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storia nascita di un fiume: la marana

 

In questa pagina:
Nascita di un fiume: la Marana

1) Gli acquedotti di Roma

2) La Marana:
→ Il contesto storico

→ Il percorso extraurbano
→ Il percorso urbano
→ Problemi

Appendice.
Notula toponomastica

Riferimenti bibliografici

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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

© 2001-2012 Roma (I)
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Questa pagina è stata aggiornata il 04.10.2007

Eufrosino della Volpaia
1. Eufrosino della Volpaia, Paese di Roma (1547), particolare

Gli acquedotti di Roma nel Medioevo
Nell’antichità Roma godette di un vero e proprio tesoro di acque convogliato dagli acquedotti, che garantirono un approvvigionamento sempre abbondante fin quasi alla metà del VI secolo. Furono le Guerre Greco-Gotiche (535-553) ad assestare un primo duro colpo all’alimentazione idrica di Roma; durante l’assedio gotico del 537 gli acquedotti furono infatti danneggiati non soltanto (come spesso si legge) da parte degli uomini di Vitige, affinché la città non ne ricevesse acqua, ma anche da parte dei bizantini ai comandi di Belisario, che all’epoca occupavano la città e che ostruirono tutti gli acquedotti con forti ed estese murature, affinché nessuno da fuori potesse penetrarvi (Procopio di Cesarea, Bellum Gothicum, I, 19).
Altrettanto spesso capita di leggere che dopo le Guerre Gotiche l'unico acquedotto che continuò a funzionare fu il Vergine. Anche in questo caso si tratta di una inesattezza; infatti anche altre condutture continuarono a funzionare. Il Liber Pontificalis testimonia senza ombra di dubbio che papa Adriano I (772-795) restaurò non soltanto l’Aqua Virgo, ma anche la Claudia e soprattutto l'Aqua Traiana (ricostruendo ben cento arcate e intervenendo anche sulle tubazioni in piombo), al fine di garantire l'approvvigionamento di S. Pietro e delle numerose strutture assistenziali presenti in Borgo. Ulteriori interventi a favore della Traiana si ebbero con i papi Gregorio IV (827-844) e Niccolò I (858-867).
Adriano I intervenne inoltre anche a favore dell’Aqua Marcia-Antoniniana; a proposito di tale conduttura, l'Itinerarium Einsiedlense della seconda metà dell’VIII secolo (§§ 11.2 e 13.22) dice che l'Aqua Iobia - evidente corruzione di Iovia (nome che fu spesso usato per chiamare l'Aqua Marcia dopo gli interventi voluti da Diocleziano) - venit de Marsia et currit usque ad ripam (“proviene dalla Marcia e scorre fino a Ripa”): qui ripa indica o genericamente la riva del Tevere o forse il porto navale di Ripa Graeca; meno probabilmente si riferisce alla denominazione del rione: l’esistenza della Regio Ripa et Marmorata non sembra risultare prima del XII secolo.
Da notare che il tratto usque ad ripam non era comunque incanalato in una conduttura preesistente ma probabilmente in uno speco, realizzato ad hoc nell’avvallamento del Circo Massimo, su cui torneremo.
I papi Sergio II (844-847) e Niccolò I (858-867) fecero poi eseguire ulteriori restauri dell’acquedotto Marcio-Antoniniano, probabilmente per approvvigionare d’acqua le diaconie annesse alle chiese dei Ss. Nereo e Achilleo, di S. Maria in Cosmedin e della scomparsa S. Lucia (che doveva sfruttare alcuni fornici del Circo Massimo). Nel caso specifico di Niccolò I poi si potrebbe ravvisare anche un interesse privato: lungo l’attuale via della Greca sopravvive ancora oggi il Palazzo Diaconale di S. Maria in Cosmedin, fatto erigere proprio da Niccolò I e adibito a sua dimora saltuaria.
Torniamo all’acquedotto Vergine: abbiamo già detto che esso continuò a funzionare sicuramente per tutto l’arco del Medioevo. Ciò fu possibile essenzialmente per due motivi: lo scarso dislivello che incontrava e la quasi completa sotterraneità del condotto. Esso terminava nella Fonte di Trevi (detta nel Medioevo lo Trejo), la cui sistemazione finale si dovette nel I453 a Nicolò V. L’importanza del condotto è testimoniata dallo Statuto di Roma del 1363, in cui un capitolo è dedicato espressamente alla sua manutenzione e a quella della Fons Trivii.
Il fatto che dopo il IX secolo non si hanno più notizie sugli acquedotti ha fatto pensare che la loro funzionalità si fosse azzerata. In realtà questo è un argumentum ex silentio, non valido storiograficamente; oltretutto Maestro Gregorio , un erudito inglese che venne a Roma tra il XII e il XIII secolo, ricorda l’esistenza in Roma di ben quattro acquedotti (Narracio de mirabilibus Urbis Romae, 20):

