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spicilegium roma nella letteratura medioevale

 

In questa pagina:

Spicilegium
Roma nella letteratura medioevale

Introduzione

Anonimo
L'Imperatore e il Romeo

Anonimo
Leggenda di s. Alessio

Anonimo
Novella di Manfredo

Anonimo
Novella di Papirio

Anonimo
Rosana

Anonimo
Il Colosseo

Belisario
Lettera a Totila

Benedetto del Soratte
Presagi funesti

Boccaccio
Novella di Abraam giudeo

Cassiodoro
Gli acquedotti romani

D. Cavalca
La chiesa eretica

Dante Alighieri
Il discorso di Giustiniano
Giordano da Pisa
La festa d'Ognissanti

Gregorio Magno
S. Benedetto e Totila

Ildeberto di Lavardin
Nulla ti è pari, o Roma

Mastro Gregorio
Roma turrita

Paolo Diacono
L'alluvione del 589

I. Passavanti
La visione di s. Domenico

F. Petrarca
Lettera a G. Colonna (I) F. Petrarca
Lettera a G. Colonna (II)

Rodolfo il Glabro
La morte di Crescenzio

Giovanni Villani
L'incoronazione del Bavaro



titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 09.09.2007

incipit
Introduzione
Molte biblioteche italiane conservano codici manoscritti bassomedioevali in cui i testi sono posti uno di seguito all'altro, legati soltanto (e non sempre) a un argomento comune. In molti casi si tratta di codici di notevoli dimensioni che ancora conservano alla fine fogli bianchi, evidentemente destinati ad accogliere altri testi. Le opere che riportate sono eterogenee e spesso non sono neanche integrali. Ma questi manoscritti (conosciuti come excerpta, spicilegia, ecc.) sono di grandissima importanza sia perché spesso hanno conservato parti di opere altrimenti perdute e sia perché ci parlano (a seconda delle opere che vi sono contenute) dei loro proprietari: mercanti con velleità culturali, notai, studenti e via dicendo. Essi sono il riflesso di una cultura, quella bassomedioevale, che si impone e si diffonde anche tra ceti slegati dagli ambienti universitari o ecclesiastici.
A questi manoscritti vuole riallacciarsi Spicilegium, la prima antologia di opere letterarie medioevali dedicate a Roma: una raccolta di testi (alcuni praticamente sconosciuti) uniti dal fatto che in essi si parla di Roma. Pagine sparse che riunite insieme possono restituirci l'immagine di una città straordinaria, anche mille anni fa.

 

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Mastro Gregorio, Roma turrita (sec. XIII in.)
Magistri Gregorii Narracio de mirabilibus urbis Romae, Ed. C. Nardella, Il fascino di Roma nel Medioevo. Le "meraviglie di Roma" di Mastro Gregorio, Roma, Viella, 1997 (La corte dei papi, 1), pp. 145 sgg.

Credo proprio che si debba ammirare con straordinario entusiasmo il panorama di tutta la città in cui così numerose sono le torri da sembrare spighe di grano, tante le costruzioni dei palazzi che a nessun uomo riuscì mai di contarle.
Avendola vista per la prima volta da lontano, dalla collina, mi venne alla mente, per lo stupore, quella frase che Cesare pronunziò una volta quando, vinti i Galli, ebbe passato le Alpi, pieno di stupore per le mura di Roma: «E tu, sede degli dei, sei stata abbandonata dai tuoi uomini, che pure non erano incalzati da alcuna guerra? Per quale città allora si dovrà combattere? È stato un dono del cielo", eccetera. Poco dopo: Mani codarde lasciarono la città, una città che avrebbe potuto contenere la folla del genere umano se vi fosse convenuta» e, invocando Roma, la chiama quasi divina. Dopo avere a lungo ammirato questa infinita bellezza resi in cuor mio grazie a Dio che, grande in tutta la terra, proprio qui volle rendere magnifiche le opere degli uomini con questo inarrivabile splendore.
Infatti, anche se tutta Roma sta cadendo, nulla, sebbene intatto, le si potrà mai paragonare; per cui qualcuno disse: «O Roma, non c'è nulla che sia uguale a te, benché ormai tu sia quasi una totale rovina: anche distrutta ci insegni quanto saresti stata grande, se intatta». La rovina della quale, io credo, ci insegna chiaramente che tutte le cose terrene sono destinate a crollare, dato che proprio Roma, un tempo a capo di tutte le cose terrene, ora langue e si spegne.

 

 

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Belisario, «Lettera a Totila»
estr. da Procopio di Cesarea, La guerra gotica, III, 22 (trad. it. D. Comparetti - E. Bertolini. Milano 1994)

Gli uomini saggi e che apprezzano le leggi del vivere civile, sono soliti rendere adorne di belle opere d'arte le città che non ne possiedono; è costume invece degli uomini stolti di derubarle dei loro ornamenti, tramandando così ai posteri, senza vergogna, il ricordo della loro pravità. Ora, di tutte le città su cui splende la luce del sole, Roma è la più grande e la più mirabile. Infatti essa è il risultato non dalla potenza di un solo uomo, ma di tutta una lunga serie di imperatori; l'unione dell'opera degli uomini più illustri, facendo uso di ricchezze infinite per tanti e tanti anni, l'hanno resa splendida dei capolavori degli artisti, raccolti in tutto il mondo. E quegli uomini, edificando questa città a poco a poco, la lasciarono, così come tu la vedi, ai posteri, a monumento della virtù del mondo. Per la qual cosa, chi facesse oltraggio a tanta grandezza, si renderebbe reo di grave delitto verso tutti gli uomini dei tempi futuri. Infatti egli priverebbe gli avi del monumento del loro valore, e ai nipoti toglierebbe la possibilità di godere della vista delle opere eccelse degli antenati. Poiché le cose stanno così, tu devi confessare che necessariamente una di queste due cose deve accadere: o tu in questa guerra sei vinto dall'imperatore, oppure, se ciò può essere possibile, sei tu a batterlo. Ora, se tu trionfi, distruggendo Roma non perdi però una città altrui, bensì la tua propria, o chiarissimo uomo: conservandola invece, tu puoi reputarti arricchito, a buon prezzo, del più splendido possedimento della terra. Se invece la fortuna ti sarà avversa, la conservazione di Roma sarà un buon motivo affinché tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione sua ti toglierebbe speranza di essere accolto con mitezza e di avere qualche vantaggio. Fatta l'opera, scenderà la sentenza del mondo, che in ogni caso ti giudicherà: infatti la bella o brutta fama dei principi dipende necessariamente dalle loro gesta.

 

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Benedetto del Soratte, «Presagi funesti» (X secolo)
Benedetto monaco di S. Andrea del Soratte, Chronicon, ed. G. Zucchetti, Roma 1920, Istituto Storico Italiano (Fonti per la Storia d'Italia), trad. it. Massimo Pautrier.

Nell'anno dell'Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo novecentoventunesimo, indizione nona, ai tempi di papa Giovanni decimo, nel settimo anno del suo pontificato, furono visti prodigi. Infatti vicino alla città di Roma si videro cadere dal cielo molte pietre: nella città di Narni, così funeste e tetre, che null'altro si può credere, se non che provenissero da luoghi infernali. Infatti una di quelle pietre è così smisurata, che, caduta nel fiume Nera, ancora oggi si vede fuori delle acque per la misura di un cubito. E poi si videro da parte di tutti numerose fiaccole accese nel cielo in questa città del popolo Romano, che quasi giungevano a terra. Alcune caddero vicino alla casa di Teofilatto, altre vicino alla chiesa dei Santi Apostoli Giacomo e Filippo, altre si dispersero qua e là.
Nello stesso modo in quel tempo si vide il cielo fiammeggiare vicino al Porto di questa città, diciotto miglia dalla città di Roma. E in questo fuoco si videro tre colonne insieme, come le colonne che si mettono negli edifici. Tre colombe parvero posarsi sulle tre colonne, una su ogni colonna. Una colomba, levatasi in volo, tentava di spegnere le fiamme, ma non era in grado. Poi la seconda e la terza, ma nessuna fu capace; ma poco tempo dopo giunse un'altra colomba da un'altra parte, e a lungo agitò le ali contro le fiamme, finché non le estinse tutte. E inoltre, dopo queste cose, vicino alla porta chiamata Salaria, di fronte alle chiese di Santa Susanna e di S. Ciriaco martire, una donna, in una domenica del mese di marzo, tornata dalla chiesa del Beato Pietro principe degli Apostoli, nel diciassettesimo giorno di quel mese, nella Passione di Cristo, dopo aver cotto delle vivande, cominciò a mangiare un piatto di legumi. In seguito, volendo sollevare la pentola, che conteneva la vivanda a base di miglio, dal luogo dove l'aveva posata, non ne fu capace assolutamente. E allorché uscendo dalla sua casa cominciò a piangere e a raccontare ciò a vicini e parenti, accorsero tutti, ma nessuno di quelli che arrivarono riuscì a sollevarla dal marmo su cui era posta. Una gran quantità di gente di questa città arrivò in continuazione, sia chierici che ogni genere di Romani e di ogni sesso, nessuno in alcun modo fu capace di tirarla via: stava così attaccata la pentola al marmo, come se fosse stata scolpita nel marmo stesso. E stavano tutti intorno alla pentola, facendo segni di croce, recitando numerose preghiere a Dio affinché togliesse quella pentola dal luogo in cui stava; ma neppure questo giovò. Arrivarono in seguito altri chierici che ugualmente recitavano preghiere; finalmente uno di loro allungò la mano dopo aver fatto il segno di Cristo e mentre recitava preghiere, e all'improvviso quella pentola fu sollevata senza danneggiarsi. Analogamente nella chiesa di Sant'Agata, che è istituita diaconia, nella vigilia di quella martire, l'immagine lignea su cui era dipinto il volto della stessa martire veneranda balzò fuori dal posto dove era legata da corde, per un'ora rimase sospesa, poi di nuovo ritornò al proprio posto. Rimase inclinata, come giacente, per non poco tempo, poi nuovamente si rimise diritta come era in precedenza. Poi nella chiesa di Sant'Angelo, vicino al fiume Tevere, dov'è la cappella di Sant'Abbaciro, San Giovanni e Santa Barbara, le porte della stessa chiesa quasi per tutto un giorno rimasero chiuse, e non si vide nessuno quel giorno che potesse aprirle con la forza né con le preghiere.
Inoltre in un tempo successivo apparve in alto verso il cielo una forma bestiale, quasi un drago enorme, che si vedeva lungo dalla chiesa di Sant'Eusebio vicino al piccolo macello fino a Porta Salaria, e lo videro in molti per molto tempo. Poi, coperto da una nuvola, non ricomparve più. Roma stessa oppressa dalla tristezza cominciò a sconvolgere la popolazione.

(Si ringrazia Massimo Pautrier per la segnalazione e la traduzione)

 

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Giovanni Boccaccio, «La novella di Abraam giudeo»
Decameron, I,2, Ed. V. Branca, Milano, Mondadori (I Classici Mondadori, Boccaccio IV), 1976, pp. 48 sgg.

