Intestazionehome | mappa | cerca | credits | mail

rassegne rassegna stampa

 

In questa pagina:

Guerra all'Anonimo
(Repubblica 05/05/94)

Dipinti scoperti ai Ss.Quattro
(Messaggero 25/11/06)

La Lupa non è etrusca
(Messaggero 14/02/07)

Il mistero della Lupa
(Repubblica 01/03/07)

La Roma di maestro Gregorio
(Repubblica 03/03/98)

Il Papa gabelliere
(Repubblica 200/09/2007)

titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
Associazione SestoAcuto
Tutti i diritti riservati

Salvo diversa indicazione,
tutti i testi e le fotografie
sono dei curatori.

Questa pagina è stata aggiornata il 24.09.2007

Guerra all'Anonimo
(di Francesco Erbani. La Repubblica, 05/05/1994, p. 33)

Giuseppe Billanovich ha identificato l’autore di uno dei testi più singolari del Trecento italiano: quella 'Cronica' che narra le gesta di Cola di Rienzo. Ci sono fisici che passano alla storia per aver scoperto il «top quark». Medici di cui resta scolpito il nome perché hanno dosato una terapia oncologica. E così astronomi e biologi. Chimici e genetisti. E poi ci sono i filologi, gente che studia, anzi ama le parole, i libri antichi, che traffica con versi ed edizioni rare e che solo di rado conquista primati. Eppure, sosteneva Benedetto Croce, «i filologi debbono trattare di guerre, paci, alleanze, viaggi, commerci, di costumi, leggi e monete, di geografia e di cronologia, e di ogni altra cosa che si attenga alla vita dell'uomo nel mondo». E qualche volta succede che i filologi facciano anche una scoperta. Ma sono essi i primi a stupirsi della risonanza che suscita. Si stupisce, infatti, e molto, Giuseppe Billanovich, che nonostante abbia ottantuno anni, continua a tenere corsi all'Università Cattolica di Milano e imperterrito batte biblioteche e archivi di mezzo mondo, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, scartabella codici e manoscritti.
Lo chiama «l'asso di briscola»: ha identificato l'autore di uno dei testi più singolari per bellezza e carica espressiva del Trecento italiano, la Cronica, fino ad ora senza attribuzione, noto con una paternità che tutti ormai si erano abituati a considerare come un nome vero, Anonimo Romano. Per un filologo è come il «top quark». La Cronica, scritta nella seconda metà del XIV secolo, riferisce fatti accaduti fra il 1325 e il 1357. E' celebratissima per il saporoso dialetto romanesco in cui è redatta («Granne fu la festa, granne fu l'onore là in Campituoglio»), una lingua neanche sfiorata dall'omologante toscano, colorita e scurrile, frutto di una precedente versione in latino andata perduta. E deve la sua fama anche alla parte contenente la Vita di Cola di Rienzo, racconto di nobili e di popolani, in una Roma sanguigna e crudele, un resoconto di prima mano, in presa diretta, con Cola che, prima di morire, urla ai suoi carnefici: «Parlare non me lassate. Ecco che io so' citatino e popularo como voi. Amo voi e se occidete me, occidete voi che romani site».
L'infelice rifacimento di D'Annunzio. Della Cronica venne poi compiuto un infelice rifacimento ad opera di Gabriele D' Annunzio nel 1905, «che descrive», annotò una volta Gianfranco Contini, «in tono di grottesco sardonico un caso clinico di megalomania». L'asso Billanovich l'ha calato qualche giorno fa, durante una conferenza tenuta all'Accademia dei Lincei (che prossimamente pubblicherà la ricerca). Nessuno, fra i suoi colleghi, nutre dubbi sulle sue qualità di segugio, di detective letterario, anche se, per prudenza, ognuno aspetta a pronunciarsi dopo aver letto per intero il testo del suo studio. Insieme a Carlo Dionisotti, Billanovich dirige dal 1958 Italia medioevale e umanistica, un periodico annuale fra i più importanti del mondo in materia filologica, cattedra universalmente riconosciuta. Ha insegnato a Napoli, Milano e Friburgo, ha pubblicato studi su Petrarca, su Boccaccio, su Dante, su Teofilo Folengo. Di dubbi sulla sua scoperta non ne ha neanche Billanovich. Il suo uomo si chiama Bartolomeo di lacovo da Valmontone (Valmontone è un paese a pochi chilometri a sud di Roma), il cui nome non dice molto neanche agli studiosi più addentro alle cose trecentesche. Stando a quanto ha accertato Billanovich, Bartolomeo, chierico e dottore in medicina a Bologna, avrebbe scritto solo questa mirabile cronaca. Un po' come l’anonimo autore del Novellino, altro capolavoro senza padre, cruccio di filologi d ogni parte. Dopo la Cronica, Bartolomeo sarebbe sparito in un angolino della letteratura, lasciando di sé cospicue tracce solo quale persona al seguito di Ildebrandino de' Conti, una figura centrale nella diplomazia di quegli anni, canonico nella basilica papale di Avignone e, soprattutto, amico di Francesco Petrarca. Eppure la cultura di Bartolomeo, giura Billanovich, fu molto vasta e venne riversata nella Cronica, che solo apparentemente è il resoconto di un autore sciatto, popolare, densa com'è di lasciti latini, da Sallustio a Livio, da Valerio Massimo a Lucano.