Iuxta hoc palatium [Divi Augusti] est murus quidam ex latere coctili[s] descendens a summis montibus. Qui immensis fornicibus aqueductum sustentat, per quem amnis, a montanis fontibus, per spacium unius diete urbi illabitur […]. Fluvius etenim Tiberis, qui urbem perlabitur, equis utilis est, set hominibus inutilis et nocuus habetur. Quare a quatuor partibus urbis per artificiosos meatus Romani veteres aquas recentes venire fecerunt.

(“Accanto al Palazzo di Augusto c'è un muro di mattoni che discende dalle sommità dei monti e che sostiene, con fornici immensi, un acquedotto per mezzo del quale un fiume fluisce dalle fonti montane fino alla città nello spazio di un solo giorno. Il fiume Tevere, che scorre attraverso la città, è utile per i cavalli, ma si ritiene che sia inservibile e nocivo per gli uomini. Per la qual cosa, gli antichi Romani fecero venire dalle quattro parti della città acque fresche attraverso canali artificiali”).

Vero è che dei quattro citati, soltanto uno risulta dalla parole di Gregorio per certo funzionante (“per mezzo del quale un fiume fluisce”; il presente illabitur è singolare); però è altrettanto vero che questo è difficilmente identificabile con l’acquedotto Vergine, che, provenendo da Salone, una volta giunto nei pressi di Porta Maggiore non entrava in città ma percorreva un enorme semicerchio a nord per entrare in Roma dal Pincio; quindi non dovrebbe essere quello che Maestro Gregorio vede sul Palatino. E' dunque possibile che anche altri acquedotti – oltre il Vergine - fossero all’epoca ancora funzionanti.
Su una cosa però Mastro Gregorio probabilmente si sbaglia: infatti non è vero che il Tevere all’epoca fosse ritenuto inadatto e nocivo per gli uomini (hominibus inutilis et nocuus habetur); anzi, l'acqua del fiume, opportunamente decantata, ha sempre goduto di grande rinomanza tanto da essere portata in viaggio dai pontefici ed essere bevuta ancora da tutti nella prima metà del XIX secolo. Il fiume assicurò sempre la sopravvivenza della città ed è alla base della concentrazione medioevale di quasi tutta la popolazione romana nelle zone più prossime a esso (Campo Marzio, Trastevere, Borgo, ecc.). Il Tevere non era sfruttato soltanto come fonte di approvvigionamento idrico, ma anche come forza motrice per far girare le pale dei molti mulini che galleggiavano sulle sue acque.
Tornando agli acquedotti, un discorso a parte merita l'Aqua Claudia; dopo il già ricordato intervento di restauro voluto da papa Adriano I, possiamo ipotizzare che l’acquedotto dovette andare incontro a una definitiva rovina; altrimenti non si spiegherebbe perché si sia resa necessaria quella che può essere definita la prima importante opera post-antica di ingegneria idraulica a Roma, ovvero l’apertura del canale artificiale della Marana.

