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simone petrelli silvestro e il drago

 

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Simone Petrelli, Silvestro e il drago. La più antica leggenda romana sepolta in S. Maria Antiqua)

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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
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Questa pagina è stata aggiornata il 20.05.2012

Simone Petrelli
Silvestro e il drago. La più antica leggenda romana sepolta in S. Maria Antiqua

 

Nel 499 a.C., sulle sponde del Lago Regillo ci si batte all’ultimo sangue. Le insegne di Roma repubblicana sono protette dal gelo del gladio che il dictator Aulo Postumio stringe nel pugno. Di fronte, la nuvola scura dei 43.000 latini in assetto da battaglia che, sotto l’egida di Tarquinio il Superbo e di suo genero, il signore di Tusculum Mamilio Ottavio, rivendicano gloria, potere, vittoria.
E’ una battaglia lurida, quella del Regillo, in cui nessuno risparmia colpi proibiti e, più di una volta, le sorti dello scontro si rovesciano clamorosamente. Roma sta soccombendo, le centurie sono stremate e la vittoria sembra già svanire nel sangue che, copioso, va ad irrorare il suolo nero.
Poi accade l’imprevisto. Il miracolo. L’aiuto divino. Con l’Urbe cavalcano i gemelli Castor e Pollux. I Dioscuri. Per loro si va alla vittoria, mentre le truppe latine si danno alla fuga, le spade si spezzano, gli scudi rovinano in terra.
Quando tutto termina, quando torna il silenzio, i due prodi sono già lontani. Svaniti nel nulla, mentre qualcuno insiste che stanno già cavalcando verso casa, verso l’Urbe, per annunciare al popolo che il dictator ha vinto, che gli dèi hanno concesso un giorno ancora, che Roma non è stata domata neanche questa volta. A Roma dicono di averli accolti, di aver udito la felice novella, di averli scorti mentre abbeveravano i cavalli in pieno Foro. Presso la fonte Giuturna.
E’ qui che accorre anche Aulo Postumio, portato in trionfo dalle sue schiere vittoriose e con in testa un voto importante da sciogliere. Nel furore dello scontro, nell’ora più buia degli armati dell’Urbe, ha invocato Giove, richiesto aiuto, promesso di edificare un altare a memoria della grandezza e della magnanimità degli dèi sacri a Roma. Il tempio dei Dioscuri. Costruito al centro della città padrona del mondo, nell’Umbiliculus Urbis che divide a metà il Foro, tra Palatino e Campidoglio. Proprio nei pressi della Cloaca Maxima, la galleria che aveva permesso a re Tarquinio Prisco di realizzare la bonifica della valle un tempo paludosa e malarica, drenando le acque nere e convogliandole nel Tevere per neutralizzarle.

