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francesca persici ss. abbondio e abbondanzio a rignano

 

In questa pagina:
Francesca Persici,
La chiesa dei Ss. Abbondio e Abbondanzio a Rignano Flaminio

Rignano

La catacomba di S. Teodora

Ss. Abbondio e Abbondanzio
Esterno
La cripta
Interno

Medioevo.fuoriRoma
(indice della sezione)

titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

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Questa pagina è stata aggiornata il 04.10.2007

Rignano Flaminio 01

Rignano
Rignano Flaminio è un paese che sorge ai piedi del monte Soratte, a cui è possibile accedere percorrendo la via Flaminia, della quale si possono ammirare, ancora oggi, i resti lungo la strada. L'antica via fu realizzata all'incirca nel primo ventennio del 200 a.C. da Caio Flaminio, in seguito alla conquista della Padania e della Gallia Cisalpina, con lo scopo di collegare Roma con l'Italia settentrionale, partendo dalle mura serviane e attraversando la Porta Fontinalis situata nei pressi del Campidoglio. Il paese ha, quindi, una storia molto antica, che ci riporta indietro fino agli insediamenti agricoli in un territorio dominato da popolazioni etrusche (Capenati e Falisci), spesso in guerra con i romani. Nel territorio, infatti, ritroviamo parte dei possedimenti di una matrona romana: Teodora, grazie alla quale siamo oggi in possesso di due monumenti paleocristiani di notevole rilevanza, situati rispettivamente ad occidente e ad oriente di Rignano Flaminio.

 



La Catacomba di S. Teodora
Il cimitero sotterraneo, che risale al IV-V secolo circa e che ospita 500 sepolcri, venne alla luce nel 1651 sulla sinistra di via Flaminia, in un'area detta di S. Laurenziano, è costituito da tre gallerie cimiteriali cristiane (lunghe circa 38 km, anche se in gran parte franate). Nel 1857 lo storico dell'arte G. B. De Rossi intraprese un accurato studio sulle iscrizioni poste sui loculi, datate tra il 336 e il 424. Secondo la Passio, durante la persecuzione di Diocleziano, verso il 304, furono catturati a Roma il presbitero Abbondio e il diacono Abbondanzio, i quali, dopo essere stati sottoposti a tortura, furono condannati a morte. Lungo la strada verso il supplizio (sulla via Flaminia presso la località denominata Lubras) incontrarono il senatore Marciano e il figlio Giovanni, i quali chiesero di essere battezzati, furono così decapitati insieme agli uomini pii. Fu proprio Teodora che ne raccolse le spoglie mortali e le depose nel cimitero, dove fu rinvenuta un'epigrafe che dice: Abundio presbitero martyri sancto. Dep. VII idus dec. Sotto l'impero di Ottone III, nell'anno 1001, i corpi di Teodora, Abbondio e Abbondanzio furono trasferiti nella chiesa di S. Bartolomeo all'isola Tiberina, poi in quella dei Ss. Cosma e Damiano e infine, nel 1583, nella Chiesa del Gesù. Le reliquie dei due romani furono, invece, trasferite nella cattedrale di Civita Castellana.

 



La chiesa dei Ss. Abbondio e Abbondanzio

Esterno. L'altro monumento è la chiesa dei ss. Abbondio e Abbondanzio. L'edificio ad aula unica si compone di più parti, dovute alla varietà di materiale utilizzato nelle diverse modifiche e ricostruzioni apportate (l'ultimo restauro accertato risale agli anni settanta a cura dell'Amministrazione Provinciale di Roma). La chiesa sembra risalire ai tempi di Ottone III (980-1002), e forse fatta costruire come risarcimento per la traslatio dei corpi dei santi martiri a Roma. La parte posteriore, nel lato sud orientale, è in laterizi interposti a marmi altomedievali, mentre la zona absidale è a tufelli. Per quanto riguarda la data, studiosi come Trimarchi o Messineo non sono completamente concordi, elaborando teorie oscillanti in un periodo storico fra il X-XI secolo e il XIII-XIV secolo. Tra l'attuale entrata e le tracce visibili dell'entrata originaria si innalza esternamente il campanile della chiesa (costruito sfruttando il contrafforte). La struttura è a tre piani con bifore, sorrette nel primo piano da pilastri e nei due superiori da colonnine; una sottile risiega in mattoncini sottolinea gli estradossi delle arcatelle continuando sui fianchi con una cornice a beccatelli in laterizio. Anche in questo caso gli studiosi non sono concordi nel fissare la data di costruzione, proponendo date diverse comprese fra il IX e il XIII secolo.