 

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La Marana: il contesto storico

È noto che nel corso del XII secolo Roma si dotò di un nuovo condotto idrico a cielo aperto, chiamato la Marana o Marrana; la denominazione Acqua Mariana non compare invece prima del XV secolo e sembra essere un ipercorrettismo di origine colta; nel Medioevo è anche attestata la denominazione Rivus Papati. La paternità dell’opera è ascritta al breve pontificato di Callisto II (1119-1124) sulla base di un passo del Liber Pontificalis; infatti secondo Bosone, autore della biografia di questo papa,

[Callixtus] …derivavit aquam de antiquis formis et ad portam Lateranensem conduxit; ibique lacum pro adaquandis equis fieri fecit, plurima quoque moliendina in eadem aqua construxit.

(“[Callisto II] deviò il corso d’acqua per antiche condutture e lo condusse fino a Porta Asinaria; e lì fece approntare un lago per far abbeverare i cavalli e nello stesso corso d’acqua costruì anche molte piccole mole”)

Come si vede, il passo è tutt’altro che esaustivo, ma è bastato alla gran parte degli studiosi per attribuire a papa Callisto II l’intera opera, datata tradizionalmente al 1122. Si rimane piuttosto increduli davanti al fatto che nel corso del suo pontificato - breve (tanto più che entrò in Roma soltanto nel marzo del 1120) e densissimo di avvenimenti importanti (la lotta con l’antipapa Gregorio VIII, il Concordato di Worms con l’imperatore Enrico V del 1122, la convocazione del primo Concilio ecumenico del 1123) - Callisto II abbia avuto il tempo anche di farsi promotore di quest’opera idraulica; ma se nulla ci impedisce di accettarlo, nulla ci autorizza ad attribuire a lui più di quanto il Liber Pontificalis affermi. Torneremo tra poco sulla questione.

 

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La Marana: il percorso extraurbano
Innanzitutto, è bene sottolineare che si tratta di un'opera ancora funzionante, anche se molto modificata nei secoli. Il progetto della Marana era fondato sulla captazione di un fosso (l’Aqua Crabra), che dalle sorgenti nella Valle della Molara sopra Squarciarelli (presso Grottaferrata) non si dirige direttamente verso Roma, ma fluisce verso l'Aniene, passando vicino alla Torre dei Ss. Quattro (ancora esistente) e mutando più volte denominazione (Fosso dell’Incastro, Fosso del Giardino, Fosso di Tor Tre Teste, Fosso di Tor Sapienza; nel Medioevo è anche attestato il nome Maranella).
All’altezza dei ruderi della Villa dei Centroni, a Morena, in una località eloquentemente denominata L’incastro, fu creato uno sbarramento in muratura che deviava parte delle acque di questo fosso in un condotto sotterraneo preesistente, appartenente all'antico acquedotto Claudio.
Dopo aver percorso 940 metri nel canale sotterraneo, la Marana (da identificare - limitatamente a questo tratto - con l'Acqua Sotterra, che è citata in documenti tardomedioevali e che diede il nome alla Torre dell'Acqua Sotterra, oggi nota come Torre della Marrana), usciva nuovamente allo scoperto in località Casalotto.


