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torri medioevali entro le mura di roma

 

In questa pagina:

TORRI MEDIOEVALI
entro le Mura di Roma

Rione I Monti
Torre Annibaldi
Torre Borgia
Torre Capocci
Torre Cerroni
Torre Conti
Torre Frangipane
Torre Grillo
Torre Gallina Alba
Torre Milizie
Torre Secura

Rione II Trevi
Torre Colonna

Rione III Colonna
Torri piazza Rotonda

Rione IV C. Marzio

Rione V Ponte
Torre Da Ponte
Torre Monte Giordano
Tor Sanguigna
Torre Scimmia
Torre Vecchiarelli
Torre Via Rondinella

Rione VI Parione
Torre Amateschi
Torre Arpacasa
Torre Millina
Torre Tofara

Rione VII Regola
Monte Cenci
Torre S. Paolo alla Regola

Rione VIII S. Eustachio
Torre Argentina
Torre Crescenzi
Torre Monte della Farina
Torre Nardini
Torre Via Chiodaroli

Rione IX Pigna
Palazzo Venezia
Torre Papito

Rione X Campitelli
Torre Boveschi
Torri Campidoglio
Torre Margani
Torre Pierleoni

Rione XI S. Angelo
Castrum Aureum
Torre Fornicata
Torre Stroncaria
Torre Tolomei
Torri Teatro di Marcello

Rione XII Ripa
Rocca Savella
Torre Caetani
Torre Moletta

Rione XIII Trastevere
Torre Alberteschi
Torre Anguillara
Torre Fieramosca
Torre Monte Fiore
Torre piazza Scala
Torre via Moro

Rione XIV Borgo
Mura Leonine

Rione XIX Celio
Arco di Druso
Torri S. Sisto Vecchio

Rione XXI S. Saba
Torre di S. Balbina

Indice alfabetico

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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 03.10.2007

torre della moletta

Oggi è difficile da credere, eppure nel Medioevo a Roma si contarono fino a trecento torri contemporaneamente che, insieme ai campanili delle chiese e alle torri delle Mura Aureliane, conferirono alla città un aspetto verticalizzato, spinoso. In una guida medioevale di Roma per pellegrini, scritta dall'erudito inglese Mastro Gregorio nel XII secolo, si trova la più bella definizione della Roma turrita: «Si deve ammirare con straordinario entusiasmo il panorama di tutta la città,in cui sono così numerose le torri da sembrare spighe di grano». Oltre trecento torri: questo dato è ancora più impressionante qualora si pensi che la città medioevale era assai più piccola di quella di oggi, tutta ritratta verso il fiume sia per l'approvvigionamento di acqua (gli acquedotti erano caduti in rovina); sia per la sicurezza difensiva; sia per lo sfruttamento della corrente con mulini. La costruzione di una torre era un privilegio consentito soltanto all'aristocrazia, in quanto simbolo del diritto feudale; e la casatorre - che in pratica è una torre con funzioni abitative - divenne il modello d'abitazione più diffuso per la nobiltà. Solo con il sec. XV le torri andarono scomparendo, con l'affermarsi del palazzo di tipo toscano. Delle centinaia di torri attestate a Roma in età medievale, ne sono rimaste una cinquantina: alcune piuttosto famose perché isolate e ben visibili, la maggior parte invece sconosciute, inglobate in edifici posteriori o mimetizzate tra le costruzioni che ad esse si sono addossate.

 

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TORRE DEGLI ANGUILLARA (Piazza G. G. Belli)
Nel Medioevo quasi tutte le torri, anche quelle che oggi vediamo isolate, facevano parte di complessi edilizi più ampi. I complessi erano di solito costituiti da una cinta muraria merlata con addossate alla faccia interna torri e abitazioni e una serie di strutture di supporto (cappella, forno, magazzino, scuderie, pozzo, cisterna) che garantivano l'autonomia in caso di assedio. Un bell'esempio di complesso fortificato è offerto dal Palazzo degli Anguillara, benché nella gran parte risalga al sec. XV e abbia subito pesanti rimaneggiamenti alla fine del secolo scorso. Gli Anguillara prendono il nome dal loro feudo presso Bracciano; loro capostipite fu un certo Ramone che, secondo la leggenda, uccise uno spaventoso drago che atterriva Malagrotta; per riconoscenza, il papa gli donò tutta la terra che poté percorrere in un giorno. Gli Anguillara erano imparentati con gli Orsini, la più potente famiglia di parte guelfa, mentre erano acerrimi nemici dei Prefetti di Vico, ghibellini e potenti vicini di feudo: fu Everso II Anguillara (+1464) a sconfiggerli definitivamente; anche se poi dovette vedersela con Paolo II Barbo,che avviò una politica in aperto contrasto con le mire espansionistiche delle antiche famiglie baronali romane. Del fortilizio medioevale originario rimane in pratica soltanto la torre in muratura laterizia del XIII secolo, anch'essa restaurata. Everso II infatti, intorno alla metà del sec. XV, trasformò la primitiva fortificazione in un palazzetto rinascimentale. I restauri del 1898-1902 effettuati da Augusto Fallani, hanno innalzato la torre di un metro e mezzo e la hanno dotata di una merlatura 'in stile'; sono elementi moderni il fianco su via degli Stefaneschi, la cortina frontale, lo stemma di Everso II e le finestre su viale Trastevere. Studi recenti (1986) hanno fatto conoscere l'esistenza di una seconda torre su via della Lungaretta, oggi inglobata e nascosta dall'intonaco. Il portale su viale Trastevere è del XV secolo; si noti tuttavia l'archivolto sul portoncino d'ingresso: anche se restaurato, è ben costruito con laterizi stilati. Nel 1913 infine lo statista S. Sonnino, proprietario del palazzo ormai diroccato, lo ripristinò e lo affidò all'Ente Morale Casa di Dante.

 

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TORRE DEGLI ANNIBALDI (Via del Fagutale)
Questa torre, a base quadrata e oggi scapitozzata, faceva parte del complesso fortificato di S. Maria in Monasterio, una specie di chiesa-castello, in maniera analoga a come possiamo ancora oggi vedere al Monastero dei SS. Quattro Coronati. Il complesso fu concesso da Onorio III (1216-1227) ai Conti di Tuscolo, che poi lo passarono agli Annibaldi. Nel sec. XVI il complesso di S. Maria in Monasterio cadde in rovina e la Torre passò ai Maroniti. La costruzione, realizzata alla base una fascia in tufelli e superiormente in laterizio e poggiante su un basamento di età romana (un ambiente forse in collegamento con il vicino Ninfeo detto appunto di via degli Annibaldi), presenta sul lato sud-occidentale un vano semicircolare utilizzato come scala di collegamento tra i vari piani. La famiglia Annibaldi è stata una di quelle che hanno fatto la storia medioevale di Roma. Emersa nell'XI secolo e divisa in quattro rami (della Molara, di Ceccano, di Montecompatri, di Zancato), conquistarono una posizione di forza ai danni dei Frangipane, che già controllavano tutta quest'area, compreso il Colosseo. Questa torre non era l'unica di proprietà degli Annibaldi: altre ne avevano presso l'attuale piazza Venezia e nella zona del Laterano (scomparsa) e fu costruita in posizione strategica proprio in contrapposizione con i Frangipane, che anzi si narra che cercarono in tutti i modi di ostacolare la costruzione della torre, anche con lanci di proiettili catapultati dal Colosseo. Nel 1240 Federico II (protettore degli Annibaldi) obbligò i Frangipane e consegnare agli Annibaldi la porzione del Colosseo che dà verso i SS. Quattro. Veri e propri baroni, gli Annibaldi cercarono in tutti i modi di ostacolare l'autonomia politica del Comune di Roma. Ma come loro scalzarono via i Frangipane, una nuova potenza aristocratica, i Caetani, scalzò via loro. I Caetani infatti, con l'elezione a papa di Bonifacio VIII (il papa del famoso primo giubileo), andranno ad accaparrarsi buona parte dei possedimenti degli Annibaldi.

 

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TORRE ARGENTINA (Via del Sudario 44)
A differenza di ciò che comunemente si crede, la Torre Argentina non è quella che si erge su Largo di Torre Argentina (che è in realtà la Torre del Papito), bensì una torre, forse di origine medioevale, oggi inglobata nella Casa del Burcardo in via del Sudario 44. Essa prende il nome di Argentina per essere stata costruita (o ricostruita) nel 1503 dal vescovo Giovanni Burckardt di Hasslack presso Strasburgo (Argentoratum). Essa doveva elevarsi ben al di sopra degli altri edifici e sulla cima (che fu poi mozzata) correva la scritta "Argentina" in maniera non dissimile da come oggi vediamo sulla Torre Millina o sulla Torre del Grillo. Lo taglio della cima e l'elevazione dei fabbricati adiacenti ha praticamente mimetizzato l'esterno della torre, le cui caratteristiche possono invece essere colte dal cortile interno della casa, oggi sede della Biblioteca e Raccolta Teatrale del Burcardo della S.I.A.E. (aperta la mattina dal lunedì al venerdì).

 

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TORRE ARPACASA (Campo de' Fiori)
Sulla piazza Campo de' Fiori del Biscione domina il Palazzo già Orsini, quindi Pio e Righetti, che sorge in parte sulle rovine del Teatro di Pompeo (e precisamente in corrispondenza del Tempio di Venere Vincitrice, posto alla sommità della cavea). Il Palazzo Orsini come noi oggi lo vediamo fu costruito verso il 1450 dal card. Francesco Condulmer, nipote di Eugenio IV; passò al card. Pietro Regino, che lo ornò con statue e pitture e quindi a Virginio Orsini, la cui famiglia aveva qui ampie proprietà. Il palazzo passò poi ai Pio di Savoia da Carpi, che fecero erigere una nuova facciata da Camillo Arcucci (+ 1667). Il Palazzo appartenuto nel sec. XVIII a vari proprietari, fu poi acquistato dal banchiere Righetti. Nel 1884 fu occupato dalla Pretura Urbana ed infine, nel 1887, venne acquistato dall'Istituto "Tata Giovanni", che tuttora lo possiede. Ma l'edificio rinascimentale in realtà deve inglobare un precedente edificio di proprietà Orsini, che a sua volta sfruttava i resti del Teatro di Pompeo, che nel Medio Evo era detto "il trullo". Il primo nucleo dei possedimenti degli Orsini a Campo di Fiori risale al 1150, anno in cui la chiesa di S. Angelo in Pescheria lo cedette a Bobone di Bobone, da cui discesero poi Giangaetano e quindi Matteo Rosso e Napoleone, capostipite del ramo cadetto degli Orsini detto di Campo de' Fiori. Nell'ambito delle probabili sopravvivenze medievali dell'impianto originale di Palazzo Orsini si annoverano:
1) un portico su via dei Giubbonari;
2) un tratto di muratura in tufelli visibile a una notevole altezza da piazza Campo de' Fiori nella parte posteriore del Palazzo Pio-Righetti (che ha la facciata su via del Biscione); l'altezza e L'inagibilità dei locali interessati non consente uno studio approfondito della muratura, ma da notizie bibliografiche e dal tipo di tecnica usata (corsi regolari di tufelli);
3) la torre detta Arpacata o Arpacasa, nome di cui si ignora l'origine, che fu ricostruita dagli Orsini e decorata un tempo con un orologio. I resti della torre dovrebbero essere identificati con l'edificio stretto e quadrato a sinistra sopra il cinema Farnese. E' stato recentemente supposto che il Palazzo facesse parte di un grande complesso fortificato ancora più grande, difeso da una vera e propria cinta muraria di cui avrebbero fatto parte la Torre Tofara, la Torre di Monte della farina e la Torre di vicolo dei Chiodaroli 15.

