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torri medioevali fuori le mura villa dei quintili


In questa pagina:
Villa dei Quintili
La storia antica
Articolazione della villa antica La storia medioevale

Ripresa aerea
della Villa dei Quintili

con Microsoft Virtual Earth

Altre torri fuori le Mura
(indice alfabetico)

Note
In questa sezione sono descritte le fortificazioni medioevali esterne alla Mura di Aureliano (ma comunque all'interno dell'ambito territoriale odierno di Roma) che conservano cospicui resti medioevali.
La sezione è ancora in lavorazione. Le sottolineature indicano le schede già disponibili.



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A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 09.09.2007

torre della moletta

VILLA DEI QUINTILI - La storia antica
Al quinto miglio dell'Appia Antica si apre uno degli ingressi della grandiosa villa dei Quintili. I primi scavi furono eseguiti dal 1787 al 1792. Ma soltanto nel 1828 si poté stabilire chi la possedette: durante degli scavi, si rinvennero infatti molte fistule (condutture d’acqua) ed alcune chiavi di acquedotto, con i nomi dei padroni originali della villa, i fratelli Quintilii, Condianus et Maximus. Nel 1856 un frammento lapidario fu trovato nelle vicinanze col nome Quintilio. Fu quindi rivendicato a cotesta famiglia il possesso di tale proprietà. Si tratta di una delle più importanti famiglie senatorie dell’età degli Antonini. I due fratelli Sesto Quintilio Condiano Massimo e Sesto Quintilio Valeriano Massimo furono consoli insieme nel 151 d. C., sotto Antonino Pio. Il figlio di uno di essi fu console nel 172. Essi erano quindi contemporanei di Erode Attico, padrone dell’altra grande villa sulla via Appia, del quale erano tutt’altro che amici.
La scelta del luogo in cui fu costruita la villa non è forse casuale: sappiamo che i Quinctii (dai quali i Quintili probabilmente pretendevano di discendere) erano una delle famiglie di Alba Longa inserite nella cittadinanza romana dopo la sconfitta della città latina. Difficilmente può essere un caso che la dimora dei Quintili sia stata costruita esattamente all’altezza del luogo dove la tradizione collocava l’accampamento dei Curiazi. Si tratta forse di un esempio dell’uso politico e ideologico che una famiglia senatoria poteva fare delle proprie origini mitiche, e che si rifletteva anche nella scelta del luogo di una villa (basterà qui ricordare la posizione della casa di Augusto nel settore del Palatino più ricco di ricordi ancestrali). Ben nota è la commovente storia che vide come infelici protagonisti due Quintili al tempo dell'imperatore Commodo (160-192; regnante dal 180 al 192). Ecco il racconto che ne fa Cassio Dione (LXXII, 5):

"Commodo uccise anche i due Quintilii, Condiano e Massimo, poiché gran fama avevano per il sapere e per l’arte militare, per la concordia e per le ricchezze, e dei beni che possedevano erano venuti in sospetto, e quantunque non pensassero a novità, si rattristavano per le cose contemporanee. E così questi, come sempre erano vissuti insieme, insieme morirono con un figlio. Dal momento che si volevano il massimo bene neppure nelle magistrature vollero essere disgiunti, e furono consoli (a. 151 dell’e.v.) e sedettero insieme. E Sesto Condiano, figlio di Massimo, sorpassando per natura e per educazione i suoi eguali, allorquando intese la promulgazione del decreto fatale contro di lui, poiché si trovava nella Siria, bevve il sangue di una lepre e dopo ciò salì a cavallo, e si lasciò cadere in modo opportuno, vomitando sangue come se fosse stato il suo, e sollevato da terra, come prossimo a morire, fu portato in una stanza: quivi scomparve, ed in luogo suo fu posto nel feretro il corpo di un ariete, che fu poi arso. Da quel momento Sesto, cangiando sempre figura e vestiario, andò vagando qua e là. Sparsasi però la fama delle cosa, poiché non è possibile che lungamente tali fatti rimangono celati, si fecero ricerche di lui dappertutto, e molti furono messi a morte per sbaglio a causa della somiglianza; molti, come consapevoli, o perché lo avevano ricoverato, furono puniti, e più ancora, senz’averlo mai veduto, perdettero i beni. Egli poi, se veramente fosse ucciso, poiché più teste simili alla sua furono mandate in Roma, o se scampasse, niuno mai ha saputo. Certo è che un impostore ardì dopo la morte di Commodo di spacciarsi per Sesto, e levarsi affine di ricuperare le ricchezze e la dignità ; ed interrogato da molti molto si vantò, ma quando l’imperatore Pertinace in persona lo interrogò sopra cose greche, che a lui erano affatto sconosciute, si scoprì totalmente, non avendo potuto intendere ciò che gli fu domandato: quindi per forme e per modi a lui somigliava, ma non per la educazione".

