immurati, S. Domenico era solito parlare, attraverso una piccola finestra, con una donna che abitava nella turris iuxta portam Lateranensem. Pare che la torre fosse proprio questa. Nel sec. XIV, le pareti interne di questa torre-oratorio furono decorate ad affresco da un artista probabilmente legato alla scuola di Pietro Cavallini. La volta era decorata con un cielo stellato, mentre sulle pareti erano gli affreschi raffiguravano la Vergine con il Bambino fra due Angeli, le Ss. Margherita e Caterina e un vescovo; i Ss. Pietro e Paolo (dipinti sui pilastri degli archi di sostegno delle volte); i due diaconi Lorenzo e Stefano; due figure di Cristo (una in posizione benedicente, l'altra nella tipologia a mezzo busto con le braccia incrociate emergente dal sepolcro). Ultimo santo raffigurato è Benedetto, presente perchè l'Oratorio fu affidato alla Basilica di S. Croce, concessa nel XIII secolo all'ordine benedettino. Gli affreschi, oggi staccati, sono esposti nel Museo della Basilica di S. Croce in Gerusalemme.
E' possibile che l'Oratorio, per un certo periodo, sia stato anche usato come luogo in cui rinchiudere i malviventi, dal momento che più volte compare anche con il nome di Prigioni di Santa Margherita. Un documento del 1648 della Deputatio Heremitae (a cui competeva il controllo dell'Oratorio) ricorda anche un brutto episodio avvenuto all'interno dell'oratorio: un eremita, impazzito, vi avrebbe ucciso un altro romito. L'oratorio non era solo luogo in cui si ritiravano gli eremiti che sfuggivano alla civiltà, bensì anche luogo di devozione, dal momento che esistono bolle papali che concessero indulgenze plenarie a chi avesse lo visitato il 20 luglio, giorno della santa. Ciò testimonia sicuramente la rinomanza del luogo che fu venerato fino all'ultimo ventennio del secolo XIX , nonostante il suo stato ormai fatiscente. Dopo il verificarsi di alcuni crolli, al fine di preservare l'incolumità dei devoti che mensilmente partecipavano alle finzioni che si svolgevano al suo interno se ne decretò la chiusura nel 1878, ma dopo due anni sulla base delle insistenze dei fedeli, fu riaperto. Fra il 1932 e gli anni Quaranta fu oggetto di restauri tesi a consolidare la torre, leggermente inclinata verso il viale Castrense, e a recuperare l'originario livello verso via Carlo Felice dove è stato anche un accesso all'oratorio.

 

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Tratto da Porta Metronia a Porta S. Giovanni
La prima torre nel tratto da Porta Metronia a Porta S. Giovanni presenta una rifasciatura alla base, eseguita con blocchi di tufo, la quale viene datata all'età medioevale.

 