 

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TORRE DEI BORGIA (Piazza di S. Pietro in Vincoli)
Quello che oggi è il campanile della chiesa di S. Francesco di Paola, in origine era una torre, a cui fu poi aggiunta sulla sommità una cella campanaria. Eretta nel sec. XII, di mole compatta, in laterizio, a base quadrata con speroni di rinforzo e traforata da feritoie, la torre non manca di una certa grazia signorile, conferitale soprattutto dal coronamento a beccatelli di travertino che le fu aggiunto alla fine del sec. XV. È detta per tradizione Torre dei Borgia; appartenne invece ai Cesarini (che probabilmente la inglobarono nel loro palazzo) e quindi ai Margani, il cui stemma frammentario compare in alto sopra una feritoia. La torre fronteggia un'altra elevazione medioevale, la Torre degli Annibaldi (ben visibile da via del Fagutale). Una diversa e suggestiva vista dal basso della torre può essere colta costeggiando il palazzo e imboccando via del Fagutale. Da qui è di grande interesse notare come essa avesse un controllo amplissimo su tutta l’area sottostante e soprattutto sulla via oggi detta dei Frangipane.

 

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TORRE DEI BOVESCHI (Via Tribuna di Tor de Specchi 3)
Questa torre è sita in via della Tribuna di Tor de' Specchi, ma non è Tor de Specchi, che forse invece sorgeva sull'altro lato dell'attuale monastero delle Oblate e demolita intorno al 1750. La nostra torre, anch'essa ora inglobata nel monastero delle Oblate di Santa Francesca Romana, presenta un paramento laterizio con rifacimenti posteriori sintomo di un diversi utilizzi nel corso del tempo; le aperture sono poi inquadrate da materiali di riutilizzo romano e altomedioevale. L'edificio inoltre forse faceva parte della proprietà della famiglia Boveschi, che possedeva case turrite in Rione Regola e che si stabilì nel rione Campitelli circa nel 1270. Alla metà del XII sec. i Boveschi e i loro collaterali Boboni sono largamente presenti nelle cariche cittadine e soprattutto in quelle della Curia romana. Il ramo dei Boboni è particolarmente favorito dal primo papa della famiglia, Celestino III (1191-1198). A questa famiglia è particolarmente legata quella degli Orsini: Orso di Bobone può essere considerato come l'effettivo capostipite della famiglia degli Orsini. I suoi discendenti prenderanno il cognome de filiis Ursi solo nell'ultimo quarto del '200 e il cognome Orsini diverrà comune nel '300. La struttura della torre si avvicina alla tipologia delle case-torri con bottega. L'originaria porta di accesso, a destra, è costituita da una soglia, uno stipite e l'architrave marmoreo. L'odierna porta di accesso è alta m. 3 e ha stipiti ad arco ribassato a filari laterizi incisi. In asse con la porta, una finestrella con mostre marmoree presenta sulla destra un rilievo altomedioevale a treccia. Da notare anche la finestra con cornice in peperino modanato, presumibilmente del sec. XV. Quando sulla torre fu aperta una seconda porta al centro della parete), fu chiusa parzialmente la porta d'ingresso, che fu utilizzata invece come finestra. Le finestre delle quote superiori sono in relazione invece con l'uso abitativo originario, anche se le dimensioni, le forme e le rifiniture sono differenti fra loro: abbiamo quella con rilievo altomedievale e quelle rettangolari con archetti di scarico; per l'uso di materiale di riutilizzo e per la coerenza con il paramento esse sono coeve alla fase originaria. Le tracce di muratura aggettante a m. 6 di altezza sono riferibili ad un arcone che doveva collegare l'edificio al Palazzo Pecci-Blunt: tale arcone servì da ricovero ai cavalli e alle carrozze per poi divenire fienile e stalla con un uso non abitativo che continuò fino ai primi decenni del '900.

 

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TORRE CAETANI (Isola Tiberina)
La torre viene menzionata per la prima volta nel 1192 come proprietà dei Pierleoni che presumibilmente si insediarono nel Rione Ripa già nel sec. XI. Ebrea, la famiglia trovò l'origine della propria fortuna in un certo Baruch, un grande finanziere che nella prima metà dell'XI sec., facendo grossi prestiti a Gregorio VII, divenne un prezioso sostenitore dei papi riformatori durante la lunga lotta per le investiture; si convertì con il nome di Benedetto Cristiano e di lì iniziò l'ascesa della sua famiglia; Pietro, nipote di Benedetto e figlio di Leone, diede inizio al cognome Pierleoni e continuando a rimanere fedelissimo al papa, si trasformò nel naturale capo del partito romano legato agli interessi della Curia. Dei suoi dieci figli uno, il terzogenito Pietro, diventò addirittura papa (Anacleto II, dichiarato poi però antipapa contro Innocenzo II). La torre e il fortilizio annesso passarono in mano ai Caetani intorno al 1300 (al tempo cioè dell'elezione di Benedetto Caetani al soglio pontificio con il nome di Bonifacio VIII); a costoro si devono ingenti lavori di trasformazione e consolidamento. Ma i Caetani abbandonarono il sito relativamente presto (ante 1522) a causa delle inondazioni. Nel 1638 quanto rimaneva del complesso fu venduto a Marcantonio Palma che lo trasformò in convento.

 

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TORRI DEL CAMPIDOGLIO (Piazza del Campidoglio)
Là dove è ora il Palazzo Senatorio, sorse intorno al 1000, la fortezza della famiglia Corsi, che sfruttava i resti ancora cospicui del Tabularium (78 a.C.) e del vicino Tempio di Veiove. La famiglia però, per aver appoggiato Gregorio VII, fu cacciata dal Campidoglio dall'imperatore Enrico IV (1084) e Pasquale II papa nel 1105 demolirà definitivamente le loro torri. In occasione della ricostituzione del Senato romano (sotto forma di magistratura collegiale cui spettava il potere giudiziario e amministrativo della città), si decise nel 1143 di costruire un nuovo palazzo capitolino sulle rovine della fortezza, che fosse luogo e simbolo della ripristinata dignità dell'Urbe. Nel 1299 papa Bonifacio VIII abbellì il Palazzo con la costruzione di una bella loggia a sei arcate sulla fronte del palazzo, conferendo all'edificio un aspetto monumentale. Nei decenni successivi, a causa delle agitazioni popolari, si sentì la necessità di rendere più sicura la difesa del Palazzo Senatorio e vennero pertanto chiuse le arcate della loggia. In seguito, a partire dal pontificato di Bonifacio IX (1389-1404), furono costruite sui fianchi del palazzo una serie di torri-contrafforti, tuttora esistenti, in cui non dobbiamo riconoscervi soltanto un elemento strutturale e difensivo, ma anche un esplicito riferimento al ripristinato potere papale ed alla sua supremazia sull'autonomia comunale. La facciata odierna verso la piazza è l'adattamento e la semplificazione avvenuta nel tardo Cinquecento del progetto michelangiolesco mai realizzato. Di esso esiste soltanto la mirabile Scala che costituisce l'ingresso monumentale dell'Aula Senatoria (1547-1554). Sotto il rivestimento in stucco, dello spessore di circa 60 cm., è ancora conservata tutta la facciata medioevale che fu in parte intravista nel 1889 furono collocati i due grandi stemmi del regno d'Italia e del Comune. Il palazzo oggi presenta ancora torri-contrafforti ai quattro angoli; esse sono tutte dei secc. XIV-XV, ma non è escluso che esse inglobino strutture turrite preesistenti; sappiamo infatti che il Palzzo Senatorio medioevale doveva avere in facciata due torri, una delle quali sosteneva la campana detta "la Patarina".
Torri di Bonifacio IX  La facciata verso Via del Campidoglio è caratterizzata, oltre che dai resti del Tabularium, da due contrafforti turriti e merlati (con lo spazio intermedio anch'esso un tempo merlato) del tempo di Bonifacio IX Tomacelli (1389-1404). In particolare, la torre che si affaccia sul Foro è rastremata, blocchetti irregolari di peperino alternati con filari mattoni e conci di peperino agli angoli.
Torre di Martino V  Sulla facciata laterale opposta, la torre a destra, in blocchetti di peperino, è ora mozza; lo stemma Colonna che vi si osserva assegna la sua costruzione (o forse, più correttamente, un suo restauro) al tempo di Martino V Colonna (1427). Terminava in alto con merli e beccatelli. La torre include oggi (in parte) la Sala della Giunta e al piano superiore la Sala da musica del senatore Rezzonico. Accanto alla torre di Martino V è l'ingresso detto di Sisto IV, del 1477.
Torre di Niccolò V  Sempre sulla facciata sinistra, la torre angolare verso l'arco di Settimio Severo è in blocchetti di tufo, rastremata e con angoli in blocchetti di peperino squadrati; essa fu eretta nel 1453 da Pietro da Varese al tempo di Niccolò V Parentucelli (1447-1455) di cui si vede in alto lo stemma marmoreo sopra la finestrella, pure marmorea, elegantemente scolpita. In alto la torre termina con merlatura aggettante su beccatelli di travertino e archetti pensili, sotto cui sporge un doccione di travertino.
Torre Campanaria  Domina il palazzo la Torre Campanaria eretta in sostituzione di quella medioevale colpita da un fulmine nel 1577; il concorso fu vinto da artino Longhi il Vecchio e la nuova torre fu costruita tra il 1578 e il 1582. La torre, alta 35 metri, è tutta in laterizi sui quali risaltano con felice contrasto, le ecorazioni in travertino. Alla sommità della torre fu ricollocata nel 1924 una croce, che già esisteva un tempo in quel luogo. Essa sembra risalire al IX secolo; fu rivestita in quella occasione da un involucro metallico la cui placcatura d'oro la fa brillare e la rende visibile a distanza. Sulla torre sono due campane (fuse rispettivamente nel 1803 e 1804) che sostituiscono le campane cinquecentesche che a loro volta hanno preso il posto della celebre "Patarina". L'orologio spostato, dalla facciata di S. Maria in Aracoeli, è stato collocato nel luogo attuale nel 1806.

 

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TORRE DEI CAPOCCI (Piazza S. Martino ai Monti)
La torre che si trova oggi quasi al centro della piazza di S. Martino ai Monti, in posizione isolata, è tradizionalmente conosciuta come Torre dei Capocci, anche se in effetti questa torre e quella che le sta di fronte (oggi inglobata nel complesso della Casa Generalizia dell'Istituto delle Figlie di Maria Ss.ma dell'Orto) appaiono negli studi e nelle guide di Roma variamente collegate anche con le famiglie Frangipane, degli Arcioni, dei Cerroni, dei Graziani. Il monumento, attualmente diviso in sette piani più il piano terra e la terrazza, presenta una muratura a cortina laterizia e, con i suoi 36 metri di altezza, costituisce l'emergenza più alta della zona. La torre, insieme a quella di fronte, è disposta secondo l'antico tracciato del Vicus Suburanus,  corrispondente all’attuale asse via in Selci - via di S. Martino ai Monti. Il monumento è di proprietà del Comune di Roma. All'altezza del quarto livello (terzo piano) una netta differenziazione cromatica nella cortina segnala il limite dei restauri della fine del XIX secolo. Infatti la parte inferiore della cortina si rivela chiaramente moderna e dovette essere necessariamente ricostruita a causa del fatto che l'edificio fino a questa altezza era inglobato in strutture che lo circondavano. La parte superiore della cortina è invece per lo più (al di là di alcune ricuciture) il paramento originario ed è databile al XII-XIII secolo. La terrazza di copertura, sulla quale è presente il piccolo vano di uscita della scala, è delimitata da un parapetto in muratura, coronato da una fila di cinque merli pieni per lato: parapetto e merli appaiono di fattura moderna, ma sono visibili, nella sistemazione attuale, già in una incisione databile al 1847. Molte delle aperture (compresa la porta di accesso) sono moderne, mentre alcune delle finestre antiche risultano oggi tamponate: è il caso, per esempio, di tre finestre del prospetto sud-est caratterizzate da una particolare forma poligonale. Il prospetto nord-ovest presenta al piano terreno una finestra, ottenuta dalla parziale tamponatura di una porta. Tutti i prospetti presentano regolarissime serie di fori da ponte.