Abraam giudeo, da Giannotto di Civignì stimolato, va in corte di Roma; e, veduta la malvagità de' cherici, torna a Parigi e fassi cristiano.
In Parigi fu un gran mercatante e buono uomo il quale fu chiamato Giannotto di Civignì, lealissimo e diritto e di gran traffico d'opera di drapperia: e avea singulare amistà con uno ricchissimo uomo giudeo chiamato Abraam, il quale similmente mercatante era e diritto e leale uomo assai. La cui dirittura e la cui lealtà veggendo Giannotto, gl'incominciò forte a increscere che l'anima d'un così valente e savio e buono uomo per difetto di fede andasse a perdizione; e per ciò amichevolmente lo 'ncominciò a pregare che egli lasciasse gli errori della fede giudaica e ritornassesi alla verità cristiana, la quale egli poteva vedere, sì come santa e buona, sempre prosperare e aumentarsi; dove la sua, in contrario, diminuirsi e venire al niente poteva discernere. Il giudeo rispondeva che niuna ne credeva né santa né buona fuor che la giudaica, e che egli in quella era nato e in quella intendeva e vivere e morire, né cosa sarebbe che mai da ciò il facesse rimuovere.
Giannotto non stette per questo che egli, passati alquanti dì, non gli rimovesse simiglianti parole, mostrandogli così grossamente, come il più i mercatanti sanno fare, per quali ragioni la nostra era migliore che la giudaica; e come che il giudeo fosse nella giudaica legge un gran maestro, tuttavia, o l'amicizia grande che con Giannotto avea che il movesse o forse parole le quali lo Spirito santo sopra la lingua dell'uomo idiota poneva che sel facessero, al giudeo cominciarono forte a piacere le dimostrazioni di Giannotto: ma pure, ostinato in su la sua credenza, volger non si lasciava.
Così come egli pertinace dimorava, così Giannotto di sollecitarlo non finava giammai, tanto che il giudeo, da così continua instanzia vinto, disse: "Ecco, Giannotto, a te piace che io divenga cristiano: e io sono disposto a farlo, sì veramente che io voglio in prima andare a Roma e quivi vedere colui il quale tu di' che è vicario di Dio in terra e considerare i suoi modi e i suoi costumi, e similmente de' suoi fratelli cardinali; e se essi mi parranno tali, che io possa tra per le tue parole e per quegli comprendere che la vostra fede sia miglior che la mia, come tu ti se' ingegnato di dimostrarmi, io farò quello che detto t'ho: ove così non fosse, io mi rimarrò giudeo come io mi sono."
Quando Giannotto intese questo, fu in se stesso oltre modo dolente, tacitamente dicendo: "Perduta ho la fatica la quale ottimamente mi pareva avere impiegata, credendomi costui aver convertito: per ciò che, se egli va in corte di Roma e vede la vita scellerata e lorda de' cherici, non che egli di giudeo si faccia cristiano, ma se egli fosse cristian fatto senza fallo giudeo si ritornerebbe."
E a Abraam rivolto disse: "Deh! amico mio, perché vuoi tu entrare in questa fatica e così grande spesa come a te sarà d'andare di qui a Roma? senza che, e per mare e per terra, a un ricco uomo come tu se' ci è tutto pien di pericoli. Non credi tu trovar qui chi il battesimo ti dea? E, se forse alcuni dubbii hai intorno alla fede che io ti dimostro, dove ha maggior maestri e più savi uomini in quella, che son qui, da poterti di ciò che tu vorrai o domanderai di chiarire? Per le quali cose, al mio parere, questa tua andata è di soperchio. Pensa che tali sono là i prelati quali tu gli hai qui potuti vedere, e più, e tanto ancor migliori quanto essi son più vicini al pastor principale; e per ciò questa fatica per mio consiglio ti serberai in altra volta a alcuno perdono, al quale io per avventura ti farò compagnia."
A cui il giudeo rispose: "Io mi credo, Giannotto, che così sia come tu mi favelli; ma recandoti le molte parole in una, io son del tutto, se tu vuogli che io faccia quello di che tu m'hai cotanto pregato, disposto a andarvi, e altramenti mai non ne farò nulla." Giannotto, vedendo il voler suo, disse: "E tu va' con buona ventura!" e seco avvisò lui mai non doversi far cristiano come la corte di Roma veduta avesse; ma pur, niente perdendovi, si stette. Il giudeo montò a cavallo, e, come più tosto poté, se n'andò in corte di Roma, dove pervenuto da' suoi giudei fu onorevolmente ricevuto.
E quivi dimorando, senza dire a alcuno perché ito vi fosse, cautamente cominciò a riguardare alle maniere del Papa e de' cardinali e degli altri prelati e di tutti i cortigiani: e tra che egli s'accorse, sì come uomo che molto avveduto era, e che egli ancora da alcuno fu informato, egli trovò dal maggiore infino al minore generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria, e non solo nella naturale ma ancora nella sogdomitica, senza freno alcuno di rimordimento o di vergogna, in tanto che la potenza delle meretrici e de' garzoni in impetrare qualunque gran cosa non v'era di picciol potere.
Oltre a questo, universalmente gulosi, bevitori, ebriachi e più al ventre serventi a guisa d'animali bruti, appresso alla lussuria, che a altro gli conobbe apertamente; e più avanti guardando, in tanto tutti avari e cupidi di denari gli vide, che parimente l'uman sangue, anzi il cristiano, e le divine cose, chenti che elle si fossero o a sacrificii o a benefici appartenenti, a denari e vendevano e comperavano, maggior mercatantia faccendone e più sensali avendone che a Parigi di drappi o d'alcuna altra cosa non erano, avendo alla manifesta simonia 'procureria' posto nome e alla gulosità 'substentazioni', quasi Idio, lasciamo stare il significato di vocaboli, ma la 'ntenzione de' pessimi animi non conoscesse e a guisa degli uomini a' nomi delle cose si debba lasciare ingannare. Le quali, insieme con molte altre che da tacer sono, sommamente spiacendo al giudeo, sì come a colui che sobrio e modesto uomo era, parendogli assai aver veduto, propose di tornare a Parigi; e così fece.
Al quale, come Giannotto seppe che venuto se n'era, niuna cosa meno sperando che del suo farsi cristiano, se ne venne, e gran festa insieme si fecero; e poi che riposato si fu alcun giorno, Giannotto il domandò quello che del santo Padre e de' cardinali e degli altri cortigiani gli parea.
Al quale il giudeo prestamente rispose: "Parmene male che Idio dea a quanti sono: e dicoti così, che, se io ben seppi considerare, quivi niuna santità, niuna divozione, niuna buona opera o essemplo di vita o d'altro in alcuno che cherico fosse veder mi parve, ma lussuria, avarizia e gulosità, fraude, invidia e superbia e simili cose e piggiori, se piggiori esser possono in alcuno, mi vi parve in tanta grazia di tutti vedere, che io ho più tosto quella per una fucina di diaboliche operazioni che di divine. E per quello che io estimi, con ogni sollecitudine e con ogni ingegno e con ogni arte mi pare che il vostro pastore e per consequente tutti gli altri si procaccino di riducere a nulla e di cacciare del mondo la cristiana religione, là dove essi fondamento e sostegno esser dovrebber di quella. E perciò che io veggio non quello avvenire che essi procacciano, ma continuamente la vostra religione aumentarsi e più lucida e più chiara divenire, meritamente mi par discerner lo Spirito santo esser d'essa, sì come di vera e di santa più che alcuna altra, fondamento e sostegno. Per la qual cosa, dove io rigido e duro stava a' tuoi conforti e non mi volea far cristiano, ora tutto aperto ti dico che io per niuna cosa lascerei di cristian farmi: andiamo adunque alla chiesa, e quivi secondo il debito costume della vostra santa fede mi fa' battezzare."
Giannotto, il quale aspettava dirittamente contraria conclusione a questa, come lui così udì dire, fu il più contento uomo che giammai fosse: e a Nostra Dama di Parigi con lui insieme andatosene, richiese i cherici di là entro che a Abraam dovessero dare il battesimo. Li quali, udendo che esso l'adomandava, prestamente il fecero; e Giannotto il levò del sacro fonte e nominollo Giovanni, e appresso a gran valenti uomini il fece compiutamente ammaestrare nella nostra fede, la quale egli prestamente apprese: e fu poi buono e valente uomo e di santa vita.

 

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Cassiodoro, «Gli acquedotti romani»
Variorum Libri, VII, 6

Gli acquedotti di Roma c'inducono ad alta ammirazione sia per la costruzione grandiosa, sia per la bontà delle acque che scorrono in essi. Sembrano essere fiumi che si riversano fra montagne alzate dall'arte: e potremmo essere indotti a credere che quei canali di pietra siano alvei naturali di un fiume, tanta è la loro validità a sostenere la violenza dei corso delle acque, pure dopo tanti secoli.
Le petraie delle montagne precipitano, gli alvei dei fiumi col tempo si logorano: invece queste opere degli antichi rimangono salde per quanta poca cura che vi si presti. Si pensi allo splendore che reca alla città di Roma l'abbondanza delle acque; e infatti di quale bellezza sarebbero adorne le terme senza la benedizione delle acque? In grazia degli acquedotti ci deliziamo delle linfe purissime dell'Acqua Vergine, la cui purezza ben si accorda con un tal nome.
Infatti, mentre gli altri acquedotti a causa della violenza della pioggia sono resi torbidi dalle sabbie che trascinano nel loro corso, l'Acqua Vergine pare che, con la sua onda così tersa, ci voglia trarre in inganno, facendoci credere di stare a guardare un cielo sempre sereno, mai turbato dalle nuvole.
E chi può dare una sufficiente spiegazione del modo con cui l'Acqua Claudia, per mezzo del suo immenso acquedotto, sia portata sino in cima al monte Aventino, in maniera tale che, precipitando dall'alto, ne irriga il vertice elevato come se fosse una valle profonda?

 

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Domenico Cavalca, «La chiesa eretica»
Racconti esemplari, 53, [1]-2

[Santo Gregorio in Del dialogo…], anche a monstrare che per la sagra l'ecclesia diventa luogo d'Idio e 'l dimonio ne perde la signoria, narra e dice in del predetto libro che consecrando elli in Roma una chiesa ch'era stata d'eretici, lo popolo ne sentette uscir lo demonio stridendo come porco; e poteasi sentire ma non si vedea. E poi anche la notte sequente e l'altra fece sì gran romore su per lo tetto che parve che tutta la chiesa rovinasse, sì che per questo volse monstrare che malvolentieri n'uscia. E poi cessata la predetta tempesta del nimico, subitamente una mattina discese sopra l'altare una nube da cielo con tanto odore che nullo vi poté stare a·ffare l'ufficio, e tutte le lampane s'accesano per lume celeste. Per le quali cose volse Idio monstrare che quel luogo era traslatato di puzza e di tenebre a stato di santità e di luce. Or queste poche cose siano dette delle molte che dire si potrebbono a monstrar la riverenzia che si dé avere a le chiese perché sono luogo d'orazione.

 

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Anonimo, «Il Colosseo»
Il Libro Imperiale [sec. XIV], ed. A. GRAF, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo, Torino 1923, pp. 99-100

Culiseo era uno tempio di somma grandeza ed alteza, la quale alteza era cento cinquanta braccia, nella sommità del quale erano cholonne di venti braccia alte. Le mura sue furono sette, cinque braccia di lungi l'una dall'altra, et braccia cinque erano grosse. Lo tempio fu fatto in tondo sichome anchora appare. D'intorno aveva grandissima piaza. Le sue entrate furono molte, però che tanto era dall'una porta all'altra quanto la porta era largha, le quali mai per alchuno tempo si serarono, et tutte queste entrate facevano capo nel mezo, dove era una cholonna di metallo tanta alta che passava sopra al tenpio, dove si fermava tutto el tetto, del quale le trave erano di metallo, et l'altro edifizio era di rame, et chapelle cho lastre di pionbo. Nella ghuia disopra stava la immagine del sommo Giove. Questa era di grande statura et tutta di metallo ed di fuori dorata, et in mano una palla d'oro, et era sprendidissirna. Questa era veduta da qualunque persona veniva a Roma. Da ogni gente che dapprima la vedeano si frettava le genua. Nel detto tenpio fralle dette mura erano molte chapelle chon infinite statue, et quale erano d'oro, et qual di cristallo, le quale presentavano quello iddio nel quale l'uomo aveva più divozione. Quivi stava lo dio Giove, lo dio Saturno, e la dea Cebele suo madre, lo dio Marte, lo dio Appollo, lo dio Venere, lo dio Merchurio, la dea Diana, lo dio Erchole, lo dyo Yanno et Vulchano, Yunone et Nettuno, la dea Cerese, lo dio Baccho, Eulo, Minerva, Vesta, e molti altri iddey li quali allora s'adoravano in queste chapelle, et tutte in luocho di musaycho lavorato. Venivano le genti di tutto el mondo a fare nel detto tenpio sagrificio, et chome eran giunti al Chuliseo non era lecito ad alchuno voltarsi in alchuna parte, perché aveva tante porte, che la prima in che si schontrava in quella entrava, et andava addirittura infino alla cholonna di mezo, dove s'inginochiava e faceva disciprina per ispazio di un'ora; alla quale colonna stavano senpre appicchate infinite disciprine d'argento, e fatta l'oferta a Giove, andavano a quella chapella dove stava el suo iddyo, e lì stavano a digiunare tre dì, et portavano secho la vivanda, et chompiuti li tre dì andavano sopra il gito disopra, dove erano gli altari del sagrificio e lì uccidevano la bestia, et disotto mettevano el fuocho; apresso vi gittavano su incenso, perle e pietre preziose macinate, ciaschuno secondo sua possanza, et chosì per ispazio di tre ore facevano fummo a dio; et questa era loro venuta. Era tanto l'oro e le pietre preziose che erano nello detto luocho donate che sarìa impossibile a racchontallo, et per niente persona l'arìe toccate, che si credevano prestamente morire.