È dal poeta di Laura che ha mosso i suoi passi Billanovich. Un sottile filo che è andato infittendosi nel corso del tempo. Di Petrarca Billanovich ha studiato tutto, ma una cosa in particolare, la biblioteca, che gli è servita per ricostruire i testi che maneggiava l'autore del Canzoniere, grande filologo a sua volta, tanto importante nella storia della letteratura per i sonetti e le canzoni, quanto fondamentale per la sua opera di erudito custode dei classici. «Se non fosse esistito Petrarca», scrisse una volta Billanovich, «noi vivremmo in una società molto diversa: ad esempio scriveremmo e leggeremmo ancora con l'alfabeto della scrittura gotica, anziché in umanistica».
Alcuni fra i pezzi più pregiati di quella collezione petrarchesca, Billanovich li ha scovati personalmente, in fondi del British Museum, del Collegio dei Gesuiti di Napoli, della Biblioteca di Berlino e alla Nazionale di Parigi. Ma non solo. Piluccando una per una le annotazioni a margine, decrittando la grafia, seguendo gli itinerari tracciati da libri passati di mano in mano, Billanovich ha lentamente definito la cerchia delle persone che Petrarca frequentava. Questa ricerca, che risale agli anni quaranta, produsse a suo tempo un testo di gran pregio, Petrarca letterato. Fortuna? «Guardi», dice Billanovich marcando la sua cadenza veneta, «i professori di materie letterarie si dividono in due categorie, quelli che vanno nelle biblioteche e che fanno una vita molto scomoda, e quelli che non vanno nelle biblioteche e che fanno una vita molta comoda. I primi, alla fine, trovano sempre qualcosa. Gli altri mai». Ma perché bisogna andare soprattutto all'estero per saperne di più di Petrarca e dei suoi amici? Sì, c'è la storia delle opere d'arte trafugate, delle biblioteche saccheggiate sul finire del Settecento, delle gravi condizioni in cui versano le biblioteche italiane («una vera schifezza», si lascia scappare Billanovich). Ma non è tutto «Le racconto questa storia. Quando lavoravo a Londra, di solito dei dieci manoscritti che richiedevo otto erano italiani. Una volta andai a curiosare nel libro degli acquisti. Sa quanta era stato pagato uno di questi codici? Una sterlina e mezza. Io ho origini popolari, ma molti miei parenti accanto all'orologio avevano attaccata una sterlina d'oro. Pensi quanti manoscritti avrei potuto possedere. Una cosa simile mi è successa a Los Angeles, quando trovai un manoscritto della fine del Trecento che rincorrevo da quarant'anni. Era di proprietà di un conte che l'aveva comprato per cinquecentomila lire. Io non sono ricco come Berlusconi, ma cinquecentomila lire gliele avrei date, e come, per portarmelo via».
Non sono soltanto coincidenze. Ma non perdiamo il filo del racconto. Da una cerchia, quella di Petrarca, ad un'altra cerchia. Studiando l'ambiente che si forma intorno ad Ildebrandino, ecco spuntare Bartolomeo, i cui spostamenti erano degni d'attenzione. Bartolomeo si muove fra fra Bologna, Avignone, Padova e Monselice, luoghi di intensa attività politica, ma anche culturale, letteraria e filosofica in specie, e le impronte che lasciò nei documenti d'archivio crescono a vista d' occhio (d'occhio di Billanovich, s'intende). Ad un certo punto Bartolomeo rimpatria a Roma. Le vicende del chierico si intrecciano curiosamente con le storie narrate dall'Anonimo. Solo coincidenze? Fin troppe per non istituire una relazione strettissima. Pian piano Bartolomeo si sovrappone all'Anonimo, al punto che, come per una impronta digitale, le due figure prendono ad identificarsi. E' un gioco dell' intelletto che provoca vertigini. Chi altri, se non lui che in quei mesi dei 1337 era attestato a Padova come arciprete, poteva raccontare con tale ricchezza di particolari la cacciata degli Scaligeri dalla città? E chi, ancora, l'analoga espulsione da Monselice dei medesimi signori veronesi? Gli intrecci fra Bartolomeo e l'Anonimo si infittiscono. Bartolomeo è a Bologna quando, nel 1338, una grande nevicata si abbatte sulla città, nevicata che l'Anonimo rende pregevolmente. Infine Bartolomeo è a Roma, testimone dell'ascesa e della tragica caduta di Cola, colpito dall' eloquenza e dal progetto di restaurazione classica del tribuno. Esattamente come l'Anonimo. Per Billanovich è il «top quark».