 


Rignano 03 - Cripta - S. Michele

La cripta. L'interno della chiesa è diviso in campate da arconi ogivali in tufo che si scaricano su pilastri addossati alle pareti, con capitelli, ornati con una croce greca, intervallati in origine da una serie di affreschi, di cui restano purtroppo solo brevi accenni (lembi di vestiti) nella parete opposta all'entrata, vicino all'abside. Nel presbiterio sopraelevato si trovano la mensa e il sedile in pietrame. A destra dell'abside c'è l'entrata che porta alla cripta trapezoidale, realizzata in tufi e laterizi intonacati, coperta con volta a botte ribassata. Si può chiaramente distinguere una semicolonna in marmo bianco e altre due che incorniciano i lati di uno stretto e breve corridoio, che porta alla scoperta di un'immagine incredibilmente bella e ugualmente terribile: la figura di un S. Michele. Il suo volto, frontale, presenta dei tratti naturalistici, che suggeriscono un'idea di terza dimensione (labbra carnose, mano destra, i capelli), mentre la linea è usata per definire il chiaroscuro. Le due ali (per quello che si riesce a vedere) non sono ben definite, ma il colore bianco usato tende a dare l'idea di lucentezza e candore, requisiti propri di un angelo così "gerarchicamente" vicino a Dio. L'affresco è parzialmente rovinato.

 


Rignano 02 - Interno

Interno. La zona dell'abside è decorata nell'arco trionfale con la scena dell'Apocalisse e con una Sacra Famiglia nella conca sottostante. Nell'affresco dell'arco predominano un rosso cangiante, che definisce il perimetro del timpano, con una linea dritta e marcata, e zone verdi, che aiutano l'occhio a definire i particolari anatomici delle varie figure. Nonostante i segni del tempo, l'affresco è ancora nella sua maggior parte visionabile (anche se la poca luce che filtra dalle finestre suggerisce l'utilizzo di fonti luminose artificiali). Le figure occupano la superficie con un andamento sinuoso, accentuato dalle linee flessuose che accompagnano i movimenti del corpo, che tende verso il centro, dove troviamo, all'interno di un clipeo, la figura maestosa del Cristo Pantocrator, che con gesto solenne benedice i fedeli, mentre il suo sguardo severo li ammonisce. Un ammonimento rivolto verso il comune destino che attende gli uomini e ulteriormente sottolineato da un'altra figura, altrettanto maestosa è solenne: l'Agnello Mistico, simbolo della cristianità e sinonimo di grazia e giustizia. Ciò che colpisce maggiormente è senza dubbio questa grandiosità delle figure e della scena che tutte insieme rappresentano: il giorno del Giudizio Universale.
Questo è un affresco tipicamente medievale, le immagini e le varie decorazioni parietali, infatti, erano all'epoca destinate ad avere molteplici funzioni, cioè non erano solo il modo migliore per favorire un approccio diretto verso i fedeli, ma anche un vero e proprio mezzo pedagogico-politico, di controllo e di ammonimento. Erano la Bibbia dei poveri e degli analfabeti. Ugualmente interessante, ma di altra fattura, è l'affresco che si trova nella conca dell'abside; ed è proprio soffermandosi a guardarlo, che ci si può accorgere che i segni del tempo non sono soltanto nelle strutture architettoniche, ma anche nella rappresentazione figurata. Nella chiesa ci sono tre immagini di angeli realizzate o restaurate in tre tempi e modi diversi, ma è solo guardandoli bene, e mettendoli a confronto tra loro e con le altre figure, che si possono vedere le divergenze e gli elementi comuni.

Rignano 04

La chiesa di ss. Abbondio e Abbondanzio è come un'apparizione, protetta da una vegetazione che le conferisce un aspetto ancora più isolato. Ma non c'è solitudine, solo silenzio. Il silenzio necessario alla preghiera al raccoglimento. Quando si varca la soglia la prima reazione è di incertezza, ma il senso di inquietudine lascia presto il posto ad uno più intenso di curiosità e di profondo rispetto per un luogo che è sopravvissuto ai secoli e agli uomini.

Testo e fotografie di Francesca Persici

 


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