 

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Giordano da Pisa, «La festa d'Ognissanti»
Esempi, 46

La festa di Tutti i Santi Noi sì ti facciamo oggi la festa e la solennità di tutti i santi; e intra l'altre ragioni si è questa l'una, però che i pagani in Roma anticamente avean fatto un tempio nel quale si facea onore e festa e solennità a tutti i demoni del Ninferno, però che in quel templo erano adunati gl'idoli di tutte le provincie; e quivi sì era una dea, la quale e' diceano ch'era la maggiore idea, e chiamavalla Cybele, e diceano ch'era madre di tutti gli altri idii. Credeano che fossero molti idii.
Or fu in Roma uno santo papa, ch'avea nome Bonifazio; et era allora uno imperadore cristiano e devoto a la ecclesia, ch'avea nome Focas.
Allora il papa adimandò di grazia allo 'mperadore, che quello tempio che i pagani di Roma anticamente aveano così ordinato a la reverenzia di tutti i demoni del Ninferno, e che ancora erano in Roma rimasi de' pagani che·cci facìan reverenza e molto rio exemplo, gliel dovesse consentire, a spegner quella mala radice, e di consecrarlo a onore de la Vergine Maria e di tutti i martiri: e però era chiamato Templum Martyrum, e poi si compié a onore di tutti generalmente i santi; e lo 'mperadore gliel consentì volentieri.
Allora il papa con lo 'mperadore e co i cherici, con l'incensi e con tutti i fornimenti sì consecrarono quella ecclesia, come detto è, a onore di tutti i santi di vita eterna: e questa è quella ecclesia, che oggidì la chiamano le genti Santa Maria Ritonda, et è in Roma.

 

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Gregorio Magno, «S. Benedetto e il re Totila»
Dialogi, II, 16-18, volgarizzamento del sec. XIV

Al tempo de' Goti, udendo lo re Totila che 'l venerabile Benedetto avea spirito di profezia, andò al suo monistero, e ristèttesi un poco da lungi dal monistero, e mandòlli a dire com'elli lo dovea venire a vedere. Et essendoli risposto e mandato a dire da santo Benedetto che egli fusse lo bene venuto, come egli era di perfida mente, volse provare se Benedetto aveva spirito di profezia come si dicea. E fece chiamare colui che gli porta la spada innanzi, che avea nome Rigo, e fécelo vestire degli ornamenti reali, e comandògli che andasse a Benedetto, e mostràsseli d'essere lo re Totila; e diègli per sua compagnia tre baroni li quali lo soleano sempre accompagnare, a ciò che, andandoli dal lato e facendogli riverenza come a re, lo predetto Rigo paresse lo re Totila; e dièlli tutti gli altri donzelli com'elli solea menare. E intrando lo predetto Rigo così ornato e così accompagnato con gran pompa nel monistero, Benedetto sedea da lungi. E come elli li fu sì presso che potesse udire le parole di Benedetto, gridò Benedetto e disse: "Pon giù, figliuolo, pon giù, figliuolo, questi ornamenti che non sono tuoi". Alle quali parole Rigo cadde in terra, e molto ebbe gran paura che aveva avuto ardimento di far beffe del santissimo Benedetto. E tutti quelli che con lui vennero, per paura e per riverenza caddero a terra; e levandosi, non furono arditi da presentàrseli, e tornando adietro dissono quello ch'era loro intervenuto.
Allora lo re Totila personalmente venne a lui e vedendolo sedere da lungi, non fu ardito d'andare infino a lui, ma gittòsseli in terra e félli riverenzia. E dicendoli lo santissimo Benedetto: "Lèvati", et elli non essendo ardito di levarsi innanzi a lui, levòssi Benedetto e levòllo colle mani, e poi lo cominciò a riprendere delle sue male opere, e in poche parole li prenunziò ciò che li dovea venire. E disse: "Molti mali fai, molti mali hai fatti già: oggimai raffrénati di tante iniquità. Ecco, certamente: tu entrerai in Roma, passerai lo mare, nove anni regnerai, il decimo morrai". Per le quali parole lo re Totila molto impaurito, raccomandandosi alle sue orazioni e partendosi, da quella ora innanzi fu meno crudele. E doppo molto tempo intrò in Roma, e poi passò in Cicilia, e nel decimo anno del suo regno, secondo la profezia del venerabile Benedetto, perdette lo regno e la vita insieme, per giudicio d'Iddio.
Lo vescovo della chiesa Canusina al venerabile Benedetto solea spesso venire, lo quale da Benedetto per la sua santitade era molto amato. E parlandoli lo vescovo della entrata del re Totila in Roma e della distruzione di Roma, disse: "Roma sarà guasta e distrutta da questo re Totila, sì che mai non vi s'abiterà". Al quale rispuose Benedetto: "Roma da genti barbare non fie distrutta; ma per tempesta, tremuoto e baleni conquassata, verrà meno in sé medesima". La profezia del quale, o Pietro, a noi si mostra chiaramente vera, ché veggiamo, com'elli predisse, in questa nostra terra per tempestadi e terremuoti destrutte le mura, cadute le case, destrutte le chiese, e gli antichi edifici ruinati per le ruine e per le tempestadi che ci vengono e spesso. Ben è vero che Onorato, suo figliuolo e discepolo, che mi disse questo fatto, non udi ciò dalla bocca di Benedetto, ma dice che li fu detto da altri frati.

 

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Anonimo, Leggenda di s. Alessio (sec. XIV)
Ed. G. De Luca, Leggende cristiane del Trecento, Torino, Einaudi, 1977, pp. 27 sgg.

Alesso [fu] figliuolo di Eufemiano, uomo nobile romano et era il primo ne la corte de lo 'mparadore, aveva tremilia servi; e gran parte avevano corregge d'oro, e vestiti di vestimenti di seta. Era el detto Eufemiano, padre d'Alesso, uomo molto misericordioso e piatoso; e ogni di tre volte tre tavole a' pòvari, orfani e pellegrini e vedove s'apparacchiavano ne la casa sua; a' quagli tutti serviva. Poi a ora nona egli, con certi religiosi, mangiava nel timore di Dio. El quale aveva una sua donna, che aveva nome Aglaes, la quale era di quella medesima buona voluntà e religione. E non avendo figliuolo, fecero orazione a Dio, et ebbero un figliuolo; e quali poi si posero in cuore di vivare in continenzia. Avuto ch'ebbero el detto figliuolo, e crescendo, li fecero imparare l'arti liberagli e filosofia; dètteli per moglie una fanciulla de la casa de lo 'mparadore. E avendo menata la moglie, la sera inanzi che si cognognessero insieme, udiro una boce la quale a lui e alla sua donna disse cose secrete. Allora, el santo giovano cominciò a maestrare la sposa sua nel timor di Dio, e a inducerla all'onore della virginità. Poi le dé a serbare el suo anello d'oro, e '1 cingo con che era cinto, e disselli: "Tolle e serba questo, infin che piacerà a Dio che esso sia tra noi". Dopo questo, tolse del suo avere, e andòne al mare, e occultamente salì in su una nave, e gionse a Lode, e partendosi inde, pervenne in Siria a una città che si chiama Medessa, là dove era la imagine del nostro signore Iesù Cristo, che non era fatta per mano d'uomo in niuno zondado. E gionto che fu ine, ogne cosa che seco aveva portato diede a' pòvare; e vestissi di vestimenti vili, e posesi a sedere, cogli altri pòvari, ne la piaza de la Virgine Maria. E di tutte le limosine che aveva, solamente riteneva el suo bisogno, e tutto l'avanzo dava a' pòvari. Unde, el padre molto de la partita del figliuolo si dolse, e piangeva; e mandò per molte parte del mondo messi a cercare per lui. De' quali, alcuni ne capitaro a la detta città, e quali fuorono conosciuti da lui, ma essi non conobbero lui, e dero a lui limosina come agli altri pòvari. La quale limosina ricevette, e rendé grazie a Dio, dicendo "Signor mio, io ti rendo grazia che m'hai fatto ricévare limosina da' miei servi". Ritornaro e servi e' messi suoi, e rapportaro al padre che non l'avevano saputo trovare. La madre sua sempre stava in pianto, e dal dì che si partì pose el sacco nel letto suo, dove piangeva con grandi lamenti, e diceva: Sempre starà qui in pianto, infino a tanto che i' ho ritrovato el mio figliuolo. La sposa sua disse a la suocera: "Infino a tanto che io odirà novelle del mio dolcissimo sposo, come la tortora starò sola con teco". Essendo stato Alesso, nel detto luogo, dicessette anni nel servigio di Dio, la imagine de la Vergine Maria, che era ine dipenta, parlò, e disse a la guardia che era ine, ne la chiesa: "Fa che tu metta dentro el uomo di Dio, el quale è degno del regno del cielo, e lo Spirito di Dio è' sopra di lui, però che l'orazione sua saglie come oncenso nel cospetto di Dio. La detta guardia non sapeva di cui si diceva. Un'altra volta udì egli: "Colui che siede di fuore". Allora subito escì fuore, e trovàllo, e menàllo ne la chiesa. La qual cosa udendo e vedendo di lui, da tutti era tenuto uomo buono e santo, e tenuto in reverenzia. Fuggendo inde la gloria umana, si partì et entrò in una nave. E volendo andare in Cicilia, per la divina dispensazione, la nave, menata da' venti, capitò nel porto di Roma. La qual cosa vedendo Alesso, disse fra sé medesimo: "Poi che Idio m'ha qui fatto capitare, io andarò sconosciutamente, e starò ne la casa del mio padre, e non darò gravezza ad altrui". Unde, egli andando si scontrò col padre che tornava dal palazzo, circundato da molta gente. Cominciò a gridarli dietro, e a dire: "Servo di Dio, io ti prego che me pellegrino tu riceva in casa tua, e che tu mi faccia nutricare de le briciole de la mensa tua, a ciò che Dio abbia misericordia del tuo pellegrino". La qual cosa udendo, el padre, per l'amore del suo figliuolo, comandò che fusse ricevuto, e che gli fusse assegnato un proprio luogo ne la sua casa. E ordenò che de la mensa sua gli fusse arrecato el cibo, e commisse a uno che gli portasse, e cosi fu fatto. Egli sempre stava in orazione e in digiuni, macerando el corpo suo. E fanti de la casa per molti modi lo straziavano, e spesso gli gittavano in capo l'acqua de la lavatura de le scudelle e de' vasi de la cucina, e facévanli molte vilanie. Et egli era a ogni cosa paziente. Unde, così sconosciuto stetti dicessetti anni ne la casa del padre suo. E vedendo per spirito che s'appressimava el tempo de la sua morte, chiese carta e calamaio, e scrisse tutto l'ordine de la vita sua. Una domenica, doppo la messa, ne la chiesa venne una boce da cielo, e disse: "Venite a me, tutti voi che v'affadigati e sete gravati, e io vi darò refezione". La qual boce udendo ognuno, sbigotiro e caddero sopra la facce loro. Et ecco la secunda volta un'altra boce da cielo, che disse: "Cercàti per l'uomo di Dio, a ciò che preghi per Roma". Unde, subito si diero a cercare, e non trovando cavelle, udiro la boce che disse: "Egli è in casa di Eufemiano". Unde, egli ne fu dimandato: disse che non ne sapeva covelle. Allora gli imperadori Arcadio e Onorio andaro insieme col Santo Padre a casa del detto uomo. Et ecco el ministro d'Alesso venne al suo signore, e disse: "Vedi, signor mio, che non sia quel pellegrino nostro, el quale è uomo di bonissima vita e di grande pazienzia". Unde Eufemiano corse a vedere, e trovàllo morto. E vidde el volto suo risplendente, come d'un angelo. E vedendogli una scritta in mano, la volse tòllere e non poté. E uscendo fuore, rapportò al Santo Padre e agl'imperadori di quella scritta, come non glil poté trar di mano. Unde, essi intraro a lui, e dissero: "Benché noi siamo peccatori, nientemeno - disse el Santo Padre - noi indegni abbiamo la cura e lo reggimento dell'universale Pastore. Addunque, dacci la carta che hai in mano, a ciò che noi sappiamo quello che v'è scritto". E accostandosi el pontefice, gli tolse la carta, et egli subbito gli la lassò tòllere e fécela leggere dinanzi a tutto '1 populo e al padre suo. La quale conteneva che egli era, e la vita sua. Udendola leggere, el padre tutto fu commosso, e tanto si maravigliava quanto più poteva, e quasi diventò fuor di sé, e cadde in terra. Poi, ritornato a sé medesimo, si stracciò e suoi vestimenti, e cominciòssi a divellere e cavare e crini del capo suo, e pellarsi la barba, e tutto si stracciava e consumava. E gittandosi sopra 'l capo del figliuolo, gridava e diceva: "Oimè, figliuol mio, perché m'hai così contristato, e tanto tempo m'hai dati tanti dolori e pianti ? Oimè, misero me, che io ti veggo, guardia de la mia vecchiezza, iacere morto, e non mi parli! Oimè, che consolazioni oggiumai potrò io avere?". La madre sua, udendo questo, uscì fuore, e stracciòssi e suoi vestimenti, con tanto pianto che non si potrebbe narrare, e per la grande moltitudine non si poteva accostare al santo corpo. Gridava, e diceva: "Fattemi la via, ch'io veggia el mio figliuolo e la consolazione dell'anima mia, el quale suxe l'ubere mie". Fulle fatto luogo da la turba, e gionse al detto santo corpo, e gittòssi sopra esso, e gridava, e diceva : "Oimè, figliuol mio, lume degli occhi mei, perché ci hai fatto così, perché sì crudelmente ti se' portato con noi? Tu vedevi el padre tuo e [me] misera piangere e lagrimare per te, e mai non ti ci dimostrasti, né ti ci desti a conòsciare". E daccapo molte volte si gli gittava adosso, e ora gittava le braccia sopra '1 detto corpo, ora co' le mani toccava quello volto angelico. Bacciandolo, gridava, e diceva: "Piangete meco tutti voi che sete qui presenti, che dicessetti anni l'ho tenuto in casa, e non l'ho cognosciuto che fusse el mio figliuolo. E suoi e nostri servi gli dicevano quanta villania potevano, istracciandolo, e alcuna volta el percotevano, e dàvanglie le boccate. Oimè, chi darà agli occhi mei fonte di lagrime, a ciò che io pianga el dì e la notte el dolore dell'anima mia?" E queste e molte altre parole di pianto grande diceva. Poi la donna sua, vestita di bruno, corse giù a vedere el corpo del suo dolce sposo, e con grandissimo pianto diceva: "Oimè, che oggi so' disolata, e so' rimasa vedova. Ora non ho più cui ragguardare, né a cui io lievi gli occhi. Ora è rotto lo specchio mio, et è perita la mia speranza. Ora è cominciato el dolore che non ha fine". E tutta si struggeva e consumava di pianto e di dolore. Tutta la gente e '1 populo circunstanti, udendo queste parole, piangevano e lagrimavano. Unde el pontefice e gli imperadori, con grandissima reverenzia, presero quello santo corpo in una onorevole barra, e portarlo nel mezzo della città e fecero annunziare al populo come era trovato l'uomo di Dio, el quale tutta la città andava cercando. E ogni gente traeva per vedere quello santo corpo; e qualunque infermo toccava quello santissimo corpo, subbito era liberato: e ciechi ricevevano el vedere; gl'indemoniati erano liberati; e tutti gli infermi di qualunque infermità avessero toccato el santo corpo, erano curati. Vedendo gl'imperadori tanti miracoli, volsero insieme col Santo Padre portare la barra del detto santo corpo, a ciò che essi fussero santificati dal detto santo corpo. E portando questo santo corpo, tanta v'era la gente che nol potevano portare. Allora gl'imperadori comandaro che copia d'oro e d'argento fusse gittata per le vie, a ciò che, attendendo a càgliare la pecunia, potessero el santo corpo portare a la chiesa; ma la moltitudine, lassando stare la pecunia, corrivano' pure a toccare el santo corpo. E così con grande fadiga el portaro al tempio di Santo Bonifacio martire. E ine sté sette dì, nel quale fecero grandi officii e laude di Dio, e fecero fare uno monimento d'oro e di gemme e d'altre pietre preziose, nel quale misero el santissimo corpo con grande reverenzia e onore, a' dodici di dì luglio. Del quale monimento sì grande odore n'esciva, che a ognuno pareva balsamo e aromatiche molto odorifere. Morì negli anni del Signore trecento novanta e otto.