Ma perché i due Quintili furono sacrificati? Un raggio di luce ne porge il fatto dell’essersi, negli scavi sotto Pio VI, rinvenuto nel terreno della villa un monogramma cristiano formato di marmi policromi, con le lettere mistiche del pesce (ictus) e il residuo del nome QUINTILIORVM. Questa può fornire la chiave del segreto sulla condanna dei Quintili. Difatti, associando la certezza dell’invidia di Commodo, per le ricchezze ed i meriti di questi signori, con il fatto dell’essersi essi ritirati in questa villa a scrivere e studiare, con la misteriosa scomparsa successiva di essi e con la confisca di questi e degli altri loro beni, si può ricostruire la storia della catastrofe in tal modo, cioè che, sospettati essi di cristianesimo (la cui professione ci viene adombrata dall’abbandono della vita politica e dalla presenza del piccolo monumento scoperto nella villa) venissero travolti nella persecuzione religiosa, con il noto titolo di cospirazione verso l’impero e la religione, e quindi giustiziati. Dopo la pretestuosa morte dei due fratelli (182 d.C.), la loro proprietà passò nelle mani dell’imperatore, che dovette compiervi parecchi lavori.
Sappiamo che Commodo amava soggiornarvi, come dimostra l’episodio della rivolta popolare contro Cleandro, il favorito di Commodo, mentre questi risiedeva nella villa dei Quintilii, ove si spassava lietamente. Cleandro fece uscire improvvisamente la milizia pretoriana dalla villa, e la slanciò sul popolo che veniva minacciosamente incontro; ma invano, perché il popolo non desistette dall’assalto, finché non ebbe in mano il corpo di Cleandro, del quale fece poi strazio. In tale occasione Commodo, che soggiornava negli appartamenti più interni, non si rese nemmeno conto del tumulto (in effetti, la parte abitata della villa è a più di 400 m dalla strada). Anche in seguito la villa rimase proprietà degli imperatori: sappiamo che Tacito (275-276) vi fece porre una tavola dipinta a cinque valve, in cui egli era raffigurato in varie fogge (Historia Augusta, Tac. 16). Nella villa si possono distinguere due grandi fasi di costruzione: una prima in laterizio, attribuibile all’attività dei proprietari originari (e quindi agli anni intorno al 150, o poco dopo) e una seconda in opera listata, che forse potrebbe appartenere al tardo III secolo (epoca di Tacito).
In mancanza di studi più accurati, in particolare sui bolli laterizi, non è possibile precisare meglio la cronologia delle fasi costruttive. Si può solo dire che i bolli conosciuti vanno da Adriano fino a Caracalla (quando cessa l’uso di bollare i mattoni): vi furono quindi interventi nel III secolo, testimoniati anche dalla scoperta di fistule acquarie con i nomi di Alessandro Severo e dei Gordiani.

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VILLA DEI QUINTILI - Articolazione della villa antica
La villa si articola in vari nuclei ben distinti l'uno dall'altro.

Costruzioni oggi comprese nella tenuta di S. Maria Nuova
. Si tratta di una cisterna trasformata in casale e di altri resti di edifici oggi in cattivo stato di conservazione.