2. La Torre della Marrana

Il canale poi proseguiva verso Roma sfruttando il declivio del crinale già utilizzato dagli antichi acquedotti (si tratta del grande spartiacque tra il bacino idrografico del Tevere e quello dell’Aniene), passando per la tenute del Casale della Marrana (di proprietà di S. Maria Nova), del Buonricovero e di Romavecchia (dove formava un piccolo lago). Qui nell’Ottocento fu rinvenuto un masso di marmo lunense somigliante allo sperone di un ponte antico; ciò fa sospettare che almeno in questo punto la Marana sfruttasse il letto di un rivo esistente già nell’antichità.
Poi il canale passava nelle immediate vicinanze della Torre del Fiscale (detta nel Medioevo Torre di S. Giovanni) e della Torre del Quadraro, tuttora esistenti (Lo Statuto di Roma del 1363 nota espressamente che la Marana passava ad pedem Turris s. Iohannis et ad Turrim Quatrarii).
All’altezza di Porta Furba, dove la dorsale del crinale si stringe di molto, determinando il ravvicinamento degli acquedotti antichi, dalla Marana si staccava una derivazione, detta Maranella (da non confondere con il già ricordato Fosso dell’Incastro che nel Medioevo fu chiamato nello stesso modo), che si dirigeva verso la via Labicana per sfociare nell'Aniene a Ponte Nomentano, come si vede chiaramente nella carta di Eufrosino della Volpaia. Il canale principale della Marana continuava invece a scorrere ai piedi dei fornici degli acquedotti, utilizzando come letto un’antica strada di servizio e fornendo forza motrice a parecchi mulini (Mola de Supra, Mola Vexalla, ecc.).

Superata Romavecchia, la Marana per l’attuale via del Mandrione e scendendo a valle verso la via Tuscolana (tuttora esistono qui via e largo della Marrana), giungeva nei pressi dell’attuale piazzale Appio, a Porta Asinaria (Porta S. Giovanni ancora non esisteva), azionando mulini e formando un secondo laghetto. Un documento redatto sotto Alessandro III (1159-1181) ci informa che dovevano qui trovarsi ben quattro mulini; tra queste si annoverano la Mola della Porta, citata in un atto del 1397 (si sa che macinava il grano per il monastero di S. Lorenzo in Panisperna), e la Molella s. Johannis, di proprietà del Capitolo Lateranense, citata in un atto del 1426; di un altro mulino (probabilmente di età moderna) sono stati qui rinvenuti i resti nel 1999, durante i lavori per la Metro C.
Eufrosino della Volpaia mostra poi che nel Cinquecento esisteva un ponte per far attraversare il fiume alla via Asinaria. Presso il lago fu infine eretta anche una chiesetta, S. Iacobus de Lacu, che è citata nel Catalogo di Torino del 1320: il luogo esatto della chiesa è probabilmente da individuarsi all’inizio dell’odierna via Appia Nuova, sulla destra, sotto il monticello (oggi totalmente scomparso) detto Calcatorio, termine medioevale per indicare proprio la macina del mulino.

 

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Du Perac
3. Du Perac, Pianta di Roma (1577), particolare di Porta Metronia

La Marana: il percorso urbano
La Marana poi proseguiva costeggiando le Mura di Aureliano in direzione sud (dalle parti dell’attuale via Gallia esisteva in passato un vicolo delle Mole, conosciuto anche come via delle Tre Madonne e via dell’Acqua Mariana) ed entrava in Roma a Porta Metronia. Questa porta – che all’epoca doveva ancora essere in funzione (come potrebbe forse desumersi da un documento del 1035 che ricorda una terra de monasterio sancte Marie in Tempuli foris porta Mitrobi in locum qui vocatur Prata Decii) fu chiusa e trasformata in una sorta di varco fortificato per l'acqua (sono evidenti le murature medioevali afferenti a questo intervento).
Un’incisione settecentesca mostra l’interno della Porta con la caratteristica inferriata posta sul canale della Marana, per evitare l’entrata in città di persone o di merci di contrabbando attraverso la via d’acqua. Proprio in questa inferriata va probabilmente ravvisata l’origine del toponimo Ferratella (è tuttora esistente via della Ferratella in Laterano) e non nelle inferriate infisse all’Ospedale Lateranense, né nelle altre varie (e il più delle volte assolutamente fantasiose) ipotesi che si leggono qua e là.