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Porta Metronia
Questa porta - il cui nome, forse proveniente da un fondo posto al suo esterno, cambiò spesso nel corso dei secoli in Metrodia, Metaura, Mediana, Mitrobi, Metrovia - si apre nel recinto aureliano, in corrispondenza della Porta Querquetulana della più antica cinta muraria di Servio. Voluta in origine con la struttura e le funzioni di una posterula per dare accesso al Celio attraverso una strada di secondaria importanza, Porta Metronia è fornita solo di un piccolo fornice, privo di qualsiasi rivestimento marmoreo, senza torri di fiancheggiamento. La sua difesa è affidata alla particolare collocazione lungo la cinta difensiva, confinata in un profondo angolo rientrante controllato dalle mura convergenti. La massiccia torre che ancora la sovrasta è pertanto costruzione di epoca tarda. Nel 1122 Callisto II decise di far passare sotto la porta (forse già chiusa da tempo) le acque dell'Acqua Mariana (detta anche Marrana), che giungeva a Roma presso Porta S. Giovanni e, varcata Porta Metronia, scendeva fino alla chiesa di S. Sisto, percorreva la Valle delle Camene e si gettava nel Tevere all'altezza di S. Maria in Cosmedin, alimentando i mulini fortificati che incontrava lungo il suo percorso.
Sebbene trasformata in una sorta di varco per l'acqua la porta continuò ad essere oggetto di restauri al pari di tutto il recinto murario, come dimostra l'epigrafe, ancora visibile sulla sua facciata interna, la quale ricorda il restauro eseguito da parte del Senato romano nel 1157 e firmato da dieci senatori: Regio S. Angeli. + Anno MCLVII Incarnationis / Domini Nostri Iesu Christi S.P.Q.R. hec menia / vetustate dilapsa restaura-/vit, senatores Sasso, Iohannes de Al-/berico, Roieri Buccacane, Pinzo / Filippo, Iohannes de Parenzo, Petrus / Deustesalvi, Cencio de Ansoino, / Rainaldo Romano, / Nicola Mannetto ( "Regione S. Angelo + Nell'anno 1157 della incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo il Senato e il Popolo Romano queste mura rovinate dalla vecchiaia restaurarono. Erano senatori Sasso, Giovanni di Alberico, Roieri Buccacane, Pinzo, Filippo, Giovanni di Parenzo, Pietro Diotisalvi, Cencio di Ansoino, Rainaldo Romano, Nicola Mannetto"). Si tratta dei consiglieri che costituivano l'esecutivo del Senato e che, in un momento in cui il Comune democratico voleva affermare la sua indipendenza dal potere papale, esegue il restauro e lo ricorda senza nemmeno citare il nome del pontefice regnante: siamo nell'acceso periodo della Renovatio senatus.
Nel corso dei secoli, le immagini che ritraggono Porta Metronia continuano a rappresentarla come un semplice passaggio arcuato sotto cui scorre l'Acqua Marrana, ad uso irrigativo degli orti: così la ritrae la pianta di Alessandro Strozzi del 1474, del Bufalini del 1551, del Du Pérac del 1577, del Falda del 1676, e del Nolli del 1748 (ma non la pianta del Tempesta del 1593).
Attualmente la porta, incassata nel suolo almeno per m. 1,50, si presenta con la struttura datagli nel periodo medioevale. L'arco del fornice, largo m. 3,22, più visibile sulla parete esterna, è ornato in opera laterizia del secolo XII; l'interno è tamponato con pezzi di peperino di varia forma misti a tegole e tufo. Il torrione centrale di epoca medioevale, basso e merlato, è largo m. 6,90 e profondo m. 4,55. La sua struttura muraria non sembra molto accurata: in opera listata all'esterno e opera incerta all'interno. E' interessante che la torre è sporgente verso l'interno della città: questo particolare l'ha fatta interpretare come una sorta di controporta. Ma tale interpretazione sembra cozzare con il fatto che la costruzione della torre (databile probabilmente proprio all'epoca dell'epigrafe: 1157) è posteriore al passaggio dell'Acqua Mariana (1122). In realtà la torre è forse da interpretare come una mola fortificata che doveva sfruttare il corso d'acqua, in maniera analoga alle vicine Torri di S. Sisto Vecchio e alla Torre della Moletta. Accanto all'iscrizione che ricorda i restauri del 1157, si trova un'altra iscrizione che ricorda i restauri fatti nel 1579 dal conservatore romano Cesare Giovenale Manetti, discendente di uno dei consiglieri ricordati nell'epigrafe medioevale, a ricordo della devozione che la famiglia Manetti ha sempre avuto verso la patria.

 

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Tratto da Porta Latina a Porta S. Sebastiano
La seconda torre nel tratto da Porta Latina a Porta S. Sebastiano si individua facilmente per la sua particolare forma semicircolare; è costruita con scaglie di selce ed è datata alla seconda metà del XII secolo sulla base del ritrovamento di brocche medioevali impiegate per alleggerire la volta. Sulla base laterizia, forse di età tardo antica, si innesta la muratura composta da sei fasce di selce scandite da cinque fasce di laterizi, di due filari ciascuno. La sommità termina con un coronamento moderno laterizio. L'undicesima torre (ormai in prossimità di Porta S. Sebastiano) si presenta per metà nella struttura originale di Onorio (402 d.C.) fino alle cuffie angolari della camera superiore sostenenti, un tempo, la volta a cono del tetto; il resto appartiene ad un restauro medioevale a cui nel XIX secolo sono state aggiunte le feritoie per fucileria. La dodicesima torre conserva soltanto in piccola parte la struttura originaria, mentre la parte frontale in scaglie di tufo è probabilmente da attribuire ad un restauro medioevale.