 

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CASTRUM AUREUM (Via Botteghe Oscure)
Sui resti della Crypta Balbi sorse intorno all'anno Mille una residenza fortificata, ricordata dalle fonti come il Castrum Aureum; a questo vero e proprio castello urbano (compreso tra le attuali via delle Botteghe Oscure, via Caetani, via dei Funari, piazza dell'Enciclopedia) si accedeva tramite due porte e inglobava la chiesa e il monastero di S. Maria domine Rose (oggi S. Caterina dei Funari). A partire dal sec. XIII le strutture del Castrum, anche se nominalmente pertinenti al monastero, vengono trasformate in una residenza di prestigio di alcune famiglie importanti, tra cui i Pier Mattei Albertoni e i Saragona; questi ultimi in particolare, mercanti di stoffe, vanno a occupare il lato rivolto verso l'attuale via delle Botteghe Oscure; proprio su questo lato ancora oggi si innalza una torre, completamente intonacata e inglobata tra edifici posteriori. Sul lato opposto dell'isolato (quello rivolto verso l'attuale via dei Funari, si erge invece un'altra torre, anch'essa intonacata e molto modificata nel corso dei secoli; essa tuttavia, pur se affiancata da edifici di epoca più tarda, è facilmente riconoscibile da Piazza delle Tartarughe. Questa torre dovrebbe essere la Turris Salitula, così detta per il fatto che sorge su una leggera salitella della strada (oggi appena percettibile, ma forse nel Medioevo più pronunciata). Nella seconda metà del Trecento la Turris Salitula fu di proprietà del senatore Angelo Malabranca; passò poi ai Mattei di Paganica, che la inglobarono nel loro palazzo, oggi sede dell'Enciclopedia Italiana.

 

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TORRE DEI CERRONI (Piazza S. Martino ai Monti)
La torre collocata all'incrocio delle vie Giovanni Lanza e dei Quattro Cantoni è inglobata attualmente nel complesso della Casa Generalizia dell'Istituto delle Figlie di Maria Ss.ma dell'Orto. Presenta una pianta rettangolare ed è tradizionalmente conosciuta come Torre dei Cerroni, dal nome di un'importante famiglia medioevale. In effetti tuttavia, questa torre e quella che le sta di fronte (detta comunemente Torre dei Capocci) appaiono negli studi e nelle guide di Roma variamente collegate anche con le famiglie Frangipane, degli Arcioni, dei Graziani. L'accesso originario era sul lato nord-ovest. Di essa risulta totalmente visibile, e prospiciente sulla strada, la facciata sud-est, attualmente priva di aperture (alcune tamponature rivelano l'originaria presenza di finestre), che si presenta, nella parte inferiore, con un corpo leggermente più grande e separato da una risega dalla parte superiore. il prospetto sud-ovest mostra, al centro in alto, una finestra quadrangolare con cornice marmorea e, a destra di questa, in basso, un'altra finestra ad arco con ghiera laterizia, ora tamponata; sul prospetto nord-est appaiono due aperture, delle quali la superiore, almeno nella sua conformazione attuale, e recente; su quello nord-ovest si nota invece la tamponatura di una finestra e, al suo interno, l'ulteriore tamponatura di una feritoia. La torre è provvista di coronamento (di restauro, ma che riprende una situazione antica) a merli pieni, sei sui lati lunghi e cinque su quelli corti. Il paramento murario esterno e interamente (ad eccezione di una piccola porzione di circa 50 cm. in blocchetti di tufo irregolari, dovuta ai restauri della fine del XIX secolo) in cortina laterizia a filari regolari, anche se soltanto la parte al di sopra della risega è certamente originale. L'aspetto esterno della cortina riporta ad un periodo attorno al XII-XIII secolo. La copertura della torre è sormontata, sull'angolo ovest, da una struttura cilindrica coronata da merli, di fattura recente e corrispondente al vano della scala interna.

 

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TORRE DI VIA DEI CHIODAROLI (Vicolo dei Chiodaroli 15)
Un edificio moderno ingloba una torre con una muratura completamente intonacata; è visibile sui lati sud e ovest. Uno studio del 1990 ha messo in luce il fatto che questa torre è allineata con i resti di altre due torri, anch'esse inglobate in edifici di diversa origine: una in via Monte della Farina 30, l'altra in via dei Chiavari 38. Tutto ciò ha fatto supporre che ci dovremmo trovare di fronte ai resti di un grande complesso fortificato, costituito da un palazzo e da una torre principale (da identificare con la Torre Arpacasa a Campo de' Fiori) e da una serie di torri collegate tra loro da un muro: e in effetti, resti di muro in tufelli sono stati individuati ai lati della torre a Monte della Farina.

 

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TORRE COLONNA (Via IV Novembre)
La Torre fu costruita sul finire del sec. XII da Gildo Carboni ed è in laterizio a sei piani, con sei finestre aperte durante un recente restauro e tre con mostre di marmo antico su via delle Tre Cannelle. Ha un coronamento moderno in beccatelli di travertino. La Torre sarebbe appartenuta prima ai Colonna e poi agli Annibaldi della Molara, che ne furono proprietari ancora nel 1675. Nonostante il nome tuttavia, non è impossibile che la Torre non sia una delle quattro torri perimetrali dell'incastellamento Colonna, ma faccia parte della fortificazione delle Milizie. Alla base, presso l'ingresso moderno (civico 101) sono stati mirati tre frammenti di fregi classici con rilievi (provenienti dai Fori Imperiali) raffiguranti girari d'acànto, amorini e un torso virile. Sopra, un altro rilievo con una colonna sormontata da una corona ricorda la presunta appartenenza ai Colonna. Sulla cornice sotto uno dei fregi è inciso il motto: Ex Ungue Leoni, e un'altra iscrizione recita: Ex Museo Eq[uitis] Gualdi Arim[inensis]. Essa indica che il frammento proviene dalla collezione di pezzi di scavo di Francesco Gualdi, nobile riminese che svolse missioni diplomatiche nella Corte Pontificia nel '500; un suo discendente omonimo la donò nel '600. La torre è addossata a Casa Rubboli, costruita nel 1886 da Pietro Carnevale in stile neoquattrocentesco, con bella decorazione di maioliche dipinte.

 

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TOR DE' CONTI (Largo Corrado Ricci)
Questa torre faceva parte del complesso fortificato della famiglia Conti (che si divideva in tre rami: di Tuscolo, di Segni e di Poli) ed era conosciuta nel Medioevo per la sua maestosità anche come Turris Maior. In effetti quello che noi vediamo (alt. m. 29) è soltanto il basamento della torre. Tutto il resto è crollato a causa di terremoti (soprattutto quelli del 1348, 1630 e 1644). In origine essa doveva superare in altezza i 50-60 metri.
Il primo nucleo fortificato sorse sui resti di una delle quattro esedre del Forum Pacis a opera di Pietro dei Conti di Anagni, sotto il pontificato di Niccolò I (858-867). La realizzazione del primitivo corpo turrito (ancora affiorante sul lato di via dei Fori Imperiali) fu seguita da un’opera di ampliamento che foderò (su disegno di Marchione Aretino) nel 1203 la fabbrica precedente. Nelle intenzioni dell’allora papa Innocenzo III (Giovanni Lotario dei Conti di Segni: 1198-1216) la torre doveva rappresentare il potere ecclesiastico e tutelava le processioni papali da S. Pietro al Laterano. Innocenzo III è ricordato come un papa assai generoso, perché dotò Roma di molti edifici, fra cui l’ospedale di S. Spirito in Sassia, costruito a sue spese. Questo ospedale fu costruito proprio per mettere a tacere le critiche sorte sull’erezione di questa torre: infatti essa, nonostante fosse intestata a Riccardo, fratello di Lotario, era stata costruita con i fondi della Chiesa. Nello stesso 1203, a seguito di tumulti popolari, la torre diveniva di proprietà del Senato di Roma; soltanto nel 1205 tornò in possesso dei Conti.
Restaurata nel 1209, la torre subì nuovi danni in occasione di un terremoto del 1231, mentre un altro terremoto ancora più violento, nel settembre 1348, provocò la caduta al suolo della sommità della torre. Nel 1370 la proprietà passò al ramo cadetto dei Conti di Poli, ai quali rimase sino al sec. XVIII. Ancora due crolli si ebbero nel 1630 e nel 1644.
La torre era composta da tre corpi di fabbrica, uno dentro l’altro. Lo sviluppo in altezza avveniva a cannocchiale e constava di tre parti. A pianta quadrilatera irregolare, presenta inferiormente un alto basamento a scarpata a fasce di selce e scaglie dei marmo (si noti che sul lato ovest, interamente di restauro, le bande sono in ordine inverso, a sottolineare la non originalità). Sopra il basamento, il corpo della torre si restringe ed è rinforzato da due robusti contrafforti per lato, ormai privi del coronamento ad arco. La torre era poi rivestita di travertino, che però fu asportato per essere utilizzato a Porta Pia (1561).
Su via Tor de’ Conti è infissa un’epigrafe (vedi scheda dedicata). Tra XVII e XIX secolo la torre, diroccata e abbandonata, fu utilizzata come fienile e come deposito di carbone. Nel 1884 si pensò di demolire la torre per costruire al suo posto un edificio simile a Palazzo Vecchio di Firenze, che avrebbe dovuto fungere da Museo. Per fortuna non se ne fece niente.
Accanto alla Tor de' Conti, sulla via omonima, si conserva una casetta rivestita in tufelli databile al XIV secolo. L'edificio ha subito un pesante restauro intorno al 1939, che per fortuna non ha completamente cancellato la possibilità di verificare la tessitura, il colore e la confezione della cortina muraria.

 

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TORRE DEI CRESCENZI (Corso Rinascimento)
La torre (da non confondersi con la c.d. Casa dei Crescenzi di via Petroselli) è una sopravvivenza dell'antica fortezza della famiglia Crescenzi, su cui sorse l'attuale Palazzo Madama, sede del Senato Italiano. La torre (detta talvolta della Madama) ben conservata e restaurata più volte, s’innalza a fianco della Biblioteca del Senato e può intravvedersi dall'esterno di via degli Staderari. i Crescenzi costruirono la loro fortezza sfruttando i resti delle Terme di Alessandro Severo, nell'area compresa tra la chiesa di S. Eustachio (che appartenne alla famiglia) e via delle Coppelle. Le proprietà Crescenzi nel rione S. Eustachio passarono poi , nel sec. XVI, al cardinale De Cupis. Un altro resto (forse anch'esso pertinente a una torre) della fortezza Crescenzi è stato segnalato in un fabbricato nel cortile di Palazzo Giustiniani all'inizio del sec. XX; tuttavia esso oggi risulta totalmente obliterato.

 

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TORRE DI FIERAMOSCA (Piazza S. Cecilia)
La casa-torre nell'angolo tra piazza S. Cecilia e piazza dei Mercanti presenta al pianterreno colonne di spoglio coronate da capitelli ionici e collegate da archi di laterizio che denotano l'esistenza di un originario portico, successivamente tamponato, sostenuto da un pilastro d'angolo. Alla sommità del corpo in angolo, la parete in tufelli mostra una decorazione ad archetti ogivali ciechi, su beccatelli marmorei, che delimitavano forse una loggetta. La cortina è di colore variabile dal giallo al marrone. Il complesso, databile alla seconda metà del XIII secolo, sembra essere il risultato di una fusione di più edifici medianti passaggi e scale di collegamento, nonostante le differenze d'altezza e i dislivelli tra i piani. La casa-torre viene detta di Ettore Fieramosca, ovvero del nobile capuano protagonista della famosa disfida di Barletta. La fantasiosa attribuzione nasce da una scena dell'Ettore Fieramosca di D'Azeglio. In realtà noi sappiamo che l'edificio fu di proprietà dell'Ordine degli Umiliati, che nel Trecento si stanziò nel convento annesso a S. Cecilia, svolgendovi attività relative alla lavorazione della lana. Il movimento degli Umiliati, sorto in Lombardia verso la metà del sec. XII, si proponeva di vivere "a modo della Chiesa primitiva", perseguendo cioè l'ideale della povertà volontaria, mostrato da Cristo e dagli Apostoli, senza possedere nulla personalmente, traendo i mezzi di sussistenza dal proprio lavoro e costituendo comunità di uomini e donne che vivevano in continenza. Presto si chiarirono due tendenze: una che fu accusata di eresia per non aver riconosciuto l'autorità suprema della Chiesa di Roma, e che darà origine alla setta dei Poveri Lombardi, l'altra che si inserì invece pienamente nei ranghi della Chiesa costituendosi in Ordine religioso con una Regola che fu approvata da Innocenzo III nel 1201. Tale Regola prevedeva: il rifiuto del lusso, il lavoro manuale, l'astensione dall'usura, la donazione del superfluo ai poveri. L'Ordine decadde nel sec. XV.