Ad 800 anni di distanza, del tempio dei Dioscuri non restano che tre colonne diroccate, mentre in luogo della sacra fonte Giuturna si apre una cavità oscura i cui miasmi appestano l’aria. Frattanto Roma è infinitamente cambiata. Sta ripudiando il pantheon pagano che l’aveva resa grande, gettando alle ortiche le antiche divinità che, dall’alba dei tempi, scrutavano immemori i destini dell’Impero dei primi Cesari, oggi definitivamente tramontato. C’è un regno nuovo, nell’Urbe che risponde al trono di Costantino e comanda ancora sull’Occidente, nell’anno 314 dopo Cristo.
La città è diventata culla di un altro credo con all’attivo più di trenta Sommi Padri. Il 33° Vescovo di Roma si chiama Silvestro, è nato in città e si è costruito una fama tanto solida quanto rigorosa. Quella dell’asceta, dell’eremita intento alla meditazione spirituale tra le grotte che punteggiano il monte Soratte – che tra l’altro costituiscono un ottimo rifugio in tempi bui come quelli delle persecuzioni religiose, ed ancor più mentre la capitale dell’Impero langue, straziata da una devastante epidemia di lebbra.
Muoiono a sciami i poveri del volgo, muoiono i nobili e si abbandonano agli spasmi perfino i sacerdoti. Il morbo non risparmia nessuno. Il germe non rispetta la casta. Perfino l’imperatore, alla fine, giace. Si radunano i sacerdoti di corte, e chini sul capezzale sacro pronunciano il loro verdetto. Un imperatore si salva bagnandosi nel sangue caldo di trecento fanciulli. Si chiama ecatombe. Così, mentre le guardie sequestrano gli infanti di Roma, alle madri non resta che il pianto disperato. Alte si levano le grida inconsolabili. Finché il Cesare non si commuove. Rimanda indietro i fanciulli e si placa un poco. Ma rimane nel talamo, piegato da un dolore senza fine.
Arriva la notte, e con essa l’oblio dei sogni. A Costantino addormentato appaiono gli apostoli Pietro e Paolo. L’Onnipotente è contento, e ha pietà dei suoi figli smarriti. Per questo Pietro e Paolo hanno la soluzione al suo male. Deve trovare Silvestro, portarlo a Roma subito. Soprattutto, deve giurare che sradicherà il paganesimo dall’Urbe, rigettando nell’abisso i falsi dèi che lo hanno abbandonato.
Detto fatto, al mattino l’imperatore sguinzaglia la sbirraglia a setacciare il monte. Trovano l’eremita e lo convincono a seguirli. Silvestro impone una settimana di digiuno purificatore al Cesare. Non basta: pretende anche la liberazione immediata dei cristiani perseguitati. Poi prende per mano Costantino e lo conduce tra le rovine dell’antico Impero. Superano i cadaveri macilenti gettati nelle strade fetide, ed arrivano là dove un tempo sorgeva il tempio dei Dioscuri, tra le mura diroccate ed i marmi corrosi dove ancora sgorga l’acqua sacra della fonte Giuturna. Costantino si immerge per tre volte nelle acque mentre l’eremita lo battezza consacrandone l’anima all’unico vero Dio.
Quando riemerge dalle acque è un uomo nuovo. E guarito. Non serve altra prova all’imperatore per convertirsi solennemente al Verbo che Silvestro egregiamente rappresenta.
Non passano che pochi giorni, e subito scoppia un nuovo putiferio. Perché dalla voragine sotto le ultime colonne rimaste a presidio del Tempio edificato a memoria della vittoria del Regillo, oltre ai miasmi mefitici fa capolino un dragone.

La bestia miete trecento vittime dal giorno esatto della conversione di Flavio Costantino. Falcia e divora ogni cittadino che abbia la sventura di aggirarsi nei pressi della sua improvvisata tana. A corte si levano le suppliche della popolazione, e l’imperatore viene chiamato a deliberare. Richiama l’uomo dei miracoli. Così, Silvestro torna al cospetto di Costantino e del suo codazzo di sacerdoti, che per l’occasione giurano di convertirsi al cristianesimo se lui sarà capace di trovare una soluzione all’orrore che incombe.
Il santo eremita si ritira. Inizia a pregare forsennatamente, ed il suo fervore cresce finché non gli si materializza innanzi S.Pietro. Silvestro sceglierà due chierici e scenderà nella fossa del male. Andrà incontro al mostro e reciterà la formula: Gesù Cristo nato da una vergine, crocifisso e sepolto, è risorto e siede alla destra del Padre; verrà un giorno a giudicare i vivi e i morti: tu Satana, aspetta la Sua venuta nella fossa. Fatto questo estrarrà dalla sua veste un filo sottile e con esso legherà la gola del dragone, sigillando da ultimo il nodo con l’anello munito di sacra croce che reca al dito.
Silvestro fa tutto ciò che gli viene ordinato. Si fa largo nella grotta procedendo lungo le scale di pietra che menano in basso, tra ossa, buio e vapori mefitici. Accompagnato dai due sodali copre i 365 scalini che lo separano dal fondo. Il drago è là, li attende a spalanca le fauci pronto al banchetto. Ma su Silvestro ed i suoi veglia la grazia divina. La formula viene recitata a menadito, la bocca del drago sigillata come convenuto. La bestia stramazza al suolo, mentre i tre sono già lontani, sulle scale e quasi in cima.
Sorge un sole nuovo, mentre Silvestro ed i suoi due accoliti riguadagnano l’aria pura. La divina intercessione ha liberato Roma dalla bestia e dal male. Sopra la tana sorgerà una chiesa. Santa Maria libera nos a poenis inferni, poi Santa Maria Liberatrice.