 

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Paolo Diacono, «L'alluvione del 589» (sec. VIII)
Pauli Diaconi Historia Langobardorum, III, 23-24, trad. it. Tommaso Albarani in Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1994, pp. 108 sgg. (Oscar Classici Mondadori, 305)

In quel tempo vi fu un diluvio nel Veneto e nella Liguria e in altre zone dell'Italia quale si ritiene non vi sia stato dai tempi di Noè. Terreni e fattorie divennero laghi e fu grande la strage sia di uomini che di animali. I sentieri furono distrutti, le vie scomparvero, e il fiume Adige crebbe tanto che, intorno alla basilica del beato Zeno martire, fuori delle mura della città di Verona, l'acqua arrivò alle finestre alte, sebbene, come scrisse anche il beato Gregorio, divenuto poi papa, non entrasse affatto nella basilica. Anche le mura di Verona furono abbattute in alcuni punti da questa inondazione che si verificà il 17 ottobre. Ci furono tanti lampi e tuoni, quanti a malapena ve ne sono in estate. Due mesi dopo, la stessa città di Verona fu in gran parte distrutta da un incendio. Nel corso di questo diluvio, tanto si gonfiò a Roma il fiume Tevere, che le sue acque superarono le mura e inondarono gran parte della città. Nell'alveo del fiume, insieme con una gran moltitudine di serpenti, anche un drago di stupefacente grandezza attraversò la città e arrivò al mare. Subito tenne dietro a questa inondazione una violentissima pestilenza, del tipo che viene detto inguinale. La peste fece grandissima strage nel popolo, così che, di una massa incalcolabile, pochi sopravvissero. E per primo colpì papa Pelagio, uomo santo, e lo uccise all'istante. Quindi, dopo aver ucciso il pastore, si diffuse nel popolo.
In tanta tribolazione fu eletto papa, con l'universale consenso, il beatissimo Gregorio, che allora era diacono. Egli ordinò che si facesse una preghiera pubblica a sette voci, e nel giro di una sola ora, mentre pregavano il Signore, ottanta di loro rovinarono all'improvviso a terra ed esalarono lo spirito. La preghiera fu detta litania a sette voci perché tutto il popolo della città venne diviso in sette parti dal beato Gregorio per pregare il Signore. Del primo coro faceva parte tutto il clero, del secondo tutti gli abati con i loro monaci, del terzo tutte le badesse con le loro congregazioni, del quarto tutti i bambini, del quinto tutti i laici, del sesto tutte le vedove, del settimo tutte le donne sposate. Ma del beato Gregorio rinunziamo a dire ulteriori parole poiché alcuni anni orsono abbiamo composto, con l'aiuto di Dio, la sua vita, in cui abbiamo descritto, secondo le nostre deboli forze, tutti i fatti di maggiore importanza.

 

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Anonimo, «Novella di Papirio»
in Fiori e vita di filosafi

Papirio fue di Roma, uomo fortissimo e di grande cuore e desideroso di battaglie, sì che li Romani si credeano per costui difendere da Alessandro, che regnava in quel tempo.
Questo Papirio essendo garzone, andava sovente col padre al Consiglio. E la madre il domandò un die, che nel Consiglio fosse fatto. E 'l garzone rispose: "Egli è credenza e non è da dicere".
A la madre venne troppo maggiore voglia di saperlo: battendo il figliuolo, isforzavalo di dicere.
Allora el garzone, veggendo che dicere li convenia, pensò una molto bella bugia, e disse che nel Consiglio era ragionato qual era meglio, tra che uno uomo avesse due mogli o una femina avesse due mariti, per moltiplicare la gente di Roma, perciò che terre si rubellavano. La madre promise de tenerlo credenza.
E sì tosto andò e parlò con altre donne, sì che la parola andò tanto d'una donna in altra, che le grandi donne de Roma si raunaron tutte ed andaro al Consiglio d'ivi al terzo die, e dicevano e consigliavano ch'egli era meglio che la femina avesse due mariti, che l'uomo due mogliere, e meglio si potrebbe sofferire.
Li sanatori del Consiglio, non sappiendo che istemperamento de femine quello fosse, né quello che volesse dicere la domandagione loro, temettero quella maraviglia e la follia de l'ardire de le donne.
Allora Papirio iscoperse il fatto ai sanatori; e i sanatori saviamente acommiataro le donne e pregiaro il senno del garzone; e fecero per quella cagione uno ordinamento, che neuno altro garzone venisse con suo padre al Consiglio.

 

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Iacopo Passavanti, La visione di s. Domenico
in Specchio di vera penitenza, 16.

Leggesi nella leggenda del padre nostro messer santo Domenico, che essendo egli venuto a Roma al Concilio per domandare la confermagione dell'Ordine, il quale novellamente avea cominciato, che si chiamasse l'ordine d'i frati Predicatori, una fiata si puose in orazione nella chiesa di Santo Piero, e pregava ferventemente Idio e la Vergine Maria, alla quale avea speziale divozione, per li pecatori del mondo, che li dirizzasse in via di verità e di salute e che disponesse il cuore del papa e de' cardinali che li concedessono la confermagione del novello ordine, il quale egli avea trovato e ordinato per raunare il mondo errante e pecatori in via di salute.
Orando il padre santo con grande fervore, di subito fu levato e rapito in ispirito, e vide Gesù Cristo su nell'aria, in quella forma che verrà a giudicare il mondo, con tre lance in mano, le quali guizzando e dirizzando verso la terra, faceva sembiante di volere, lanciando, ferire la terra et la gente che abitava in essa e disfare il mondo.
Vedeva riuscire da l'altra parte la benedetta Madre Vergine Maria, la quale domandò il figliuolo che volea fare, ed egli rispondendo che volea disfare il mondo e uccidere con quelle tre lance la gente pecatrice e corrotta d'i tre vizi, superbia, avarizia e lussuria, ella s'inginochiò dinanzi da lui, facendo croce delle braccia e pregandolo pietosamente che dovesse il rigore della sua giustizia temperare colla benignità della sua misericordia. E rispondendo egli che assai aveva sostenuto il mondo, il quale non s'era corretto né per li profeti, né per la presenza sua nel mondo, né per gli apostoli né per gli altri santi ch'erano venuti poi, i quali studiosamente s'erano ingegnati di convertire il mondo e di riducerlo a Dio, et ella tutta piena di pietà e di misericordia, ancora lo pregava dolcemente, dicendo: "Per amore e per grazia di me, ti piaccia di perdonare ancora questa volta a' pecatori, per li quali ricomperare volesti nascere di me, faccendomi tua madre, passione e morte volesti sostenere; e io ti pròffero uno mio servo devoto et fedele, il quale colla grazia tua, dicendo e faccendo, convertirà il mondo e riducerallo a via di verità".
E dicendo Geso Cristo che volea vedere se fosse a tanto officio atto e degno, la Vergine Maria stendendo la mano diritta sovra il capo di santo Domenico, il rapresentava a Cristo il quale egli acettò e aprovò, e commendandolo disse: "E io per amore di te, dolcissima madre, perdono al mondo per questa volta: e sopra Domenico servo fedele pongo la grazia e lo spirito mio, col quale discorrendo per lo mondo, egli e' suoi descendenti, come uomeni evangelici e apostoli, stirperanno i vizi, semineranno le virtudi e ricoglieranno frutto, predicando e operando, d'etterna vita. Ma come io mandai gli apostoli miei, acompagnati a due a due, all'oficio della dottrina e della predicazione, così è bene che a quello medesimo officio si dea compagno". E dicendo la Vergine Maria ch'ella l'avea aparechiato e presto e Geso Cristo volendolo vedere, ella porse da l'altra mano santo Francesco, il quale era in quello tempo a Roma, e lodato il secondo come il primo, e accettandolo ad uno medesimo officio, la Vergine Maria gli accompagnò insieme, imponendo loro che 'l grande officio al quale erano eletti fedelmente e diligentemente proseguissono. Santo Domenico, che vedeva la visione, attese sguardando fiso al compagno che gli era dato, il quale non avea mai più veduto; e in questo la visione sparì.
L'altro giorno san Domenico si scontrò in santo Francesco, e ricognoscendolo ch'egli era quello ch'egli avea veduto nella visione, affettuosamente abracciandolo, disse: "Tu se' il compagno mio: stiamo insieme et niuno aversario avrà forza sopra di noi".
Da quella ora inanzi, palesando santo Domenico la visione a san Francesco, si ritennono insieme e ragionàvansi insieme consigliando che modo fosse da tenere per adempiere il commesso oficio. Et alcuna volta ragionaro di fare pure uno Ordine; ma san Domenico, avendo già il suo ordine cominciato, e fatto certo per la visione che Dio l'accettava e che la chiesa l'acetterebbe e confermerebbe, sì come poi fece, avendo il papa la visione che San Giovanni Laterano cadeva e san Domenico veniva da l'altra parte e, sopponendo l'omero, la riteneva e rilevava, proseguì quello che cominciato aveva e fece l'ordine de' frati Predicatori; e san Francesco, non molto poi, cominciò e fece l'ordine de' frati Minori.
La visione detta di sopra di Geso Cristo e delle tre lance e della Vergine Maria che mostrò san Domenico e san Francesco, con tutto il suo processo, vide uno compagno di san Francesco in quella medesima ora che·lla vide san Domenico. E veggendo poi san Domenico e san Francesco insieme, e ricognoscendo san Domenico, ricitò ad amendue la visione la quale veduta avea. E lodarono il nome di Dio, solleciti d'adempiere studiosamente quello che·lla visione avea dimostrato, secondo il proponimento già a l'uno e a l'altro spirato.