 

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TORRE GALLINA ALBA (Via Milano)
Nel giardino dell'Istituto Centrale per la Patologia del Libro "A. Gallo" in via Milano (presso la Chiesa di S. Lorenzo in Panisperna), si trova una torre del XIII secolo in laterizio, che forse fece parte delle proprietà della famiglia Capocci. Essa è stata recentemente identificata con la torre Gallina Alba, citata in una biografia di Innocenzo III papa (1198-1216). Il toponimo deriva dal nome antico ("Gallinas albas") dell'attuale via Panisperna. La torre è anche conosciuta come Torre Carano, dal nome del primo studioso che ne ha trattato. La struttura dell'edificio è il risultato di una serie di trasformazioni susseguitesi nel corso del tempo, fino ai restauri della metà del XX secolo; a base quadrangolare, si sviluppa su due soli piani fuori terra; la cortina è in mattoni e malta di calce a composizione e tessitura irregolare. Sul lato nord-est è invece visibile una porzione di parete esterna in blocchetti di tufo, risparmiata dai lavori di restauro. Su tutte le superfici murarie sono presenti tracce di intonaco: la muratura esterna, infatti, fu intonacata nel corso di alcuni lavori eseguiti alla fine del sec. XIX. Sul prospetto nord-ovest si distingue in basso a sinistra la tamponatura della porta che, nell'assetto dell'edificio del secolo scorso, metteva in comunicazione la torre con una struttura di un solo piano che vi si affiancava; questo secondo edificio era coperto da una terrazza a cui si accedeva dalla torre, tramite una porta-finestra, oggi tamponata. Tutte le finestre sono quadrangolari, riquadrate di travertino e sono state rimaneggiate nel corso dei restauri del 1951-1955; solo quelle sul prospetto sud-est sono prive di cornici e dovrebbero presentarsi come in origine. Nei pressi di questa torre, ma più vicina alla chiesa di S. Lorenzo, si ergeva un'altra torre, da identificare con quella detta di Gregorio Serraverio, demolita alla fine del sec. XIX.

 

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TORRE FORNICATA (Via di S. Angelo in Pescheria 19)
Al n. 19 di via di S. Angelo in Pescheria si erge la piccola torre detta Fornicata o Soricata o Grassi, dal nome della famiglia (esponente della nobiltà mercantile tardomedioevale) che la acquistarono dagli Orsini nel 1369. Nel sec. XV la torre passò a un grossista di pesce, di nome Renzo Perticappa; e infine, nel 1481, essa fu acquistata dall'Ospedale della Consolazione.La torre si addossa al propileo dell'antico Portico d'Ottavia, sfruttandone parte del fianco, ed ha un lato orientato esattamente come la vicina chiesa di S. Angelo in Pescheria, certamente a causa della presenza di un asse stradale.La porta maggiore, che si apre nella facciata su via del Portico d'Ottavia, è incorniciata da frammenti di architravi romani sovrastati da una piattabanda in mattoni interi eseguita utilizzando mattoni interi (al posto di un semplice spicchio incuneato nella malta), secondo una caratteristica costruttiva del XII-XIII secolo. Su questa facciata si dovevano aprire tre finestre, delle quali rimangono alcuni elementi della cornice. In un secondo momento, forse nel sec. XV, sul lato posteriore (quello su via di S. Angelo in Pescheria) fu aggiunto l'arco rampante (volta a collo d'oca) di fattura modesta che doveva sorreggere una scala di accesso in muratura che portava al piano principale. Anche su questo lato si dovevano aprire tre finestre, ma queste, a differenza di quelle sulla facciata di Via del Portico d'Ottavia, presentano con un architrave costituita da elementi architettonici di riutilizzo, sormontate da una piattabanda a mattoni.

 

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TORRE DEL GRILLO (Salita del Grillo)
Eretta nel secolo XII dalla famiglia Carboni sui resti di murature riferibili a epoca traianea, la Torre del Grillo, in muratura, appartenne dapprima ai Colonna, quindi ai Conti, che in tal modo ampliarono il perimetro del loro castello, rendendolo inespugnabile. Nel sec. XVII, i Grillo acquistarono la torre da Baldassarre dei Conti e la collegarono al loro palazzo gentilizio (ora Nicolis di Robilant). La torre è coronata da un alto fregio in stucco del secolo XVII, che presenta la scritta Ex Marchione de Grillis. I Grillo erano oriundi di Gubbio e si stabilirono a Roma nel sec. XVII. Il più famoso Grillo rimane Onofrio, spirito bizzarro e buontempone, a cui si attribuirono gesta burlesche più o meno leggendarie, in realtà pertinenti a vari personaggi. Le vicende di questo aristocratico birbone le conoscono forse un po' tutti, ma va almeno ricordato quello che era il suo svago preferito (e anche il più oltraggioso): esso consisteva nel tirare sassi dall'alto della nostra torre in testa agli ebrei che vi passavano sotto. Gli ebrei andarono una volta a reclamare dal papa, che fece chiamare il Marchese. Alle rimostranze del papa il Marchese rispose: "Ma so' giudij e io quanno li vedo passa', nun posso fa a meno de tiraje quarche cosa". Il papa non volle sentire ragioni e il marchese promise di ubbidire. Però volle una grazia: la libertà di poter tirare agli ebrei almeno un frutto. Tutti sanno come andò a finire: quando gli ebrei passavano sotto la torre, lui gli tirava sì un frutto, …ma di pino!

 

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TORRE DEI MARGANI (Piazza Margana)
La torre (che recentemente è stata oggetto di un discutibile restauro, che ne ha celato molte caratteristiche costruttive dietro uno strato di intonaco) ingloba resti di un antico porticato romano di cui compare una colonna con capitello ionico. In effetti, noi sappiamo che nel 1305 i Margani acquistarono dai Mellini una casa piena di resti antichi, tra cui tre colonne (di cui un resto è proprio quella rimasta visibile). La torre (del sec. XIV) presenta un accurato paramento in laterizio rivestito dalla parte verso la strada da intonaco decorato a finto bugnato. E' divisa in tre piani: l'ultima finestra più in alto occupa il vano, ora murato, che un tempo era stato di un ampio finestrone ad arco (forse originaria) che guardava verso il Campidoglio. Le altre aperture sembrano posteriori. La torre attualmente è mozza e presenta aggiunte tarde (civico 40).; al sec. XV dovrebbero risalire le due patere con aquile (anche se per alcuni studiosi esse sarebbero antiche); bella l'antefissa angolare con ornati floreali. Alla torre è unito il muro di cinta della corte oggi coperta, sul quale si apre un portale adorno di frammenti di cornici romane di epoca tarda con cassettoni e rosoni (sull'architrave è presente uno stemma dei Margani del '400). Allo stesso isolato appartiene il Palazzo Margani (Via Aracoeli 11-13), parzialmente distrutto dagli interventi urbanistici di questo secolo. I Margani furono una potente famiglia romana che ricoprì anche importanti cariche in Campidoglio e che, nel bene o nel male, fu al centro della vita politica della città; essi possedettero anche altre torri, sia nel rione Monti sul Fagutale (la cosiddetta Torre dei Borgia), sia nel rione Ripa, presso S. Eligio dei Ferrari. Di fronte all'ingresso della torre dei Margani, in una sera del 1480, Pietro Margani cadde assassinato per mano di Prospero Santacroce. La famiglia si estinse nel 1662.

 

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TORRE DELLE MILIZIE (Largo Magnanapoli)
Collocata sull'estremità occidentale del Quirinale, la Torre delle Milizie doveva far parte di uno dei maggiori complessi fortificati della Roma medioevale: in una miniatura del 1447 la si vede racchiusa in una cinta di mura merlate (ne rimangono resti ben visibili da Largo Magnanapoli), nel cui perimetro si innalzavano altre sei torri.
La torre, chiaramente pendente (la si guardi da via Nazionale e se ne noterà distintamente l'inclinazione), è a pianta quadrata (m. 10,5 x 9,5) ed è composta da tre corpi sovrapposti che presentano una rastremazione progressiva verso l'alto, con sviluppo a cannocchiale; è alta quasi 50 metri.
La torre è realizzata nella parte inferiore in massi di tufo e nella parte superiore in cortina laterizia con coronamento a merli di restauro. Internamente la muratura è a parallelepipedi di tufo, irregolarmente alternati a filari di mattoni. Il terremoto del 1348 provocò la caduta del terzo piano (oggi ridotto a un moncone) e originò il cedimento del terreno, causa prima della pendenza della torre.
Il toponimo Milizie risale forse a un preesistente caposaldo difensivo, forse addirittura d’età romana o altomedioevale (si è pensato alle Militiae Tiberianae, istituite dall’imperatore bizantino Tiberio Costantino a difesa dai Longobardi). Per la rassomiglianza con Tor de’ Conti si è pensato che la costruzione risalga a Innocenzo III, anche se una primitiva torre si è supposta esistente già nel sec. XII. Un intervento avvenne comunque certamente per mano di Gregorio IX dei Conti di Segni (1227-1241). Scapitozzata da Brancaleone degli Andalò nel 1257, passò in mano prima agli Annibaldi, poi ai Prefetti di Vico (a cui fu pretestuosamente tolta perché l’allora proprietario, Federigozzo, fu giudicato eretico) e infine a Bonifacio VIII Caetani a difesa contro i Colonna che controllavano militarmente tutto il Quirinale. La Torre tornò poi ai Conti fino al sec. XVII, quando passò al Monastero di S. Caterina, edificato nel 1563.
Dopo il 1910 iniziarono i lavori di scavo per l’isolamento della Torre. Tali lavori favorirono il ripetuto allagamento delle fondazioni nelle quali presto si evidenziarono delle lesioni, in special modo nei pilastri; la pendenza dell’edificio si accentuò mentre nella chiesa di S. Caterina si riscontrarono fessurazioni nelle volte e nella facciata. Nel 1927 il Demanio dello Stato cedette per motivi archeologici al Governatorato di Roma la Torre delle Milizie (con l’annesso giardino) e il monastero di S. Caterina, che nel frattempo era stato in parte trasformato in caserma. E fu proprio durante le demolizioni della caserma e di quanto rimaneva del monastero che vennero alla luce i Mercati di Traiano.
In occasione dei lavori di valorizzazione del complesso traianeo (1930) sorse la polemica sulle origini della torre. Per alcuni essa era addirittura di età romana e anzi sarebbe stata proprio la torre da cui Nerone avrebbe assistito all’incendio di Roma. In effetti lo storico Suetonio (sec. I) ci narra che Nerone cantò La distruzione di Troia, indossando il suo abito di scena, contemplando la bellezza delle fiamme dalla Torre di Mecenate (Suet., Nero, 38). Il Lugli però fece notare che la villa di Mecenate (nei cui pressi doveva trovarsi la torre, ma che più probabilmente doveva essere una terrazza panoramica) era sull’Esquilino e non presso il Quirinale. Ma per i romani la Torre delle Milizie è sempre la Torre di Nerone.

Sulla Torre delle Milizie, vedi anche il saggio di Enzo Valentini nella sezione Contributi esterni.