Nota (a cura di Medioevo.Roma.it)
Anonimo Romano, Cronica, ed. G. PORTA, Milano, Adelphi, 1979 (editio maior) e 1981 (editio minor).
G. Billanovich, Come nacque un capolavoro: la 'Cronica' del non più Anonimo Romano. Il vescovo Ildebrandino Conti, Francesco Petrarca e Bartolomeo di Iacovo di Valmontone, "Rendiconti dell'Accademia Nazionale dei Lincei - Classe di scienze morali, storiche e filologiche", s. IX, 6 (1995), pp. 195-211.
A. Castellani, Ritorno all'Anonimo Romano, "Studi Linguistici Italiani", 18 (1992), pp. 238-250.
G. Contini, Invito a un capolavoro, "Letteratura", 4 (1940), pp. 3-13.
B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1960M. TAVONI, Storia della lingua italiana. Il Quattrocento, Bologna, Il Mulino, 1992.
P. Trifone, Roma e il Lazio, Torino, Utet, 1992.
U. Vignuzzi, Il volgare nell'Italia mediana, in Storia della lingua italiana, III. Le altre lingue, a cura di L. Serianni e P. Trifone, Torino, Einaudi, 1994, pp. 329-372.

 

titolo

Lo zodiaco e le stelle negli affreschi segreti. Restaurati i dipinti del XIII secolo ai Santi Quattro Coronati
(di Veronica Cursi. Il Messaggero, 25/11/2006, p. 54)

                                                                                                            
Una nuova scoperta è affiorata dalle pareti del monastero dei Santi Quattro Coronati, l’antica fortezza risalente al VI secolo, che sorge nascosta e solitaria sul Colle Celio. Una serie di dipinti straordinari, che risalgono al XIII secolo, sono venuti alla luce durante i lavori di restauro pittorico durati nove anni e appena conclusi al primo piano del monastero-fortezza dedicata a quattro martiri della persecuzione di Diocleziano e che dalla fine del XVI secolo ospita un convento delle monache Agostiniane.«Una scoperta straordinaria - afferma il ministro ai Beni Culturali, Francesco Rutelli - L’Italia non finisce mai di regalarci sbalorditive sorprese. Per questo noi vorremmo regalare agli italiani una cultura sempre aperta a tutti». Così, dalla prossima primavera, il monastero dei Santi Quattro Coronati, solitario e quasi coperto dal tetto delle case adiacenti, diventerà una sorta di museo aperto al pubblico. Gli affreschi ducenteschi fino a quel momento sepolti sotto sette strati di calce saranno visibili e potranno essere ammirati da tutti, romani e non. I dipinti venuti alla luce raffigurano i dodici mesi dell’anno, i vizi, le figure delle arti (la Grammatica, la Geometria, la Musica, la Matematica, l’Astronomia). Ma anche le stagioni con i Venti, un paesaggio marino, i segni zodiacali, le Costellazioni. Si tratta di una delle opere più importanti della pittura italiana del Duecento, come dimostra l’eccellente stato di conservazione, la ricchezza del repertorio, la vivacità dei colori, ma soprattutto l’alto livello di esecuzione dei dipinti. «Questa scoperta è la testimonianza di uno straordinario patrimonio che cresce - prosegue il ministro Rutelli - Su cui occorre investire più risorse e che vogliamo sempre più aperto e fruibile. L’Italia è un’infinita scoperta». Gli affreschi del monastero dei Santi Quattro Coronati rappresentano però solo l’ultimo dei grandi restauri di cui è protagonista Roma. Solo due giorni fa, infatti, una delle star dei musei capitolini, la Medusa, ideata e scolpita dal maestro Bernini e restaurata da Tuccio Sante Guido e Giuseppe Mantella, è venuta alla luce dopo quattro mesi di restauro. Ed ora in tutta la sua bellezza si può ammirare nella grande sala degli Arazzi. A giorni invece inizieranno i lavori per la rinascita del tempio Portunus, che tutti a Roma chiamano il tempio della fortuna Virile, proprio davanti al Tevere in Campo Boario. Nel frattempo il primo ciclo di affreschi restaurati con 170 mila euro forniti dalla sovrintendenza nel 2005 saranno esposti a Palazzo Massimo dal 28 novembre prima di essere ricollocati sulla parete di fondo a restauri ultimati.