 

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Petrarca, «Lettera a Giovanni Colonna (Avignone, 21 dic. 1336)»
Francesco Petrarca, Lettere, trad. it. G. Fracassetti, Firenze, 1867

A qual prezzo credi tu ch'io mi togliessi veder le mura ed i colli di Roma, e, come Virgilio dice, l'etrusco Tevere ed i romani palagi? Non è da credersi quanto in me sia il desiderio di contemplare quella città; che sebbene deserta, dell'antica Roma è l'effige, e che del non aver ancora veduta accuserei la mia pigrizia, se meglio non fosse da accagionarne la prepotente necessità.
Sembra fuor di sé per la gioia Seneca che dalla villa di Scipione Africano scrive a Lucillo, e pargli un gran che aver il luogo veduto ove l'uom grande si riparò nell'esilio, ove lasciò le ossa che negò restituire alla patria.
Or se questo sentiva in cuor suo uno spagnuolo, io nato in Italia, che stimi tu dovessi sentire allorché fossi non a Linterno od al Sepolcro di Scipione, ma nella stessa Roma ove e nacque e crebbe e trionfò Scipione con gloria eguale sui vinti nemici e sugli accusatori, ove non egli solo ma innumerevoli vissero uomini insigni di cui mai non sarà che venga meno la fama?
Roma, dico città unica al mondo, cui né fu né sarà mai simile alcuna, da' suoi nemici stessi chiamata città dei re: del cui popolo leggiamo scritto: grande è la fortuna, grande e terribile il nome del popolo romano, del quale la presente non meno che la futura incomparabile sovranità e la grandezza senza esempio celebrano i più divini poeti?
Né già voglio qui ridire le lodi di Roma; che troppo è più vasto il subbietto di quel che possa così discorrendo trattarsi: sol di volo toccai queste cose, perché tu intenda qual conto io faccia del vedere la città regina, della quale infinite cose ho letto, e molte ne ho scritte, e più ancora di scriverne io spero, se acerba morte sul bel principio non tronchi a me la carriera.
Ma poniamo che nulla di tutto questo mi allettasse. Quanto però ad uomo cristiano esser non deve dolce veder la città che tiene in terra le veci del cielo, delle ceneri piena e delle ossa dei Martiri sacrosanti, e bagnata tutta del sangue prezioso dei testimoni del vero, contemplare la veneranda ai popoli effige del Salvatore, ed impresse in duro sasso le orme de' suoi santissimi piedi (perché si vide a rigor di lettera evidentemente avverato quel che profetava Isaia: curvi verranno a te i figli di coloro che ti umiliano, e adoreranno le orme de' piedi tuoi tutti quelli che a te facevano oltraggio); andar d'attorno pe' sepolcri de' santi, vagar per gli atrii calcati dagli Apostoli e a più lieti pensieri volger la mente, lasciate sul lido di Marsiglia le inquiete cure che tanto adesso mi fanno amara la vita? Or se così vanno le cose, perché pigro mi chiami tu che sai il mio viaggio dipendere dal voler altrui? Io tutto a te èrami offerto, piccolo dono invero, ma irrevocabile; tu volesti che ad altri obbedissi, se pure altro da te possa dirsi un tale e tanto unanime tuo germano fratello.
Di nulla io dunque posso venire rimproverato: se colpa trovi, a te stesso accagionala o al fratel tuo.

 

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Petrarca, «Lettera a Giovanni Colonna (S. Vito, 30 nov. ...)»
Francesco Petrarca, Lettere, trad. it. G. Fracassetti, Firenze, 1867

Passeggiando insieme ci aggiravamo per quella città grande cotanto, che mentre in ragion dell'ampiezza vuota si pare, contiene pure un'immensa popolazione: né solo per la città, ma pei dintorni ancora aggirandoci, ad ogni piè sospinto obbietti che a meditare ed a parlarci eccitavano ne si paravan dinanzi. Qui la reggia di Evandro, la casa di Carmenta, la spelonca di Caco, la lupa nutrice, il fico ruminale che meglio è dir Romulare, e il varco di Remo. Qua i giuochi circensi, il ratto delle Sabine, la palude Caprea, e il luogo onde Romolo a un tratto disparve. Là i convegni di Numa e d'Egeria, e l'arena degli Orazi e dei Curiazi, e il terreno ove colpito dal fulmine cadde il ristoratore delle milizie e trionfator de' nemici, Tullo Ostilio. Qui abitava il re architetto Anco Marzio: qui l'ordinatore della classe dei cittadini Tarquinio Prisco: qui la fiamma discese sulla testa di Servio, qui assisa sul carro passò Tullia feroce e fece per l'orrendo misfatto che scellerata si chiamasse la strada. Ecco la via Sacra, e i colli Celio, Quirinale, Viminale, Esquilino. Qui fu campo Marzio, e decollati per man del Superbo caddero i papaveri: qui la miseranda Lucrezia si trafisse col ferro ; di qui fuggiva a morte l'adultero, qui alla offesa pudicizia Bruto apparecchiò la vendetta.
Vedi l'esercito Etrusco e Porsenna minaccioso, e Muzio della propria mano inesorabile punitore, e il figlio del tiranno alle prese con la libertà e il console che caccia e segue all'inferno il nemico respinto dalla città, e rotto alle spalle dell'eroe combattente il Ponte Sublicio, e Orazio che passa il fiume a nuoto, e Clelia che animosa ritorna sul Tevere. Questa fu la casa di Pubblicola venuta a torto in sospetto; qui conduceva Quinto l'aratro quando dai solchi fu chiamato alla Dittatura, e di qui si mosse Serrano ad esser console.
Ecco il Gianicolo, e l'Aventino e il Monte Sacro dove tre volte sdegnosa ai padri si ritrasse la plebe. Qui s'ergeva il lascivo tribunale di Appio, qui alle sozze di lui voglie dal paterno ferro fu sottratta Virginia, e la decemvirale lussuria s'ebbe degna la fine ; vicino a vincer coll'armi e vinto dalla carità dei suoi di qui parti Coriolano. Ecco il sasso che prima difese e donde poi Manlio precipitò; ve' dove, accorrendo improvviso, gli avari Galli contenne Camillo, e ai disperati cittadini insegnò che col ferro e non coll'oro la perduta patria si deve ricuperare. Di qui chiuso nelle armi si gittò Curzio nella voragine: qui fu trovato sotterra il capo d'un uomo che fu di base irremovibile e di presagio al supremo ed inconcusso impero.
E questo il luogo ove, presa all'inganno, cadde oppressa sotto le armi la vergine ingannatrice: questa la rupe Tarpea, e il censimento del popolo romano da tutto il mondo raccolto: ecco l'oca di argento, ecco custode Giano dell'armi. Qui, sotto il nome di Statore, di Feretrio, di Capitolino, ebbe Giove sua stanza ; questa è la mèta di tutti i trionfi: qua fu condotto Perseo, di qua respinto fu Annibale, qua fu menato Ciurgurta, sebbene altri dica ch'ei fosse in carcere ucciso ; qui Cesare trionfò, e qui fu morto ; qui vide Augusto nel tempio a sé prostrati i regi, a portare tributi il mondo. Vedi l'arco ed il portico di Pompeo, il Cimbro di Mario, la colonna di Traiano sotto la quale, siccome nota Eusebio, egli solo fra tutti gl'imperatori dentro il recinto da Roma ottenne la sepoltura: e di lui medesimo vedi il ponte detto poi di S. Pietro, e la mole di Adriano, sotto la quale ei giace sepolto, che ora si chiama di Castel Sant'Angelo. Guarda quel sasso di meravigliosa grandezza sacro alla memoria de' vivi imperatori sorretto da leoni di bronzo sulla cui cima è fama riposin le ceneri di Giulio Cesare. Questo è il tempio della Dea Tellure, questo della Fortuna, questo della Pace alla venuta del Signore veramente pacifico rovesciato al suolo. Ecco l'edificio di Agrippa tolto alla madre dei falsi numi e dato alla Madre del vero Dio. Qui cadde neve dal cielo ai cinque di agosto, e di qui un ruscello di olio scorse nel Tevere. Qui, secondo che narra la fama, Augusto già vecchio, seguendo le indicazioni della Sibilla, vide Cristo fanciullo.
Là sulla via Flaminia vedi la prova del temerario smodato lusso di Nerone nella mole della casa Augusta ove dicono alcuni ch'ei fosse sepolto. Vedi la colonna di Antonio, e il suo palazzo presso l'Appia. Questo è quello che tu chiami sede del Sole, ed io, secondo che leggo nelle storie, chiamo il Settizonio di Severo Afro. Vedi su questi marmi dopo tanti secoli ancor manifesta la prova dell'ingegno e dell'arte di Fidia e di Prassitele.
Qui Cristo al suo vicario che si fuggiva fecesi incontro, qui Pietro fu alzato in sulla croce, qui si troncò il capo a Paolo, qui bruciate le carni a Lorenzo, il quale qui sepolto diè luogo a Stefano che venivagli appresso ; qui dell'olio bollente si rise Giovanni, qui Agnese già morta per vietare ai suoi che la piangessero tornò a rivivere. Qua si nascose Silvestro, qua dalla lebbra si mondò Costantino, qui Callisto incontrò gloriosa morte. Ma dove m'inoltro? Posso io in questo piccolo foglio descriverti Roma intera? E se anche il potessi, non sarebbe inutile di farlo? Tutta già tu la conosci, non perché sei cittadino Romano, ma perché di siffatte cose fin dalla prima tua giovinezza fosti vaghissimo.
E chi a' di nostri delle cose di Roma più ignorante dei Romani? Mi duole il dirlo: in nessun luogo Roma è tanto poco conosciuta quanto in Roma. Ed io ne piango non così per la ignoranza (vizio di cui pur altro non v'ha più deplorevole), come per la fuga e per l'esilio che ne deriva di molte virtù.
Conciossiachè non sia da por dubbio, che se cominciasse a riconoscer se stessa dal basso stato in cui giace, Roma issofatto risorgerebbe.
Ma di questo faremo lamenti un'altra volta.

 

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Rodolfo il Glabro, «La morte di Crescenzio» (sec. XI)
Historiarum Libri, III, 11-13, trad. it. G. Cavallo - G. Orlandi in Rodolfo il Glabro, Cronache dell'Anno Mille (Storie), Milano, Fondazione Lorenzo Valla - Arnoldo Mondadori Editore, 1989, pp. 31 sgg.