Incisione XVII sec.
4. D'Overbeck, Porta Metronia e la ferratella dell'Acqua Mariana (sec. XVIII)

È interessante notare che in due atti del 1173 compare a denominazione Porta Metromii in Pantano: evidentemente la Marana, nell’incanalarsi nella conduttura sotto la Porta, andò a formare uno stagno; e a partire dal XIII secolo l’area fuori Porta Metronia fu detta Lo Pantano, le cui acque stagnanti furono la causa prima di un’epidemia locale che nel 1601 afflisse gli abitanti del Celio. Il problema fu definitivamente risolto con l’apertura della Passeggiata Archeologica, tutta la terra qui scavata fu scaricata nell’area di Piazzale Metronio e di piazza di Porta Metronia; ciò tuttavia causò un notevole innalzamento del piano di calpestio e sotterrò completamente il varco idrico; la Porta perse così completamente il suo aspetto imponente e fu ridotta a poco più di uno spartitraffico (gli archi attuali sono moderni).
Varcata Porta Metronia, la Marana scendeva a valle tenendosi alle spalle di S. Sisto Vecchio e costeggiando una strada che nell’Ottocento è chiamata con il significativo nome di Vicolo della Ferratella; nell'area dell'antico orto del monastero (oggi occupato dall’Assessorato all’Ambiente del Comune di Roma e dal Semenzaio Comunale) si ergono ancora due torrette prive di merlatura con ingresso sopraelevato. Esse in realtà sono due mole (la Mola di Sopra e la Mola di Sotto) che nel Medioevo insistevano giusto sul letto della Marana, al fine di sfruttarne la forza motrice. Poiché queste due mole si trovavano in un'area pressoché disabitata della città, si rese necessaria la loro fortificazione.

Giungendo nella Valle delle Camene (l'avvallamento tra Celio e Aventino, ove oggi corre l'attuale via delle Terme di Caracalla) la Marana causò la trasformazione della zona in area alluvionale, compromettendo la viabilità della via Antiqua (corrispondente al percorso urbano dell'Appia romana e oggi grosso modo ricalcato da via Valle delle Camene) a favore della via Nova, la strada costruita da Settimio Severo e parallela alle Terme di Caracalla, che assunse la funzione di direttrice principale.
Superato il monastero di S. Maria in Tempulo, la Marana proseguiva il suo decorso passando sotto l’arco trionfale del Circo Massimo; recenti indagini archeologiche hanno qui portato alla luce un muro in scaglie di marmo del XII secolo al di sopra del già citato speco costruito in età altomedioevale per far defluire al Tevere le acque della Marcia-Antoniniana.
Dopo aver fornito forza motrice a un mulino (protetto dalla Torre Frangipane, non a caso conosciuta anche come Torre della Moletta), la Marana usciva dal Circo e finalmente, all'altezza di S. Maria in Cosmedin (dove incontrava le ultime due mole), si gettava nel Tevere accanto alla Cloaca Massima. Una via della Marrana di S. Giovanni è attestata in età moderna tra via della Greca e via di S. Sabina.

 

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La Marana: problemi relativi al percorso urbano
Ora, la prima cosa da notare è che Bosone specifica che Callisto II decise di portare la Marana a Roma per approvvigionare d’acqua le strutture del Laterano (in quanto sede papale e centro assistenziale);né ricorda che il canale entrava in città né dice che le varie mole attestate tra S. Sisto e il Tevere siano state erette per sua volontà, come invece sovente si legge.
Il Tomassetti sottolinea che papa Callisto II poté effettuare questa importante opera scavalcando completamente l’autorità del Comune, per il fatto che i proprietari dei fondi solcati dalla Marana erano a quel tempo tutti enti religiosi; e va ricordato che la basilica di S. Giovanni in Laterano difese sempre il possesso del canale e dei relativi diritti: addirittura Bonifacio IX nel 1389 istituì un Tribunale della Marrana, tenuto dal Capitolo Lateranense, con piena giurisdizione sull’uso del canale.
Stando così le cose, stupisce che nel 1157 il Senato romano si sia fatto carico dei lavori di restauro di Porta Metronia, chiaramente attestati dall’epigrafe ancora affissa sulla facciata interna:

Regio S. Angeli. + Anno MCLVII Incarnationis / Domini Nostri Iesu Christi S.P.Q.R. hec menia / vetustate dilapsa restaura-/vit, senatores Sasso, Iohannes de Al-/berico, Roieri Buccacane, Pinzo / Filippo, Iohannes de Parenzo, Petrus / Deustesalvi, Cencio de Ansoino, / Rainaldo Romano, / Nicola Mannetto.

("Regione S. Angelo + Nell'anno 1157 della incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo il Senato e il Popolo Romano queste mura crollate per la vecchiaia restaurarono. Erano senatori Sasso, Giovanni di Alberico, Roieri Buccacane, Pinzo, Filippo, Giovanni di Parenzo, Pietro Diotisalvi, Cencio di Ansoino, Rainaldo Romano, Nicola Mannetto").

Si tratta dei consiglieri che costituivano l'esecutivo del Senato; si noti che non è nemmeno citato il nome del pontefice regnante, Adriano IV.

Lapide di Porta Metronia
5. Lapide di Porta Metronia (1157)


A questo punto non è illecito ipotizzare che il progetto iniziale voluto da Callisto II prevedeva che la Marana terminasse al Laterano e che solo negli anni successivi il Comune di Roma abbia creato un emissario del lago fuori Porta Asinaria: possiamo anzi supporre che ciò avvenne intorno alla metà del XII secolo, quando il potere civile di Roma mise, com’è ben noto, in seria difficoltà i pontefici. Sono gli anni dell’esperienza comunale di Roma, della predicazione di Arnaldo da Brescia, della morte violenta di Lucio II, dell’allontanamento da Roma di Eugenio III, della rivolta romana contro Federico Barbarossa e Adriano IV. Si tratta di un periodo in cui venne fortemente diminuito il potere temporale dei papi e che potrebbe aver permesso di utilizzare una proprietà ecclesiastica (quale era di fatto la Marana) a fini civili.
Questa prosecuzione della Marana vera e propria costeggiava le Mura Aureliane e raggiungeva Porta Metronia, che fu sacrificata sia perché era un accesso poco importante sia perché doveva essere piuttosto malridotta (l’epigrafe del 1157 afferma che le Mura qui erano vetustate dilapsa): pertanto era facilmente adattabile al nuovo scopo senza pregiudicare la viabilità della zona.

Se la nostra ricostruzione è corretta, allora l’erezione di tutte le mole fortificate all’interno delle Mura di Aureliano dovrebbe essere posteriore di almeno vent’anni a papa Callisto II.
Va a questo proposito sottolineato che per alcuni studiosi la costruzione delle due torrette di S. Sisto sarebbe da attribuire addirittura all’epoca in cui Onorio III affidò la chiesa di S. Sisto a s. Domenico (1219), per stabilirvi il primo convento romano dei frati predicatori.
E la stessa Torre della Moletta, che sappiamo esistente già nel 1145 grazie a un atto di locazione, probabilmente non fu creata da Callisto II e soprattutto non fu creata per il controllo delle mole; tant’è che il suo nome originario è Turris de Arco, con riferimento all’arco di trionfo del Circo Massimo. Oltretutto, proprio nel documento citato del 1145 non si parla affatto di mole: Locatio Turris de Arco cum suis pertinentis posite in capite circhi maximi et trulli in inde quod vocatur septem solia juxta dictam turrim facte… in favorem Cinthis Frajapanis.
Quando i lavori a Porta Metronia terminarono, si era da pochissimo raggiunta una rappacificazione tra i romani e il papato, tanto che nel novembre del 1156 papa Adriano IV poté finalmente rientrare in Roma. In molti settori l’azione di papa Adriano IV fu intensa ed efficace; però - come scrisse il Gregorovius – “una sola cosa egli non era riuscito a ottenere: l’abbattimento della Repubblica Romana. Sul Campidoglio il Senato viveva ancora”. E l’adduzione della Marana attraverso Porta Metronia rimane a simboleggiare questa importante fase della storia della città.