Nota (a cura di Medioevo.Roma.it)
Andreina Draghi, Affreschi dell'Aula gotica nel Monastero dei Santi Quattro Coronati. Una storia ritrovata, Milano, Skira, 2006

Links utili:
Michele Dolz, Un universo del Duecento (Avvenire, 25/05/2007)
Laura Larcan, Una meravigliosa cappella (La Repubblica, 12/12/2006)
Galleria fotografica. Affreschi dell'Aula Gotica (La Repubblica, 12/12/2006)

titolo

Cambiano i libri di storia. La Lupa non è etrusca ma medievale
(di Fabio Isman. Il Messaggero, 14/02/2007, pp. 1 e 23)

Ci hanno portato via la Lupa. Quella Capitolina, non è di epoca etrusca: smette di essere il simbolo immortale ed immutabile dell'Urbe,che ci proviene (proveniva) perfino   dall'epoca dei re. E' un bronzo di gran lunga successivo: forse di fine '800, più probabilmente databile tra il 1200 e il 1300. La prima a dirlo è Anna Maria Carruba, che l'ha restaurata nel 2000; ma tutti (o quasi) gli studiosi sono d'accordo.
Sono d’accordo Adriano La Regina, per decenni, soprintendente archeologo a Roma; Licia Vlad Borrelli, altra grande archeologa. E, ancora: Francesco Gandolfo, docente di Arte medievale a Tor Vergata, e Marina Righetti, docente alla Sapienza; Edilberto Formigli, un grande esperto e restauratore di bronzi. La Lupa Capitolina è fusa in un solo pezzo, con il metodo della "cera persa": nessuna scultura classica, d'età greco-romana o etrusca, utilizza questo sistema. Qualcuno dice la Chimera d'Arezzo: «Ma ci sono evidenti tracce di saldatura», obietta la Carruba. Che continua: «La tecnica della monocolata nasce verso l'VIII secolo, e deriva dalla fusione delle campane». Poi, porta un mucchio d'esempi: il Grifo e il Leone di Perugia; le sculture in facciata del Duomo e il Maurizio (primo automa della storia, che batte le ore) di Orvieto; l'Aquila di Todi. E, per dimostrare le sue scoperte, scomoda il Marte di Todi e I'Arringatore di Perugia, nonché il Leone di Braunschweig, fuso nel 1166.
Perla prima volta, di questa Lupa parla Benedetto, un monaco dell'abbazia del Soratte, nel 995: racconta che, al Laterano, c'era un «tribunale ad Lupam»; l'animale assunto a punto di riferimento, perché palesemente ben noto, tanto era monumentale. Da allora, le citazioni non mancano. E Cicerone, Tito Liv io ed altri, che già parlano di una Lupa? «Probabilmente, ne sono esistite diverse; il bronzo veniva riutilizzato; molto, in quei tempi, andava alla malora», precisa Gandolfo. E diffida d'una datazione pienamente medievale: «Non ci sarebbero raffronti. Allora, al massimo, di bronzo erano le porte: ma si trattava di pannelli, o di lamine, e non di fusioni d'impegno paragonabile a questa». Viceversa, è nel Duecento che la scultura in bronzo ha la sua fioritura. Quindi, non un'opera carolingia, come pure pensano Anna Maria Carruba e Adriano La Regina, «ma quasi un protogotico; del resto, non risulta da nessun documento che i Papi, nell'800, ordinassero sculture in bronzo. A me, sembra semmai un Leone adattato a far da Lupa: un Leone del XIII secolo». «Quando era, appunto, il simbolo di Roma: era senatore il bolognese Brancaleone degli Andalò; scapitozza tante torri delle casate più potenti», incalza Righetti.
Sta di fatto che, comunque, ci hanno portato via la Lupa. A scuola, l'avevamo tutti conosciuta come etrusca: bisognerà riscrivere i testi. «E' vero: l'icona, il feticcio, aveva, finora, superato ogni ambiguità cronologica», ammette Licia Vlad Borrelli: adesso, ci si dovrà ricredere. A conforto di questa tesi, anche gli esami scientifici («che sarebbe bene divulgare immediatamente»: Gandolfo): la ventina di valori emessi dal radiocarbonio, il famoso C14, e dagli esami di termoluminescenza, propongono uno spettro abbastanza ampio («per carità: non mutiamo in feticcio anche questi esami; possono aiutare, ma sono spesso imprecisi; mai il Vangelo»: ancora Gandolfo), che giunge perfino al 1800 (ma dal 1471, Sisto IV Della Rovere, dal Laterano trasferisce ed espone il feticcio in Campidoglio); «però, nessun valore, nemmeno uno, che si possa riferire all'età classica», precisa la Carruba. E spiega come nasceva la fusione in unico blocco: «Occorreva una struttura all'interno, e quindi dei buchi, di solito quadrangolari, per poi rimuoverla. Nella Chimera mancano, nella Lupa sono invece evidenti». Eppure, ancora il catalogo del restauro, nel 2000, la definisce scultura classica. «Il primo a datarla così è Winckelmann: giudizio difficile da mettere in discussione», racconta Adriano La Regina, «ma già nell'Ottocento qualcuno ne dubitava». Per saperne di più, il librino di Anna Maria Carruba è: La Lupa Capitolina. un bronzo medievale, edito da De Luca.