Dopo molte gloriose gesta e un'eccellente amministrazione dello stato, Ottone morì, lasciando un figlio, Ottone III, un ragazzo di circa dodici anni che, sebbene tanto giovane, raccolse l'eredità paterna governando l'Impero con grande energia e acume. All'inizio del suo impero avvenne che la sede apostolica romana rimanesse vedova del suo pontefice. Immediatamente, con un editto imperiale, Ottone designò un parente, figlio di un duca, e ordinò secondo l'uso che venisse assunto al soglio pontificio. A quest'ordine, prontamente eseguito, seguì una gravissima sciagura. Potentissimo tra i cittadini di Roma era un tal Crescenzio, che, secondo i costumi locali, più denaro accumulava più soggiaceva all'avarizia. Come i fatti dimostrarono, non era precisamente favorevole al partito di Ottone: proprio colui che, come dicevamo, Ottone aveva fatto ordinare pontefice, fu da Crescenzio spogliato d'ogni onore, cacciato dalla sua sede e sostituito in essa, senza vergogna, con altra persona. Quando il fatto gli venne riferito, pieno di collera Ottone mosse alla volta di Roma con un formidabile esercito. Informato che si stava avvicinando alla città, Crescenzio si asserragliò coi suoi seguaci in una torre situata fuori delle mura, oltre Tevere, e detta per la sua altezza "tra i cieli"; e vi si trincerò, pronto a difendersi a oltranza. Quando l'imperatore giunse a Roma, ordinò anzitutto di catturare quella scialba figura di pontefice creata dall'arroganza di Crescenzio; una volta preso, lo condannò all'amputazione delle mani, in quanto sacrileghe, al taglio delle orecchie e all'estirpazione degli occhi.
Poi, venuto a sapere che Crescenzio, come abbiamo detto, si era fortificato nella torre - che presto sarebbe stata per lui strumento d'una morte crudele -, comandò al suo esercito di cingerla strettamente d'assedio, sì che a Crescenzio non rimanesse scampo. Al tempo stesso per suo ordine vi furono innalzate attorno delle macchine costruite assai ingegnosamente con enormi travi d'abete. Constatando che nessuna via di fuga gli era aperta, Crescenzio decise di pentirsi, ma troppo tardi: ormai per lui non c'era più clemenza.
Un giorno, con la complicità di alcuni uomini dell'esercito imperiale, avvolto in un mantello e incappucciato, uscì segretamente dalla torre e si presentò d'improvviso davanti all'imperatore, gettandoglisi ai piedi e supplicandolo per pietà di risparmiargli la vita. Vedendolo, l'imperatore, che era alquanto sarcastico, disse rivolto ai suoi: "Perché avete consentito a un principe dei Romani, che elegge imperatori, emana leggi e ordina pontefici, di entrare nelle misere tende dei Sassoni? Riportatelo subito sul trono della sua maestà, in attesa che gli si appresti un'accoglienza adeguata all'onore che gli è dovuto". Essi lo presero e, secondo gli ordini ricevuti, senza fargli nulla lo riportarono all'ingresso della torre; una volta dentro, fece sapere ai compagni là rinchiusi che sarebbero sopravvissuti solo fin tanto che fossero riusciti a difendere la torre dall'assalto nemico: dopo non vi sarebbe stata nessuna speranza di salvezza. Intanto i soldati dell'imperatore, che premevano dall'esterno, spinsero avanti le macchine, che si spostarono lentamente fino ad accostarsi alla torre. Questo fu l'inizio della battaglia. Mentre alcuni cercavano di penetrare dall'alto, gli altri si precipitarono contro la porta della torre, la percossero, la sfondarono, e correndo a gara su per le scale giunsero ai piani superiori. Vedendoli, Crescenzio comprese di essere già in mano loro, mentre ancora pensava di poter lottare e tenerli a distanza. Lo catturarono gravemente ferito, massacrando tutti coloro che trovarono con lui; e mandarono a chiedere all'imperatore che cosa intendesse fare del prigioniero. Rispose: "Gettatelo dal piano più alto della fortezza, e bene in vista, perché i Romani non dicano che avete portato via il loro sovrano".
Secondo l'ordine ricevuto lo scagliarono giù; poi lo legarono dietro a dei buoi e lo rivoltolarono più volte nel fango delle strade; infine lo lasciarono penzolante dall'alto di una trave dinanzi agli occhi dell'intera popolazione. Quindi l'imperatore chiamò a sé Gerberto, arcivescovo di Ravenna, facendo di lui il sommo pontefice dei Romani.

 

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Anonimo, «Rappresentazione di Rosana»
(Novella in volgare veneto) Firenze - Biblioteca Riccardiana, ms. 1661, c. 36r; cfr. A. Graf, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medioevo, Torino, 1923, p. 108.

Una molto bella leggenda de una regina de Roma che have nome Rosana e de lo re Hausterio suo marito. Al tempo de Rabon imperatore de Roma, havea in Roma sexanta re e sesanta regine incoronati, et era lo dicto imperatore lo più crudele e lo pezore che zamai fosse veduto contra li cristiani amici di Dio. Et in ogni parte ove podesse savere che nessuno ge n'avesse, tuti li faseva prendere e cum diversi tormenti li faseva morire, imperciò che ello era pagano e adorava le ydole sorde e mute, fatte per mane de homo, i quali non podevano valere né a loro né altrui.
Et in quello medesimo tempo havea in Roma una regina la quale havea nome la reina Rosana, et era la più bella e la più savia de scritura e de seno naturale che tute le altre regine, sì che la fenno donna loro e commandatrice de tute le altre regine. E questa regina Rosana haveva uno suo marito lo quale haveva nome lo re Austerio, e bene li seguitava lo nome, perché ello era molto crudele e reo contra li cristiani, et era lo più possente e lo più richo de nessuno de li altri re de Roma, e non haveva alcuno figiolo, né maschio né femena, e de zò ne staveno in grande pensamento. E la regina Rosana ne stava in grande pensamento e diceva: «Se io potesse havere figiolo, io mi terrei la più graciosa Regina de questo mondo».
Or, avéne un zorno che la reina Rosana andoe al Coliseo di Roma, nel quale stava uno ydolo, lo quale haveva nome l'Idolo Pantaleo, nel quale stava uno demonio che havea nome Astaroth, e rendeva responsione a chi parlava cum lui, et era mazóre idolo di tuta Roma, sì che tutti i romani haveva in lui grande divocione a quel tempo. E questa Raìna Rosana fo dinanzo da lui inzinochiata, e pregollo molto divotamente che li desse figiolo, e félli grandissimi doni e grande offerte, e tuta notte se li stete inanzo inzinochiata, et in sua compagnia tenne cento donne, e cento donzelle, mogiere e figiole de conti e de baroni, e fo tanta la cera che si arse in quella notte che valse cento besanti d'oro. E quando venne la matina e l'alba del die, questo ydolo Pantaleo rispose a la reina Rosana e disse a lei: «Andarai e tornarai, e farai holochausto e sacifficio a tuti li altri ydoli di Roma, e grandemente offerirai loro; e quando avrai zò fatto, io t'imprometto che la prima volta che tu usarai col tuo marito, tu te ingravidarai uno figiolo maschio, lo quale serae conductore e governatore del popolo Romano». E la Raina Rosana andoe incontenente, et hebe fornito tuto quello che l'ydolo Pantaleo havea ditto.

 

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Giovanni Villani, «L'incoronazione del Bavaro»

Cronica, X, 55.

Come Lodovico di Baviera si fece coronare per lo popolo di Roma per loro re e imperadore.
Nel detto anno 1327, domenica dì 17 gennaio, Lodovico duca di Baviera eletto re de' Romani fu coronato a Santo Pietro di Roma con grandissimo onore e trionfo, come diremo appresso; cioè ch'egli e la moglie con tutta sua gente armata si partirono la mattina di Santa Maria Maggiore, ove allora abitava, vegnendo a Santo Pietro, armeggiandoli innanzi quattro romani per rione con bandiere, coverti di zendado i loro cavalli, e molta altra gente forestiera, essendo le vie tutte spazzate e piene di mortella e d'alloro; e di sopra a ciascuna casa tese o parate le più belle gioie e drappi e ornamenti ch'avessono in casa.
Il modo come fu coronato, e chi 'l coronò, furono gli infrascritti: Sciarra della Colonna, ch'era stato capitano di popolo, Buccio di Proresso e Orsino degli Orsini stati sanatori, e Pietro di Montenero cavaliere di Roma, tutti vestiti a drappi ad oro; e co' detti a coronarlo si furono de' cinquantadue del popolo, e 'l prefetto di Roma sempre andandogli innanzi, come dice il titolo suo, ed era addestrato da' sopraddetti quattro capitani, sanatori e cavaliere, e da Giacopo Savelli e Tibaldo di Santo Stazio e molti altri baroni di Roma; e tutt'ora si facea andare innanzi uno giudice di legge, il quale avea per istratto l'ordine dello 'mperio. E col detto ordine si guidò alla sua coronazione. E non trovando niuno difetto, fuori la benedizione e confirmazione del papa, che non v'era, e del conte del palazzo di Laterano, il quale s'era cessato di Roma, che secondo l'ordine dello 'mperio il doveva tenere quando prende la cresima all'altare maggiore di Santo Pietro, e ricevere la corona quando la si trae, si provvidde, innanzi si coronasse, di fare conte del detto titolo Castruccio detto duca di Lucca.
E prima con grandissima sollecitudine il fece cavaliere cignendoli la spada colle sue mani e dandogli la collata; e molti altri ne fece poi cavalieri pur toccandoli colla bacchetta dell'oro, e Castruccio ne fece in sua compagnia sette. E ciò fatto, si fece consecrare il detto Bavaro come imperadore, in luogo del papa o de' suoi legati cardinali, a sismatici e scomunicati: al vescovo che fu di Vinegia, nipote che fu del cardinale da Prato, e al vescovo d'Ellera; e per simile modo fu coronata la sua donna come imperadrice.
E come il Bavaro fu coronato, si fece leggere tre decreti imperiali: prima della cattolica fede, il secondo d'onorare e reverire i cherici, il terzo di conservare le ragioni delle vedove e pupilli, la quale ipocrita dissimulazione piacque molto a' Romani. E ciò fatto fece dire la messa; e compiuta la detta solennitade, si partirono di Santo Pietro e vennono nella piazza di Santa Maria dell'Ariacelo dov'era apparecchiato il mangiare: e per la molta e lunga solennità fu sera innanzi che si mangiasse; e la notte rimasono a dormire in Campidoglio.
E la mattina appresso fece sanatore e suo luogotenente Castruccio duca di Lucca, e lasciollo in Campidoglio; ed egli e la moglie se n'andarono in San Giovanni Laterano. In questo modo fu coronato a imperadore e re de' Romani Lodovico detto Bavaro per lo popolo di Roma, a grande onta e dispetto del papa e della Chiesa di Roma, non guardando niuna reverenza di Santa Chiesa.
E nota che presunzione fu quella del detto dannato Bavaro, che non troverrai per nulla cronica antica o novella che nullo imperadore cristiano mai si facesse coronare se non al papa o a suo legato, tutto fossono molto contrari della Chiesa, o prima o poi, se non questo Bavaro: la qual cosa fu molto da maravigliare. Lasceremo alquanto di dire ora più del Bavaro, faccendo alcuna incidenza, perocché rimane in Roma per ordinare e fare maggiori e più maravigliose cose.

 

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Anonimo, «Novella di Manfredo» (sec. XIV)
Firenze, Biblioteca Nazionale, ms. II,II,15, Novelle italiane. Il Duecento. Il Trecento, a cura di L. Battaglia Ricci, Milano, Garzanti, 1982, pp. 41 sgg.

