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simone petrelli A Roma un papa ebreo?

 

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Simone Petrelli, A Roma un papa ebreo?

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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

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Questa pagina è stata aggiornata il 02.08.2012

Simone Petrelli
A Roma un papa ebreo?

Tous les pays qui n'ont plus de légende
Seront condamnés à mourir de froid.

Fonte: http://www.lanternafil.it/Public/Papi/InnocenzoVIII.htm
(da http://www.lanternafil.it/Public/Papi/InnocenzoVIII.htm )

I paesi che non hanno leggende sono destinati a morire di freddo, giurava sul far della Seconda Guerra Mondiale il poeta Patrice de La Tour du Pin.
Nulla di più vero. Ma esistono luoghi della memoria in cui la leggenda si addensa, si concentra, si stratifica nelle ondate – differenti e successive - che cristallizzano un particolare tema finendo per renderlo eterno nella pluralità delle voci che ne rendicontano la genesi mitica.

Nel cuore di Roma sonnecchia placido uno degli exempla migliori. Una storia antica e dispersa che parla di conversione e riconversione, rapimento e presa di coscienza. Una vicenda della quale, neanche a dirlo, esistono versioni pressoché infinite.
Tutte destinate però ad intrecciarsi in vario modo con la storia medievale dell’Urbe e dell’Occidente intero.
Tutte, ancora, partite dal medesimo rapimento, quello di un fanciullo strappato ai suoi natali ebraici e cresciuto secondo usi cristiani presto divenuti tanto familiari e condivisi da spingerlo dapprima al sacerdozio, quindi addirittura al trono papale. Un figlio di David, insomma, addivenuto alla fine al Soglio di Pietro.

Figura dall’identità incerta, nelle versioni ebraiche della storia, che invariabilmente si concludono tutte con il ritorno alle origini e alla prima fede in barba all’identità consolidata ed alla posizione appena raggiunta, lo si identifica con Elhanan, uno dei due figli del rabbino Simeone ben Isaac ben Abun di Magonza, poeta liturgico, questi, vissuto nel X secolo.
Un’altra versione lo vorrebbe ancora figlio di un rabbino, Salomone Ben Adret (Rashba), questa volta nella Spagna del Duecento.
Le cronache di parte cristiana sono più severe in merito. Da un lato, identificano il protagonista della controversa vicenda nell'antipapa Anacleto II, nel XII secolo. Di famiglia romana, questi era infatti discendente di un converso, Benedictus Christianus, nato Baruch, e venne per questo a più riprese stigmatizzato dai suoi avversari al supremo trono della cristianità.
Altre fonti menzionano invece il 148° papa della Chiesa Romana, quel Graziano dei Giovanni anch’egli di chiara origine ebraica, secolarizzatosi il 5 maggio 1045 nel più altisonante Gregorio VI.

In questa ridda di ricostruzioni, dicerie, supposizioni è assolutamente plausibile che spezzoni di storia siano stati sovrapposti, confusi, piegati addirittura a logiche più affini alla convenienza che alla trasparenza del reale. Ma perché teorizzare un papa ebreo? E, considerando la letteratura ebraica in merito, perché far sì che questi debba percorrere tanta strada per poter ritornare alla memoria – ed alla fede – perduta?
Molte delle leggende sul papa ebreo insistono sul legame reciso tra il rabbino padre ed il figlio papa, con il primo capitato a Roma per protestare contro le draconiane misure imposte dall’insospettabile figlio alla comunità dei ghetti. Il contatto tra i due è il primo incerto indizio di un riconoscimento reciproco destinato a ricondurre l’uomo smarrito di oggi verso il ragazzo, sottratto eppure consapevole, di ieri.
Talvolta è il rabbino a ricordare e descrivere alcuni segni particolari di natura fisica che saranno rivelatori. Altrove, i due condividono una partita a scacchi durante la quale impiegano le medesime mosse segrete che il padre aveva pazientemente insegnato al ragazzo quando la vita non li aveva ancora separati. Ancora, alle volte è il mitrato insospettabile ad offrire interpretazioni della Bibbia in una prospettiva aliena rispetto a quella cristiana, o a convocare proprio il rabbino affinché questi gli spieghi il giudaismo.
Sta di fatto che il contatto conduce inevitabilmente alla nuova e decisiva presa di coscienza del papa, che realizza con sgomento quanto la sua identità presente non abbia poi molto a che vedere con lui. E’ qui che inizia l’inversione di tendenza. E’ qui che l’uomo inaugura il suo ritorno a casa.