Maso di Banco, San Silvestro chiude la bocca al drago col segno della
Maso di Banco, San Silvestro chiude la bocca al drago col segno della
croce
(part.), dipinto murale, Firenze , Basilica di S. Croce, 1336 - 1337

Qui l’allegoria si confonde con la cronaca più marcatamente storica. Quella che documenta la transizione dell’Occidente da santuario pagano a culla del cristianesimo, in primo luogo. Ma anche la decisiva affermazione dei santi cristiani sul calendario giuliano. Prima di sottomettere il drago, Silvestro percorre 365 scalini. Un passo al giorno verso la redenzione finale del suo credo. Non solo. La morte del santo eremita è da numerose fonti fissata al 337, per la precisione il 31 dicembre. Al termine dell’anno vecchio e poco prima di affacciarsi al nuovo. Silvestro, allora, oltre che santo è metafora vivente di un superamento storico, culturale e cultuale.
Ma cosa dire del suo antagonista, del dragone?
Dovranno trascorrere 1300 anni perché un teologo di nome Ottavio Panciroli, tirando le somme della leggenda del drago di Roma, ricordi che altri rettili famosi si sono nei secoli aggirati per l’Urbe in generale, e nei dintorni della Cloaca Massima in particolare. 293 anni prima di Cristo, un’altra, terribile epidemia – questa volta di peste - sconvolse Roma, costringendo alcuni volenterosi a far vela verso Epidauro ed il santuario del dio della medicina, Esculapio. Questi possedeva in terra greca un santuario nel quale si aggiravano i suoi animali sacri, serpenti per l’appunto. Uno di essi abbandonò il santuario per cercare riparo nello scafo romano e, tornati gli inviati nell’Urbe, scivolò nelle acque del Tevere scomparendo in un canneto nei pressi dell’isola Tiberina. Qui sorse il tempio romano di Asclepio, ultimo indizio della fuga del serpente che non venne mai più visto da anima viva… Scomparso tra i flutti? O piuttosto riparato nella più sicura Cloaca, in cui era più facile trovare cibo in quantità industriali e, dunque, una crescita spropositata?

Nell'847 un violento sisma sconvolse Roma, provocando la rovina di parte del Colosseo e devastando buona parte degli edifici esistenti in città. Alcuni di essi franarono sulla stessa Santa Maria Antiqua, rendendola inutilizzabile al punto che papa Leone IV decise di procedere al trasferimento del titolo in un nuovo e più solido edificio, nominato per l'occasione Santa Maria Nova (è l'attuale basilica di Santa Francesca Romana).
Santa Maria Antiqua fu così abbandonata sin dalla metà del IX secolo, e rimase allo stato di rudere informe per quattrocento anni, finché in loco non fu costruita una nuova modesta chiesetta, sostituita con un tempio più strutturato nel 1617 - quando dalle sue ceneri le autorità ecclesiastiche plasmarono Santa Maria Liberatrice. Scavi fortuiti ebbero luogo qui già nel XVIII secolo, e col persistere dell'indagine finirono per portare alla luce, all'alba del XX secolo, tracce degli antichi affreschi esistenti. Così, mentre il trono sabaudo prendeva la mano nel governare un'appena unificata penisola italiana, si decise di abbattere la nuova e più modesta canonica - tra l'altro scevra da particolari meriti artistici - per riportare alla luce l'edificio sacro originale, addormentato sotto le sue fondamenta. Nome, titolo ed icone di Santa Maria Liberatrice furono opportunamente trasferiti alla chiesa di Santa Maria Liberatrice, nel Testaccio. Era il 1909.

Negli anni, sulla fondazione di Santa Maria Antiqua si sono succedute alcune campagne di restauro in grande stile, massimamente volte a preservarne i suggestivi affreschi, che con i loro 250 metri quadrati attuali ammontano ad appena un quarto delle glorie del passato. Fondazioni italiane, certo, ma anche statunitensi e perfino norvegesi si sono succedute nelle operazioni, riportando lentamente alla luce quel che resta della tramontata basilica ai piedi del Palatino. Un angolo ancestrale di Roma che non ha mai accettato la damnatio memoriae a più riprese impostale dalla storia e dalle innumerevoli tornate di sacra edilizia. Per questa porzione antica dell’Urbe è stato plasmato un destino millenario. Quello di essere deputata ad ospitare nei secoli edifici di culto, a partire dagli altari delle divinità infere, utilizzati in epoche antidiluviane, e transitando attraverso i fasti dei Dioscuri ed i voti salvifici dell’antico papa ammazzadraghi, Silvestro, e dei tanti mitrati illustri che lo seguirono negli anni.

Dell’èra bestiale del dragone assassino non resta che la testa sinistra di rettile che, oggi, orna la medievale Regio Campitelli in Sancti Adriani. Il rione XII edificato a ridosso della Curia senatoriale e da tutti più semplicemente conosciuto come Campitelli.

Vedi anche: Medioevo.Roma.- S. Maria Antiqua

 


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