In Roma fu una grande compagnia di mercatanti, ed era molto ricca, e avea affare per mare e per terra e in molte luògora, sicché piacque a Dio ch'andando per lo golfo di Romania venti navi caricate di spezieria grossa e d'altre gioie, ch'era della detta compagnia, le navi e la mercatanzia pericolarono in mare, e non ne campò persona per la grande tempesta ch'ebbono in mare. I compagni che stavano in Romania, iscrissono a Roma alla compagnia di Roma la grande perdita che avevano fatta, e come erano pericolate venti navi, e non era campato persona; sicché i compagni ch'erano a Roma si si ragunarono insieme in una camera e puosonsi a sedere. E 'l maggiore della compagnia cominciò a leggere la lettera, e contava sì come la perdita era sì grande, che non si potevano più mantenere, ch'avevano perduto grande parte del loro e parte dell'altrui. Quando ebbe letta la lettera, ed elli disse: "Compagni miei, vedete, e catuno si pensi e dica quello che gli pare che noi facciamo".
Catuno si levò, e disse quello che gli pareva il migliore, salvo che uno giovane, che avea diciotto anni, che di poco tempo era morto il padre, e 'l padre fu un savio uomo e fu capo della compagnia. Quando i compagni vidono questo giovane, cominciarono a dire: "Com'è, cotale, voi non dite niente? E vostro padre fu sì savio e sempre ci dava buoni consigli, e fu nostro capo e maggiore di tutti noi! Però pensa quello che ti pare il meglio, e noi faremo quello che tu ci consiglierai". Il giovane pensò, e poi disse: "Compagni miei, io non ci so, se non uno modo, e questo modo si è di riguadagnare ciò ch'abbiamo perduto". Di subito e' compagni dissono: "Come?"
E 'l giovane disse: "Uno, c'ha nome Guido, che fa la salsa e la mostarda, che sta alla piazza Traiana, si ha uno suo figliuolo, che risomiglia il figliuolo dello imperadore: e dicovi che se fosse vestito d'uno panno col figliuolo dello imperadore, egli il risomiglia tanto, che non sarìa niuna persona che riconoscesse l'uno dall'altro. E però diremo a Guido suo padre che noi vogliamo che questo suo garzone istia con noi, e noi il vestiremo a modo di figliuolo d'imperadore, e andrèncene con molte navi e galee armate in Gostantinopoli; e diremo allo 'mperadore di Gostantinopoli che questi è il figliuolo dello 'mperadore di Roma, e ch'egli 'l manda, che vuole ch'egli gli dia la figliuola per moglie; e lo 'mperadore di Gostantinopoli sarà molto allegro, e daràgli molto tesoro: e in questo modo n'avremo tutto ciò ch'abbiamo perduto".
E compagni dissono: "E come potrèn noi fare, ch'e' nol venga a sapere?"
E 'l giovane disse: "Lasciate fare a me, ch'io lo farò per sì bello modo, ch'avremo ciò ch'io ho detto". Tutti i compagni cominciarono a dire: "Bene ha detto, bene ha detto, così si faccia". Allora dissono: "La perdita ch'avemo fatta tenga credenza, e tutti ci mostriamo allegri più che mai". E partironsi della camera.
E due di loro se ne andarono a Guido salsiere, e dissono: "Guido, questo tuo garzone, come ha egli nome?" E Guido disse: "Egli ha nome Manfredo". E mercanti dissono: "E' ci pare ch'egli abbia vista d'essere uno buono giovane, e però vogliamo che stia con noi, e farèngli bene; e se sarà buono uomo, sì 'l metteremo innanzi, e potrà ancora diventare uno grande mercatante". Guido, udento questo, disse: "Signori miei, io ve ne priego che voi il facciate, e togliete il garzone, e fatene ciò che voi volete". E fece chiamare il garzone, e disse: "Figliuolo mio, che sia benedetto, va' con costoro, e fa' che sia buon uomo". E Manfredo andò.
E costoro il vestirono, come si convenne, e fecienlo stare in Roma ben tre mesi. E in questo mezzo gli feciono fare molte paia di panni di seta e d'altri drappi, tutti lavorati ad oro; e feciono armare quaranta tra galee e navi, ed ebbono fatti venire buffoni assai d'ogni stormento d'altre terre e feciono vista d'andare per mercatanzia, e misonsi in mare, e vestirono ben cento donzelli d'uno panno. E poi che furono in mare, e due de' compagni si andarono innanzi con dieci galee allo 'mperadore di Gostantinopoli, e contarogli si come lo 'mperadore di Roma gli mandava il figliuolo, ch'avea inteso dire si come voi avavate una bella figliuola, sicché vuole che voi gliele diate per moglie.
Lo 'mperadore, udendo questo, fu molto allegro, e disse a se medesimo: "Ben posso essere grande, poi che lo 'mperadore di Roma vuole apparentare con meco"; e funne molto allegro, e fece loro un grande onore. E gli altri trenta legni vennono di lunge da' dieci forse tre giornate.
E mercatanti ammaestronno il garzone, e dissongli: "Noi ti vestiremo a modo di figliuolo d'imperadore, e dirai che tu sia figliuolo dello 'mperadore di Roma; e noi ti faremo dare per moglie la figliuola dello 'mperadore di Gostantinopoli, e averai molto avere, che sempre sarai ricco". E missongli tanto a vedere, ch'egli s'assicurò, e fece ciò che gli dissono i mercatanti. E tanto andarono, che giunsono al porto con grande romore di molti stormenti, e lo 'mperadore cavalcò con tutti i suoi alla 'ncontra di questa gente.
E quando si scontrarono, e lo 'mperadore disse: "Ben venga il figliuolo mio"; e abbracciòllo e baciòllo. E cavalcarono, e smontarono, e grande onore gli fu fatto, sì come si conviene a figliuolo d'imperadore. E sposò la donna, e giacque con lei. E durò la festa ben quindici giorni. E mercatanti feciono una lettera contraffatta da parte dello 'mperadore di Roma, e mandarolla a Manfredo. E Manfredo stava collo 'mperadore, sì come i mercatanti l'avevano ammaestrato; e prese la lettera, e mostròlla allo 'mperadore. E la lettera dicea ch'egli dovesse tornare a Roma immantinente, imperò ch'egli avea saputo com'era isposata la donna, e com'era molto bella, e però che subito si debba partire e tornare a Roma, imperò che lo intendimento suo era di fare gran festa, sì come aveva fatta in Gostantinopoli, e gli salutasse molto lo 'mperadore e la 'mperadrice.
Poi c'hanno letta la lettera, e Manfredo disse: "Io voglio fornire il comandamento di mio padre". E lo 'mperadore disse: "Andrai a tua posta, ma molto mi sarebbe piaciuto che fossi più stato; ma poi che vostro padre vel manda a dire, fate suo comandamento, e però partitevi domani, ed io manderò con voi molti baroni e cavalieri che v'accompagnino". E 'l garzone disse che non volea niuna compagnia.
Quando venne la mattina che si dovea partire, e la madre della fanciulla la chiamò, e disse: "Figliuola mia, ispogliati e mettiti questa camicia, che ci ha suso molte perle e pietre preziose, che vagliono cittadi e castella; e questa camicia mai non ti ispogliare insino a tanto, che tu non se' alla camera dello 'mperadore di Roma, ché noi non possiamo sapere se questi è il suo figliuolo. Ben dicono coloro c'hanno veduto a Roma il figliuolo dello 'mperadore, ch'egli è esso, e crediamo certamente ch'egli è esso; ma io te la do perché mia madre la diede a me, sicché io te la voglio dare a te. E va', che sia benedetta da Dio e da me". E abbracciòlla e baciòlla.
Le navi erano messe in assetto. Lo 'mperadore donò un gran tesoro a Manfredo, e accompagnòllo insino al porto. E misonsi in nave e navicarono per loro via. I marinai sapevano tutto il fatto, e avevanne molta moneta; e avevano giurato di tenere credenza di ciò che si facesse, e così feciono. Quando furono dilungati da Gostantinopoli, ed e' cominciarono a dire villania alla figliuola dello 'mperadore e al marito: e chi le dava calci, e chi la pugnea, e chi le tirava i capegli, dicendo: "Come? Credevi tu essere moglie del figliuolo dello 'mperadore di Roma? Costui è figliuolo d'uno che fa la salsa e la mostarda in Roma! Sappiate che vi conviene morire amendue!". Allora cominciarono a fare il maggior pianto del mondo. E la donna era la più bella donna del mondo, e sapea meglio parlare che donna del mondo, e piangea forte, dicendo: "Signori, perché m'avete tradita, e come pensaste voi un così gran tradimento? Io vi priego per Dio, e per vostra cortesia, che voi non ci uccidiate; lasciateci in su quest'isola, che voi vedete colà appresso di noi". A costoro ne cominciò a pigliare piatà, e a dire l'uno all'altro: "Perché gli uccidiàn noi? Lasciàngli in su quell'isola, essi morranno di fame, e non se ne saprà mai nulla". Sicché s'accordarono insieme, e lasciarono costoro in sull'isola, e andarono a loro via; e giunsono a Roma. E Guido salsiere andò immantanente a domandare del figliuolo. E' mercatanti gli rispuosono, e dissono: "Noi credevamo che diventasse un buon uomo, ma tu l'avevi invezzato alli spinelli e a' buoni bocconi ghiotti, sicché non se ne seppe mai rimanere, e innamicòssi con una fante, e nollo potemmo rimenare". Guido intendendo questo, fu molto doloroso, e tornò a casa, e disse ogni cosa alla moglie, come il figliuolo era innamicato d'una fante, si come i mercatanti gli dissono.
Ed egli era rimasto in su l'isola colla moglie, e facevano grande pianto, e vivevano d'erbe selvatiche, e di mele e di pere che menava il mare. E stando in quella maniera, ed ecco per mare tre galee, che ci venia uno signore. E la donna amattò, e costoro andarono là, e domandarono. E la donna rispuose ch'erano moglie e marito, che furono gittati qui a grande tradimento: "Sicché vi preghiamo che ci leviate di questa isola, e portateci in terra". Il signore gli fece levare, e menògli a sua terra, e fece loro grande onore. E stettonvi otto dì; e la donna andò al signore, e disse: "Voi m'avete fatto grande onore; s'a Dio piacerà, io ve ne renderà ancora buono merito". E'l signore volle sapere chi elli fossero. E la donna disse: "Sappiate che questo mio marito è figliuolo dello imperadore di Roma, e io sono figliuola dello imperadore di Gostantinopoli". E'l signore, intendendo questo, fece loro il maggiore onore del mondo, e domandògli come furono così posti in su quella isola.
La donna gli contò ogni cosa, e pregò il signore che gli facesse fare una barca che sia molto fine e corrente: "E fatela fornire per me e per questo mio marito". E'l signore gli voleva fare accompagnare, e la donna disse che non voleva, anzi voleva andare sola, però che farà meglio sua vendetta. E'l signore disse: "Madonna, fate ciò che vi piace". E fecele apparecchiare una barca ben fornita da mangiare e d'ogni altra cosa che facea bisogno. La donna e 'l marito si misono in mare e tanto andarono, che giunsero nel porto di Roma. E la donna disse: "Cala l'ancora della barca"; e Manfredo la calò. La donna al marito: "Conosci tu niuno di questi che stanno per la marina?". Ed e' disse di sì; e la donna disse: "Ora il chiama, e digli che vada a tuo padre e dichigli che tu se' venuto qui".
E costui chiamò uno che fu suo compagno, e disse: "Io ti priego che tu non dichi a persona ch'io ci sia venuto, e va a mio padre e di ch'io sono qua giuso, che venga a me". E Guido andò là giù. E sì tosto come il vide, disse: "Ed è questa quella puttana di cui tu t'innamorasti?". E 'l figliuolo disse di no: "Venite in sulla barca, che vi voglio dire parecchie parole". E Guido v'andò, e cominciò a gridare verso la donna, e dicea: "Sozza puttana, egli è mestiere ch'io ti faccia iscopare per tutta Roma, che m'hai isviato questo mio figliuolo". E la donna diceva: "Istà queto, tu non sai come istà il fatto; istà quieto, e ascolta". E Guido diceva: "Come ascolto? sozza puttana, che tu se' quella che m'hai isviato il figliuolo mio! Ma egli è mestiere ch'io ti mozzi il naso dal viso". E la donna e 'l figliuolo tanto gli dissono, e tanto gli misono a vedere, ch'egli ascoltò.
E la donna gli disse: "Vammi per lo migliore orafo di Roma". E Guido v'andò, menògliele, e spiccò una pietra preziosa dalla camicia. E quando l'orafo fu giunto, e la donna gli mostrò la pietra, se la voleva comperare.
E l'orafo disse di no, imperò che la pietra valea un castello: "E io non ho più di fiorini cinquemila d'oro". E la donna disse: "Va, e recami cinquemila fiorini d'oro, e siasi tua". E l'orafo gli recò, e portòssi la pietra.
E la donna mandò Guido, e fece venire di più belli drappi che si trovarono in Roma e fecesene due robe a sé e due al marito, e d'un altro panno fece una roba a Guido e una alla moglie. E poi se n'andarono a casa Guido. E la donna era tanto bellissima, che ogni persona la traeva a vedere. E stando la donna, vide appresso uno bello palagio; allora disse a Guido: "Di cui è quello palazzo?" e Guido disse: "È d'uno gentiluomo di questa contrada". E la donna disse: "Or va a lui, e digli ch'io il mando molto pregando che mi venga a parlare". E Guido andò, e dissegli l'ambasciata.
Il gentile uomo v'andò. La donna il salutò, e pregòllo che gli prestasse quel suo palazzo per uno dì. Il gentile uomo disse che volentieri; e la donna disse a Guido: "Va e invita tutti i vicini di questa contrada". E fece invitare ben trecento persone, e fece fare bene da mangiare e di molte vivande. La gente fu a tavola; e quando ebbono mangiato le frutte, venne la donna, e cominciò a dire: "Io vorrei volentieri comperare un palagio fatto come questo". E 'l gentile uomo la 'ntese, e credette che si beffasse e disse: "Madonna, io vi venderò questo". E la donna disse: "Che ne volete?"
E 'l gentile uomo disse: "Vonne fiorini duemila d'oro". E la donna mise mano alla borsa e cavò fuori molti fiorini, e annoverògli. E 'l gentile uomo non poté disdire: fu molto doloroso, e diede il palagio alla donna per due mila fiorini d'oro; e 'l gentile uomo isgombrò il palagio. La gente se ne fece grande meraviglia. E così mangiò la gente, e presono commiato dalla donna.
La voce si sparse per Roma, sì come avea comperato il cotal palagio. La donna disse a Guido: "Va e invita cinquecento uomini, i migliori di Roma". E la donna vendé di queste pietre preziose, sicché avea assai danari; e fece comperare tutto il salvaggiume che si trovò in Roma, e molti polli e manze; e fece bene da mangiare. La mattina tutto costoro ch'erano invitati, vennero a mangiare, e puosonsi a tavola. E quando furono levati da tavola, e la donna parlò, e disse: "Signori, io sono una donna istrana, e sono venuta molto da lunga di qui, propriamente per parlare allo 'mperadore, sicch'io vi priego, per vostro onore, che voi andiate allo 'mperadore, e diciategli da mia parte, che quando gli piacesse, io gli vorrei parlare". E costoro rispuosero che molto volentieri. E tutti se n'andarono allo 'mperadore con molta gente. Lo 'mperadore veggendo tanta gente, fecesene grande meraviglia, ed ebbe paura, e fece serrare le porti del palagio. E costoro stavano appiè del palagio; e chiamavano la gente ch'era dentro. Lo 'mperadore si fece alle finestre, e disse: "Che volete voi?" "Noi vi vogliamo dire un'ambasciata".
Lo 'mperadore fece aprire le porti, e andòvvi suso molti baroni, e dissono: "Santa corona, io questa terra è venuta una donna, ed ha comperato il cotale palagio, e hacci dato mangiare istamattina, e pare una gentile donna, e hacci pregati che noi vi diciamo ch'ell'è venuta molto dalla lunga di qui, proprio per parlarvi; sicché, quando vi piacesse, ella vi vorrìa parlare". E lo 'mperadore disse: "Andate, e ditele che venga a ogni sua posta".
Ed era forse tre mesi che 'l figliuolo dello 'mperadore era morto: sicché lo 'mperadore era molto doloroso, però che non aveva più figliuoli. Di questi baroni ritornò parte alla donna, e dissono: "Madonna, lo 'mperadore vi manda a dire che voi gli andiate a parlare a vostra posta". La donna rispuose e disse: "Io vi priego che voi prestiate due palafreni, l'uno per me e l'altro per questo mio marito, e accompagnatemi insino allo 'mperadore". Ed ei dissono che volentieri. Immantenente furono venuti due palafreni, e montaronvi suso la donna e 'l marito, e' baroni l'accompagnarono insino allo 'mperadore, e molta gente gli andavan dietro. La donna giunse a' piedi dello 'mperadore, e si tosto com'ella gli fu a' piedi, sì si gittò in terra, e pigliò i piedi allo 'mperadore, e cominciò forte a piangere, e per lo grande dolore ch'avea, non potea parlare, e stette grande pezza, e poi fu rilevata, e stette un poco, e cominciò a parlare, e disse: "Santa corona, è mio marito ed è vostro figliuolo".
E lo 'mperadore guardò costui, e parvegli desso; e disse: "E' mi pare bene desso, ma e' morì già fa ben tre mesi". E la donna disse: "Sappiate che cotali mercatanti si vennono, già fa quattro anni e cinque mesi e nove dì, e vennono con quaranta galee armate, con lettere da vostra parte, come voi gli mandavate questo vostro figliuolo, ch'è qui, che volevate apparentare con lui. Mio padre intendendo questo, funne molto lieto e allegro, e dièmmi questo vostro figliuolo per marito; e questo vostro figliuolo mi sposò, e mio padre ne fece grande festa, e donògli uno grande tesoro d'oro e d'ariento e d'altre gioie; e partimmoci di Gostantinopoli per venire qui a Roma. Ed essendo noi quindici giornate in mare, sì ci vollono annegare; io gli pregai tanto, che ci puosono in su una isola, e stemmovici più tempo; sicché piacque a Dio che uno signore passasse; noi amattammo, e fececi levare di su l'isola, e menòcci in suo paese, e fececi grande onore. E poi mi diede una barca e fornimmela per me e per questo mio marito, ch'è vostro figliuolo; sicché, se voi volete tenere costui per vostro figliuolo, com'io il pre-si, e me per vostra nuora, farete bene, e quando che no, si vi priego, per vostro onore e per amore di mio padre, che voi mi facciate accompagnare insino a Gostantinopoli con quello onore, che si conviene a sì fatta donna com'io sono". E lo 'mperadore rispuose, e disse che voleva lei per nuora, e 'l marito per suo figliuolo. E incontanente mandò per tutti questi mercatanti, che feciono questo tradimento.
E quando i mercatanti giunsono al palazzo e vidono e intesono come questa era la donna ch'aveano tradita e 'l figliuolo di Guido: come gli vidono, isbigottirono tutti quanti. E lo 'mperadore disse: "Conoscete voi costoro?". E mercatanti vedendo che non poteano mentire, confessarono, e dissono ogni cosa, com'era istata l'opera. E lo 'mperadore fece loro tagliare la testa a tutti quanti, e fece tòrre loro tutto ciò che aveano. Fatto questo, lo 'mperadore di Roma sempre tenne la donna per sua nuora, e 'l garzone per suo figliuolo. E truovasi che, dopo la morte dello 'mperadore, ch'ebbe nome Antonio Imperadore, Manfredo, figliuolo di Guido salsiere, vivette imperadore venticinque anni, e sempre ebbe bene e buona ventura.
Così avegna d'ogni traditore, come avvenne de' mercatanti.