Ninfeo.
Preceduto da alcune costruzioni piuttosto semplici (forse tabernae), si erge il grande ninfeo semicircolare, nel quale si possono distinguere due fasi principali: nella prima, esso non presenta aperture verso la strada, ed è limitato da un muro in opera a sacco di scaglie di selce. Questo sostiene lo speco di un acquedotto, che continua lungo il muro perimetrale del giardino. In una seconda fase, costruita in opera listata, viene aperto un ingresso verso la via Appia; con due colonne su basi al centro e pilastri laterizi ai lati. Il pavimento, di cui restano tracce, era in mosaico bianco a grosse tessere. Al centro, dietro l’ingresso, è una nicchia semicircolare coperta in origine da una semicupola, che contiene un bacino di fontana. Al piano superiore sono cinque nicchie. Si tratta evidentemente di un grosso ninfeo con fontane, alimentate dall’acquedotto, che veniva a formare un ingresso monumentale verso la via. Dietro il ninfeo è il grande giardino, in origine molto più ristretto: nella seconda fase fu demolito il muro occidentale, portandone la larghezza a circa 108 m, mentre la lunghezza rimase di circa 300 m. Lungo il lato sud-est corre il muro di limitazione in selce, che regge lo speco dell’acquedotto, e che fu raddoppiato nella seconda fase, formando cosi uno stretto corridoio. Agli angoli sud e ovest vennero allora costruiti due padiglioni circolari, che ricordano quelli della villa di Massenzio. All’esterno del giardino è una cisterna in laterizio con contrafforti in reticolato, appartenente alla prima fase, collegata con il muro periferico attraverso una serie di arcate, che nella seconda fase furono chiuse con opera listata.

Terme.
Verso nord, si incontra dapprima una grandiosa aula rettangolare, di m.13,50 x 11,60, con grandi finestre ad arco in alto e ambienti minori intorno. Vi si notano molti rifacimenti successivi, dimostrazione della lunga e complessa vita della villa. La decorazione interna (delle pareti, oltre che dei pavimenti) era in marmo: restano i fori di fissaggio delle lastre. Accanto, l’esistenza di suspensurae dimostra che si trattava di parte di un edificio termale, del quale faceva parte anche una vicina, grandiosa aula; al centro di questa, che è la più grande sala conservata, è una grande piscina, originariamente rivestita di marmo. Si notano anche, sulle pareti, i tubuli cavi per il riscaldamento. Si è proposto di riconoscervi il tepidarium. Anche in questo ambiente si notano le tracce di numerosi restauri successivi. Accanto a esso è una grande sala circolare, del diametro interno di 36 m, che però non doveva essere coperta. Si è pensato anche in questo caso a una piscina, o a un complesso simile al cosiddetto «teatro marittimo» di villa Adriana. A est, sull’orlo della collina, che qui discende in direzione dell’Appia Nuova, si vedono numerose tracce di grandi sostruzioni, e miseri resti di ambienti, quasi completamente scomparsi. Più a sud era la parte propriamente residenziale, conservata quasi solo a livello delle sostruzioni. Vi si notano un grande cortile e i resti di una sala ottagona. I bolli laterizi mostrano di appartenere a due fasi, di età rispettivamente adrianea e tardoseveriana.

Ippodromo.
Verso sud-est si estende il grande ippodromo, che fu aggiunto alla villa solo in una fase avanzata. Esso è ancora più grande del primo giardino (circa 100x400). Verso est si notano grandi muraglioni di sostruzione, rinforzati da contrafforti rettangolari. A nord-ovest è una grande cisterna al cui angolo nord si appoggia una stanza.

Ambienti di servizio.
Nella zona a nord del complesso monumentale si possono ancora vedere scarsi resti di ambienti di scala assai più modesta. Si potrebbe pensare che qui fosse il settore abitato dal personale di servizio, e la parte produttiva della villa.