 

titolo

Il mistero della Lupa. Un convegno per discutere la vera età della scultura
(di Giuseppe M. Della Fina. La Repubblica, 01/03/2007, p. 47)

La Lupa Capitolina, il simbolo di Roma, è un'opera antica o medievale? La domanda sino a qualche mese fa non si sarebbe potuta nemmeno porre. Vi erano divergenze tra gli archeologi rispetto all'inquadramento storico-artistico della statua, ma ci  si muoveva all'interno del mondo antico. L'ipotesi di una realizzazione in epoca medievale è stata avanzata solo di recente dalla restauratrice Anna Maria Carruba ed è stata avvallata autorevolmente da Adriano La Regina che ne ha scritto su questo giornale. La tecnica di fusione, realizzata a cera persa col metodo diretto effettuato in un solo getto, è stata vista dai due ricercatori come il principale indizio di una datazione dell'opera in età medievale dato che gli antichi avrebbero preferito la fusione in parti separate. Intorno a questo elemento, ritenuto dirimente, hanno avanzato altre considerazioni di carattere tecnico e stilistico che confermerebbero la nuova, sconvolgente datazione. Intorno ad essa si è aperto subito  un dibattito che ha visto coinvolti storici dell'arte antica e medievale, archeologi ed esperti della tecnologia antica. Nella giornata di ieri, per iniziativa del Dipartimento di Scienze Storiche e Archeologiche dell'Università La Sapienza, si è tenuto un interessante incontro-dibattito che ha avuto lo scopo di far discutere tra loro i sostenitori di tesi fortemente contrapposte. Sintetizzare un dibattito vivace, nel corso del quale sono state avanzate ipotesi diverse e forniti dati nuovi, non è semplice. Numerosi archeologi intervenuti hanno sostenuto l'antichità della statua e segnalato la difficoltà di considerare dirimente il tipo di fusione in conseguenza della nostra conoscenza limitata delle tecniche di lavorazione antiche dovuta al numero di grandi bronzi giunti sino a noi. Hanno aggiunto poi considerazioni di tipo stilistico e storico che permetterebbero un inquadramento più coerente dell'opera in epoca antica anche se con alcune oscillazioni cronologiche significative: Giovanni Colonna ha prospettato una datazione nel primo quarto del V sec. a.C. e la fabbricazione in un'officina romana magari da parte di maestranze provenienti dalla Sardegna fenicio-punica; Gilda Bartoloni ha ipotizzato una realizzazione da parte di maestranze etrusche probabilmente veienti sempre nei decenni iniziali del V sec. a.C.; Andrea Carandini ha immaginato una datazione nella prima metà di quello stesso secolo. Francesco Roncalli ha insistito sul carattere di capolavoro del pezzo e sulla sua unicità; Maurizio Sannibale ha proposto di abbassarne la datazione e ha interpretato la statua come la ricostruzione a posteriori di un prototipo arcaico realizzato a partire dalla fine del IV sec. a. C.. Sempre a favore dell'antichità della Lupa si sono schierati Eugenio la Rocca e Anna Mura Sommella che hanno richiamato le risultanze delle indagini archeometriche svolte in occasione del recente restauro dell'opera. Adriano la Regina ha confermato invece la medievalità della statua. Una spaccatura si è registrata tra gli storici dell'arte medievale e gli studiosi di tecnologia antica. Tra questi ultimi Edilberto Formigli (Università di Siena) ha sostenuto in maniera convinta che la Lupa sia opera di maestranze medievali ed evidenziato l'assenza di un'attenta levigatura, mentre Claudio Giardino ha perorato la causa dell'etruscità partendo dall'esame della lega di bronzo dell'opera ed evidenziando l'alta percentuale di presenza del piombo non riscontrabile in età medievale. Sempre Giardino ha ricordato come l'analisi degli isotopi del piombo consenta di stabilire la provenienza del metallo dalle miniere sarde di Calabona, a sud di Alghero. Intorno alla Lupa Capitolina — c'è da scommetterci — si continuerà a discutere ed è un bene dato che la sua notorietà l'aveva quasi preservata da studi specifici e approfonditi.

