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fabrizio alessio angeli ancora sulla marana

 

In questa pagina:
Fabrizio Alessio Angeli, Ancora sulla Marana. Note a margine di un recente articolo


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Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

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Questa pagina è stata aggiornata il 15.05.2014

Du Perac
Étienne Du Perac, Pianta di Roma, 1577. Particolare di Porta Metronia

Ancora sulla Marana. Note a margine di un recente articolo

Nel 2007 pubblicai in Medioevo.Roma, insieme con Elisabetta Berti, un breve saggio intitolato Nascita di un fiume: la Marana. L’articolo cercava di far luce e proporre alcune ipotesi sulla storia del condotto idrico di cui Roma si dotò nel XII secolo.
Com’è noto, La paternità dell’opera è ascritta al breve pontificato di Callisto II (1119‐1124) sulla base di un passo della biografia di questo papa contenuta nel Liber Pontificalis. Secondo Bosone, autore della biografia, papa Callisto «derivavit aquam de antiquis formis et ad portam Lateranensem conduxit; ibique lacum pro adaquandis equis fieri fecit, plurima quoque moliendina in eadem aqua construxit» («[Callisto II] deviò il corso d’acqua per antiche condutture e lo condusse fino a Porta Asinaria; e lì fece approntare un lago per far abbeverare i cavalli e nello stesso corso d’acqua costruì anche molte piccole mole»).

È tornato recentemente sulla questione Emiliano Bultrini in un articolo apparso nell'Archivio della Società Romana di Storia Patria, in cui è stato citato esplicitamente il nostro saggio. Vale la pena di riportare per intero il passo che riguarda il nostro saggio:

«Un interessante articolo sulla Marrana pubblicato sul sito www.Medioevo.Roma.it ipotizza, sebbene non senza contraddizioni, che il percorso del nuovo fiume terminasse dinanzi a porta Asinara e solo in un secondo momento sarebbe stato completato sino al Tevere. Ritengo che questa interpretazione sia errata in quanto una così grande mole d’acqua, senza il dovuto sfogo, avrebbe allagato e reso impraticabile l’area antistante la basilica lateranense. Inoltre in un documento del 13 marzo 1127 del Tabularium di Santa Maria Nova, relativo ad un atto di locazione di una vigna posta a ridosso di porta Metronia, si impone un pagamento per la presenza e lo sfruttamento di vasche e ‘vascatico’. Azione, questa, che sarebbe chiaramente impossibile se nell’area non fosse stato disponibile un consistente e costante quantitativo d’acqua [...]».

Precisiamo innanzitutto una questione fondamentale: l'aver stabilito il termine del corso d'acqua all’altezza del Laterano non è una nostra ipotesi ma è esattamente ciò che scrive Bosone (“ad portam Lateranensem conduxit”), il quale non lascia in alcun modo supporre che la Marana proseguisse fino al Tevere. Quindi si potrebbe dire che sia solo un’ipotesi proprio ciò che sostiene Bultrini, ovvero che il percorso urbano della Marana sia stato realizzato fin da subito.

Ma andiamo ad analizzare i motivi per cui, secondo Bultrini, la posizione da noi (e da Bosone!) espressa sarebbe inaccettabile.
«Una così grande mole d’acqua, senza il dovuto sfogo, avrebbe allagato e reso impraticabile l’area antistante la basilica lateranense». Mi sembra una considerazione infondata, che non tiene nel debito conto la conformazione dei luoghi: l’altimetria delle zone interessate cozza con quanto sostenuto da Bultrini. L’area del lacus creato dalla Marrana era infatti a una quota di molto inferiore a quello dell’area della basilica, che invece sorge su un pianoro lungo le pendici sud-orientali del Celio.
Per rendersi conto della differenza altimetrica basta vedere quanto più in basso si trovi la Porta Asinaria (il cui varco era utilizzato nel Medioevo) rispetto alla basilica, i cui vari rifacimenti, se non vado errato, non influirono mai in modo significativo sull’altimetria del suo piano di calpestio. Per considerare correttamente la tormentata orografia della zona (oggi scomparsa), si pensi pure al fatto che, nell'area compresa tra la basilica di Santa Croce in Gerusalemme e Porta Asinaria, le Mura Aureliane hanno un triplo camminamento per superare l'ampio avvallamento tra i colli Celio ed Esquilino, le cui pendici digradavano verso l'esterno della città. Era pertanto pressoché impossibile che eventuali acque in eccesso defluissero verso l’interno della città passando per Porta Asinaria (la porta di Gregorio XIII e gli altri fornici moderni ancora ovviamente non esistevano): le acque non risalgono i pendii.
Tutt’al più, l’acqua, tracimando dal lacus, sarebbe potuta defluire o verso sud-est (ovvero verso la parte opposta alle Mura, in direzione dell’attuale piazza Re di Roma, per intenderci) o verso sud, cioè incanalandosi proprio verso Porta Metronia. E che l’area esterna di Porta Metronia sia divenuta fin da subito il punto di raccolta dell’acqua in eccesso può trovare una conferma indiretta nel fatto che, anche dopo gli interventi del 1157 a Porta Metronia (di qualsiasi natura siano stati), l’area rimase impantanata: come già ricordato nel nostro articolo, in due atti del 1173 compare la denominazione Porta Metromii in Pantano; e a partire dal XIII secolo l’area fuori Porta Metronia fu detta Lo Pantano, le cui acque stagnanti furono la causa prima di un’epidemia che nel 1601 afflisse gli abitanti del Celio.