 

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TOR MILLINA (Via di S. Maria dell'Anima)
L'antica famiglia dei Millini ebbe tra i suoi membri vari conservatori di Roma, avvocati concistoriali, vescovi e cardinali. Durante il sec. XV i Millini, che ebbero un villa a Monte Mario e poi un palazzo al Corso (Palazzo Cesi a S. Marcello), possedevano numerose case sui due lati dell'attuale Via di S. Maria dell'Anima, chiamata Via Millina. L'attuale Palazzo Millini fu costruito, sotto il pontificato di Sisto IV, da Pietro Millini, che restaurò l'antica torre gentilizia (forse del sec. XIII). L'edificio ebbe una disposizione ad angolo retto, tipica dei palazzi includenti una torre più antica, con facciate su Via di S. Maria dell'Anima e su Via di Tor Millina. La torre, a quattro piani, ha sul lato settentrionale una finestra per piano; la zona basamentale era originariamente cieca. La torre termina con un ballatoio aggettante sostenuto da beccatelli a doppia mensola, con caditoie, coronamento di merli ghibellini a pinne curvilinee e copertura a tetto. In alto, con caratteri in terracotta, si legge il nome: Millina. I corpi di fabbrica ai lati della torre avevano due piani con due finestre. In quello verso Via di Tor Millina si apriva un portale, ancora esistente. Mario Millini, figlio di Pietro, in occasione delle sue nozze con Ginevra Cybo nipote di Innocenzo VIII, avvenute nel 1491, fece decorare esternamente la torre e il palazzo con pitture a monocromo sottolineate da graffiti. Sugli edifici ricorrevano divinità marine, nudi femminili, cavalli marini, cornucopie, bucrani, mascheroni e (su Via dell'Anima), un grande stemma di Sisto IV a colori. La torre era decorata con stemmi, candelabri, girali e motivi ornamentali. Sembra che i merli portassero, alternati, gli stemmi Millini e Cybo. Ora sono leggibili, sui due lati, resti del fregio con cornucopie e bucrani; una metà dell'arme papale si vede appena.

 

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TORRE DELLA MOLETTA (Circo Massimo)
Durante il Medioevo il Circo Massimo cadde in rovina ricoprendosi di vigne e di orti. Per molto tempo poi la zona rimase di proprietà della famiglia Frangipane, ricoperta di casupole di modesta condizione abbattute solo nel 1932-35. Di queste case l'unica sopravvissuta è la piccola torre detta turris in capite circi o della Moletta. Nel 1223, secondo la tradizione, in questa torre la vedova di Graziano Frangipane, Iacopa dei Normanni o dei Settesoli, terziaria francescana, ospitò san Francesco d'Assisi, al quale era legata da devota amicizia. Sappiamo che San Francesco era solito chiamarla "frate Iacoba" per la virilità del suo carattere e lei era solita inviare al Santo dei mostaccioli. La torre è nota con la denominazione di "Torre della Moletta" in quanto un tempo essa si trovava nelle vicinanze di un mulino attivato dalle acque del Fosso di San Giovanni (o Acqua Mariana), che Callisto II (1122) deviò dall'Aniene, facendolo entrare in Roma attraverso Porta Metronia; da Porta Metronia l'acqua attraversava i giardini di S. Sisto Vecchio, la Valle delle Camene (l'avvallamento tra Celio e Aventino, ove oggi corre l'attuale via delle Terme di Caracalla) e il Circo Massimo per poi gettarsi nel Tevere all'altezza della Cloaca Massima. La torre è a pianta quadrata e presenta uno sporto, coronato da una merlatura parzialmente tamponata, poggiante su archetti ciechi impostati su beccatelli, e coperto da tetto a quattro falde. La sua muratura è in tufelli con inclusioni di schegge di calcare, selce e ricorsi irregolari di mattoni. La Torre della Moletta non doveva comunque essere in una posizione così isolata come oggi la vediamo, bensì doveva far parte del sistema di fortificazioni dei Frangipane sul Palatino, oggi del tutto scomparso.

 

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MONTE DEI CENCI (Via Monte dei Cenci)
Il Monte dei Cenci è in realtà un modesto dislivello creatosi o per cause naturali (depositi di detriti trasportati dal vicinissimo Tevere), oppure per la presenza nel sottosuolo di strutture antiche (forse pertinenti all'antico Circo Flaminio). Benché il toponimo «Monte dei Cenci» sia attestato soltanto dalla seconda metà del sec. XIV, la zona dovette essere fortificata (probabilmente proprio dalla famiglia Cenci) già almeno dal sec. XIII: ne sono testimonianza le tre torri di chiara fattura duecentesca. La principale, mozzata e con un lato fortemente rastremato, è chiaramente riconoscibile dalla piazzetta di S. Tommaso: presenta una cortina in tufelli e una finestra (oggi tamponata) con cornice di marmo. La seconda torre è anch'essa caratterizzata dal paramento a tufelli e dai resti di cornice marmorea; sorge all'angolo della piazzetta di S. Tommaso e il vicolo che scende verso via Beatrice Cenci, ed è interamente inglobata nella fabbrica del palazzo al Monte. La terza torre, oggi intonacata, è visibile dal cortile interno, ed è anch'essa parte del palazzo al Monte. Le tre torri dovevano verosimilmente essere attorniate da case e costruzioni diverse, i cui resti sono da identificare nelle parti di paramento a tufelli visibili sulla facciata del palazzo al Monte e lungo il vicolo tra Monte Cenci e Via Beatrice Cenci.

 

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TORRE DI MONTE DELLA FARINA (Via Monte della Farina 30)
Lo stabile moderno di via del Monte della Farina 30 ingloba una torre medioevale in blocchetti regolari di tufo databile al XIII secolo di cui rimane visibile (dal cortile interno) un solo lato. La torre misura 19 metri di altezza e 6 di larghezza. Nel 1469 sulla facciata della torre furono aperte tre finestre in travertino e due in peperino (la data risulta sugli architravi delle finestre); a quest'epoca risale anche l'apertura del portale, di cui però rimane aperta soltanto una porzione in alto, con funzione di finestra. Nel 1898 (la data è incisa sulla facciata del palazzo di via Monte della Farina) furono infine inserite la loggia e le due cornici marcapiano. Uno studio del 1990 ha messo in luce il fatto che questa torre, oggi inglobata in edifici posteriori, è allineata con i resti di altre due torri, anch'esse inglobate in edifici di diversa origine: una in vicolo dei Chiodaroli 15, l'altra in via dei Chiavari 38. Tutto ciò ha fatto supporre che ci dovremmo trovare di fronte ai resti di un grande complesso fortificato, costituito da un palazzo e da una torre principale (da identificare con la Torre Arpacasa a Campo de' Fiori) e da una serie di torri collegate tra loro da un muro: e in effetti, resti di muro in tufelli sono stati individuati ai lati della torre a Monte della Farina.

 

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TORRE DI MONTE FIORE (Via di Monte Fiore)
Il toponimo Monte Fiore evidenzia il fatto che l'area sorge su un rialzo del terreno. Tale rialzo tuttavia non è naturale; a 8 metri di profondità sono infatti i resti dell'antico Excubitorium della VII Coorte dei Vigili. Nel basso Medioevo, un edificio, oggi diruto, identificabile come torre sfruttò l'Excubitorium come fondazione. Potrebbe essere forse la Torre del Colosso (che sappiamo che doveva trovarsi da queste parti e che fu venduta da un certo Colosso a un non meglio identificato De Marrais. Ma chissà che la torre non sia parte del leggendario Palazzo della Bella Fròda!... A Roma un tempo si raccontava che a Monte Fiore si trovava il Palazzo di una bella romana, chiamata Fròda o Flora, che girava a bordo di una sua biga d'oro tirata da un cavallo. Si racconta pure che si fecero scavi e scavi alla ricerca della biga, ma si trovò solo lo scheletro d'un cavallo. Leggende a parte, abbiamo detto che la torre sfrutta l'Excubitorium come fondazione. In effetti nel Medioevo, oltre a singole parti di monumenti antichi, spesso si riutilizzavano interi edifici, trasformandoli in fortificazioni (Teatro di Marcello, Colosseo, Mausoleo di Augusto ecc.). Quest'uso ha permesso che molti monumenti antichi potessero giungere fino a noi. Da notare una piccola nicchia ad arco aperta su l'unico muro ancora in piedi della torre; tale nicchia (forse atta a ospitare un'immagine sacra) è molto comune negli edifici medioevali: la ritroviamo per esempio all'interno dell'Albergo della Catena e nella Casina del cardinal Bessarione.

 

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TORRI DI MONTE GIORDANO (Via di Monte Giordano)
Monte Giordano è una collinetta artificiale (formatasi forse con gli scarichi di un vicino porticciolo sul Tevere) che nel Medioevo venne fortificata. Il primo proprietario di cui si abbia notizia è Giovanni di Roncione (o Ronzone) signore di Riano vissuto circa la meta del sec. XII. Nel 1267 abitavano su una parte dell'altura gli Stefaneschi e un documento già vi segnala all'epoca la presenza di una "torre maggiore". Ma pochi anni dopo, nel 1286, si ha la certezza dell'insediamento degli Orsini, anche se esso continua a essere indicato come il monte qui dicitur Johannis Roncionis; bisogna attendere un atto del 1328, per vederlo definitivamente chiamato Mons Ursinorum. Monte Giordano è ricordato anche da Dante, che descrivendo il traffico dei pellegrini sul Ponte S. Angelo in occasione del Giubileo del 1300, scriveva: Come i Roman per l'esercito molto, l'anno del giubileo, su per lo ponte hanno a passar la gente modo colto, che dall'un lato tutti hanno la fronte verso il castello e vanno a Santo Pietro; dall'altra sponda vanno verso il monte. (Inferno, XVIII 28-33)Il nome definitivo viene attribuito all'altura da Giordano Orsini, senatore di Roma nel 1341. Intanto l'edificio si era venuto trasformando da un munito fortilizio irto di torri in un complesso di nobili edifici divisi tra i vari rami della famiglia: i duchi di Bracciano, i conti di Pitigliano, i signori di Marino e poi di Monterotondo. La torre conosciuta come Augusta nel cortile del palazzo già dei Signori di Monterotondo non è medioevale, ma del 1880. Le strutture medioevali sopravvissute possono essere individuate a sinistra del voltone d'ingresso, ove il cortile quattrocentesco è stato creato accanto ai resti di una torre che potrebbe essere identificata con la "torre maggiore" sopra citata. Altri resti dell'antica cinta turrita di questo importante castello urbano potrebbero essere individuati in via del Montonaccio.Nel 1888, il grande complesso edilizio fu venduto ai conti Taverna di Milano i cui eredi tuttora lo possiedono.

 

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TORRE A S. PAOLO ALLA REGOLA (Via S. Maria in Monticelli)
In via di Santa Maria in Monticelli, alle spalle dei Ministero di Grazia e Giustizia, sorge un gruppo di sette edifici medioevali, tradizionalmente conosciuti come "case di S. Paolo". Si tratta di un complesso edilizio caratterizzato dalla serrata successione di cellule abitative affiancate. Nel XIX secolo, per la costruzione del palazzo del Ministero, esse dovevano essere distrutte; ma grazie all'intervento degli "Amici dei Monumenti", furono risparmiate e inglobate nel Ministero stesso, con lo scopo di utilizzarle come uffici. Purtroppo ciò non bastò a preservarle: nel 1936, gli edifici furono sottoposti a lavori di restauro a cura della R. Soprintendenza ai Monumenti del Lazio, che ne modificarono profondamente l'aspetto esterno e ne sconvolsero la divisione interna.