Nota (a cura di Medioevo.Roma.it)

Links utili:
Tonio Attino, La lupa capitolina smascherata dal C14: un’opera medioevale
(La Stampa, 01/08/2007)
Adriano La Regina, Roma, l'inganno della Lupa: è "nata" nel Medioevo (La Repubblica, 17 novembre 2006)

titolo

La Roma senza papa di maestro Gregorio. Un’insolita guida scritta da un inglese del Duecento indifferente al Cristianesimo.
(di Chiara Frugoni, La Repubblica, 03/03/1998, p. 38)

Nonostante i disagi e i molti pericoli, le strade medievali non erano deserte; a chi era diretto a Roma la città si presentava dall'alto di Monte Mario, chiamato non a caso «Monte della gioia» (Mons Gaudii) perché rappresentava la meta finale della grande fatica del viaggio. I pellegrini si muovevano in città aiutati, nei loro itinerari della fede, da guide che segnalavano i principali monumenti cristiani. Tuttavia lo spettacolo dei grandi edifici classici in disfacimento non mancava di colpire lo spettatore: «O Roma, non c'è nulla che sia uguale a te, benché ormai tu sia quasi una totale rovina: anche distrutta ci insegni quanto saresti stata grande, se intatta». Questi due versi del poeta inglese Ildeberto di Lavardin, dell'inizio del XII secolo, sonò citati nel prologo di una guida di Roma veramente insolita, scritta da «maestro Gregorio», inglese, presumibilmente nella prima metà del Duecento. Veramente insolita perché questo erudito (che frequenta, come lui stesso dichiara, la Curia pontificia e vanta amicizie fra i cardinali), è del tutto indifferente alla Roma cristiana; sembra non vedere alcuna chiesa, anzi addebita con ira e disappunto le cause del disfacimento della Roma pagana in parte al riutilizzo dei materiali di spoglio per l'edilizia, in parte, in realtà soprattutto, alla tenace lotta ingaggiata contro un passato glorioso dai papi, distruttori di templi ed idoli, a cominciare da papa Gregorio Magno. Gli unici tre edifici ecclesiastici menzionati servono unicamente da punto di riferimento topografico; solo un veloce appunto di commozione dedica l'autore alla Roma medievale, apparsa finalmente dall'alto della collina: «Credo proprio che si debba ammirare con straordinario entusiasmo il panorama di tutta la città in cui così numerose sono le torri da sembrare spighe di grano, tante le costruzioni dei palazzi che a nessun uomo riuscì mai di contarle». Lo sguardo di maestro Gregorio, stupefatto e turbato, è però per la Roma dell'antichità, per gli archi trionfali, gli obelischi, le piramidi e le colonne coclidi, e soprattutto per le splendide statue in bronzo che ancora potevano essere ammirate sparse in mezzo alle rovine insieme a quelle di marmo. quest'ultime «quasi tutte distrutte o deturpate dal beato Gregorio».
Una Venere nuda e con ancora tracce di pittura lo affascina particolarmente: «Quest'immagine è fatta di marmo di Paro con un'arte talmente meravigliosa ed indicibile da sembrare una creatura viva piuttosto che una statua: simile a donna che arrossisca della sua nudità, essa ha il viso cosparso di un colore rosso. E sembra proprio a chi guarda che sul volto candido come la neve di quella statua scorra il sangue. Per il suo meraviglioso aspetto e non so per quale magica seduzione fui costretto a tornare a guardarla tre volte, anche se distava due stadi dal mio alloggio». Le citazioni sono tratte dalla traduzione con testo latino a fronte fatta da Cristina Nardella (fatica che purtroppo il titolo del libro non lascia indovinare: Il fascino di Roma nel Medioevo. Le «meraviglie di Roma» di maestro Gregorio, Viella editrice, Roma, 1997, pagg. 208, figg. 15, lire 35.000). E' la prima traduzione in italiano, condotta sul manoscritto originale, con alcune brillanti soluzioni di lettura, che l'autrice fa seguire ad un ampio commento alle Meraviglie di Roma, puntuale, scorrevole ed illuminante (oltre a due capitoli su maestro Gregorio e sul genere letterario delle guide medioevali). Con l'aiuto della Nardella la statua amata da maestro Gregorio è rintracciata: si trova an-cora a Roma, ai Musei capitolini, dove è approdata dopo una serie di peripezie (e la vediamo in una delle nitide figure che corredano il libro).