Quindi, riassumendo, ammesso – in via ipotetica – che il lago non fosse riuscito a contenere l’acqua immessa dalla Marana, questa sarebbe comunque defluita verso l’esterno di Porta Metronia, dove è testimoniato un impantanamento che resistette anche dopo il deflusso intramuraneo.
Estremizzando le conclusioni, potremmo perfino ipotizzare che fu proprio la palude fuori Porta Metronia a suggerire ai romani la possibilità di incanalare l’acqua in un percorso intramuraneo, non tanto (o, per lo meno, non solo) per alimentare le mole intramuranee, quanto per far trovare uno sfogo alle acque della Marana.

* * *

Anche il documento del 13 marzo 1127 del Tabularium di Santa Maria Nova, relativo all’atto di locazione di una vigna posta a ridosso di porta Metronia, mi sembra citato a sproposito. Infatti, il “consistente e costante quantitativo d’acqua” per approvvigionare le vasche non doveva necessariamente dipendere dalla Marana. Bultrini sembra dimenticare che il settore compreso tra l’antica Porta Capena della cinta serviana e il tratto Porta Metronia - Porta San Sebastiano delle Mura di Aureliano era molto ricca di risorse idriche naturali. Ciò aveva avuto, nel corso della storia, risvolti positivi e negativi. Sarà appena il caso di ricordare che la XII Regione Augustea era denominata come Piscina Publica per la presenza - nell’area grosso modo oggi occupata dalla Passeggiata Archeologica - di una vasca alimentata dalle molte sorgenti locali e da acque di filtrazione. Dall’altro canto, molte chiese e monasteri della zona subirono le conseguenze sanitarie di questa importante presenza d’acqua (mette conto di ricordare che Ss. Nereo e Achilleo fu nel Medioevo abbandonata proprio a causa dell’insalubrità della zona).
In realtà però, probabilmente le vasche citate nel documento di Santa Maria Nova non si riferiscono affatto a vasche d'acqua. Se non vado errato, Il vascatico era il versamento in denaro cui era tenuto l’affittuario di vigne per l’uso delle vasche di pigiatura delle uve. E dato che i documenti afferiscono a una vigna, è molto probabile che la vasca citata da Bultrini non avesse a che fare con l'acqua, ma con il vino!

Alla luce di quanto sopra, non riscontrando nessuna delle contraddizioni colte da Bultrini nel nostro articolo, non posso che riconfermare le conclusioni del 2007, ovvero che il prolungamento intramuraneo della Marana e l’erezione di tutte le mole fortificate all’interno delle Mura di Aureliano potrebbero essere posteriori rispetto al pontificato di papa Callisto II. Vale la pena di ribadire che è stato sostenuto (non solo da noi) che la costruzione delle due torrette di S. Sisto potrebbe risalire all’epoca in cui Onorio III affidò la chiesa di S. Sisto a s. Domenico, nel 1219. E la stessa Torre della Moletta, che sappiamo sicuramente già esistente nella prima metà del XII secolo, probabilmente non fu creata per il controllo delle mole; tant’è che il suo nome originario era Turris de Arco, con riferimento all’arco di trionfo del Circo Massimo. Oltretutto, proprio in un documento del 1145 non si parla affatto di mole: «Locatio Turris de Arco cum suis pertinentis posite in capite circhi maximi et trulli in inde quod vocatur septem solia juxta dictam turrim facte… in favorem Cinthis Frajapanis».
Vero è che non si traggono argomenti ex silentio, però, come ha scritto lo stesso Bultrini (citando Jean-Claude Maire Viguer), «bisogna guardarsi dal pensare che quod non est in actis non est in mundo».

Riferimenti bibliografici

F. A. ANGELI – E. BERTI, Nascita di un fiume. La Marana, in Medioevo.Roma. Il sito di Roma medioevale, Roma 2007, http://www.medioevo.roma.it/html/storia/storia002-marana.htm; http://www.medioevo.roma.it/pdf/Marana.pdf (versione pdf)  

E. BULTRINI, L’Acqua Crabra: un fiume scomparso. vicende del confine naturale tra Roma e la Civitas Tusculana, “Archivio della Società Romana di Storia Patria, 135 (2013), pp. 63-83; l’intero saggio è attualmente scaricabile da academia.edu

 


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