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fabrizio alessio angeli La via Lata e il Trivio nel Medioevo


In questa pagina:
Fabrizio Alessio Angeli, La via Lata e il Trivio nel Medioevo.



titolo
Il sito di Roma Medioevale

A cura di
Fabrizio Alessio Angeli
Elisabetta Berti

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Questa pagina è stata aggiornata il 27.08.2017


Trevi
L'area di interesse: in basso via del Corso, in lato il Quirinale (elaborazione da Google Map)

La via Lata e il Trivio nel Medioevo

Premessa

Questo saggio sostituisce un precedente studio pubblicato una decina di anni fa in Medioevo.Roma che, da subito, riscontrò un notevole interesse. Oggi, pur rimanendo validi i presupposti di quel breve articolo, è sembrato opportuno vagliare di nuovo alcuni argomenti, integrandoli e, in parte, correggendoli.

E' possibile comunque leggere il precedente articolo qui.


La via Lata e il Trivio nel Medioevo

Com’è noto, l'odierna via del Corso ricalca il tracciato dell’antica via Lata, in parte corrispondente al tratto urbano della via Flaminia.
Nella seconda metà del XV secolo, Paolo II decise di far allargare e rettificare l’antica via Lata. Ciò sembra voler dire che, nel Medioevo, questa strada non doveva essere né larga né rettilinea, come invece lo era stata nell’Antichità.

Come è stato possibile che nel Medioevo la via romana più importante per i collegamenti verso nord abbia potuto perdere l’originario aspetto lineare?
Le cause del cambiamento vanno probabilmente individuate, oltre che nella mancanza di manutenzione stradale (che è stato un aspetto peculiare del Medioevo romano), anche nella particolare situazione idrogeologica che riguarda l’area circostante la strada. Quest'ultima infatti corre in un’area depressionaria posta alle pendici del colle Quirinale ed è caratterizzata da una rilevante abbondanza idrica, dovuta:
- al ruscellamento delle acque piovane lungo il fianco occidentale del colle;
- alla presenza, in Antico, di un fiumiciattolo, noto come Amnis Petronia, che attraversava la via Lata;
- alle esondazioni del Tevere, le cui acque trovavano lungo la via Flaminia/Lata una facile via di deflusso.
L’attuale situazione di Via del Corso, che corre oltre cinque metri sopra il piano di calpestio dell’antica via Lata, trae facilmente in inganno e impedisce di comprendere appieno la drammaticità delle alluvioni causate dallo straripamento del Tevere.

Quando cominciarono a venir meno tutte quelle operazioni necessarie a conservare la funzionalità e la piena efficienza della via Lata e degli impianti fognari, dové subentrare – già forse in età tardoantica - un progressivo e inesorabile abbandono della strada, troppo soggetta ad allagamenti e a impantanamenti.
L’argomento principale in tal senso è il fatto che nessun edificio di origine medioevale si affaccia sull’attuale via del Corso.
Si obietterà che le antiche chiese di S. Maria in via Lata e di S. Marcello hanno la facciata proprio su via del Corso. In realtà, le due chiese erano in origine disposte secondo un asse diverso dall’attuale; solo in età rinascimentale esse vennero ribaltate.
Tutto ciò ci porta a sostenere che l’antica via Lata nel Medioevo aveva perso d’importanza, a favore delle vie parallele.
Cosa avevano però di vantaggioso queste strade? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo porre la nostra attenzione sulla morfologia del Quirinale, il colle che sovrasta la zona di nostro interesse.