 

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Tratto da Porta S. Sebastiano a Porta S. Paolo
Il tratto di Mura tra Porta S. Sebastiano e la via Cristoforo Colombo presenta molti interventi di età medioevale. Si tratta per lo più di interventi di rappezzamento delle torri in una zona caratterizzata da un terreno piuttosto instabile. Non a caso tratti di mura risultano rimaneggiati anche in epoca moderna e ancora nel 2001 questo tratto di Mura ha subìto vistosi cedimenti strutturali che hanno causato il crollo di vaste porzioni del camminamento. Il grande torrione che affianca Porta S. Sebastiano conserva sullo stipite destro, per chi esce dalla porta, una testimonianza di un suo coinvolgimento in un evento bellico medioevale: si tratta di un graffito raffigurante l'arcangelo Michele che uccide il drago seguito da un'iscrizione latina: Anno domini MCCC/XXVI, indictione / XI, mense septem/bris, die penultim/a, in festo sancti Micha/elis, intravit Gens / foresteria in urbe et fuit debella/ta a populo Roma/no, existente Ia/cobo de Pontia/nis Capite regio/nis ( "L'anno 1327, indizione XI, nel mese di settembre, penultimo giorno, festa di S. Michele, entrò gente straniera in città e fu sconfitta dal popolo romano, essendo Jacopo de' Ponzani capo del rione"). L'iscrizione ricorda dunque lo scontro avvenuto in questo luogo fra i ghibellini romani e l'esercito di Roberto d'Angiò, re di Napoli, che aveva l'intenzione di sottomettere la città. Non si tratta dell'unico episodio avvenuto nei pressi della porta (già nel 1312 Giovanni Savelli si era scontrato con le truppe di Enrico VII) ma è forse quella più significativa per il popolo romano.
Tra la prima e la seconda torre dopo il fornice di Porta S. Sebastiano (in direzione di via Cristoforo Colombo) è presente un'apertura ad arco tamponata, seminascosta dagli alberi. Essa corrisponde a una posterula che probabilmente fu aperta in età medioevale o per collegare le vigne che si trovavano all'esterno della cinta o, come pare più probabile, per facilitare l'afflusso dei pellegrini, negli anni dei giubilei. La posterula, ben visibile dall'esterno, risulta già tamponata a metà del XVII secolo.
Continuando in direzione della Colombo, la terza torre, che conserva ancora una bella volta a vela, tessuta con mattoni disposti per taglio (rarissimo esempio di una tecnica di tradizione greco-orientale), presenta il lato frontale restaurato in età medioevale con scaglie di tufo e malta.
La quinta torre ha subito diversi rifacimenti nel corso dei secoli, ha la camera di manovra ridotta in larghezza poiché la facciata, probabilmente crollata, fu rifatta completamente in età medioevale, in posizione arretrata rispetto alla forma originaria. Si possono ancora notare i resti degli scalini che portavano al piano superiore e l'arco murato sopra la rampa. Sia all'esterno che all'interno si possono notare vari tipi di muratura: tufelli, mattoni e selci.
La sesta torre ha perduto completamente la forma originaria poiché la facciata, crollata in epoca antica, fu rifatta in età medioevale fino alla volta, così che la camera inferiore è ristretta ad un semplice passaggio.
Anche la torre successiva ha subito profondi rimaneggiamenti: all'esterno manca la fronte (caduta già probabilmente in età antica) e all'interno lo spazio è stato ristretto con l'aggiunta di altre murature (di età medioevali) che ne hanno alterato il disegno originario: si può notare nella parte posteriore della torre la muratura aggiunta alla cortina laterizia già esistente.
E infine, anche la decima torre (la penultima prima della Posterula Ardeatina) ha perduto completamente il suo aspetto originario ed è stata sostituita da un restauro medioevale, con blocchi di tufo grigio, sopra il quale si innalza un restauro moderno dell'età di papa Pio IX, con tufo di vario colore e grandezza, pezzi di marmo e travertino.

 