Torre della Moletta
6. Torre della Moletta nel Circo Massimo

All'indomani dell'Unità d'Italia, gli interventi urbanistici per la costruzione del Lungotevere e per la creazione della passeggiata archeologica costituirono il primo passo verso l'oblio di questo importante corso d'acqua, il cui tragitto intra moenia fu convogliato in un collettore sotterraneo. Eppure fu un fiume importante per la vita romana; così importante che il nome di Marana passò già nel Medioevo a indicare genericamente tutti i fossi della Campagna Romana; fu così che poi – proprio per distinguerlo dagli altri corsi d'acque minori di Roma – lo si rinominò come Marana di S. Giovanni o, pleonasticamente, come Marana dell’Acqua Mariana. Oggi poi il corso della Marana è stato completamente modificato: a causa dell’urbanizzazione di tutto il settore Appio-Tuscolano, il fiume è stato deviato all'altezza di Roma Vecchia per andare a confluire nell'Almone. Benché ridotto a una sorta di fogna a cielo aperto, benché nascosto in percorsi sempre più celati, il fiume continua però ancora a scorrere da Grottaferrata a Roma.

 

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Appendice. Notula toponomastica
E' a tutt'oggi ancora irrisolto il problema del nome della Marana; molti lo fanno derivare dal fatto che attraversa un territorio anticamente denominato Ager Maranus (toponimo che secondo alcuni deriva dal termine dialettale mara, cioè paludoso, stagnante, che troverebbe un interessante corrispettivo nel francese mare); ma si potrebbe anche dire che è l’Ager a prendere il nome dal fiume che lo solcava: se così fosse, saremmo di fronte a una dimostrazione etimologica circolare che non risolve affatto l’origine del toponimo.
È stato più volte scritto che molti toponimi della zona iniziano con Mor e Mar: Morena, Marino, S. Marina, la stessa Marana, ecc. Probabilmente non si arriverà mai a una soluzione definitiva che metta tutti d’accordo; è comunque possibile che la Marana condivida l’origine del nome proprio con la vicina cittadina di Marino (presso cui nasce) e fors’anche con la confinante tenuta di Morena.
Purtroppo anche nel caso di Marino la parola definitiva sull’origine del nome è ben lontana dall’esser detta: il nome è stato di volta in volta collegato o a una ipotetica villa di Gaio Mario o a un feudatario di nome Marino (di cui però non ci resterebbero documentazioni) o alla Vergine Maria o infine proprio alla Marana (per cui ci ritroveremmo di fronte allo stesso problema dell’Ager Maranus).
Volendo tuttavia usare il rasoio di Ockham, va tenuta in considerazione quella che è la possibilità più semplice (senza ipotizzare ville, feudatari o culti particolari) ovvero che il toponimo Marino sia la semplice volgarizzazione del suo antico nome latino Castrimoenium (traducibile con Muro del Campo), per il tramite di una serie di corruttele successive.
Si tenga presente che questa vuole essere soltanto un'ipotesi di lavoro. Detto questo, andrà innanzitutto ricordato che nel Basso Medioevo Marino (o Mareni, come è talvolta ricordato) è spesso ancora preceduto da Castrum: anche senza tener conto del Chronicon Sublacense che, all’anno 1090, ricorda un Castrum Mareni (ma potrebbe trattarsi di un’interpolazione tarda), tra Duecento e Quattrocento le espressioni Castro Marini - Castrum Mareni sono frequenti; e la via Castrimeniense, che in antico conduceva a Castrimoenium, nel 1403 era definita strata Castri Mareni.
Ora, se si considera la variabilità insita, già etimologicamente, nella prima vocale (già nel latino arcaico moenium, murus e moerus si equivalgono, e il primo ha dato in italiano munire, munizione, mentre i secondi hanno dato merlatura, muratura e, a Roma, la via Merulana),
si può ipotizzare che fu forse proprio Castri-Moenium a generare Castro-Marino, da cui poi discenderebbero tutti gli altri toponimi caratterizzati dalla presenza della m iniziale e della r. Compresa la Marana.