Il Quirinale più che un colle è un massiccio collinare, una specie di catena montuosa in miniatura. Esso infatti è costituito da quattro elevazioni distinte, collegate tra loro da piccole selle. Le quattro “vette” (collocabili rispettivamente a Villa Aldobrandini in piazza Magnanapoli, nell’area del Palazzo del Quirinale, a S. Andrea al Quirinale e al quadrivio delle Quattro Fontane) sono disposte a formare un arco la cui altezza massima (circa 60 metri) può essere posta all’incrocio di via delle Quattro Fontane, dove il suolo attuale è praticamente allo stesso livello di quello antico. Il crinale del Quirinale può essere riconosciuto lungo la linea che passa per la salita del Grillo, largo Magnanapoli, via Ventiquattro Maggio e via del Quirinale.
I progressivi innalzamenti delle strade circostanti, la costruzione dei palazzi pontifici e i colmamenti (sedimentari o artificiali) delle depressioni e degli avvallamenti hanno profondamente alterato le quote altimetriche. Rispetto ad oggi, le pendici del Quirinale erano molto più impervie e anche le vallate laterali erano assai più profonde: in piazza Barberini il livello originario del suolo oggi si trova a quasi dodici metri di profondità, mentre l’attuale via Nazionale è ben diciassette metri al di sopra del tracciato del vicus Longus. Infine, l'antica Alta Semita aveva un andamento molto meno pianeggiante rispetto all'odierno rettifilo di via del Quirinale/via XX Settembre.

pianta


Abbiamo già accennato al fatto che il piano della Via Lata è oltre cinque metri sotto quello dell’attuale via del Corso. Quindi la via Lata era molto più in basso rispetto alle attuali parallele più a  monte, ovvero i due rettifili  di piazza S. Apostoli/via di S. Marcello/via di S. Maria in Via/piazza S. Claudio/Piazza S. Silvestro/via del Gambero e di via della Pilotta/via dei Lucchesi/via di S. Vincenzo.
La cosa per noi più interessante è che su entrambi i percorsi, a differenza di quanto riscontrato lungo via del Corso, ancora insistono un grande numero di edifici di origine medioevale.
Sulla prima strada si affacciano (o, quanto meno, si affacciavano):
-    la basilica dei Ss. Apostoli;
-    un importante edificio, forse dell’XI secolo, di cui sono stati scoperti i resti nel 2007 nei pressi di via del Vaccaro;
-    il monastero di S. Andrea quod ponitur iuxta Ss. Apostolorum (scomparso, ma menzionato nella biografia di Leone III, papa dal 795 all’816);
-    S. Marcello (che nel Medioevo, come abbiamo già detto, si presentava con l’ingresso rivolto verso i Ss. Apostoli);
-    S. Maria in Via;
-    S. Silvestro.

La seconda strada, a mezza costa, ricalca invece le attuali via della Pilotta, via dei Lucchesi e via di S. Vincenzo ed è ritenuta la prosecuzione dell’antica via Biberatica. Quest'ultima correva lungo l'emiciclo del Foro di Traiano (presso il quale se ne conserva un tratto). L’attuale tratto via dei Lucchesi / via di S. Vincenzo, ricalca poi un’altra via antica, il vicus Caprarius (o Capralicus). Questa via sfiora le proprietà dei Colonna lungo le pendici del Quirinale, per poi incontrare almeno cinque importanti testimonianze di architettura medioevale:
- la cinquecentesca chiesa di S. Croce e Bonaventura dei Lucchesi, che ingloba la piccola chiesa medioevale dedicata a S. Nicola de Portiis, costituita a sua volta da due edifici di culto sovrapposti, segnalata per la prima volta alla fine del sec. XII;
- un insediamento con due distinte unità abitative (con diverse fasi edilizie), databili fra il XII ed il XIII secolo, rinvenuto fra il 1999 ed il 2001, durante i lavori di ristrutturazione dell’ex Cinema Trevi, che insiste su un vasto complesso edilizio, destinato a residenza intensiva, di epoca neroniana (55-68 d.C.) a cui si sovrappose, nel IV secolo, una lussuosa residenza signorile;
- la chiesa dei Ss. Vincenzo e Anastasio, dove nel secolo XII sorgeva S. Anastasio de Trivio,
- il bell’edificio assai rimaneggiato in via di S. Vincenzo, 30-31;
- l’interessante portico medioevale in piazza di Trevi 91-95, che doveva far parte di due case a schiera: le colonne formano un portico a pianterreno e si possono datare al XIII- XIV secolo. Vale la pena di sottolineare che i proprietari delle due case furono certamente di censo elevato: l’uso di architravi, al posto di archi, è infatti segnale di una committenza economicamente agiata;
- la chiesa di S. Maria in Trivio in piazza dei Crociferi.