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VILLA DEI QUINTILI - La storia medioevale
L’imponente complesso della villa dei Quintili venne parzialmente riutilizzata nel Medioevo. In particolare si sfruttò come fortilizio il ninfeo monumentale. Il fortilizio, che sorgeva principalmente sui resti di un grande ninfeo romano, è ora in gran parte diroccato: si scorgono però ancora le alte pareti in blocchetti di peperino, munite di fori per le impalcature lignee, e l’ingresso rinforzato con mura di tufo e selce. La facciata verso l’Appia, in gran parte restaurata modernamente presenta inferiormente un piccolo portico munito di graziose mensolette, con pilastri in blocchetti di peperino e archi in laterizio (sec. XIII). L’ampiezza di tutto il complesso doveva essere notevole considerando che anche vari altri ruderi appartenenti alla villa romana mostrano tracce di rifacimenti medioevali. Interessante risulta al proposito una pianta del secolo XVII nella quale si può notare come il complesso della villa dei Quintili fosse a quell’epoca ancora munito di recinto ed incorporasse nello spigolo di Nord Ovest, il Casale-torre di S. Maria Nuova.
Chi fortificò nel Medio Evo queste rovine? In un documento del 3 marzo 1156 di Santa Maria Nova, sembra mettere in relazione la tenuta dell'Appia con un certo Gregorio dello Papa che a sua volta dovrebbe essere parente di Astaldus praefectus navalis. Ciò ha fatto pensare che queste costruzioni spettino alla potente famiglia degli Astaldi o Astalli, che dominò tutto il tronco medio dell’Appia sin quasi alle Frattocchie. Inoltre in un atto dell’Archivio di Santa Maria Nuova del 4 gennaio 1140 risulta che la vicina Torre Selce spettasse a Pietro di Astaldo de Colosseo, indicato come proprietario di una torre sull’ottavo miglio, plus minus, fuori  porta San Giovanni. Un altro atto del 1° novembre 1131, in cui un tal Grisottus de Baruntio, in qualità di curatore dei beni di di sua sorella Stefania, moglie di Astallus, vende al cenobio Gregoriano la sesta parte della turris de Arcionibus, posta sulla via Albanese; benché questa turris sia generalmente identificata con Torre Selce, non è escluso che in realtà si tratti proprio della fortificazione sulla villa dei Quintili: gli arcionibus possono essere identificati con gli archi dell’acquedotto Quintiliano.
La famiglia romana degli Astalli (o Staglia) ha una storia che affonda le proprie radici fino forse all'età altomedioevale: il cognome è stato infatti messo in relazione con il gastaldo, il funzionario della corte regia che, nell'ordinamento longobardo, era a capo di una circoscrizione amministrativa (gastaldato) ed era delegato a operare in ambito civile, militare e giudiziario. Il Registro Farfense ricorda che un Astaldus Johannis de Astaldo era uno dei nove consoli dei boattieri romani nel 1088; nel 1144 papa Celestino II creò cardinale un Astallo Astalli. La famiglia aveva proprietà in Roma nei rioni S. Eustachio e Pigna (in due atti notarili del sec. XIV sono ricordati un Astallum Astallj de regione Sancti Eustachij e un Palutius de Astallis de regione Pineae. Il fondo è ricordato nei sec. X-XII come Quintus; mentre nel 1282 è detto invece Fondo di Santa Maria Nuova.
Da notare che la cisterna in laterizio con contrafforti in reticolato, appartenente alla prima fase, potrebbe essere stata utilizzata come cappella della fortezza medioevale: infatti oltre all'aspetto generale, potrebbe far supporre un simile utilizzo il fatto che essa pur essendo vicina al palazzo medioevale e presumibilmente inglobata nell'antemurale, non è inglobata nelle strutture baronali, come in effetti era uso affinché anche il popolo potesse entrarvi (vedi Rocca Savella e il vicino Castello Caetani a Capo di Bove). Le mura dovevano essere articolate da turricellae salienti, aperte verso l’interno, in modo da non poter essere usate contro gli stessi abitanti del castrum. Doveva esserci una torre principale, almeno un centinaio di case e una chiesa;  un barbacane (opera muraria di rinforzo), fossati e altre fabbriche necessarie alla difesa, completavano la costruzione.

Guarda la ripresa aerea della Villa dei Quintili
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