Ministero di Grazia e Giustizia
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Pianta schematica delle Case medioevali a S. Paolo alla Regola

Una caratteristica comune all'intero complesso è che ogni casa ha il portico al piano terra (oggi tutti tutti i portici risultano tamponati o comunque riadattati) e anche se le arcate non hanno tutte le stesse dimensioni sono accomunate dalle colonne basse e a largo fusto. La torre vera e propria (edificio 1) presenta una cortina in laterizio nella parte inferiore e in tufelli nella parte superiore, secondo un sistema di costruzione abbastanza comune nel Basso Medioevo, dettato presumibilmente da motivazioni o tecniche o economiche. La torre (databile orientativamente al sec. XIII) si distingue dagli edifici vicini (oltreché ovviamente per l'altezza) sia per il suo portico, più alto e slanciato rispetto a quelli degli altri edifici, sia per la presenza in alto di una bella loggia coperta con tetto a capanna. La torre, benché sia oggi seminascosta dalla mole del Ministero di Grazia e Giustizia, nel Medioevo doveva essere in una posizione privilegiata: infatti da un lato guardava il fiume ( fronteggiandosi con la quasi dirimpetta Torre degli Anguillara sull'altro argine del Tevere), dall'altro insisteva su un importante asse viario che ricalcava una strada antica (il Vicus Aesculeti) e che è sopravvissuto sino a oggi si trattava di una strada di grande importanza che collegava Ripa a Ponte, passando per l'area forse più popolata nella Roma medioevale; oggi tale asse è ricalcato dalle vie S. Bartolomeo ai Vaccinari - S. Paolo alla Regola - Capodiferro - Venti - Monserrato - Banchi Vecchi - Banco di S. Spirito: quasi un rettifilo, di cui oggi purtroppo è difficile rendersi conto a causa della maldestra costruzione del Ministero di Grazia e Giustizia.Per quanto riguarda gli altri sei edifici di via di Santa Maria in Monticelli, essi mostrano un uso prevalente di cortina in tufelli; purtroppo i pesanti interventi del 1936 hanno profondamente modificato il loro aspetto: per esempio gli edifici 5 e 6 sono stati abbassati di un piano (originariamente erano entrambi su tre livelli); la loggia dell'edificio 4 è stata profondamente modificata con l'apertura dei finestroni e il rialzamento del tetto; e l'edificio 7 è stato dotato di una monofora in peperino moderna che imita quella (originale) dell'edificio 4.

 

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TORRE DI VIA DEL MORO (Via del Moro 50)
Al n. 50 di via del Moro, si innalza un interessante edificio laterizio medioevale, finora poco studiato. Eppure l'edificio, chiaramente identificabile come torre, presenta anche una notevole accuratezza costruttiva, come si può notare nell'uso sapiente della stilatura. La stilatura consiste nell'incisione lasciata sui letti di malta con l'orlo della cazzuola o con uno stilo guidato da un regolo; essa è una sorta di vezzo edilizio, teso a correggere sbavature e difetti vari, al fine di conferire al manufatto una sua regolarità formale; un vezzo che torna in voga tra XI e XII secolo, a testimonianza dell'intimo desiderio di un rinnovamento culturale. Eccellente è anche la ghiera dell'arco in facciata: anche se sopraffatta da molte ingiurie, la ghiera esprime perfezione per scelta di materiali e posa in opera: questa ghiera è testimonianza della ripresa costruttiva dopo i saccheggi del Guiscardo, quando si manifestò un nuovo fervore costruttivo: questo determinò la rifioritura di belle ghiere ottenute con il reimpiego principalmente di bipedali (60cm). Già nel sec. XIII, la scarsità di mattoni interi comportò la costruzione di archi a sesto ribassato, ovvero causò archi non perfettamente impostati oppure costituiti da laterizi frammentati.

 

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TORRE DEL PAPITO (Largo di Torre Argentina)
In molti credono che la torretta che sorge sopra l'Area Sacra di Largo di Torre Argentina sia la torre che ha dato il nome alla piazza. Non è vero. La vera Torre Argentina è oggi inglobata nell'edificio cinquecentesco, di stile gotico-tedesco, detto Casa del Burcardo (v. Sudario 44). Nel sec. XVI quest'ultima costruzione medioevale subì modifiche a opera di Giovanni Burkhardt di Strasburgo (in latino Argentoratum), cerimoniere pontificio. E la torre del cerimoniere di Argentoratum fu detta allora Argentina. Quella invece in Largo di Torre Argentina è la Torre del Papito (alta m.17,50). Faceva parte di un complesso più ampio, poggiato sui templi di età repubblicana. Il nome deriverebbe o dalla famiglia Papareschi (detti anche de Papa) o dal ricordo dell'antipapa Anacleto II Pierleoni (1132-1138, giovane d'età e basso di statura, avversario di Innocenzo II Papareschi), che avrebbe fatto restaurare anche la chiesa di S. Nicola de Calcarario, oggi scomparsa. La torre fu "liberata" da Muñoz nel 1940, demolendo gli edifici che si addossavano su due dei lati della torre. Tutte le finestre furono modificate, cercando di restituire l'aspetto originario. Accanto alla Torre del Papito si conserva un portichetto costituito da colonne di granito e di marmo bigio. Esso tuttavia in origine non era in tale posizione: infatti era inglobato in un edificio posto sopra l'attuale Area Sacra, grosso modo al centro dell'attuale Largo di Torre Argentina. Quando questo edificio fu demolito per riportare alla luce l'area archeologica, il portichetto fu salvato e posto accanto alla torre.

 

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MURA LEONINE (Via del Corridore)
Nel IX secolo, sotto la pressione del pericolo saraceno, si sentì l'urgenza di difendere appropriatamente il Vaticano. In realtà una prima fortificazione del Vaticano si era avuta già con Totila che nel 546, impadronitosi di Roma, eresse un muro intorno all'Ager Vaticanus (un residuo della cinta di Totila si estende per circa m. 150 nei pressi di Porta Castello); ma quest'opera, tutt'altro che accurata, non era certo adeguata alle nuove esigenze. Si decise quindi di costruire una nuova cinta muraria. Il 27 giugno 852 papa Leone IV consacrò quella che può essere definita la più importante cinta muraria dell'Italia altomedioevale: la cinta Leoniana (o Leonina). Essa aveva tre accessi: la Porta S. Pellegrino, tuttora esistente dietro il colonnato di destra; la Porta Saxonum, presso S. Spirito in Sassia, divenuta poi nel Cinquecento la Porta di S. Spirito; la Porta Sancti Petri all'Adrianeo, la quale, circa sei secoli più tardi, al tempo di Nicolò V, sarebbe stata grandemente ampliata ed ornata. Le mura avevano un nucleo in opera cementizia alto circa sei metri, su cui poggiava un camminamento merlato. La struttura esterna era in opera laterizia costituita da mattoni di spoglio e malta. La cortina era intervallata da torri rettangolari coperte a tetto alte 14 metri e divise in tre ambienti (deposito; corpo di guardia e riserva d'acqua; sentinelle).I migliori tratti ancora esistenti sono: la cortina e la torre subito a est del doppio arco di Porta Castello; la cortina a ovest di Via del Campanile; la cortina a est di Vicolo delle Palline; la cortina e le torri a Piazza della Città Leonina. Niccolò III, nella seconda metà del sec. XIII, provvide ad attrezzare un passaggio privato (detto poi anche "passetto di Borgo") sopra il muro leoniano di difesa che unisce direttamente il Vaticano con Castel S. Angelo e a allargare il circuito delle Mura affinché vi fosse incluso anche il Palatium Novum (questo tratto fu poi demolito durante i grandi lavori del Cinquecento). Il Passetto come noi lo vediamo è in pratica il frutto dei lavori di Niccolò III, anche se, secondo altre fonti, la trasformazione delle mura in "passetto" sarebbe opera di Bonifacio IX (Tomacelli 1389-1404), ovvero degli antipapi Alessandro V (Filargis 1409-1410) e Giovanni XXIII (Cossa 1410-1415). A questi papi viene attribuita la chiusura della galleria interna ad arcate e la sopraelevazione del muro, nonché il rinforzo della cinta leonina, crollata in qualche parte, con grandi archivolti visibili dalla parte di via dei Corridori. Da notare:
- la Torre detta di Alessandro VI Borgia (che la fece restaurare, come si intuisce dallo stemma), mostra sotto l'intonaco tracce di una trifora;
- le arcate continue in conci di tufo risalgono a Leone IV, ma le tamponature sono di Niccolò III;
- la posterula presso S. Maria in Traspontina (che nel 1566 fu spostata e ricostruita nel luogo attuale) fatta aprire da papa Bonifacio VIII, in occasione del Giubileo del 1300.

 

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TORRE DEI PIERLEONI (Via del Teatro di Marcello 5)
Con il Piano Regolatore del 1931,in vista della realizzazione della via del Mare, si decide di sacrificare tutti gli isolati di via di Tor de' Specchi, della scomparsa Piazza Montanara e di via della Bocca della Verità, prevedendo la salvaguardia solo di alcuni edifici. Per un breve periodo, sull'area spianata rimangono solo la Casa dei Crescenzi, la Casa dei Pierleoni (che poi verrà 'spostata' al Velabro) e una casa medievale con torre, assai restaurata, con bifore e trifore in peperino di varie forme (attuale via del Teatro di Marcello, 5). Questo edificio non solo non fu distrutto ma fu anche restaurato, ricostruendo totalmente la facciata lungo la via del Mare. Nella ricostruzione non furono utilizzati soltanto i resti della casa stessa ma ci si avvalse anche di elementi (quali le finestre) provenienti da un edificio immediatamente adiacente che invece fu distrutto. Anche la facciata opposta fu pesantemente restaurata, anche se conserva ancora la trifore e i due archi del piano terreno originali. Si è trattato dunque di un "falso rispetto" per le valenze storiche dell'edificio la cui conservazione è tuttavia citata come un esempio di apertura culturale dell'epoca. Ma il motivo fondamentale della sua salvaguardia (o ricostruzione in stile) è da ricercarsi nella nota "pittoresca" che in esso viene riconosciuta e dall'essere funzionale alla sistemazione urbanistica. Contemporaneamente infatti viene restaurato, senza rispettarne l'originario aspetto, anche il campanile della chiesa di S. Nicola in Carcere sul lato opposto della via: questo e la torre della casa medievale vanno a essere "due grandi piloni che inquadrano la nuova strada". L'edicola mariana sulla facciata è stata collocata nel 1964 ed è stata dipinta da Mario Melis.

 

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TORRE DI VIA DELLA RONDINELLA (Via della Rondinella)
Un piccolo complesso medioevale resiste ancora all'angolo tra via della Rondinella e via di Tor di Nona, anche se nessuno di questi edifici deve essere identificato con la Tor di Nona vera e propria. Infatti questa fu demolita intorno al 1600 e si elevava sopra grossi parallelepipedi di tufo, avanzo di un colossale molo di sbarco. La torre quadrata e di grandi dimensioni, aveva tre piani, e merli guelfi alla cima; appartenne agli Orsini sicuramente almeno dal 1278; il suo nome deriva probabilmente per corruzione da "annona": qui infatti erano sottoposte al dazio le derrate che arrivavano in città per via fluviale. Questa torre faceva molto probabilmente parte del sistema difensivo (e di controllo sul fiume) dipendente da Monte Giordano, del quale era verosimilmente parte anche il molo. L'ipotesi tuttavia che di questo sistema difensivo facessero parte (o vi fossero in qualche modo collegate), fino al pieno XIV secolo, anche le strutture medioevali scoperte nell'isolato di via della Rondinella, è certamente plausibile. Tali strutture, oggi molto modificate, risultano certamente avere funzioni abitative soltanto nel XV secolo, come dimostra il primo documento noto, del 1418, che parla, al riguardo, di una "domus sive palatium cum domiculis coniunctis". Sul lato est è riconoscibile quella che deve essere stata la prima fase edilizia di questo complesso, caratterizzata dall'uso della cortina laterizia con stilatura; una finestra, oggi tamponata, riutilizza un frammento di architrave in marmo bianco attribuibile al I secolo d.C. A lato di questa finestra, verso sud, attribuibile ancora alla medesima fase, è una feritoia murata. In un successivo momento parte del complesso fu elevato con una muratura in blocchetti di tufo.