Ora però per noi sorge un altro problema, fondato su tre considerazioni:
1) se riportiamo in pianta le emergenze architettoniche medioevali che insistono sulle due strade, ci accorgiamo subito che la prima è più ricca nel tratto iniziale, mentre la seconda lo è di più nel tratto finale;
2) l’attuale sistemazione di Via della Pilotta è settecentesca, anche se già appare nella pianta di Leonardo Bufalini della metà del XVI secolo; oltretutto, lungo il suo percorso non sono state rinvenute emergenze archeologiche o architettoniche di rilievo, né antiche né medioevali. Vale peraltro la pena di ricordare che l’area dove ora si apre piazza della Pilotta, fino a non molti secoli fa era occupata da un boschetto di olmi, ricadente nelle proprietà dei Colonna;
3) la chiesa di S. Maria in Via, forse già esistente nel 955, deve la sua notorietà alla famosa Cappella del Pozzo; secondo la tradizione, nella notte del 26 settembre 1256 tracimò il pozzo di una stalla all’interno di una proprietà del cardinale Pietro Capocci. Le acque portarono alla luce un'icona della Madonna dipinta su una tegola); a commemorazione della vicenda fu eretta la cappella. Ora, se il pozzo era all'interno di una stalla e se l’appellativo in Via della chiesa è la corruzione di un originale in vinea (ossia "in vigna": un documento antico citato dall’Armellini, ricorda un luogo qui vocatur vinea prope sanctam Mariam in Via), l’idea complessiva che se ne trae è che la chiesa ricadesse di fatto in un’area privata, che nel Medioevo si era profondamente ruralizzata.

Alla luce di queste tre considerazioni, la mia ipotesi è che, in Antico e nel Medioevo, a monte della via Lata esistessero non due strade parallele indipendenti l'una dall'altra, ma un solo tracciato principale, costituito da una via dall’andamento piuttosto irregolare, grosso modo corrispondente alle odierne piazza dei Ss. Apostoli, via di S. Marcello, via del Vaccaro, via dei Lucchesi, via di S. Vincenzo. Dico grosso modo, per il fatto che parliamo di tracciati (quello antico e quello moderno) diversi non solo altimetricamente, ma anche non perfettamente sovrapponibili: il disallineamento della facciata della chiesa S. Bonaventura con l’attuale via dei Lucchesi testimonia per certo che le attuali strade non ricalcano pedissequamente le vie più antiche.
Perché questa nostra strada principale avrebbe avuto questo andamento irregolare? Per rispondere, dobbiamo tornare ancora una volta alla morfologia dell’area.