Di fronte ai cicli figurati delle colonne coclidi o a:programmi scultorei degli archi trionfali maestro Gregorio rimane particolarmente colpito, «anche se gli avvenimenti e i personaggi rappresentati non vengono identi-ficati correttamente, e sono descritti come suoi contemporanei: i protagonisti delle storie scolpite, infatti, parlano in prima persona attraverso dialoghi di fantasia» (pagg. 96-97),  con un procedimento identico a quello adottato da Dante, quando fa dialogare Traiano e la vedovella (di cui il poeta fraintende l'identità: in realtà il soggetto rappresentato era l'omaggio di una Provincia inginocchiata davanti all’imperatore), scolpiti nella ripa che separa il primo dal secondo girone del Purgatorio (X, vv. 73-81). La colonna Traiana, «rotonda e cava come fosse una specie di canna fumaria», è, secondo maestro Gregorio, «la colonna trionfale di Fabrizio che i Romani gli decretarono dopo che ebbe vinto Pirro re dell'Epiro»: Fabrizio resiste ad un tentativo di corruzione del medico di Pirro, come apprenditi :ro da un serrato dialogo sulla pietra. La mancanza di fonti scritte, cioè di un punto di riferimento sicuro, annulla il senso del passato, che Gregorio non sa collocare in una scansione temporale precisa. Ciò facilita una visione anacronistica: le stante si muovono, parlano ed agiscono perché l'osservatore si sente liberamente contemporaneo ai fatti, ai personaggi rappresentati di cui crede di recuperare le parole. I dialoghi sono la proiezione dei pensieri e delle ipotesi dell'osservatore di- panati di fronte alle immagini antiche che, proprio perché non appoggiate a fonti scritte, rimarrebbero altrimenti del tutto mute. Largo spazio maestro Gregorio dedica alle statue di bronzo e in particolare al gruppo equestre del Marco Aurelio ora in Campidoglio, ai suoi tempi invece posto davanti al Laterano; su questo gruppo l'autore si sofferma per pagine e pagine. Nel Medioevo si era perduta la vera identità del cavaliere e circolavano varie attribuzioni: l'ipotesi più accreditata era che si trattasse di Costantino, l'imperatore che aveva concesso libertà di culto alla Chiesa: una vera fortuna, dato che per questa ragione la statua non fu fusa, sorte che invece toccò a moltissime altre.
Maestro Gregorio passa in rassegna e discute le varie teorie distinguendo le sue fonti con spirito critico: accoglie l'opinione degli ecclesiastici in quanto ritenuti i più colti e affidabili, mentre disprezza («chiacchiere inutili») quella della gente del luogo e dei pellegrini. Il cavaliere non è né Costantino né Teodorico, come sostengono, rispettivamente, i locali e i forestieri, ma invece un romano antico, un certo Marco o Quinto Quirino. E' molto interessante e divertente seguire con la Nardella, I origine e le pieghe delle varie leggende, in parte basate sii fraintendimenti visivi (il ciuffo in mezzo alle orecchie dei cavallo creduto un  cuculo; il barbaro calpestato, che al tempo di maestro Gregorio rendeva più stabile il cavallo, creduto un re nano, dotato di poteri magici), in parte accreditate per stornare identificazioni all'improvviso diventate scomode.
Marco Aurelio fu creduto senza contestazioni Costantino fino a quando i! papato sostenne l'autenticità della «donazione» dell'impero alla Chiesa. Già nell'XI secolo gli imperatori germanici cominciarono però a dubita re apertamente della veridicità di questo atto e d'altra parte la Chiesa stessa cominciò a trovare disdicevole fare dipendere i fondamenti del potere papale dalla concessione di un imperatore.
Che davanti al palazzo del pontefice, nella piazza del Laterano, s'ergesse il gruppo equestre di Coslantino era diventato assai sconveniente: sono proprio i cardinali ad allontanare Costantino e ad indirizzare maestro Gregorio «al tempo dei consoli e dei senatori». L'elenco dei monumenti passati in rassegna (se ci fosse una ristampa suggerirei di aggiungere una mappa di Roma con la loro localizzazione) è lungo ed io non voglio privare il lettore del piacere della scoperta. Aggiungo solo che questo volume inaugura una nuova collana: La corte dei papi, diretta da Agostino Para-vicini Bagliani, pubblicata dalla Viella, indirizzata ad un largo pubblico di studenti ma anche di lettori non specializzati, che vogliano conoscere meglio la corte pontificia, «una delle corti sovrane più complesse dell'Occidente».
Si avvicina il Giubileo e comprendere meglio i simboli del papato, il volto di Bonifacio VIII, la Roma del suo tempo o immediatamente precedente può dare una diversa dimensione e spessore all'evento. In questo senso appaiono interessanti gli altri titoli della collana, a cominciare dal secondo volume, già pubblicato, di Jane Sayers, Innocenzo III, 1198-1216; per proseguire, a titolo d'esempio, col fenomeno del nepotismo dei papi (Sandro Carocci); il significato politico e simbolico del portico lateranense (Ingo Herklotz); le profezie riguardanti papa Celestino (Francesco Santi); i banchieri del papa nei secoli Xll-XIII (Marco Vendittelli).