 

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TOR SANGUIGNA (Via Zanardelli)
L'area dell'antico stadio di Domiziano (86 d.C.), ove oggi è la famosissima piazza Navona, nel Basso Medioevo fu occupata da palazzi, case e torri di molte potenti famiglie romane. Sul lato sud della piazza attuale sorgeva il Palazzo Orsini (prima metà del '400, nell'area dell'attuale Palazzo Braschi); sul lato ovest, il Palazzo Millini e la Torre Malpiglia (scomparsa), e sul lato nord la roccaforte della famiglia Sanguigni. La torre fu costruita nella parte inferiore con piccoli tufelli alternati a mattoni, mentre nella parte superiore la cortina è di soli tufelli. L'antico accesso era sul lato verso via Zanardelli. Questo lato presenta quattro finestre, di cui una con mostra di peperino; l'altro lato invece ha soltanto due finestre con mostre di marmo (sec. XV-XVI). Un terzo lato, appena visibile perché coperto dalle case addossate, presenta nella parte superiore un paramento sporgente che poggia su una cornice a mensole di peperino. Presso un angolo della torre è murata una piccola scultura, irriconoscibile. Alla sommità si trovano tre coppie di ghiere di travertino, che probabilmente dovevano servire a sorreggere o pennoni metallici (per stendardi o per tende), o un'incastellatura lignea o ancora delle balestre per le quadrella, dardi corti a quattro punte. La torre era ornata di graffiti, di cui andò perduta qualsiasi traccia nei numerosi restauri.I Sanguigni furono una potente famiglia baronale ghibellina che rimase in questo rione fino al XVI secolo e risulta estinta già nel XVIII secolo, epoca in cui la torre passò ai Conti e poi ad altri proprietari. Essendo dunque la famiglia di fazione ghibellina, la presenza della torre sul lato Nord della via Recta, è significativa: la via Recta era un'importante arteria di comunicazione tra il fiume e la via Lata; l'area a sud di questa strada risulta nel Basso Medioevo controllata dalla fazione guelfa, capeggiata dalla potente famiglia degli Orsini. La zona più a Nord invece era dominata dalla fazione ghibellina, che aveva la sua roccaforte nel Mausoleo di Augusto (fortificato dai Colonna). Pertanto l'incastellamento dei Sanguigni dovette costituire un importante avamposto ghibellino, quasi una spina nel fianco degli Orsini (che avevano il loro principale insediamento nel vicino Monte Giordano).

 

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ROCCA SAVELLA (Clivo di Rocca Savella)
Siamo presso il famoso (e romantico) Parco degli Aranci sull'Aventino: tutti lo frequentano, ma in pochi sanno che il muro di cinta che dà sul Clivo di Rocca Savella è quanto rimane di un vero e proprio castello medioevale. La costruzione di questa rocca fu probabilmente iniziata da Cencio Camerario (che divenne papa con il nome di Onorio III) e proseguì lungo tutto l'arco del Duecento, nel secolo di S. Francesco e di S. Domenico. Rocca Savella controllava la strada di accesso all'Aventino dal Tevere, ricalcata dall'attuale Clivo di Rocca Savella; oggi una stradina fuori mano. Del castello rimane solo la cinta, costruita con piccoli tufelli e con torri squadrate disposte a distanze regolari. Caratteristica è la torre-porta, il cui sistema di chiusura era da un ponte levatoio. La rocca intorno al '500 smise di essere una fortificazione e divenne un ampio giardino racchiuso da mura. Ciò nonostante, la zona non perse mai del tutto la sua vocazione bellica, anche a causa della sua eccezionale posizione strategica. Sappiamo infatti che l'Aventino fu utilizzato alla fine del '700 dai francesi per controllare la zona del Tevere, mentre durante la difesa della Repubblica Romana del 1849, i romani da qui cannoneggiarono verso Porta S. Pancrazio, ove si fronteggiavano le milizie francesi al comando del generale Oudinot e quelle romane guidate da Giuseppe Garibaldi.

 

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TORRE DI PIAZZA DELLA SCALA (Piazza della Scala 56-57)
Ai nn. 56-57 di piazza della Scala, una casa, il cui aspetto attuale è settecentesco, presenta sul fianco ovest mensole e anelli di pietra che sembrano essere testimonianza del fatto che questo edificio in realtà inglobi una torre medioevale. Gli anelli, che presumibilmente dovevano servire a farvi scorrere serrande o ad appoggiarvi strutture lignee provvisorie, potrebbero trovare un parallelismo con gli anelli posti in cima a Tor Sanguigna. Inoltre su questa piazza, verso la metà del secolo scorso, l'Adinolfi vide una casa con un piccolo portico (oggi scomparso), che forse poteva far parte del medesimo complesso della torre; si conserva invece ancora oggi, sulla vicina via della Scala, il resto di un portico medioevale, oggi tamponato e inglobato in un edificio posteriore.Non è da escludere che il tutto facesse parte di un unico complesso di proprietà della famiglia Stefaneschi; infatti l'Adinolfi dichiarò che la casa porticata che lui vide, appartenne agli Annibaldi che furono imparentati con gli Stefaneschi. E noi sappiamo che questa famiglia, una delle più importanti e potenti a Roma nel Medioevo, dimorò dapprima sul Palatino, quindi proprio presso la basilica di S. Maria in Trastevere.Gli Stefaneschi ebbero la loro maggiore potenza nei secc. XIII - XIV; numerosi suoi membri furono senatori della città o cardinali. I più noti sono: - Pietro Stefaneschi, podestà di Firenze nel 1280, rettore di Romagna (1286-88) e senatore di Roma nel 1293, nel 1299 e nel 1302; - Jacopo (1270-1341), fratello di Pietro,cardinale diacono di S. Giorgio in Velabro da Bonifacio VIII (1295); uomo colto e di gusto, abile diplomatico e protettore delle arti, commissionò a Giotto il famoso mosaico con la Navicella nell'atrio di S. Pietro (oggi scomparso: ne rimangono solo due angeli, uno nelle Grotte Vaticane e uno a Boville Ernica) e il polittico per l'altare maggiore, oggi nella Pinacoteca Vaticana; al Cavallini commissionò un affresco per l'abside della sua chiesa titolare di S. Giorgio in Velabro; - Bertoldo, fratello di Pietro e Iacopo, che fece ornare con mosaici dallo stesso Cavallini l'abside di S. Maria in Trastevere; - Giovanni, figlio di Pietro, senatore di Roma nel 1309.

 

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TORRE DELLA SCIMMIA (Via dei Portoghesi 18)
In Via dei Portoghesi, al n. 18, tra via dei Pianellari e Via dell'Orso, è Palazzo Scapucci, che prende il nome dalla famiglia che ne fu proprietaria nei secc. XVI-XVII. Il palazzo ingloba una torre d'origine medioevale (anche se oggi si presenta in forme quattrocentesche) in laterizio con angoli di tufelli di quattro piani visibili. Su ciascun lato sono visibili quattro finestre adorne di mostre marmoree: verso S. Antonio dei Portoghesi, quella inferiore era a croce guelfa, ma la crociera è stata asportata. La seconda è moderna, le ultime due hanno mostra marmorea sormontata da cornice. Sotto le finestre dell'ultimo piano, corre una cornice marcapiano di travertino. Sul coronamento di beccatelli di travertino poggiano gli archetti sostenenti il parapetto laterizio della terrazza, che è restaurato. La torre è detta della Scimmia e si ritiene che sia stata eretta in origine dai Frangipane, che avrebbero avuto nella zona delle proprietà (qui sarebbe nato nel 1040 Oddone Frangipane, più tardi dalla Chiesa proclamato santo per il suo spirito caritatevole). La torre col palazzo adiacente appartenne poi al Convento di S. Agostino. Nel 1514 gli Agostiniani concessero in enfiteusi perpetua l'edificio alla famiglia Dolce. Una rappresentante di questa famiglia, Modesta, sposò uno Scapucci e la proprietà immobiliare passò a questa famiglia. Gaspare Scapucci fece rinnovare e ampliare il palazzo con architettura di Giovanni Fontana, tra la fine del '500 e i primi del '600. La torre è detta della Scimmia sulla scorta di una famosa llegenda popolare romana, poi immortalata dal romanziere americano Nathaniel Hawthorne (1804-1864) nei suoi French and italian notebooks: Tre o quattrocento anni fa questo palazzo era abitato da un nobile, che aveva un solo figlio e una scimmia; e un giorno la scimmia prese il bambino tra le braccia, ghignando e urlando come il diavolo. Il padre era disperato, ma aveva paura di inseguire la scimmia, per timore che potesse lasciar cadere il bambino dall'alto della torre e fuggire.Alla fine fece voto che se il bambino gli fosse stato restituito sano e salvo avrebbe costruito un tabernacolo in cima alla torre e l'avrebbe fatto mantenere per sempre come luogo consacrato. Finalmente la scimmia scese giù e depose il bambino per terra; il padre adempì al voto, costruì il tabernacolo e obbligò tutti i futuri possessori del palazzo a tenere sempre accesa la lampada di fronte a esso. Sono passati secoli; la proprietà ha cambiato mani; ma sull'esile cima della torre c'è sempre il tabernacolo, altissimo sopra la strada, nel posto stesso in cui s'era fermata la scimmia, e là brucia la lampada in memoria del voto del padre.

 

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TORRE SECURA (Via Madonna dei Monti)
Il rettifilo via Madonna de' Monti - via Leonina corrisponde all'Argiletum, un'antica strada romana che, poco oltre l'attuale piazza della Madonna dei Monti, si biforcava nel Vicus Patricius (oggi Via Urbana) e nel Vicus Suburanus (oggi via in Selci), strade di grande importanza, che rimasero in uso anche in età medioevale e moderna. E giusto lungo l'Argiletum, di fronte alla basilica di S. Salvatore ai Monti, sorse nel Medioevo un complesso abitativo che è giunto sino a noi, benché profondamente trasformato nel corso dei secoli. L'elemento più interessante è certamente Torre Secura o Subura (volgarmente detta anche Torre Scura), che fino a pochi anni fa si riteneva distrutta. Infatti, secondo il manoscritto della Biblioteca Vallicelliana, essa sarebbe stata demolita per l'allargamento della via al tempo di Clemente VII. In realtà Torre Secura non fu distrutta ma (come è stato dimostrato sulla base di documenti d'archivio degli anni 1526 e 1567, recentemente scoperti) è da identificare con l'alta costruzione che si affaccia su via Madonna dei Monti davanti alla chiesa di S. Salvatore ai Monti. In origine la torre aveva tre livelli al di sopra di quello terreno, con apertura molto diverse tra loro per forma e dimensioni, e terminava con una copertura a capanna. Alla torre si affiancava un portico (di accesso a botteghe retrostanti) che intorno al 1567 fu tamponato. A questa epoca risale l'intervento più massiccio sulla torre. Il prospetto fu scandito da fasce marcapiano, la più bassa delle quali fu posta alla medesima altezza di quella del palazzetto adiacente (anch'esso di origine medioevale e anch'esso rimaneggiato), in modo da unificarne il prospetto. Al posto delle antiche finestre liberamente disposte nella facciata, fu creata una coppia di nuove aperture per piano (di cui una è finta). Il piano terreno perse una sua apertura autonoma sulla strada, che fu sostituita da una coppia di piccole aperture senza rapporti con le finestre superiori. Anche l'altezza totale è stata ridotta: dagli originari m. 15.60 si è passati agli attuali m. 13; il prospetto non termina più a capanna ma a padiglione e gli originari finestroni sono sostituiti da due piccole aperture. Grazie a fortuiti squarci degli intonachi è possibile apprezzare alcune delle caratteristiche architettoniche del palazzetto adiacente: la composizione a triplice arcata con colonne di granito agli angoli, le travature lignee sul lato destro e l'elegantissima tessitura dei tufelli. In particolare, l'orizzontalità e l'accuratezza di taglio del materiale e i sottili strati di malta permettono di datare il palazzetto (e quindi, presumibilmente, anche la torre) al XIII secolo.

