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torri e castelli fuori le mura castrum caetani

 

In questa pagina:
Il mausoleo di Cecilia Metella
e il Castrum Caetani

1. Il Mausoleo
2. La nascita del castello
3. La fortificazione
4. La chiesa di S. Nicola
5. Il castrum dopo i Caetani
6. Ripresa satellitare

Ripresa aerea del complesso
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Torri e castelli fuori le Mura
(indice alfabetico)

 

Note
In questa sezione sono descritte le fortificazioni medioevali esterne alla Mura di Aureliano (ma comunque all'interno dell'ambito territoriale odierno di Roma) che conservano cospicui resti medioevali. La sezione è ancora in lavorazione.

titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 14.11.2007

Castello Caetani
1. Il Mausoleo di Cecilia Metella e il Palazzo Caetani (foto Giorgio Clementi)

Il mausoleo di Cecilia Metella e il Castrum Caetani
(Via Appia Antica 161)

1. Il mausoleo di Cecilia Metella
Il castello Caetani a Capo di Bove sull'Appia ingloba e sfrutta il mausoleo di Cecilia Metella, è uno dei più famosi monumenti funerari di Roma; datato intorno alla metà del I secolo a.C., è situato nel punto in cui l'antica via Appia raggiunge l'altezza di m. 50 sul livello del mare. Posizionato su un rilievo che ne consente la visibilità anche a notevole distanza, il monumento deve la sua sopravvivenza proprio al fatto di essere stato utilizzato in epoca medioevale come torre difensiva e di avvistamento.
L'enorme lapide marmorea, che si legge sulla parte alta del monumento rivolta verso la strada Caeciliae Q. Cretici F(iliae) Maetellae Crassi, ci informa che si tratta della tomba della nobile romana Cecilia Metella, figlia di Quinto Metello Cretico. I Metelli sono il ramo più importante della gens Caecilia, che nel II sec. a.C. raggiunse l'apice della potenza; tra il 123 e il 102 a.C. ebbe sei consoli, quattro censori e cinque trionfatori, tra cui si annovera anche il padre di Cecilia, che nel 63 a.C. sottomise definitivamente l'isola di Creta e ottenne il trionfo assumendo il soprannome di Cretico: proprio la presenza nell'iscrizione di questo soprannome permette di datare il monumento a dopo il 63. Nella lapide si ricorda inoltre che Cecilia fu moglie di un Crasso, identificato da alcuni con il celebre triumviro e generale di Cesare, Marco Licinio Crasso (114-53 a.C.), da  altri con il suo figlio maggiore, Publio Licinio Crasso. In ogni caso, se del padre e del marito possiamo tracciare un ritratto, poiché si tratta di personaggi di spicco nella politica tardorepubblicana, possiamo conoscere Cecilia Metella solo grazie a questo monumento, la cui imponenza è sì un omaggio alla defunta, ma è anche (e forse soprattutto) un'occasione per celebrare le glorie e il potere della famiglia committente. Siamo in un’epoca di grandi lotte e non s’indietreggia neanche di fronte alla morte per esaltare la potenza familiare.

Epigrafe2. L'epigrafe marmorea

Si tratta di una tomba del tipo a tumulo, costituita da un alto tamburo circolare rivestito in travertino, del diametro di 100 piedi romani (m. 29,60) e alto 11 metri, che poggia su un basamento quadrato in calcestruzzo di circa 18 metri per lato, in origine rivestito anch’esso in blocchi di travertino e poi spogliato in epoca rinascimentale (da notare, per inciso, che, una volta rivestito, anche il basamento doveva presumibilmente raggiungere i 100 piedi di lato, esattamente come il tamburo).
Il sepolcro terminava in alto con un tumulo a forma di cono (demolito probabilmente nel XIV secolo), che determinò il particolare nome con cui il mausoleo è talvolta ricordato nelle fonti medioevali: monumentum peczutum, ovvero appuntito, pizzuto. Ben però più famoso è l'altra denominazione medioevale data al monumento e a tutta la zona, ovvero Capo di Bove, dovuta al fregio con bucrani e ghirlande che decora la sommità della costruzione antica (com’è noto, la testa di bue è un elemento decorativo molto comune nell'antichità, mutuato dall’uso di appendere i crani degli animali sull'alto del templi). Il fregio si interrompe in corrispondenza dell’iscrizione per lasciare posto alla raffigurazione di un trofeo (un elmo con clamide frangiata) con due scudi e, in basso, un prigioniero barbato (un avanzo di panneggio indicherebbe l’esistenza di un'altra figura perduta); si tratta forse di una rappresentazione volta a commemorare le imprese compiute dal padre di Cecilia a Creta.
Un corridoio, coperto a volta e largo m. 2,45, conduce alla cella; una grossa inferriata a terra serve a indicare l'esistenza, sotto il corridoio superiore, di un altro della stessa larghezza, con rivestimento in cortina. L'ambiente prendeva luce da una finestra ellittica che si apriva nella parete di accesso della cella, ancora ben visibile benché murata e modificata. La scala oggi presente sul fianco del basamento fu creata nel corso dei lavori diretti dal Muñoz (1909-1913) per rendere possibile l'accesso all'ambiente inferiore, non potendovi all’epoca entrare dalla cella rotonda che era interrata. La camera funeraria è di forma circolare e rastremata verso l'alto; come il corridoio anche la camera è rivestita in cortina laterizia di ottima qualità e decorata con stucchi, di cui restano deboli tracce.