Secondo un racconto, il mitrato scompare da Roma, e si mette in viaggio alla volta di Magonza per fare ritorno alla casa di suo padre. Altrove, il suo sgomento per la perfidia che il destino gli ha imposto ha il sopravvento, spingendolo a rinnegare la sua attuale identità, sovente di fronte ai più alti prelati della sua corte spirituale, per poi risolvere il tutto con il kiddush hashem, il suicidio. Un’extrema ratio, questa, che forse ben si sposerebbe con l’esplicito riferimento lasciato proprio dal rabbino e poeta Isacco Simeone Ben Ben Abun in una piyyutim, una cantilena da funzione religiosa: il riferimento a una tragedia incorsa proprio al figlio Elhanan.

Semplice polemica anti-cristiana, dunque, o tragico tentativo di far riguadagnare morale alla comunità ebraica, storicamente contrastata e ghettizzata dal potere cristiano, attraverso la riproposizione estremistica di un caso di ba'al teshuva, di ritorno all’ortodossia ebraica?
Si potrebbe in un certo senso essere tentati di accontentarsi di questa dicotomia di ipotesi. Eppure, mentre la leggenda percorre i secoli ed il trono di Roma vede avvicendarsi papi a non finire, i legami con la storia si fanno più fitti, più diretti. Lasciando scorgere, soprattutto, indizi curiosi sul conto di una leggenda che finisce per avere sempre meno a che fare col mito puro e sempre più con le voci di corridoio e le trame del tempo.

Nell’Urbe siede il 213° papa, figlio di un patrizio genovese che è senatore della Superba finché la città non cade nelle potenti mani dei Visconti di Milano. Così, quando Genova cade, il padre è costretto ad intraprendere un’esistenza itinerante a Napoli, Padova, Roma infine. E’ proprio presso queste corti che il giovane Giovanni Battista Cybo si forma. Circondandosi di amici che contano. Ricevendo la vocazione che lo porta a diretto contatto con il veneziano Pietro Barbo, che col nome di Paolo II regge le sorti della cristianità dopo essere partito da una razza di mercanti provetti.
I due, il papa ed il prete, si piacciono, perché il primo rivede nel secondo le sue stesse abilità sociali. Così, sulle spalle di Giovanni Battista finisce la responsabilità del vescovato di Savona. Una carica che il Cybo ricoprirà anche dopo il decesso del suo sommo mentore, e finché anche il successore Sisto IV, un Della Rovere, non andrà incontro al medesimo destino.
Il 29 agosto 1484, mentre Giovanni Battista trascorre il suo cinquantaduesimo anno di età in quel di Molfetta, lo raggiungono due notizie fulminee. Il pontefice è morto. E lui deve tornare in tutta fretta a Roma, perché morto un papa se ne fa sempre un altro. Sempre.
Stavolta tocca a lui. Col nome di Innocenzo VIII, defensor fidei ed ispiratore di crociate. Ma anche primo mitrato a stringere rapporti con l’ottomano, nella persona di Bāyazīd II dal quale secondo la leggenda riceve addirittura un frammento della lancia di Longino.
Elabora i principi di fede militante che faranno parte integrante del preambolo storico al tristemente noto Malleus Maleficarum.
Nomina il primo grande inquisitore di Spagna, Tomàs del Torquemada.
Indice una crociata anti-valdese promettendo plenaria indulgenza a tutti i suoi – sciagurati - partecipanti.
Attribuisce l’epiteto solenne di Maestà Cattolica in saecula saeculorum ai re di Spagna. Proprio alla casa regnante che all’alla dell’anno Domini 1492 sta ricacciando definitivamente in mare i Mori di Granada. A luglio dello stesso anno Innocenzo si spegne. La sua è l’ultima illustre morte del Medioevo.
Il suo epitaffio più noto rimane quello tracciato dalla benedetta irriverenza del Pasquino:

Octo Nocens pueros genuit, totidemque puellas;
hunc merito poterit dicere Roma patrem.