Oggi è per noi quasi impossibile renderci effettivamente conto del condizionamento imposto dai sette colli all’impianto viario. Forse solo l’Aventino (che non è nemmeno il più alto dei sette colli) riesce ancora a darci, guardandolo dal Lungotevere sottostante, la sensazione di una vera e propria elevazione montuosa. I progressivi innalzamenti del piano di calpestio e gli edifici che si sono sovrapposti nell’arco di oltre due millenni lungo le pendici, hanno invece mortificato la natura degli altri colli, nascondendone le asperità e riducendo ai nostri occhi la percezione di avere di fronte una vera e propria elevazione.
Il colle Quirinale in questo senso non fa eccezione, anzi. Il versante che ci interessa è stato nel tempo quasi completamente occultato: nell’Antichità, dal sontuoso Tempio di Serapide; nel Medioevo, dagli edifici dei Colonna; in Età Moderna, dal Palazzo del Quirinale e dagli edifici annessi; nel Novecento, infine, dalla costruzione dell’Università Gregoriana. Gli sventramenti di fine Ottocento, per l’allargamento di via del Corso e per l’apertura di quella bruttura urbanistica costituita da via del Tritone, hanno fatto il resto.
In origine, invece, le pendici dovevano essere ben più scoscese (e ciò ben spiegherebbe il nome di Caprarius dato al vicus che qui correva); e il piede del colle, su questo versante, doveva correre in modo meno rettilineo, rispetto all’impressione che oggi ci offre il rettilineo Pilotta/Lucchesi/S. Vincenzo. Il lungo muro di contenimento che costeggia a monte il fianco  di via della Pilotta, mostra inequivocabilmente che qui il declivio del colle Quirinale doveva spingersi ben oltre la via, con una prominenza che doveva in origine spingersi fino all’attuale piazza dei Ss. Apostoli.
Quanto mai indovinata fu, in questo senso, la scelta del sesto ribassato per gli archi settecenteschi che scavalcano via della Pilotta. E' ben noto che il sesto ribassato rende l'arco piuttosto fragile, in quanto le spinte dovute ai carichi gravanti sull'arco cadono lontane dalla base del piedritto. Tuttavia, nel nostro caso, la forza non grava da sopra, ma di lato: l'arco, infatti, contrasta la spinta laterale imposta dal fianco del colle, che doveva essere tutt'altro che irrilevante.
Anche l’andamento obliquo di quella che sembra l’unica strada premoderna dell’area, ovvero vicolo del Monticello, irregolare anche nell’altimetria del piano di calpestio, testimonia la complessità morfologica dell’area, oggi sfuggente.
In sostanza, io penso che questo tracciato non fosse rettilineo perché seguiva il piede del colle, onde evitare continui saliscendi e per scansare le propaggini più avanzate del Quirinale.

È interessante notare che questa stessa strada nel Medioevo doveva prolungarsi in direzione del Foro Romano lungo una strada nota come via di Campo Carleo (di cui oggi rimane un misero moncone presso la Casa dei Cavalieri di Rodi alla Salita del Grillo), mentre, in direzione del Pincio, doveva proseguire, dopo aver piegato a destra, utilizzando una strada, grosso modo ricalcata dalle attuali via della Stamperia/via Francesco Crispi (l’apertura di via del Tritone non ci consente di essere più precisi) fino a raggiungere Porta Pinciana. Nella Pianta di Roma di Leonardo Bufalini del 1551, questa strada è indicata come via Conlatina. Io però credo che questa nostra strada possa essere identificata con l’antichissimo tratto urbano della Via Salaria Vetus, ben precedente all’apertura della via Lata del III secolo a.C.
Per ironia della sorte, la Via Salaria Vetus, che probabilmente diminuì di importanza con l'apertura della via Lata, recuperò l’originaria importanza, quando proprio la via Lata, una volta che venne meno l’antica manutenzione stradale, fu abbandonata a causa dei continui impantanamenti.
Vale la pena di sottolineare un particolare: abbiamo visto che al complesso edilizio neroniano rinvenuto sotto l'ex-cinema Trevi, si sovrappose una lussuosa dimora signorile; ciò lascia sospettare, che nel IV secolo l'area immediatamente a ridosso delle pendici del Quirinale avesse goduto di una rivalutazione in termini di prestigio, probabilmente proprio in conseguenza della contemporanea perdita d’importanza della via Lata. E' significativo che la dimora tardoantica sia contemporanea alla costruzione della chiesa di S. Marcello, costruita con l'ingresso aperto sulla nostra Salaria Vetus. Potremmo dunque datare l'abbandono della via Lata giusto al IV secolo d.C.