Castello Caetani
3. Palazzo Caetani (foto Giorgio Clementi)

2. La nascita del castello medioevale
Sappiamo che nel IX secolo il monumento era di proprietà della Chiesa, anche se dovette divenire presto oggetto delle mire di molte famiglie romane per la sua eccezionale posizione strategica. Una bolla di papa Gregorio VII (1073–1085) accenna a un certo Gregorius de Tuscolana (identificato con Gregorio III dei Conti di Tuscolo) quale possessore del palazzo di Massenzio e dei territori limitrofi; è lecito quindi supporre che la fortificazione del mausoleo e di questo tratto dell’Appia  sia stata approntata proprio dai Conti di Tuscolo, al fine di poter controllare la via che conduceva ai loro possedimenti meridionali. L’insediamento ebbe tuttavia come ripercussione l’abbandono dell’Appia - divenuta teatro di vessazioni sotto forma di pesanti pedaggi da parte dei Conti di Tuscolo - a favore della vicina via Latina.
Con la decadenza della famiglia tuscolana non diminuì l’importanza del sito: alla fine del Duecento, Bonifacio VIII (Benedetto Caetani), fece tutto quanto in suo potere per entrarne in possesso: in prima istanza abolì il divieto, imposto ai nobili romani da papa Martino IV (1281-1285), di acquistare terreni intorno alla città; poi fece in modo di riunificare le varie parcelle nelle mani Francesco Caetani, cardinale di S. Maria in Cosmedin. Tutto il castrum fu costruito intorno al 1302; sappiamo infatti che il 12 maggio del 1302 una bolla pontificia concede a Francesco i diritti sulla chiesa di S. Nicola, eretta all'interno del complesso.
Del resto, gli interessi dei Caetani nel Meridione erano troppo vasti per non comprendere il valore strategico di Capo di Bove; originari di Gaeta, già nel XII secolo i Caetani hanno rami distinti a Napoli e Anagni. E' famoso il Castello Caetani di Ninfa; ma il dominio dei Caetani si attesta sotto Bonifacio VIII su tutto il Lazio meridionale, dai Monti Lepini, Ausoni e Aurunci fino al mare. A Roma i Caetani irrompono prepotentemente proprio con Bonifacio VIII; grazie a lui, i Caetani riescono a impadronirsi sia della Torre delle Milizie sia dell'Isola Tiberina, ove vanno a sostituirsi agli Annibaldi: la Torre Caetani (costruita dai Pierleoni e ancora esistente) controllava uno degli attraversamenti più importanti del Tevere.

Capo di Bove si colloca dunque nel cuore di questa politica di acquisizioni che mira ad assicurare alla famiglia un dominio su Roma e su tutto il Lazio meridionale. Il mausoleo di Cecilia Metella viene trasformato in un vero e proprio mastio: sopraelevato con una muratura in peperino di circa 6,5 metri (a cui si addossa una stretta marciaronda), viene coronato da una teoria di merli a coda di rondine (il pinnacolo che svetta in alto sopra i merli è invece moderno: si tratta di un caposaldo trigonometrico del sec. XIX).
Su uno dei fianchi viene appoggiato il palatium, un’ampia costruzione su tre piani: vi si riconoscono le stanze, le porte, le finestre, i camminamenti esterni. Oggi l’interno, per la caduta dei solai, appare come una serie di cortili separati da grandi arconi, ma le tracce nelle murature consentono di integrare facilmente la struttura del castello.
Mentre dall’esterno il palazzo appare come un blocco compatto, interrotto solo da un torrione quadrangolare dal lato verso la valletta retrostante, il lato verso la tomba è invece quello meno regolare perché si adegua all’andamento circolare del sepolcro, ricavando un piccolo vano forse destinato ai servizi (si notino le tracce di canalizzazione). La facciata che guarda sulla via termina triangolarmente con una specie di timpano, come se la copertura fosse stata a capanna, e ha inferiormente due finestre rettangolari che davano luce al pianterreno.