Perché durante il suo pontificato, il Cybo ha trovato tempo e modo per farsi segreto padre di otto maschi ed altrettante femmine. A buon diritto, allora, Roma potrà chiamarlo padre.
Ma l’Urbe lasciata da Innocenzo al suo successore è un disastro, covo di briganti impuniti e di un vuoto di potere nelle strade che non si vedeva davvero da secoli. Pochi giorni prima del trapasso, narrano le cronache che uno stremato Innocenzo si sia rivolto al Moro signore di Milano, Ludovico, affinché questi gli agevolasse le cure del suo archiatra di corte, Ambrogio Varese da Rosate. Il verdetto della visita del protomedico ed astrologo di corte è fosco e definitivo. Morte sicura.
A ben vedere, nonostante la fatica sia evidente sul volto del papa, quella finale è un’ipotesi che nessuno all’epoca tiene nel dovuto conto. Tranne uno, che giunge a darla praticamente per scontata: un valenciano dal nome quasi impronunciabile. Roderic Llançol de Borja. Rodrigo Borgia.
Il maestro delle trame. Massimo esperto, tra l’altro, di cantarella. Un veleno preparato con la bava del maiale affetto da rabbia appeso a testa in giù e battuto a morte. Rodrigo fa bene a dare la fine di Innocenzo per assodata. Perché sarà suo successore col nome di Alessandro VI. E alla fine, puntualmente, il papa Cybo muore. In modo repentino ed imprevisto ai più.
Nel medesimo anno in cui un ammiraglio salpa da Palos alla volta del mare Oceano e, soprattutto, della storia. Cristoforo Colombo, lo stesso che si firma con un singolare criptogramma a forma di triangolo, che rappresenta a tutt’oggi un enigma mai definitivamente sviscerato: al centro, una X, una M ed una Y maiuscole. Forse, le iniziali di Cristo, Maometto, Jahweh. Simbologia, questa, che fa decisamente il paio con il testamento spirituale del navigatore, con la sua frase: lo Spirito Santo è presente in cristiani, musulmani ed ebrei.
Colombo prende il largo senza sapere che il papa non c’è più. E non ha nemmeno idea che il pontefice sia ammalato. Ma soffrirà grandemente la perdita. Perché Innocenzo ha i suoi medesimi natali. Ma soprattutto perché da più parti si è suggerito che il vincolo tra i due sia di altro tipo. Di sangue, per l’esattezza. Molti sospettano infatti che il navigatore fosse nipote, alcuni azzardano addirittura figlio, di Innocenzo, della sua unione con Anna Colonna, nobildonna romana conosciuta dal Cybo durante un soggiorno napoletano.

Esiste un’acquaforte in cui è riprodotto il patrizio genovese Arano Cybo, padre di Innocenzo. E’ straordinariamente simile alle fattezze di Colombo. In più, tornando sul testamento dell’ammiraglio, non si può ignorare come il Papa genovese abbia nel tempo mostrato singolari aperture nei confronti dei musulmani e degli ebrei.
Forse, la motivazione a questa propensione va ricercata proprio nel padre. Arano non è un nome cristiano. E’ una corruzione dell’ebraico Aronne. E Giovanni Battista risulta esser poi nipote di una donna chiamata Sarracina Marocelli. Stavolta, un nome d’origine moresca. Percorrendo il contorto filo dell’esistenza di Innocenzo, dunque, i nodi che vengono al pettine sono tutt’altro che pochi.
Persecutore o conciliatore? Solo un conterraneo di Colombo o piuttosto un suo diretto parente? Intransigente o illuminato? Come che sia, nel novero complessivo delle leggende, delle voci, dei miti fioriti attorno all’ultimo mitrato del Medioevo, quello di un papa ebreo sembra un sospetto destinato addirittura ad impallidire.

 

 


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