Nota (a cura di Medioevo.Roma.it)

Magistri Gregorii Narracio de mirabilibus urbis Romae, Ed. C. Nardella, Il fascino di Roma nel Medioevo. Le "meraviglie di Roma" di Mastro Gregorio, Roma, Viella, 1997 (La corte dei papi, 1)

Leggi un brano di Mastro Gregorio

Leggi il brano citato di Ildeberto di Lavardin

titolo

 

Quando era il Papa a fare il gabelliere
(di Agostino Paravicini Bagliani. La Repubblica, 20/09/2007, p. 15)

La chiesa e le tasse chieste a sovrani e contadini. Nella sua storia plurisecolare, il papato ha sperimentato varie forme di tasse e di introiti fiscali, almeno fino alla soppressione dello Stato pontificio. In molte città dell'antico Stato pontificio - ed anche ad Avignone (che fu sede del papato nel Trecento e che gli appartenne per secoli) - si possono ancor oggi ammirare i palazzi in cui erano insediati i collettori delle gabelle pontificie. Gli archivi pontifici sono ricolmi di documenti provenienti dalle amministrazioni fiscali papali. Non solo gli abitanti dello Stato, ma anche sovrani - come i re di Sicilia e di Inghilterra - hanno versato per secoli censi annuali alla Chiesa di Roma, perché vassalli del papa. Ed anche le varie istituzioni ecclesiastiche della Cristianità hanno regolarmente dovuto pagare tasse ed imposte, di vario tipo, alla Chiesa di Roma. Il sistema fiscale del papato fu all'avanguardia. Fin dai primi anni del Duecento, il papato tentò di introdurre una tassa regolare per finanziare la Curia romana. Tale tassa avrebbe dovuto corrispondere alla decima parte degli introiti delle chiese cattedrali. Come controparte, il papato prometteva di togliere le tasse sulle bolle prodotte dalla cancelleria. Questo progetto fiscale non ebbe successo, ma l'idea di esigere dalle varie chiese della Cristianità il pagamento di decime non fu dimenticata. Anzi, fu introdotta per finanziare le Crociate. Decine di collettori papali furono allora inviati nelle varie regioni della Cristianità per raccogliere le decime. Quando era ancora un giovane curiale, Benedetto Caetani, il futuro papa Bonifacio VIII (1294-1303), fece il giro di mezza Europa per raccogliere decime in Francia, in Inghilterra e persino in Danimarca. Era un'attività piena di rischi, perché talvolta i collettori venivano accolti con lanci di sassi....
La decima servì anche a scopi politici. Per finanziare la guerra contro i Colonna, Bonifacio VIII si servì anche della decima per la Terra Santa che era allora depositata a Firenze presso dei banchieri, pregando il cardinal Matteo Rosso Orsini di prelevare sudi essa duemila fiorini d'oro. Per razionalizzare la raccolta delle decime, nei primi decenni del Trecento, un papa - Benedetto XII - suddivise l'Europa in quattro parti. Ma anche questa ripartizione suscitò reazioni, soprattutto da parte dell'Inghilterra che volle essere considerata una “nazione” a parte, la quinta appunto. E ci riuscì, al concilio di Costanza (1415), durante il quale peraltro il problema delle tasse pontificie fu dibattuto a lungo, perché considerato uno dei grandi problemi che la Chiesa doveva risolvere. I concili del Quattrocento tentarono anche di eliminare un'altra tassa pontificia, che aveva allora più di due secoli di vita, i cosiddetti "servizi", le oblazioni in denaro che vescovi e abati dovevano versare in occasione della conferma della loro elezione. Uno dei primi casi attestati riguarda un vescovo tedesco (di Würzburg). Nel settembre 1255, questo vescovo prelevò presso i banchieri romani un prestito di 215 marchi d'argento: quattro anni dopo non aveva ancora versato i 500 marchi che aveva promesso al collegio dei cardinali...
Nel Medioevo e fino alla fine dello Stato pontificio, i papi erano signori spirituali e temporali. E per sostenere ciascuno di questi ambiti, dovettero appoggiarsi su un sistema di imposte e di tasse, che proprio per la sua efficacia, sollevò non poche proteste. Celebri sono le rimostranze del più grande vescovo inglese del Duecento, Roberto Grossatesta, fondatore dell'Università di Oxford. Ma celebri sono anche i versi polemici dei due massimi poeti popolari romani, Trilussa e Gioacchino Belli.

 

 


inizio pagina | home page | mappa del sito (indice generale) | ricerca nel sito | disclaimer & credits | mail