4. Palazzo Caetani (foto Giorgio Clementi)

Al primo piano vi sono due finestre bifore archiacute, le cui mostre di marmo furono fatte fare dal Muñoz sul calco di una antica, posta sul lato che guarda la campagna; notevole il parallelismo con le due bifore del Castello Caetani di Ninfa. Al di sopra, nella parte triangolare del timpano, si apre un cerchio rotondo che dava luce alla soffitta. Sul lato della campagna si aprono due bifore e un elegante balcone sorretto su archetti acuti di tufo e marmo, che sembra contraddire la qualificazione a fortezza del palazzo.
Sulle pareti interne si legge tutta la struttura del castello e la sua divisione in piani: un vasto salone al primo piano guardava sulla strada tramite due bifore, e dal lato sud aveva un grosso camino la cui cappa ha lasciato traccia sulla parete, fra le due bifore. In una parete del primo piano, in due nicchie arcuate aperte nel muro (forse erano due ripostigli) sono appena visibili due resti di pittura a fresco rappresentanti vasi con fiori, testimonianza del carattere anche residenziale del castello. Da questo salone si accedeva ad un altro che guardava invece sulla campagna ed aveva anch’esso un grande camino in un angolo. All'altezza del primo piano, sul lato della via Appia, fu aperta una porta nel mausoleo di Metella, tagliando uno degli enormi blocchi di travertino del rivestimento da cui una parte scala che segue la curva del mausoleo stesso, fatta ripristinare dal Muñoz per rendere possibile l'accesso alla piattaforma superiore.
L'ingresso originario fu murato da Luigi Canina (intorno al 1850-1853) per collocare sul tamponamento vari frammenti marmorei rinvenuti nelle vicinanze;è sormontato da una lastra marmorea (datata  al secolo XIV) che porta nel mezzo un bucranio e ai lati due stemmi della casa Caetani.

Muro di Cinta
5. Particolare del lato sud-ovest del muro di cinta

3. La fortificazione
Il Castrum Caetani costituisce uno dei più importanti esempi di architettura civile medioevale vicino Roma, conserva ancora intatto tutto il suo schema principale. Oltre al palatium e al mastio, ogni borgo fortificato doveva avere, secondo le regole costruttive medioevali, case per chi vi lavorava, una chiesa, il tutto racchiuso in un recinto murario intervallato da turricellae salienti, aperte verso l’interno, in modo da non poter essere usate contro gli stessi abitanti.
Nel caso della cittadella dei Caetani, Le torrette di difesa sono rettangolari,  munite di piccole finestre e coronate (come del resto lo è tutto il recinto) da una merlatura a coda di rondine; oggi le torri rettangolari scampate alla rovina sono otto, ma in origine dovevano essere sedici, contando anche il sepolcro di Metella e quella incorporata al palazzo. Il muro è prevalentemente in tufelli, e misura circa 100 metri sui lati corti e circa 240 sui lati lunghi. All'esterno, in corrispondenza delle merlature ghibelline sono anelli in pietra, probabili alloggiamenti per sportelloni mobili a sostegno della difesa dall'alto. Il castello non ha mai avuto un fossato, perché la sua elevata situazione non lo rendeva necessario. La strada, che taglia in due parti tutto il recinto fortificato, dal lato di Roma penetrava nel recinto stesso per mezzo di un grande arco, in laterizio, di cui rimangono ancora sul lato destro lo stipite e il principio dell'imposta, ancora interamente visibile nelle stampe del XVI –XVIII secolo.