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Porta S. Paolo
La porta presenta segni di restauri, eseguiti in età bizantina, tamponando numerose finestre poi sostituite da feritoie nell'attico e nelle torri. La finestra centrale della torre orientale è stata tamponata e ricoperta con un affresco rappresentante la Vergine in trono con il Bambino, circondata da motivi geometrici riquadrati da fasce policrome, come testimoniano le tracce di decorazione ancora esistenti. Ai due lati della finestra vi erano due figure maschili di cui ci è pervenuta solo la parte inferiore del corpo. Sulla sommità dell'arco in cui è ricavata la finestra è presente un frammento di affresco raffigurante il Cristo benedicente. Le altre tracce di decorazione che si conservano nella galleria di collegamento tra le due torri, situata ad un livello più basso, le quali dovevano coprire le pareti dei due lati lunghi della stessa galleria e gli archi di accesso a questa, sono talmente esigue che non consentono di avanzare ipotesi né sulla loro datazione né su una loro eventuale contemporaneità con gli affreschi presenti sulla torre. All'esterno si nota l'attacco per una campana. I soggetti rappresentati nel locale semicircolare della torre, sulla base dell'esame stilistico vengono datati alla fine del XIII secolo, inizi del XIV secolo. La presenza di questi affreschi lascia ipotizzare un uso devozionale di questo ambiente della porta, secondo la consuetudine diffusa, non solo in età medioevale, per questo lato delle Mura Aureliane.
Memorie medievali ricordano che al piano superiore della torre orientale si installò un eremita greco che vi aveva allestito una cappella, la c.d. Cella Muroniana, della quale sono ancora visibili i resti della decorazione pittorica, sicuramente in origine molto più ricca. Un'epigrafe murata nella cripta di S. Saba, chiesa proprietaria di Porta S. Paolo tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo, ha permesso al Grisar di formulare l'ipotesi della presenza di un monastero negli ambienti superiori della stessa porta. Tale epigrafe, incompleta, ritenuta inizio di una bolla papale e variamente datata ai secc. IX-XI, riporta il seguente testo: + GGS EPS Servus Servorum dilecto filio nostro Eugenio a nobis consecrato Egumeno in subscripto loco que nominat cella muroniana supra portam beati Pauli apostoli ubi est aecclesia reconita ad honore imaginis Domini Dei. In essa si accenna dunque a "una cella muroniana sopra Porta S. Paolo, dove si trova una chiesa fondata in onore dell'immagine Domini Dei"; pertanto, sulla base della considerazione che cella in passato era spesso utilizzato per indicare diversi monasteri di Roma (lo stesso monastero di S. Saba aveva il nome di Cella nova), e che murone sarebbe una sorta di aggettivo per sottolineare la collocazione di questo monastero all'interno delle Mura Aureliane, si ritiene che proprio negli ambienti superiori della porta fosse presente, perlomeno a partire dalla data della bolla di Gregorio VII, un monastero retto da monaci greci che aveva giurisdizione sulla chiesa di S. Salvatore de Porta, fabbricata a ridosso delle mura e probabilmente sovrastante un ipogeo con altare sotterraneo; inoltre la chiesa (oggi scomparsa) doveva essere comunicante con il suddetto monastero (sulla base anche dell'analisi delle strutture dei due atri di accesso alle torri, ancora esistenti), attraverso celle e corridoi, che sono stati ritenuti adattamenti a scopo religioso. All'epoca a cui dovrebbe risalire tale epigrafe (XI secolo) la Porta S. Paolo e tutte le sue pertinenze risultano date in concessione al monastero dei Ss. Bonifacio e Alessio.
Se nel Catalogo di Torino del 1320 (al n° 269 della nostra numerazione) la chiesa di San Salvatore de Porta risulta non avere alcun officiante, da un codice (della fine del XVI secolo - inizi XVII secolo) contenente un inventario delle proprietà del Collegio Germanico-Ungarico di Roma, risulta non solo l'appartenenza della chiesa di S. Saba al medesimo Collegio ma anche che alla chiesa di S. Saba apparteneva una cappella o chiesa con una stanza per sacrestia et sopra una camera a tetto, posta fuori di Porta S. Paolo. Detta chiesa ha il titolo di S. Salvatore, è senza cura e fu unita alla chiesa di San Saba, come dimostra un'iscrizione in pietra di marmo affissa nel muro di quella. Anche la controporta di Porta Ostiense è giunta fino a noi nella sua fase di età medioevale, con murature più spesse per contenere le scale.

 

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Tratto Porta S. Paolo - Fiume Tevere
Il tratto di Mura che costeggia Viale del Campo Boario costituisce oggi il muro di cinta del Cimitero Acattolico. Molte torri in questo tratto mostrano evidenti segni di interventi post-antichi; in particolare, la quinta torre (provenendo da via Persichetti) mostra un alzato in tufelli di apparente età bassomedioevale.
Una volta arrivate al fiume, Le Mura lo risalivano per circa 800 metri per poi terminare presso l'Emporio all'altezza della Porta Portuensis (sulla riva opposta trasteverina). Al termine dell'attuale Viale del Campo Boario, nel punto esatto in cui le Mura raggiungevano il fiume, ancora oggi sopravvive una torre di epoca medioevale. Questa torre (a cui ne corrispondeva un'altra sulla sponda opposta), faceva parte del sistema difensivo del Tevere approntato da papa Leone IV, con uno sbarramento trasversale (probabilmente una catena) fino al pelo di magra.

 


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