Non può essere un caso che, nella Pianta del Bufalini, questa via appare ai suoi lati densamente urbanizzata, a differenza dell’area più prossima all’attuale via del Corso, connotata da una dimensione agreste: dimensione peraltro testimoniata dagli attuali toponimi di via della Vite, di via di S. Andrea delle Fratte, di via Frattina (ma l'origine di questo toponimo è controversa), di via della Vigna (oggi via del Parlamento) e di via Capo le Case, nome che indica dove cominciava l'abitato (in capite domorum). Anche la denominazione della chiesa di S. Silvestro in (o de) Capite, tradizionalmente spiegata dalla presenza della reliquia della testa mozzata di S. Giovanni Battista trasferita all'interno del monastero all'epoca di papa Innocenzo II (1130-1143), potrebbe avere la medesima origine di via Capo le case.

E il rettifilo di via di S. Maria in Via/via di S. Claudio/piazza S. Silvestro/via del Gambero? Io credo che esso fosse già in antico un diverticolo della via Salaria Vetus (preferisco a questo punto usare questo nome, piuttosto che Vicus Caprarius o via Conlatina, che ne identificano solo una parte): Armellini ci dà notizia del rinvenimento, nella seconda metà dell’Ottocento, di un tratto di antica strada romana in basolato alla profondità di circa sei metri sotto il livello dell’attuale piano stradale, che correva parallelo alla via Lata. Penso che anche nel Medioevo il tracciato di questo diverticolo sia sopravvissuto, con una connotazione più simile a una sorta di via di campagna.

Abbiamo detto che la nostra Salaria Vetus, dopo via di S. Vincenzo piegava a destra per poi risalire il Pincio in direzione dei Parioli. Il cambio di direzione avveniva presso uno dei luoghi più famosi di Roma, ovvero a Fontana di Trevi, presso cui sorge l’importante chiesa di S. Maria in Trivio. Sebbene si tratti di una chiesa con poche testimonianze materiali risalenti al Medioevo, essa è per noi di grande importanza. La chiesa ci pone di fronte a uno delle più famose vexatae quaestiones della toponomastica romana, ovvero l’origine del nome Trevi, che pure identifica la fontana e tutto il rione. Questo particolare toponimo assunse attraverso i secoli differenti grafie, quali, ad esempio, Treyo, Treggio, Treglio, Treo, oltre alla versione latina Trivium.
Una suggestiva ipotesi ha fatto derivare Trivium, Trevi e tutte le varianti da un unico archetipo, ovvero Trebium, corrispettivo dell'italiano 'casale'. Il che però non risolve nulla, perché non abbiamo notizia di alcun casale tanto importante da dare il nome al luogo e a tutto il rione; né ci aiuta ipotizzare un casale alle sorgenti dell'Acqua Vergine, come spesso sostenuto da alcuni: infatti, il casale più prossimo alle fonti sulla Collatina, era fin dall'XI secolo indicato come “Casale de Salone", senza alcun riferimento toponomastico a Trebium.
Una spiegazione, anche'essa piuttosto comune, vuole invece che Trevi derivi dalla presenza di un trivio, che però, secondo i suoi detrattori, non sarebbe giustificata, poiché qui non ci sarebbero crocicchi di importanza tale da giustificare la sopravvivenza nei secoli del toponimo. Oltretutto, la chiesa di S. Maria soltanto molto tardi assunse la denominazione in Trivio, che lentamente sostituì quella primitiva in Sinodochio. Qui presso doveva sorgere infatti uno xenodochio, ovvero un ricovero per pellegrini, infermi e poveri, fondato, secondo la tradizione da Flavio Belisario (morto nel 565), il generale bizantino che nel sec. VI governò Roma con potestà imperatoria. Ora, la denominazione in sinodochio si conservò fino al XV secolo: per cui si potrebbe dedurre che il toponimo Trivio fosse posteriore. In realtà, l'attestazione, nel Medioevo, della chiesa di S. Anastasio de Trivio, nel luogo ove oggi sorge dei Ss. Vincenzo e Anastasio, consente di dire, con assoluta certezza, che il toponimo Trivio ha origine medioevale e che ha a che fare proprio con la zona dove ci troviamo. E' dunque alla corruzione di questo toponimo che dobbiamo l'origine dell'attuale Trevi.