 

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TORRE STRONCARIA (Via Tribuna di Campitelli 9a)
In via della Tribuna di Campitelli 9a sono stati lasciati visibili, sotto l'intonaco moderno, delle porzioni di cortina laterizia 'stilata' (ovvero con il letto di malta inciso con l'orlo della cazzuola o con uno stilo guidato da un regolo, secondo un sistema ampiamente documentato a partire dal sec. XII), che mostrano chiaramente che non siamo di fronte a un unico edificio, ma a una agglomerazione di più costruzioni adiacenti. In particolare, in corrispondenza di uno di essi dalla fronte piuttosto stretta, si nota in alto una finestra inquadrata da cornici antiche di riutilizzo che denuncia chiaramente la sua origine medioevale. Pertanto se la cortina in basso presenta la stilatura e se la parte alta presenta una finestra con elementi antichi di riutilizzo, tutto questo edificio dovrebbe essere medioevale. Data poi la sua stretta fronte, si potrebbe anche presumere che si tratti di una torre; forse quella Torre Stroncaria, di cui sappiamo che fu di proprietà, nel sec. XIV, della famiglia Vallati e che doveva trovarsi giusto nella zona di via di S. Angelo in Pescheria. Peraltro i Vallati (esponenti della nuova nobiltà mercantile bassomedioevale) avevano sicuramente proprietà nella zona: ne è testimonianza la bella casa (che ancora oggi prende il nome da questa famiglia) in via del Portico d'Ottavia, oggi sede della Sovraintendenza Comunale. Il fatto poi che nell'edificio siano presenti elementi antichi di riutilizzo non deve essere interpretato come una prova dell'esiguità di mezzi del proprietario, anzi: il costruttore romano medioevale si trovava infatti nella condizione privilegiata di disporre di una vasta gamma di materiali di origine antica che, rilavorati, venivano rimessi sul mercato. E spesso l'inserimento di un elemento antico sia era simbolo di ricchezza, sia era utilizzato addirittura per millantare una presunta antica origine della famiglia che la possedeva.Quasi dirimpetto, ai nn. 23-23ª di via della Tribuna di Campitelli, sopravvive il resto di un altro edificio medioevale.

 

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TORRE TOFARA (Via dei Chiavari 38)
Al n. 38 di via dei Chiavari è venuto alla luce ed è stato parzialmente lasciato in vista un alto muro in cui si è riconosciuta una torre medioevale in tufelli, forse da identificare con la Torre Tofara (nome che presumibilmente da collegare al materiale di costruzione) che compare in alcuni documenti del 1387. Qui siamo veramente nel campo della ricerca più recente: infatti uno studio del 1990 ha messo in luce il fatto che questa torre, oggi inglobata in edifici posteriori, è allineata con i resti di altre due torri, anch'esse inglobate in edifici di diversa origine: una in vicolo dei Chiodaroli 15, l'altra in via Monte della Farina 30. Tutto ciò ha fatto supporre che ci dovremmo trovare di fronte ai resti di un grande complesso fortificato, costituito da un palazzo e da una torre principale (da identificare con la Torre Arpacasa a Campo de' Fiori) e da una serie di torri collegate tra loro da un muro: e in effetti, resti di muro in tufelli sono stati individuati ai lati della torre a Monte della Farina. In sostanza, la Torre Tofara farebbe parte della cinta muraria di un vero e proprio castello urbano, il castello del ramo cadetto della famiglia Orsini. Studi ancora più recenti hanno condiviso questa ipotesi; altri tuttavia la hanno controbattuta, sulla base soprattutto del fatto che accanto alla Torre Tofara sono stati rinvenuti altri edifici medioevali che romperebbero l'allineamento e del fatto che essa non risulterebbe essere mai stata di proprietà degli Orsini. Ma di fatto l'allineamento è elemento troppo significativo per essere una mera coincidenza! E in questo contesto altre scoperte medioevali stanno venendo fuori e anche quelle già conosciute oggi vengono rilette con occhi nuovi: è il caso di una semplice colonna con capitello su via di S. Anna 7-8, che è senza dubbio di origine medioevale, anche se oggi risulta inglobata in un edificio posteriore.

 

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TORRE DEI TOLOMEI (Via dell'Arco de' Tolomei)
All'angolo tra via dei Salumi e via dell'Arco de' Tolomei si erge una piccola torre in laterizio, che doveva far parte del complesso dei Tolomei. Poiché la torre è 'scapitozzata', ovvero ha perduto i piani più alti. essa risulta più bassa degli edifici adiacenti, che però sono tutte costruzioni d'età moderna. Pertanto nel Medioevo dobbiamo immaginare una situazione inversa, con la torre, più alta di come oggi si presenta, che svettava tra edifici vicini più bassi. A sinistra della Torre si apre l'Arco de' Tolomei, esistente già nel 1358 (quando era già di proprietà dei Tolomei, una importante famiglia senese) e restaurato "in stile" nel 1928. Prima del 1358 l'arco (e tutto il complesso di cui fa parte) dovette essere di proprrietà della famiglia Bondii, un'antica famiglia romana: un certo Nicolaus de Bondijs de regione Transtyberim è citato in un documento del 1331. L'arco risulta ribassato e frammentato. In effetti, fin dalla seconda metà del XIII secolo, la irreperibilità di mattoni interi impone il confezionamento di ghiere con mattoni spezzati. Per questo si preferì fare ghiere più basse o archi a luce più stretta. L'arco è sovrastato da un edificio moderno. Archi medioevali esistono ancora presso via Torre Argentina, piazza Cenci, vicolo dei Tre Archi presso i Coronari. Questi archi dovevano essere, a norma di una disposizione del 1250, abbastanza alti da consentire a una donna, con in capo un recipiente grande e uno piccolo, di passarvi sotto. A sinistra dell'arco (ovvero dalla parte opposta della torre) doveva forse sorgere un altro corpo di fabbrica medioevale, che non si esclude sia oggi inglobato nell'edificio novecentesco.

 

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TORRI DI S. SISTO VECCHIO (Via Druso)
Nell'area dell'antico orto del monastero di S. Sisto Vecchio (oggi di proprietà del Comune di Roma) si ergono due torrette prive di merlatura con ingresso sopraelevato. Esse in realtà sono due mole che nel Medioevo insistevano sul letto della Marrana, un fiumicello che papa Callisto II nel 1122 deviò dal suo percorso originario al fine di sfruttarne la forza motrice. Questo corso d'acqua entrava in città per Porta Metronia e, passando per S. Sisto Vecchio, raggiungeva il Circo Massimo (dove non a caso sorge ancora la Torre della Moletta) e sfociava nel Tevere presso S. Maria in Cosmedin. Poiché queste due mole si trovavano in un'area disabitata della città, si rese necessaria la loro fortificazione. Per alcuni studiosi la costruzione delle due torrette sarebbe da attribuire a S. Domenico (1170-1221) che creò in S. Sisto il primo convento domenicano di Roma.

 

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TORRE DI S. BALBINA (Via di S. Balbina)
Nel giardino della chiesa di S. Balbina si erge una torre mozza in laterizio che fece parte del sistema difensivo del monastero. Nel Medioevo il Piccolo Aventino (il piccolo colle su cui sorge S. Balbina) era una zona molto isolata; pertanto i monaci di S. Balbina dovettero provvedere a creare una difesa da opporre a eventuali saccheggi. Non bisogna dimenticare che nel Medioevo i monasteri potevano essere anche assai ricchi: non a caso fortificazioni medioevali sono attestate anche presso altri monasteri romani: S. Lorenzo in Panisperna (del sistema difensivo di questo monastero fece forse parte la Torre Gallina Alba), S. Lucia in Selci, S. Prassede, SS. Quattro Coronati. La torre di S. Balbina, che per molti secoli è stata celata da uno spesso strato di intonaco, soltanto recentemente è stata riportata al suo aspetto originario, ma ancora attende uno studio approfondito.

 

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TORRE VECCHIARELLI (Via dei Vecchiarelli 37)
L'attuale palazzo Vecchiarelli ingloba una torre, una lato della quale è ben riconoscibile dalla via omonima. La mancanza di studi specifici non consente un maggior dettaglio; certo è che essa sorge in una posizione importante, nei pressi dell'antica via Recta (ricalcata da via dei Coronari) e di Ponte S. Angelo; pertanto non sarebbe da escludere che essa abbia fatto parte delle antiche fortificazioni della famiglia Orsini che avevano il loro epicentro nel vicino Monte Giordano.

 

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TORRE DEGLI ALBERTESCHI (Piazza in Piscinula)
Accanto al campanile di S. Benedetto in Piscinula si erge una struttura quadrata intonacata, la cui forma e dimensioni fanno presumere una sua identificazione con una torre: forse una delle torri della famiglia Alberteschi, che sappiamo sorgevano proprio nella zona in piscinula.

 

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TORRE DEGLI AMATESCHI (Via Sora)
Tra via Sora e via del Governo Vecchio è possibile individuare una torre (oggi inglobata in edifici moderni) del complesso della famiglia Amateschi.

 

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TORRE DEI DA PONTE (Lungotevere degli Altoviti)
All'altezza di Castel S. Angelo, ma sulla riva opposta, sorge una torre che oggi, molto modificata, è circondata su tre lati, ma che ancora al tempo del pittore Ettore Roesler Franz (1845-1907) che la ritrasse in un suo acquerello oggi al Museo di Roma, si ergeva semi-isolata in un punto strategico per il controllo del fiume. Forse la torre (sempreché sia effettivamente medioevale) potrebbe essere quanto rimane dell'antico Castrum Fajoli, un complesso fortificato attestato nel sec. XIII nei pressi di S. Giovanni dei Fiorentini.

 

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TORRE DEI FRANGIPANE (in via dei Frangipane)
Lungo l'attuale via dei Frangipane (all'incrocio con via del Cardello), lungo un asse viario importante nel Medioevo dominato dalla poderosa Torre dei Borgia, sorge un edificio completamente intonacato, in cui forse è possibile riconoscere una delle torri di proprietà della famiglia Frangipane.

 

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TORRE DEI NARDINI (Via della Vaccarella)
Lungo la stretta via della Vaccarella, nei pressi di piazza delle Coppelle, un corpo del Palazzo Baldassini (completamente intonacato) sporge vistosamente: si potrebbe forse trattare della Torre posseduta dalla famiglia Nardini nel 1475 e passata poi ai Conti nel sec. XVI.

 

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TORRI IN PIAZZA DELLA ROTONDA (Piazza della Rotonda)
Nell'angolo tra piazza della Rotonda e via dei Pastini si affaccia una torre (inglobata in edifici moderni e intonacata) forse da identificare con la Torre Sinibaldi, posseduta da questa importante famiglia romana fin dal sec. XIV. Sempre nell'area del Pantheon sono forse da identificare come torri sia una porzione dell'isolato compreso tra via del Seminario, via della Minerva e vicolo della Minerva; sia l'edificio oggi in angolo tra piazza della Rotonda e via degli Orfani, in cui forse si deve riconoscere la Torre Sterfingia, già attestata nella prima metà del sec. XIV.

 

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PALAZZO VENEZIA (Piazza Venezia)
La questione delle torri medioevali oggi inglobate in Palazzo Venezia è assai complessa: il grande torrione quatrocentesco che si erge nell'angolo tra Piazza Venezia e Piazza S. Marco dovrebbe inglobare l'antica Torre della Biscia, nel Medioevo appartenuta alla famiglia Annibaldi; l'altra torre, più interna e ben visibile dal cortile interno, dovrebbe essere identificata con la Torre della Carta: questa - a parte l'altana quattrocentesca - consente di ancora di riconoscervi il suo aspetto originario, stretto e slanciato. Tuttavia la questione di quale sia effettivamente la Torre della Biscia è ancora aperta e forse le identificazioni sono da scambiare.

 

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TORRE AL TEATRO DI MARCELLO (Via del Portico d'Ottavia)
Nel corso dei lavori di demolizione del quartiere circostante il teatro di Marcello si rinvenne il basamento in schegge di marmo e pozzolana di una torre; esso è ancora chiaramente visibile appena all'ingresso su via del Portico d'Ottavia dell'area archeologica del Teatro di Marcello, sul lato opposto a quello della Casa dei Vallati.

 

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TORRE DELL'ARCO DI DRUSO (Via di Porta S. Sebastiano)
Sopra l'antico Arco detto di Druso (in realtà un'arcata monumentalizzata dell'Acquedotto Antoniniano posta a cavallo del tracciato urbano della via Appia) sorse nel Medioevo una torre di cui oggi rimangono solo pochi filari di tufelli.

 

 

 


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