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Anonimo, «L'Imperatore e il Romeo» (sec. XIV)
Firenze, Biblioteca Nazionale, ms. II, III, 343, ed. S. LO NIGRO, Il Novellino e Conti del '200, Torino 1963, ora anche in: Novelle italiane. Il Duecento. Il Trecento, a cura di L. Battaglia Ricci, Milano, Garzanti, 1982, p. 254.

Lo 'mperadore andando cavalcando per Roma, vide uno romeo, il quale v'era venuto in pellegrinaggio. Allo 'mperadore parea che 'l pellegrino il somigliasse molto di similitudine della persona, e domandò i suoi baroni se 'l detto pellegrino il somigliava. Ciascuno disse di sì. Allora lo 'mperadore credette che vero fosse quello che pensava del pellegrino, cioè che la madre del pellegrino potesse essere suta a Roma, e che 'l padre potesse avere aùto a fare di lei. Domandòe il pellegrino e disse: "Romeo, fu mai tua madre a Roma?". E 'l pellegrino intese perché lo 'mperadore il dicea, disse: "Messere, mia madre non fu mai a Roma, ma mio padre più volte". Lo 'mperadore intese come il pellegrino avea bene risposto. Fecelo venire a sua corte, e fecegli grande onore.

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Dante Alighieri, «Il discorso di Giustiniano»
Paradiso, VI, vv. 1-111

Poscia che Costantin l'aquila volse
contr'al corso del ciel, ch'ella seguìo
dietro all'antico, che Lavina tolse,
Cento e cent'anni e più l'uccel di Dio
nello stremo d'Europa si ritenne,
vicino ai monti de' quai prima uscìo;
e sotto l'ombra de le sacre penne
governò 'l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
Cesare fui, e son Iustiniano,
che, per voler del Primo Amor ch'i sento,
d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.
E, prima ch'io all'ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;
ma il benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, alla fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.
Io gli credetti; e ciò che 'n sua fede era
vegg'io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi;
ed al mio Belisar commendai l'armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch'i' dovessi posarmi.
Or qui alla question prima s'appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitar alcuna giunta,
perché tu veggi con quanta ragione
si move contr'al sacrosanto segno,
e chi 'l s'appropria, e chi a lui s'oppone,
vedi quanta virtù l'ha fatto degno
di riverenza!" E cominciò da l'ora
che Pallante mori per dargli regno.
"Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora
per trecent'anni ed oltre, infino al fine
che i tre a' tre pugnar per lui ancora.
E sai ch'el fe' dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.
Sai quel ch'el fe', portato da li egregi
romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;
onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci, e' Fabi
ebber la fama che volentier mirro.
Esso atterrò l'orgoglio degli Aràbi,
che di retro ad Annibale passaro
l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.
Sott'esso giovanetti triunfaro
Scipione e Pompeo, e a quel colle
sotto 'l qual tu nascesti, parve amaro.
Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare, per voler di Roma, il tolle.
E quel che fe' dal Varo insino al Reno,
Isara vide ed Era, e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.
Quel che fe' poi ch'egli uscì di Ravenna,
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiterìa lingua nè penna.
Invér la Spagna rivolse lo stuolo;
poi ver Durazzo, e Farsalia percosse
sì, ch'al Nil caldo si sentì del duolo.
Antandro e Simoenta, onde si mosse,
rivide, e là dov' Ettore si cuba,
e mal per Tolomeo poscia si scosse.
Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
dove sentìa la pompeana tuba.
Di quel ch'ei fe' col baiulo seguente,
Bruto con Cassio nello Inferno latra,
e Modena e Perugia fe' dolente.
Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana ed atra.
Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.
Ma ciò che 'l segno, che parlar mi face
fatto avea prima, e poi era fatturo,
per lo regno mortai, ch'a lui soggiace,
diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;
ché la viva Giustizia che mi spira,
li concedette, in mano, a quel ch'i' dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.
Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replìco;
poscia con Tito a far vendetta corse
della vendetta del peccato antico.
E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
Omai puoi giudicar di quei cotali
ch'io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.
L'uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l'altro appropria quello a parte,
sì ch'è forte a veder chi più si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott'altro segno; che mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;
e non l'abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi; ma tema de li artigli
ch'a più alto leon trassero il vello.
Molte fiate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l'arme per suoi gigli!"

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Ildeberto di Lavardin, Nulla ti è pari, o Roma (sec. XI)

Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina;
Quam magni fueris integra, fracta doces.
Longa tuos fastus aetas destruxit, et arces
Caesaris et superûm templa palude iacent.
Ille labor, labor ille ruit, quem dirus Araxes
Et stantem tremuit et cecidisse dolet;
Quem gladii regum, quem provida cura senatus,
Quem superi rerum constituere caput;
Quem magis optavit cum crimine solus habere
Caesar, quam socius et pius esse socer;
Qui crescens studiis tribus hostes, crimen, amicos
Vi domuit, secuit legibus, emit ope;
In quem, dum fieret, vigilavit cura priorum,
Iuvit opus pietas hospitis, unda, locus.
Materiem, fabros, expensas axis uterque
Misit, se muris obtulit ipse locus.
Expendere duces thesauros, fata favorem,
Artifices studium, totus et orbis opes.
Urbs cecidit, de qua, si quicquam dicere dignum
Moliar, hoc potero dicere: Roma fuit!
Non tamen annorum series, non fiamma, nec ensis
Ad plenum potuit hoc abolere decus.
Cura hominum potuit tantam componere Romam,
Quantam non potuit solvere cura deûm. Confer opes
marmorque novum superûmque favorem,
Artificum vigilent in nova facta manus.
Non tamen aut fieri par stanti machina muro,
Aut restaurari sola ruina potest.
Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stans
Aequari possit, diruta nec refici.
Hic superûm formas superi mirantur et ipsi
Et cupiunt fictis vultibus esse pares.
Non potuit natura deos hoc ore creare,
Quo miranda deûm signa creavit homo.
Vultus adest his numinibus, potiusque coluntur
Artificum studio quam deitate sua.

Nulla ti è pari, o Roma pur nella tua quasi completa rovina;
quel che tu fosti, intatta, i tuoi ruderi lo rivelano.
Lunghi anni distrusseroi tuoi fasti e i palazzi
dei Cesari e i templi degli dei giacciono nel fango.
Crollò quella prodigiosa città che il feroce Parto
temette intatta e che ora giace spenta.
Quella che la spada dei re, i provvidi decreti del senato,
gli stessi dei resero signora del mondo, quella che
Cesare preferì dominare da solo, sia pur violando le leggi,
che dividerla piamente con l'alleato e suocero.
Quella che, crescendo con triplice impegno, domò
con la forza i nemici, perseguì il crimine, conquistò
con l'impegno gli amici. Su di essa, perché si conservasse,
fu la vigile cura dei capi,
e la sostenne la pietà e l'afflusso dei pellegrini.
I capi profusero tesori, i fati il loro favore,
gli artisti le loro fatiche, tutto il mondo le sue ricchezze.
È caduta la città. Mentre guardo le sue rovine
e considero il suo stato vado ripetendo: Roma fu.
Tuttavia né il susseguirsi delle guerre né gli incendi
né le stragi poterono cancellare completamente
la sua bellezza. Tanto rimane ancora, quanto rovinò;
né c'è cosa che potrebbe eguagliare ciò che resta,
né si potrebbe ricostruire ciò che è stato distrutto.
Si ammassino pure ricchezze, avori e marmi,
e gli dei e gli artisti si adoperino per ricostruire nuove opere,
tuttavia non potrà sorgere un edificio pari in bellezza
a un semplice muro superstite, né si potrà restaurare
un solo rudere. La cura degli uomini seppe rendere Roma
così grande che la volontà degli dei non poté distruggerla.
Costì i celesti ammirano i simulacri dei celesti
e desidererebbero eguagliare la bellezza di quelle effigi:
la natura non seppe dare agli dei fattezze tanto incantevoli
quali quelle raffigurate dall'uomo nei simulacri degli dei.
Un bel volto giova a questi numi ed essi sono venerati
più per l'abilità degli artefici che per la propria natura divina.

 


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