Ma allora di quale trivio si tratta?
È possibile dedurre la risposta ricapitolando la ricostruzione che abbiamo fatto dell’impianto viario medioevale su questo lato del Quirinale. Abbiamo infatti detto che questo sistema viario sembra ricalcare l'antica via Salaria Vetus, che dal Foro Romano risaliva in direzione del Pincio e dei Parioli. Qui, nei pressi dell'attuale Fontana di Trevi, la Salaria Vetus incrociava un’altra strada che, a destra, risaliva per la valle tra Quirinale e Pincio (la Vallis Sallustiana), probabilmente lungo le attuali via del Lavatore/via in Arcione, per poi proseguire lungo le oggi scomparse via della Madonna di Costantinopoli/via dell'Angelo Custode/vicolo Mortaro/vicolo Cacciabove; a sinistra, invece, questa stessa strada andava probabilmente a raccordarsi con l'importante via Recta (come del resto sembrano mostrare le piante di Cartaro e Du Pérac del sec. XVI), lambendo S. Maria in Via e la Colonna di Marco Aurelio, ai cui piedi sorgeva la piccola chiesa di S. Andrea, documentata per la prima volta in una bolla del 962 e demolita nel XVI secolo. E' interessante notare che questo tracciato è lo stesso con cui il cosiddetto Catalogo delle chiese di Roma (sec. XIV), conservato nella Biblioteca dell'Università di Torino, elenca (in senso inverso) le chiese della zona:
Ecclesia sancti Andrea de Columpna habet sacerdotem et duos clericos.
Ecclesia sancte Marie in Via habet tres clericos.
Ecclesia sancte Marie in Sinodochio habet sacerdotem et clericum.
Ecclesia sancti Anastasii da Trivio habet sacerdotem et clericum.


Fontana di Trevi
La fontana di Trevi nel rifacimento quattrocentesco.


Riassumendo, nel corso del Medioevo, la Via Lata dovette decadere, favorendo l’importanza di un tracciato che, correndo a un livello più alto della via Lata, non era soggetto ad allagamenti e impantanamenti. La strada, che doveva ricalcare parte del tracciato urbano dell’antica via Salaria Vetus, dovette acquisire un’importanza notevolissima. La piazza all’incrocio di questa via con l’asse della via Recta e del suo prolungamento lungo la Vallis Sallustiana (attuali via dei Coronari, via delle Coppelle, via della Colonna Antonina, via dei Sabini, via dei Crociferi, via del Lavatore, via in Arcione, per poi proseguire lungo le oggi scomparse via della Madonna di Costantinopoli, via dell'Angelo Custode, vicolo Mortaro e vicolo Cacciabove) dovette costituire il famoso Trivio che diede il nome al rione. La posizione strategica della chiesa di S. Maria in Trivio (in un punto di raccordo tra la vie che conducevano al Vaticano e al Campidoglio) giustificherebbe pienamente il posizionamento qui di uno xenodochio. In corrispondenza di questo importante incrocio tra le direttrici nord-sud ed est-ovest, fu costruita nel Medioevo una grande fontana a tre bocche che sfruttava la condotta dell'Acqua Vergine e che divenne fondamentale per l'approvvigionamento idrico.

L'attuale Fontana di Trevi oggi sembra stranamente appartata rispetto alle grandi vie di traffico. Da qualunque parte si provenga, per raggiungerla si deve percorrere qualche vicolo o stradetta.
Essa in realtà sorge presso uno dei più importanti incroci di un'altra Roma. La Roma medioevale.


 


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