S. Nicola
6. Chiesa di S. Nicola a Capo di Bove (fianco sud-est)

4. La chiesa di S. Nicola a Capo di Bove
All’interno della cinta muraria ma staccata dal palazzo, la chiesa dedicata a s. Nicola (restaurata agli inizi del XX secolo, ma rimasta comunque senza alcuna copertura) è un esempio dell'uso, comune nel Medioevo, di fabbricare edifici sacri all'interno dei cortili dei castelli (molte chiese portano ancora oggi l'attributo in curte). S. Nicola ha grande importanza anche dal punto di vista architettonico trattandosi  di un raro saggio di costruzione gotica sacra in Roma. È a sala unica rettangolare, con facciata liscia a terminazione rettilinea ed è  sormontata, sul lato sinistro, da un piccolo campanile a vela di muratura diversa (probabilmente post-medioevale) e molto restaurato.
Un ampio portale, decorato solo da una cornice marmorea su mensole di spoglio, è sovrastato da un oculo con profilo interno in arenaria grigia. Alle estremità, due contrafforti a terminazione obliqua delimitano la scansione volumetrica dei fianchi, ritmati da elementi di rafforzamento. Nello spazio di risulta tra questi ultimi, si aprono  strette e lunghe monofore archiacute, disegnate da una cornice marmorea bianca a profilo trilobo. All’interno, resti di archi trasversi, corrispondenti ai contrafforti esterni, ricadono su mensole scolpite.
Il livello antico del pavimento era circa 35 centimenti sopra l’attuale piano di calpestio (oggi costituito da terriccio), mentre la copertura doveva essere a travature lignee su costoloni e archi trasversi. Il tutto è in tufo, con parti di selce, eccetto le piattabande delle finestre che sono in laterizio  come la calotta interna dell'abside. L’abside, sporgente, è senza aperture; all’interno è poco profonda e sottolineata solo da una sottile cornice in arenaria grigia di forme analoghe a quella dell’oculo di facciata.
La scarsa altezza della chiesa e l’abside poco profonda danno al piccolo edificio un senso di spazialità dilatata, a cui dovevano contribuire anche le finestre.  A lungo la chiesa è stata inserita nel constesto delle chiese a navata unica, diffuse soprattutto tra gli ordini mendicanti. Se nel disegno della facciata la chiesa sembra in effetti risentire dell'architettura francescana e domenicana, in realtà è da questa profondamente distante per l’uso della luce; qui la disposizione delle allungate monofore aumentava la luminosità interna, dilatando in larghezza lo spazio della navata, in evidente antitesi con le le chiese medicanti, dove il punto focale è costituito dall’abside traforata da ampie finestre.