* * *

Rimarrebbero da indagare altre singolari coincidenze toponomastiche (si pensi a San Marino sotto cui scorre il fiume Marano; oppure al non impossibile legame etimologico tra Castrimoenium e Crustumerium, altra antichissima città del Latium Vetus, il cui toponimo è stato finora spiegato in maniera insoddisfacente). Ma si tratta di questioni che tralasciamo volutamente, esulando troppo dall'assunto di questo saggio.

 

 

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Riferimenti bibliografici

Brandizzi Vittucci P., Circo Massimo: contributi di scavo per la topografia medievale, in Archeologia Laziale IX. Nono incontro di studio del Comitato per l’Archeologia Laziale, Roma 1988 (Quaderni del Centro di studio per l’archeologia Etrusco-Italica, 16), pp.406-416


D’Anna D. - Savarese C., Dalla fondazione del monastero di S. Maria in Tempulo al Ninfeo di Villa Mattei. La zona del monastero di S. Sisto sull’Appia tra storia e archeologia, estr. da Memorie e testimonianze su Madre M.A. Lalìa. Testi delle conferenze e seminari nel primo centenario della Congregazione delle Suore Missionarie Domenicane di S. Sisto (1893-1993), Roma 1994

Delli S. , Le strade di Roma, Roma 1975

Gregorovius F., Geschichte der stadt Rom im Mittelalter, Stoccarda 1859‑1872; trad. it., Storia della città di Roma nel Medioevo, Roma 1912; Roma 1940; Torino 1973; Roma 1980

Guide rionali di Roma, a cura di Pietrangeli C. (Rione XII - Ripa, a cura di Gallavotti D.; Rione XIX - Celio, a cura di Pietrangeli C.), Roma 1970-

Mura e porte di Roma antica, a cura di Brizzi B., Roma 1995

Lais G., Il rivo dell’acqua Mariana, Grottaferrata 1920

Nardella C., Il fascino di Roma nel Medioevo. Le Meraviglie di Roma di Mastro Gregorio, Roma 1997 (La corte dei papi, 1)

Re C., Statuti della città di Roma, Roma 1880

Ruggeri A. – Colandrea O., Fra Tor Vergata e i Castelli Romani: uso del suolo tra Ottocento e Contemporaneo, in I territori di Roma. storie, popolazioni, geografie, a cura di Morelli R., Sonnino E., Travaglini C. M., Roma 2002
(w3.uniroma1.it/cisroma/i territori di roma_ruggeri-colandrea.pdf)

Tomassetti G., La Campagna Romana antica medioevale e moderna. Nuova edizione aggiornata, a cura di Chiumenti L., Bilancia F., IV. Via Latina, s.l. 1976

Toponomastica (la) archeologica della Provincia di Roma
, a cura di Del Lungo S., Roma 1996 (Regione Lazio. Centro Regionale per la Documentazione dei Beni Culturali ed Ambientali)

Trionfo (il) dell’acqua. Acque e Acquedotti a Roma. IV sec a.C. – XX sec.
, Catalogo della Mostra (Roma, 31 ottobre 1986-15 gennaio 1987), Roma 1986

Si segnala infine L’Acqua Mariana: storia e decadenza (adesp.)
(http://www.giardinodivenere.it/rivista/rubrichefiles/skmariana.html)

 


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