Monofore
7. Chiesa di S. Nicola a Capo di Bove: monofore sul fianco sud-est

Ben più persuasivo è il collegamento che si è ipotizzato tra S. Nicola e l’architettura sacra legata agli Angioni. Non a caso, S. Nicola è stata attribuita all’architetto napoletano Tommaso de’ Stefani detto Masuccio II; in effetti, sia le allungate monofore trilobate sembrano trovare corrispondenze nelle chiese napoletane di S. Chiara e di S. Lorenzo (i cui lavori duecenteschi sono attribuiti proprio a Masuccio II), sia la scelta di uno spazio mononave a tetto risponde in pieno al gusto particolare degli architetti angioini. Sono momenti che stringono molto l’architettura gotica italiana a quella transalpina e che trovano la loro compiuta realizzazione nella cappella palatina di Castel dell’Ovo (1307-1310). S. Nicola di Capo di Bove tuttavia precede di circa un decennio sia Castel dell’Ovo sia la più nota cappella palatina italiana, quella degli Scrovegni a Padova. Sotto questa prospettiva, la chiesa di S. Nicola esce di fatto dal suo apparente isolamento per diventare invece il prodotto di un fenomeno di portata europea.
Quello della cappella palatina è un tema che ha origine francese e che si sviluppa in ambito italiano proprio attraverso la cultura angioina meridionale. Tuttavia, una delle caratteristiche delle cappelle di palazzo francesi era la struttura a due piani, per consentire lo svolgimento del culto privato ad un livello diverso da quello del culto pubblico; forse invece la chiesa di S. Nicola segna l’inizio di una via tutta italiana di questo tema. Nel recinto del castello Caetani sappiamo che esisteva un altro centro di culto dedicato a S. Biagio:  è dunque possibile che in ambito romano l’idea della cappella doppia sia stata tradotta nella creazione di due edifici autonomi di cui uno, la cappella di S. Nicola, riservata agli abitanti del palazzo. In effetti, l’idea di una cappella mononave vicina al palazzo sarà poi l’unica che svilupperà in ambito italiano.
Altra caratteristica che collega la nostra cappella a quelle di palazzo è la dedicazione. E’ stato notato che S. Nicola gode di grande favore in questo tipo di architettura: a lui viene dedicata la cappella nel Palazzo Laterano, fatta costruire da Callisto II (119-1124), e quella dell’antico palazzo Ducale di Venezia; ancora più esteso è il fenomeno nei palazzi francesi, dove appare costante l’intitolazione a S. Nicola delle cappelle superiori, riservate al culto privato. L’origine di questo legame tra s. Nicola e un luogo di culto riservato a pochi sembra che sia da rintracciare nella cappella del palazzo imperiale di Costantinopoli intitolata da Giustiniano a s. Nicola di Mira: il prototipo bizantino avrebbe assunto così un importante valore di esempio.
Caratteri interessanti questa chiesa li presenta anche nella scultura architettonica. I costoloni ricadono su peducci i quali sono scanditi da un motivo lanceolato di foglie che emergono da un piccolo fiore che conclude inferiormente l’elemento. Si tratta di una struttura decorativa che presenta analogie con la scultura duecentesca cistercense. I pilastri, gli archi a essi sovrimpostati e, in generale, la tecnica costruttiva hanno fatto avanzare l’ipotesi che all’interno del cantiere del palazzo Caetani ci fossero maestranze formatesi alle dipendenze dell’Ordine Cistercense accanto ad altre più schiettamente romane che invece eseguirono le mura esterne, il cui circuito ricorda da vicino quello della rocca Savelli sull’Aventino. Una eventualità questa ulteriormente confortata dai profondi legami che esistevano tra Bonifacio VIII e l’Ordine cistercense, rinsaldatisi grazie alla presenza in Curia del cardinale cistercense Roberto di Poitigny, e tra i Caetani e l’Abbazia i cui interessi nella Campagna Marittima e in Maremma erano particolarmente forti.
La lettura e l’analisi del castello e della chiesa risultano dunque di particolare importanza per dare un contributo alla storia del gotico a Roma, la quale oggi – dopo i restauri del Sancta Sanctorum e la scoperta degli affreschi dell’Aula gotica nel monastero dei Ss. Quattro Coronati – sta progressivamente assumendo un ruolo di grande importanza nel quadro degli studi sul gotico italiano.


8. S. Nicola e il Palazzo Caetani (foto Giorgio Clementi)

5. Il castrum dopo i Caetani
La morte di Bonifacio VIII tolse ai Caetani la base stessa della loro potenza. Già pochi anni dopo la morte del papa, i Savelli occuparono il castello, che divenne un loro importante baluardo; si potrebbe perfino avanzare l'ipotesi (che ci sembra finora nessuno abbia mai fatto) che alcune delle strutture pertinenti al Castrum siano da attribuire proprio ai Savelli: abbiamo in effetti già citato la somiglianza tra la cinta muraria a Capo di Bove e quella di Rocca Savella sull'Aventino. Anche il dominio dei Savelli non fu però né lungo né tranquillo: nel 1312, Giovanni Savelli si schierò contro l'imperatore Enrico VII a fianco di papa Clemente V. La scelta del Savelli costò cara al Castello: l'imperatore fece prendere d'assalto Capo di Bove e il piccolo borgo fu dato alle fiamme; poi la ritorsione imperiale si rivolse anche verso la rocca sull'Aventino, dove i palazzi dei Savelli furono rasi al suolo.
La morte di Enrico VII (1313) scatenò una vera e propria guerra per il possesso del castello che alla fine, per ironia della sorte, passò in mano ai Colonna, i più fieri avversari dei Caetani. All'inizio del XV secolo troviamo gli Orsini come proprietari, anche se il fortilizio di Capo di Bove sembra da questo momento utilizzato soprattutto come luogo di accampamento per le truppe in marcia verso Roma. Nel 1589, per evitare forse che il castello, ormai abbandonato, divenisse covo di malfattori, il Senato romano decise di demolirlo completamente; soltanto all'ultimo minuto questo scempio fu scongiurato grazie all'intervento del senatore Paolo Lancellotti.

Oggi il complesso, recentemente restaurato, è sotto la giurisdizione della Ministero per i Beni e le Attività Culturali -, Soprintendenza Archeologica di Roma ed è aperto al pubblico; all'interno del percorso, è possibile vedere anche la colata di lava di Capo di Bove (risalente a oltre 300.000 anni fa). Per informazioni sugli orari di apertura, consultare il sito della Soprintendenza Archeologica di Roma.


6. Ripresa satellitare del Castrum Caetani


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